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2023-03-16
«Contro gli immobili verdi usiamo la frattura nella coalizione Ursula»
La battaglia contro la patrimoniale europea sulla casa è solo all’inizio. È il concetto su cui stanno insistendo da martedì pomeriggio tutti gli esponenti dei gruppi dell’Europarlamento che hanno detto no alla direttiva green, in particolare i deputati dei partiti del centrodestra italiano, i quali hanno dato prova di compattezza, favorendo una spaccatura in seno a Popolari e liberali che induce a essere ottimisti per i prossimi passaggi.
Perché l’iter delle leggi europee è piuttosto complesso, e sebbene il voto della plenaria che impone un salasso ai milioni di proprietari di case del nostro Paese in nome dell’efficientamento energetico a tappe forzate abbia sicuramente indirizzato la partita verso l’esito più infausto per chi chiedeva ragionevolezza, gli step che mancano affinché il percorso legislativo possa dirsi completo sono diversi.
Tanto per cominciare, nell’architettura tricefala con cui è stata costituita l’Ue, il via libera alla direttiva ha certificato qual è la posizione del Parlamento europeo. Che è quella più estrema e condizionata dall’ideologia, dato il forte peso delle sinistre a Strasburgo. Il testo approvato martedì ora sarà sul tavolo del cosiddetto trilogo, vale a dire l’interlocuzione tra l’Europarlamento, la Commissione e il Consiglio: queste due ultime istituzioni, come è noto, avevano manifestato posizioni più morbide o quantomeno improntate a maggiore flessibilità. Qualora questa fase di negoziazione al più alto livello europeo porti a un esito che modifichi il testo approvato a Strasburgo, si dovrebbe procedere a una seconda lettura in Parlamento, dove ovviamente le varie forze politiche valuterebbero dette modifiche e si comporterebbero in Aula di conseguenza. A quel punto, visti i numerosi dubbi espressi dai Popolari ma anche dai liberali di Renew, le possibilità di un ammorbidimento si farebbero più concrete. La fase in cui i partiti della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni ripongono più speranze, però, è quella del negoziato con i governi nazionali, che investe anche le modalità di recepimento della direttiva.
Qui il nostro esecutivo è stato chiarissimo: all’inizio di questa settimana, infatti, la Camera dei deputati ha approvato una mozione presentata su iniziativa della Lega e votata da tutto il centrodestra che impegna il governo a stoppare il testo attuale. Posizione che il presidente del Consiglio ha ribadito anche ieri nel corso del question time a Montecitorio, quando ha detto che si tratta di un testo che «prevede obiettivi temporali non raggiungibili per l’Italia, il cui patrimonio immobiliare è inserito in un contesto molto diverso da quello di altri Stati membri per ragioni storiche, per ragioni di conformazione geografica oltre che per una radicata visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane» e che «l’azione negoziale italiana in sede di Consiglio europeo aveva consentito di rivedere le tempistiche di adeguamento delle prestazioni energetiche degli edifici per renderle più graduali e meno stringenti, e in modo da garantire l’esenzione per alcune categorie», mentre «con il voto di ieri (martedì, ndr) il Parlamento europeo ha ritenuto di inasprire ulteriormente il testo iniziale e questa scelta che noi consideriamo irragionevole, mossa da un approccio ideologico, impone al governo di continuare a battersi per difendere gli interessi dei cittadini e della nazione».
Nelle fila della Lega, a Bruxelles come a Roma, l’attenzione è ora volta a definire la strategia per questi passaggi: gli emendamenti proposti dalla pattuglia europea leghista in stretto coordinamento con Fdi e Fi sono stati tutti respinti, e gli accolti tra quelli presentati dagli altri gruppi non smuovono di un millimetro l’impianto della direttiva. Il presidente leghista del gruppo Id Marco Zanni spiega che «la lotta per difendere le case degli italiani è appena cominciata e noi continueremo a opporci a ogni livello, per fermare questa eurofollia, proprio come sta accadendo con un’altra proposta di Bruxelles che ci ha trovato fortemente contrari, quella sul bando alle auto a diesel e benzina dal 2035 e che ha visto l’Italia tornare protagonista in Europa per guidare il fronte del no grazie all’iniziativa di Matteo Salvini e del governo». «È necessario fare squadra con altri Paesi, spiega Zanni, «per creare un fronte comune capace di arginare e fermare questa direttiva. Non riusciamo a comprendere l’entusiasmo di Pd e M5s per una norma che porterebbe nuove imposizioni e nuovi oneri agli italiani, come un’europatrimoniale nascosta, da decine di migliaia di euro a famiglia. Tuttavia l’esito del voto in plenaria, con una coalizione Ursula ormai ridotta in pezzi, lascia ben sperare in vista dei negoziati del trilogo e dei successivi passaggi: il voto negativo da parte di molti, a cominciare dai Popolari tedeschi, è significativo e conferma che la maggioranza è tutto fuorché compatta. Siamo certi che riusciremo a ottenere importanti risultati a difesa dell’Italia e degli italiani», conclude Zanni , «La battaglia è appena cominciata».
Primi obblighi nel 2026. In meno di dieci anni soltanto edifici in classe D
Quella disegnata dalla direttiva sulla casa green è una marcia a tappe forzate che impone traguardi impossibili da raggiungere nei tempi stabiliti a tavolino. Già l’obiettivo di lungo periodo che si staglia all’orizzonte fa tremare i polsi: entro il 2050, gli immobili europei dovranno essere a emissioni zero. Peccato che, come rivela il testo approvato dall’Europarlamento, il 75 % degli immobili dell’Unione sia «tuttora inefficiente sul piano energetico. Il gas naturale è usato principalmente per il riscaldamento degli edifici e rappresenta circa il 42% dell’energia utilizzata per il riscaldamento degli ambienti nel settore residenziale. Seguono il petrolio, con il 14%, e il carbone, con circa il 3%».
I primi a doversi adeguare saranno i nuovi edifici, sui quali sarà almeno possibile intervenire già in fase di progettazione. Fra meno di tre anni, ovvero dal 1° gennaio 2026, tutti i nuovi edifici occupati, gestiti o di proprietà delle autorità pubbliche dovranno essere a emissioni zero. La norma poi si estenderà, a partire dal 1° gennaio 2028, agli edifici privati in costruzione.
Passiamo alla stangata per gli immobili esistenti. Dal 1° gennaio 2027 dovranno fare il salto in classe E tutti gli edifici non residenziali privati e tutti gli edifici e le unità immobiliari di proprietà di enti pubblici, che dovranno poi salire in classe D entro il 1° gennaio 2030. Agli edifici residenziali privati invece viene concesso qualche anno in più: dovranno raggiungere la classe E entro il 1° gennaio 2030 e la classe D entro il 1° gennaio 2033. Verranno introdotte nuove prescrizioni anche per quel che riguarda l’installazione di pannelli fotovoltaici: tutti i nuovi edifici per cui sarà tecnicamente ed economicamente possibile dovranno dotarsi di tecnologie solari entro il 2028. Il limite massimo si sposta al 2032 per gli edifici residenziali oggetto di importanti ristrutturazioni.
Tutto quello che potranno fare i proprietari, che secondo le prime stime saranno costretti a sborsare fra i 40.000 e i 60.000 euro per ogni appartamento, sarà decidere se affrontare e pagare una ristrutturazione monstre una volta sola per raggiungere l’agognata classe D o se eseguire più interventi nel tempo. L’Ue nel frattempo stabilirà criteri uniformi per assegnare la classe energetica agli edifici, scavalcando le norme nazionali.
Ogni Stato dovrà poi preparare un piano nazionale di ristrutturazione e «una tabella di marcia dettagliata fino al 2050 del fabbisogno d’investimenti per l’attuazione del piano nazionale di ristrutturazione, delle fonti e delle misure di finanziamento pubbliche e private e delle risorse amministrative per la ristrutturazione degli edifici». La tabella di marcia comprenderà «obiettivi nazionali ed emissioni nell’intero ciclo di vita per le diverse tipologie di edifici, da fissare a seguito dell’esercizio di valutazione globale, per il 2025 (meno di due anni, ndr), il 2030, il 2035 e il 2040, conformemente al meccanismo “al rialzo” stabilito nell’accordo di Parigi e a una tabella di marcia sulle prestazioni nell’intero ciclo di vita».
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Consiglio e Commissione possono bloccare tutto. Giorgia Meloni annuncia battaglia. L’eurodeputato Marco Zanni: «Popolari spaccati dopo il no dei tedeschi. Fermeremo questa follia come il bando dei motori termici».Se non ci saranno modifiche, gli Stati dovranno presentare una tabella di marcia da aggiornare al rialzo ogni cinque anni.Lo speciale contiene due articoli.La battaglia contro la patrimoniale europea sulla casa è solo all’inizio. È il concetto su cui stanno insistendo da martedì pomeriggio tutti gli esponenti dei gruppi dell’Europarlamento che hanno detto no alla direttiva green, in particolare i deputati dei partiti del centrodestra italiano, i quali hanno dato prova di compattezza, favorendo una spaccatura in seno a Popolari e liberali che induce a essere ottimisti per i prossimi passaggi.Perché l’iter delle leggi europee è piuttosto complesso, e sebbene il voto della plenaria che impone un salasso ai milioni di proprietari di case del nostro Paese in nome dell’efficientamento energetico a tappe forzate abbia sicuramente indirizzato la partita verso l’esito più infausto per chi chiedeva ragionevolezza, gli step che mancano affinché il percorso legislativo possa dirsi completo sono diversi.Tanto per cominciare, nell’architettura tricefala con cui è stata costituita l’Ue, il via libera alla direttiva ha certificato qual è la posizione del Parlamento europeo. Che è quella più estrema e condizionata dall’ideologia, dato il forte peso delle sinistre a Strasburgo. Il testo approvato martedì ora sarà sul tavolo del cosiddetto trilogo, vale a dire l’interlocuzione tra l’Europarlamento, la Commissione e il Consiglio: queste due ultime istituzioni, come è noto, avevano manifestato posizioni più morbide o quantomeno improntate a maggiore flessibilità. Qualora questa fase di negoziazione al più alto livello europeo porti a un esito che modifichi il testo approvato a Strasburgo, si dovrebbe procedere a una seconda lettura in Parlamento, dove ovviamente le varie forze politiche valuterebbero dette modifiche e si comporterebbero in Aula di conseguenza. A quel punto, visti i numerosi dubbi espressi dai Popolari ma anche dai liberali di Renew, le possibilità di un ammorbidimento si farebbero più concrete. La fase in cui i partiti della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni ripongono più speranze, però, è quella del negoziato con i governi nazionali, che investe anche le modalità di recepimento della direttiva. Qui il nostro esecutivo è stato chiarissimo: all’inizio di questa settimana, infatti, la Camera dei deputati ha approvato una mozione presentata su iniziativa della Lega e votata da tutto il centrodestra che impegna il governo a stoppare il testo attuale. Posizione che il presidente del Consiglio ha ribadito anche ieri nel corso del question time a Montecitorio, quando ha detto che si tratta di un testo che «prevede obiettivi temporali non raggiungibili per l’Italia, il cui patrimonio immobiliare è inserito in un contesto molto diverso da quello di altri Stati membri per ragioni storiche, per ragioni di conformazione geografica oltre che per una radicata visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane» e che «l’azione negoziale italiana in sede di Consiglio europeo aveva consentito di rivedere le tempistiche di adeguamento delle prestazioni energetiche degli edifici per renderle più graduali e meno stringenti, e in modo da garantire l’esenzione per alcune categorie», mentre «con il voto di ieri (martedì, ndr) il Parlamento europeo ha ritenuto di inasprire ulteriormente il testo iniziale e questa scelta che noi consideriamo irragionevole, mossa da un approccio ideologico, impone al governo di continuare a battersi per difendere gli interessi dei cittadini e della nazione».Nelle fila della Lega, a Bruxelles come a Roma, l’attenzione è ora volta a definire la strategia per questi passaggi: gli emendamenti proposti dalla pattuglia europea leghista in stretto coordinamento con Fdi e Fi sono stati tutti respinti, e gli accolti tra quelli presentati dagli altri gruppi non smuovono di un millimetro l’impianto della direttiva. Il presidente leghista del gruppo Id Marco Zanni spiega che «la lotta per difendere le case degli italiani è appena cominciata e noi continueremo a opporci a ogni livello, per fermare questa eurofollia, proprio come sta accadendo con un’altra proposta di Bruxelles che ci ha trovato fortemente contrari, quella sul bando alle auto a diesel e benzina dal 2035 e che ha visto l’Italia tornare protagonista in Europa per guidare il fronte del no grazie all’iniziativa di Matteo Salvini e del governo». «È necessario fare squadra con altri Paesi, spiega Zanni, «per creare un fronte comune capace di arginare e fermare questa direttiva. Non riusciamo a comprendere l’entusiasmo di Pd e M5s per una norma che porterebbe nuove imposizioni e nuovi oneri agli italiani, come un’europatrimoniale nascosta, da decine di migliaia di euro a famiglia. Tuttavia l’esito del voto in plenaria, con una coalizione Ursula ormai ridotta in pezzi, lascia ben sperare in vista dei negoziati del trilogo e dei successivi passaggi: il voto negativo da parte di molti, a cominciare dai Popolari tedeschi, è significativo e conferma che la maggioranza è tutto fuorché compatta. Siamo certi che riusciremo a ottenere importanti risultati a difesa dell’Italia e degli italiani», conclude Zanni , «La battaglia è appena cominciata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/casa-green-europa-opposizione-2659603386.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="primi-obblighi-nel-2026-in-meno-di-dieci-anni-soltanto-edifici-in-classe-d" data-post-id="2659603386" data-published-at="1678914192" data-use-pagination="False"> Primi obblighi nel 2026. In meno di dieci anni soltanto edifici in classe D Quella disegnata dalla direttiva sulla casa green è una marcia a tappe forzate che impone traguardi impossibili da raggiungere nei tempi stabiliti a tavolino. Già l’obiettivo di lungo periodo che si staglia all’orizzonte fa tremare i polsi: entro il 2050, gli immobili europei dovranno essere a emissioni zero. Peccato che, come rivela il testo approvato dall’Europarlamento, il 75 % degli immobili dell’Unione sia «tuttora inefficiente sul piano energetico. Il gas naturale è usato principalmente per il riscaldamento degli edifici e rappresenta circa il 42% dell’energia utilizzata per il riscaldamento degli ambienti nel settore residenziale. Seguono il petrolio, con il 14%, e il carbone, con circa il 3%». I primi a doversi adeguare saranno i nuovi edifici, sui quali sarà almeno possibile intervenire già in fase di progettazione. Fra meno di tre anni, ovvero dal 1° gennaio 2026, tutti i nuovi edifici occupati, gestiti o di proprietà delle autorità pubbliche dovranno essere a emissioni zero. La norma poi si estenderà, a partire dal 1° gennaio 2028, agli edifici privati in costruzione. Passiamo alla stangata per gli immobili esistenti. Dal 1° gennaio 2027 dovranno fare il salto in classe E tutti gli edifici non residenziali privati e tutti gli edifici e le unità immobiliari di proprietà di enti pubblici, che dovranno poi salire in classe D entro il 1° gennaio 2030. Agli edifici residenziali privati invece viene concesso qualche anno in più: dovranno raggiungere la classe E entro il 1° gennaio 2030 e la classe D entro il 1° gennaio 2033. Verranno introdotte nuove prescrizioni anche per quel che riguarda l’installazione di pannelli fotovoltaici: tutti i nuovi edifici per cui sarà tecnicamente ed economicamente possibile dovranno dotarsi di tecnologie solari entro il 2028. Il limite massimo si sposta al 2032 per gli edifici residenziali oggetto di importanti ristrutturazioni. Tutto quello che potranno fare i proprietari, che secondo le prime stime saranno costretti a sborsare fra i 40.000 e i 60.000 euro per ogni appartamento, sarà decidere se affrontare e pagare una ristrutturazione monstre una volta sola per raggiungere l’agognata classe D o se eseguire più interventi nel tempo. L’Ue nel frattempo stabilirà criteri uniformi per assegnare la classe energetica agli edifici, scavalcando le norme nazionali. Ogni Stato dovrà poi preparare un piano nazionale di ristrutturazione e «una tabella di marcia dettagliata fino al 2050 del fabbisogno d’investimenti per l’attuazione del piano nazionale di ristrutturazione, delle fonti e delle misure di finanziamento pubbliche e private e delle risorse amministrative per la ristrutturazione degli edifici». La tabella di marcia comprenderà «obiettivi nazionali ed emissioni nell’intero ciclo di vita per le diverse tipologie di edifici, da fissare a seguito dell’esercizio di valutazione globale, per il 2025 (meno di due anni, ndr), il 2030, il 2035 e il 2040, conformemente al meccanismo “al rialzo” stabilito nell’accordo di Parigi e a una tabella di marcia sulle prestazioni nell’intero ciclo di vita».
La petroliera Devon naviga nel Golfo Persico verso il terminal petrolifero dell'isola di Kharg per trasportare greggio (Getty Images)
L’isola di Kharg è tornata al centro della guerra tra Stati Uniti e Iran. Secondo le informazioni diffuse da media internazionali e rilanciate dalla Cnn, negli ultimi giorni Teheran avrebbe intensificato le misure difensive sul piccolo avamposto del Golfo Persico, tra cui il posizionamento di mine e «trappole» lungo le coste e nelle aree interne. Un segnale che viene letto come preparazione a un’eventuale operazione di terra americana, mentre la crisi militare tra Washington e Teheran continua ad allargarsi su più fronti.
Kharg si trova in una posizione cruciale nel Golfo Persico, vicino allo Stretto di Hormuz, il principale corridoio mondiale per il transito del petrolio. Da qui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano. Non si tratta quindi solo di un’area militare sensibile, ma di un’infrastruttura strategica per la sopravvivenza economica del Paese. Il controllo o la neutralizzazione dell’isola avrebbe effetti immediati sulla capacità dell’Iran di esportare petrolio e, di conseguenza, sulla stabilità energetica globale.
Lo scorso 14 marzo, le forze statunitensi del Centcom hanno condotto un attacco di precisione contro Kharg, colpendo depositi di mine navali, bunker per missili e oltre 90 obiettivi militari. L’operazione, secondo quanto riportato, avrebbe evitato danni diretti agli impianti petroliferi, concentrandosi sulle infrastrutture militari. Da allora, l’isola è diventata uno dei punti più sensibili dell’intero conflitto. Le ultime informazioni diffuse in queste ore indicano un ulteriore irrigidimento della situazione. L’Iran, secondo fonti citate dai media statunitensi, avrebbe rafforzato le difese sull’isola trasferendo sistemi missilistici e aumentando la presenza di reparti militari. In particolare, viene segnalata la diffusione di mine antiuomo e anticarro, anche lungo le aree costiere, dove un eventuale sbarco anfibio statunitense potrebbe teoricamente avvenire.
La scelta delle mine non è solo difensiva, ma cambia la natura stessa dello scenario operativo. Rende infatti più complessa qualsiasi ipotesi di intervento diretto via mare e segnala la volontà iraniana di trasformare Kharg in un’area di interdizione, difficile da occupare o controllare senza perdite rilevanti. È anche per questo che diversi analisti militari, citati dai media internazionali, considerano l’isola uno dei possibili epicentri di una ulteriore escalation.
La tensione si inserisce in un quadro già esteso. Nelle stesse ore, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza nella regione con l’invio di ulteriori truppe aviotrasportate e unità dei Marines. Parallelamente, si moltiplicano le segnalazioni di attacchi reciproci tra Iran, Israele e forze alleate nella regione, mentre il conflitto si estende dal Golfo Persico al Mar Nero e al Mediterraneo. Secondo alcune ricostruzioni, la Casa Bianca continua a sostenere una linea che combina pressione militare e apertura diplomatica. Donald Trump avrebbe espresso ai propri collaboratori la volontà di chiudere il conflitto in poche settimane, anche se sul terreno gli scontri continuano e non emergono segnali concreti di una tregua imminente. Nel frattempo, si parla di possibili colloqui mediati da Paesi terzi, tra cui Pakistan e Turchia, ma senza conferme ufficiali. Sul fronte iraniano, la posizione resta improntata alla deterrenza. Teheran, attraverso i propri vertici militari e politici, ha più volte lasciato intendere che ogni tentativo di occupazione di isole strategiche verrebbe risposto con attacchi contro infrastrutture considerate vitali in Paesi terzi della regione. Un messaggio che si inserisce nella logica di una guerra che si combatte anche attraverso la minaccia di ritorsioni su scala regionale. Kharg, in questo contesto, rappresenta un nodo doppio: militare ed economico. Oltre al suo valore strategico diretto, è anche una leva negoziale. La sua vulnerabilità o il suo controllo potrebbero influenzare eventuali trattative future sul programma nucleare iraniano e sugli assetti di sicurezza nello Stretto di Hormuz.
Resta però un elemento centrale: l’isola è oggi al tempo stesso obiettivo, scudo e potenziale detonatore. Le mine segnalate lungo le coste non sono solo un dettaglio tattico, ma il segnale più evidente di un conflitto che si sta avvicinando a una fase più rischiosa, in cui il controllo del territorio potrebbe diventare la variabile decisiva.
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Shehbaz Sharif (Ansa)
Islamabad vanta un rapporto molto forte con l’amministrazione di Donald Trump, grazie soprattutto al brigadier generale Asim Munir, comandante in capo delle forze armate del paese asiatico. Munir è particolarmente vicino ai vertici militari del Pentagono e anche allo staff del tycoon americano. Negli ultimi mesi il generale pachistano ha incontrato più volte inviati di Washington e a giugno 2025 è stato il primo capo militare del Pakistan ad essere ricevuto alla Casa Bianca, non in veste di leader politico. In questo colloquio Trump aveva pubblicamente lodato la profonda conoscenza di Munir della realtà iraniana ed i due si sarebbero sentiti telefonicamente anche la settimana scorsa. Dopo questo incontro il primo ministro di Islamabad Shehbaz Sharif ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dimostrando concretamente come il Pakistan possa fare da tramite fra i due.
Islamabad infatti continua ad avere rapporti stabili anche con Teheran, nonostante una presa di posizione particolarmente dura dopo l’attacco contro l’Arabia Saudita, nazione con cui il Pakistan ha siglato un accordo di mutua difesa, anche nucleare. Nel 2024 si erano verificati una serie di attacchi lungo il confine fra Iran e Pakistan, ma quella volta era stata la Cina a mediare una tregua. Un ruolo crescente quello pachistano, come sottolinea Tahir Andrabi, portavoce del ministero degli Esteri. «Se le parti lo desiderano, Islamabad è disposta ad ospitare dei colloqui significativi e conclusivi tra Stati Uniti e Iran, per una soluzione globale che ponga fine alla guerra in Medio Oriente. Siamo una grande nazione, rispettata da tutti e accogliamo con grande favore gli sforzi per perseguire il dialogo con l’obiettivo di porre fine allo scontro e per la stabilità di tutta la regione».
Alcuni media turchi hanno riportato la notizia che una delegazione statunitense dovrebbe arrivare in Pakistan entro due o tre giorni per aprire colloqui con l’Iran, una sorta di sherpa da entrambe le parti per capire se ci sia spazio di manovra. «Non ho nessun commento sul possibile arrivo di inviati da Washington in questi giorni, ma posso dire che la diplomazia ed i negoziati spesso richiedono che certe questioni vengano affrontate con estrema discrezione e per questo motivo invito i media ad evitare ogni tipo di speculazione che potrebbe danneggiare il percorso che stiamo faticosamente avviando. Il Pakistan è in prima linea per far terminare la guerra, possiamo e vogliamo essere un ponte e lo facciamo perché il Medio Oriente possa trovare finalmente una pace definitiva».
Per Islamabad questa è una grande occasione per acquisire uno status di potenza geopolitica che non ha mai realmente avuto. Ti avrebbe già informato il Pakistan di ritenere inaccettabile il piano in 15 punti proposto dal presidente statunitense, ma la diplomazia pachistana continua a lavorare. Il suo ruolo da mediatore sarebbe visto molto negativamente dallo storico nemico indiano.
Nonostante la soluzione del conflitto avvantaggerebbe anche Nuova Delhi, garantendole la sicurezza dei rifornimenti energetici, il successo di Islamabad farebbe naufragare la strategia di isolamento del rivale che il Primo ministro indiano Narendra Modi persegue da tempo. L’India ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti ad inizio febbraio che alleggerisce i dazi sui prodotti indiani, ma se il Premier Shehbaz Sharif riuscirà a farsi garante del cessate il fuoco, il peso pachistano crescerà enormemente, sia a livello regionale che globale.
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