True
2023-03-16
«Contro gli immobili verdi usiamo la frattura nella coalizione Ursula»
La battaglia contro la patrimoniale europea sulla casa è solo all’inizio. È il concetto su cui stanno insistendo da martedì pomeriggio tutti gli esponenti dei gruppi dell’Europarlamento che hanno detto no alla direttiva green, in particolare i deputati dei partiti del centrodestra italiano, i quali hanno dato prova di compattezza, favorendo una spaccatura in seno a Popolari e liberali che induce a essere ottimisti per i prossimi passaggi.
Perché l’iter delle leggi europee è piuttosto complesso, e sebbene il voto della plenaria che impone un salasso ai milioni di proprietari di case del nostro Paese in nome dell’efficientamento energetico a tappe forzate abbia sicuramente indirizzato la partita verso l’esito più infausto per chi chiedeva ragionevolezza, gli step che mancano affinché il percorso legislativo possa dirsi completo sono diversi.
Tanto per cominciare, nell’architettura tricefala con cui è stata costituita l’Ue, il via libera alla direttiva ha certificato qual è la posizione del Parlamento europeo. Che è quella più estrema e condizionata dall’ideologia, dato il forte peso delle sinistre a Strasburgo. Il testo approvato martedì ora sarà sul tavolo del cosiddetto trilogo, vale a dire l’interlocuzione tra l’Europarlamento, la Commissione e il Consiglio: queste due ultime istituzioni, come è noto, avevano manifestato posizioni più morbide o quantomeno improntate a maggiore flessibilità. Qualora questa fase di negoziazione al più alto livello europeo porti a un esito che modifichi il testo approvato a Strasburgo, si dovrebbe procedere a una seconda lettura in Parlamento, dove ovviamente le varie forze politiche valuterebbero dette modifiche e si comporterebbero in Aula di conseguenza. A quel punto, visti i numerosi dubbi espressi dai Popolari ma anche dai liberali di Renew, le possibilità di un ammorbidimento si farebbero più concrete. La fase in cui i partiti della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni ripongono più speranze, però, è quella del negoziato con i governi nazionali, che investe anche le modalità di recepimento della direttiva.
Qui il nostro esecutivo è stato chiarissimo: all’inizio di questa settimana, infatti, la Camera dei deputati ha approvato una mozione presentata su iniziativa della Lega e votata da tutto il centrodestra che impegna il governo a stoppare il testo attuale. Posizione che il presidente del Consiglio ha ribadito anche ieri nel corso del question time a Montecitorio, quando ha detto che si tratta di un testo che «prevede obiettivi temporali non raggiungibili per l’Italia, il cui patrimonio immobiliare è inserito in un contesto molto diverso da quello di altri Stati membri per ragioni storiche, per ragioni di conformazione geografica oltre che per una radicata visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane» e che «l’azione negoziale italiana in sede di Consiglio europeo aveva consentito di rivedere le tempistiche di adeguamento delle prestazioni energetiche degli edifici per renderle più graduali e meno stringenti, e in modo da garantire l’esenzione per alcune categorie», mentre «con il voto di ieri (martedì, ndr) il Parlamento europeo ha ritenuto di inasprire ulteriormente il testo iniziale e questa scelta che noi consideriamo irragionevole, mossa da un approccio ideologico, impone al governo di continuare a battersi per difendere gli interessi dei cittadini e della nazione».
Nelle fila della Lega, a Bruxelles come a Roma, l’attenzione è ora volta a definire la strategia per questi passaggi: gli emendamenti proposti dalla pattuglia europea leghista in stretto coordinamento con Fdi e Fi sono stati tutti respinti, e gli accolti tra quelli presentati dagli altri gruppi non smuovono di un millimetro l’impianto della direttiva. Il presidente leghista del gruppo Id Marco Zanni spiega che «la lotta per difendere le case degli italiani è appena cominciata e noi continueremo a opporci a ogni livello, per fermare questa eurofollia, proprio come sta accadendo con un’altra proposta di Bruxelles che ci ha trovato fortemente contrari, quella sul bando alle auto a diesel e benzina dal 2035 e che ha visto l’Italia tornare protagonista in Europa per guidare il fronte del no grazie all’iniziativa di Matteo Salvini e del governo». «È necessario fare squadra con altri Paesi, spiega Zanni, «per creare un fronte comune capace di arginare e fermare questa direttiva. Non riusciamo a comprendere l’entusiasmo di Pd e M5s per una norma che porterebbe nuove imposizioni e nuovi oneri agli italiani, come un’europatrimoniale nascosta, da decine di migliaia di euro a famiglia. Tuttavia l’esito del voto in plenaria, con una coalizione Ursula ormai ridotta in pezzi, lascia ben sperare in vista dei negoziati del trilogo e dei successivi passaggi: il voto negativo da parte di molti, a cominciare dai Popolari tedeschi, è significativo e conferma che la maggioranza è tutto fuorché compatta. Siamo certi che riusciremo a ottenere importanti risultati a difesa dell’Italia e degli italiani», conclude Zanni , «La battaglia è appena cominciata».
Primi obblighi nel 2026. In meno di dieci anni soltanto edifici in classe D
Quella disegnata dalla direttiva sulla casa green è una marcia a tappe forzate che impone traguardi impossibili da raggiungere nei tempi stabiliti a tavolino. Già l’obiettivo di lungo periodo che si staglia all’orizzonte fa tremare i polsi: entro il 2050, gli immobili europei dovranno essere a emissioni zero. Peccato che, come rivela il testo approvato dall’Europarlamento, il 75 % degli immobili dell’Unione sia «tuttora inefficiente sul piano energetico. Il gas naturale è usato principalmente per il riscaldamento degli edifici e rappresenta circa il 42% dell’energia utilizzata per il riscaldamento degli ambienti nel settore residenziale. Seguono il petrolio, con il 14%, e il carbone, con circa il 3%».
I primi a doversi adeguare saranno i nuovi edifici, sui quali sarà almeno possibile intervenire già in fase di progettazione. Fra meno di tre anni, ovvero dal 1° gennaio 2026, tutti i nuovi edifici occupati, gestiti o di proprietà delle autorità pubbliche dovranno essere a emissioni zero. La norma poi si estenderà, a partire dal 1° gennaio 2028, agli edifici privati in costruzione.
Passiamo alla stangata per gli immobili esistenti. Dal 1° gennaio 2027 dovranno fare il salto in classe E tutti gli edifici non residenziali privati e tutti gli edifici e le unità immobiliari di proprietà di enti pubblici, che dovranno poi salire in classe D entro il 1° gennaio 2030. Agli edifici residenziali privati invece viene concesso qualche anno in più: dovranno raggiungere la classe E entro il 1° gennaio 2030 e la classe D entro il 1° gennaio 2033. Verranno introdotte nuove prescrizioni anche per quel che riguarda l’installazione di pannelli fotovoltaici: tutti i nuovi edifici per cui sarà tecnicamente ed economicamente possibile dovranno dotarsi di tecnologie solari entro il 2028. Il limite massimo si sposta al 2032 per gli edifici residenziali oggetto di importanti ristrutturazioni.
Tutto quello che potranno fare i proprietari, che secondo le prime stime saranno costretti a sborsare fra i 40.000 e i 60.000 euro per ogni appartamento, sarà decidere se affrontare e pagare una ristrutturazione monstre una volta sola per raggiungere l’agognata classe D o se eseguire più interventi nel tempo. L’Ue nel frattempo stabilirà criteri uniformi per assegnare la classe energetica agli edifici, scavalcando le norme nazionali.
Ogni Stato dovrà poi preparare un piano nazionale di ristrutturazione e «una tabella di marcia dettagliata fino al 2050 del fabbisogno d’investimenti per l’attuazione del piano nazionale di ristrutturazione, delle fonti e delle misure di finanziamento pubbliche e private e delle risorse amministrative per la ristrutturazione degli edifici». La tabella di marcia comprenderà «obiettivi nazionali ed emissioni nell’intero ciclo di vita per le diverse tipologie di edifici, da fissare a seguito dell’esercizio di valutazione globale, per il 2025 (meno di due anni, ndr), il 2030, il 2035 e il 2040, conformemente al meccanismo “al rialzo” stabilito nell’accordo di Parigi e a una tabella di marcia sulle prestazioni nell’intero ciclo di vita».
Continua a leggereRiduci
Consiglio e Commissione possono bloccare tutto. Giorgia Meloni annuncia battaglia. L’eurodeputato Marco Zanni: «Popolari spaccati dopo il no dei tedeschi. Fermeremo questa follia come il bando dei motori termici».Se non ci saranno modifiche, gli Stati dovranno presentare una tabella di marcia da aggiornare al rialzo ogni cinque anni.Lo speciale contiene due articoli.La battaglia contro la patrimoniale europea sulla casa è solo all’inizio. È il concetto su cui stanno insistendo da martedì pomeriggio tutti gli esponenti dei gruppi dell’Europarlamento che hanno detto no alla direttiva green, in particolare i deputati dei partiti del centrodestra italiano, i quali hanno dato prova di compattezza, favorendo una spaccatura in seno a Popolari e liberali che induce a essere ottimisti per i prossimi passaggi.Perché l’iter delle leggi europee è piuttosto complesso, e sebbene il voto della plenaria che impone un salasso ai milioni di proprietari di case del nostro Paese in nome dell’efficientamento energetico a tappe forzate abbia sicuramente indirizzato la partita verso l’esito più infausto per chi chiedeva ragionevolezza, gli step che mancano affinché il percorso legislativo possa dirsi completo sono diversi.Tanto per cominciare, nell’architettura tricefala con cui è stata costituita l’Ue, il via libera alla direttiva ha certificato qual è la posizione del Parlamento europeo. Che è quella più estrema e condizionata dall’ideologia, dato il forte peso delle sinistre a Strasburgo. Il testo approvato martedì ora sarà sul tavolo del cosiddetto trilogo, vale a dire l’interlocuzione tra l’Europarlamento, la Commissione e il Consiglio: queste due ultime istituzioni, come è noto, avevano manifestato posizioni più morbide o quantomeno improntate a maggiore flessibilità. Qualora questa fase di negoziazione al più alto livello europeo porti a un esito che modifichi il testo approvato a Strasburgo, si dovrebbe procedere a una seconda lettura in Parlamento, dove ovviamente le varie forze politiche valuterebbero dette modifiche e si comporterebbero in Aula di conseguenza. A quel punto, visti i numerosi dubbi espressi dai Popolari ma anche dai liberali di Renew, le possibilità di un ammorbidimento si farebbero più concrete. La fase in cui i partiti della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni ripongono più speranze, però, è quella del negoziato con i governi nazionali, che investe anche le modalità di recepimento della direttiva. Qui il nostro esecutivo è stato chiarissimo: all’inizio di questa settimana, infatti, la Camera dei deputati ha approvato una mozione presentata su iniziativa della Lega e votata da tutto il centrodestra che impegna il governo a stoppare il testo attuale. Posizione che il presidente del Consiglio ha ribadito anche ieri nel corso del question time a Montecitorio, quando ha detto che si tratta di un testo che «prevede obiettivi temporali non raggiungibili per l’Italia, il cui patrimonio immobiliare è inserito in un contesto molto diverso da quello di altri Stati membri per ragioni storiche, per ragioni di conformazione geografica oltre che per una radicata visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane» e che «l’azione negoziale italiana in sede di Consiglio europeo aveva consentito di rivedere le tempistiche di adeguamento delle prestazioni energetiche degli edifici per renderle più graduali e meno stringenti, e in modo da garantire l’esenzione per alcune categorie», mentre «con il voto di ieri (martedì, ndr) il Parlamento europeo ha ritenuto di inasprire ulteriormente il testo iniziale e questa scelta che noi consideriamo irragionevole, mossa da un approccio ideologico, impone al governo di continuare a battersi per difendere gli interessi dei cittadini e della nazione».Nelle fila della Lega, a Bruxelles come a Roma, l’attenzione è ora volta a definire la strategia per questi passaggi: gli emendamenti proposti dalla pattuglia europea leghista in stretto coordinamento con Fdi e Fi sono stati tutti respinti, e gli accolti tra quelli presentati dagli altri gruppi non smuovono di un millimetro l’impianto della direttiva. Il presidente leghista del gruppo Id Marco Zanni spiega che «la lotta per difendere le case degli italiani è appena cominciata e noi continueremo a opporci a ogni livello, per fermare questa eurofollia, proprio come sta accadendo con un’altra proposta di Bruxelles che ci ha trovato fortemente contrari, quella sul bando alle auto a diesel e benzina dal 2035 e che ha visto l’Italia tornare protagonista in Europa per guidare il fronte del no grazie all’iniziativa di Matteo Salvini e del governo». «È necessario fare squadra con altri Paesi, spiega Zanni, «per creare un fronte comune capace di arginare e fermare questa direttiva. Non riusciamo a comprendere l’entusiasmo di Pd e M5s per una norma che porterebbe nuove imposizioni e nuovi oneri agli italiani, come un’europatrimoniale nascosta, da decine di migliaia di euro a famiglia. Tuttavia l’esito del voto in plenaria, con una coalizione Ursula ormai ridotta in pezzi, lascia ben sperare in vista dei negoziati del trilogo e dei successivi passaggi: il voto negativo da parte di molti, a cominciare dai Popolari tedeschi, è significativo e conferma che la maggioranza è tutto fuorché compatta. Siamo certi che riusciremo a ottenere importanti risultati a difesa dell’Italia e degli italiani», conclude Zanni , «La battaglia è appena cominciata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/casa-green-europa-opposizione-2659603386.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="primi-obblighi-nel-2026-in-meno-di-dieci-anni-soltanto-edifici-in-classe-d" data-post-id="2659603386" data-published-at="1678914192" data-use-pagination="False"> Primi obblighi nel 2026. In meno di dieci anni soltanto edifici in classe D Quella disegnata dalla direttiva sulla casa green è una marcia a tappe forzate che impone traguardi impossibili da raggiungere nei tempi stabiliti a tavolino. Già l’obiettivo di lungo periodo che si staglia all’orizzonte fa tremare i polsi: entro il 2050, gli immobili europei dovranno essere a emissioni zero. Peccato che, come rivela il testo approvato dall’Europarlamento, il 75 % degli immobili dell’Unione sia «tuttora inefficiente sul piano energetico. Il gas naturale è usato principalmente per il riscaldamento degli edifici e rappresenta circa il 42% dell’energia utilizzata per il riscaldamento degli ambienti nel settore residenziale. Seguono il petrolio, con il 14%, e il carbone, con circa il 3%». I primi a doversi adeguare saranno i nuovi edifici, sui quali sarà almeno possibile intervenire già in fase di progettazione. Fra meno di tre anni, ovvero dal 1° gennaio 2026, tutti i nuovi edifici occupati, gestiti o di proprietà delle autorità pubbliche dovranno essere a emissioni zero. La norma poi si estenderà, a partire dal 1° gennaio 2028, agli edifici privati in costruzione. Passiamo alla stangata per gli immobili esistenti. Dal 1° gennaio 2027 dovranno fare il salto in classe E tutti gli edifici non residenziali privati e tutti gli edifici e le unità immobiliari di proprietà di enti pubblici, che dovranno poi salire in classe D entro il 1° gennaio 2030. Agli edifici residenziali privati invece viene concesso qualche anno in più: dovranno raggiungere la classe E entro il 1° gennaio 2030 e la classe D entro il 1° gennaio 2033. Verranno introdotte nuove prescrizioni anche per quel che riguarda l’installazione di pannelli fotovoltaici: tutti i nuovi edifici per cui sarà tecnicamente ed economicamente possibile dovranno dotarsi di tecnologie solari entro il 2028. Il limite massimo si sposta al 2032 per gli edifici residenziali oggetto di importanti ristrutturazioni. Tutto quello che potranno fare i proprietari, che secondo le prime stime saranno costretti a sborsare fra i 40.000 e i 60.000 euro per ogni appartamento, sarà decidere se affrontare e pagare una ristrutturazione monstre una volta sola per raggiungere l’agognata classe D o se eseguire più interventi nel tempo. L’Ue nel frattempo stabilirà criteri uniformi per assegnare la classe energetica agli edifici, scavalcando le norme nazionali. Ogni Stato dovrà poi preparare un piano nazionale di ristrutturazione e «una tabella di marcia dettagliata fino al 2050 del fabbisogno d’investimenti per l’attuazione del piano nazionale di ristrutturazione, delle fonti e delle misure di finanziamento pubbliche e private e delle risorse amministrative per la ristrutturazione degli edifici». La tabella di marcia comprenderà «obiettivi nazionali ed emissioni nell’intero ciclo di vita per le diverse tipologie di edifici, da fissare a seguito dell’esercizio di valutazione globale, per il 2025 (meno di due anni, ndr), il 2030, il 2035 e il 2040, conformemente al meccanismo “al rialzo” stabilito nell’accordo di Parigi e a una tabella di marcia sulle prestazioni nell’intero ciclo di vita».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 maggio con Carlo Cambi
La caserma Tenente Francesco Lillo della Guardia di Finanza di Pavia (Ansa)
È il passaggio, nelle contestazioni lette ad Andrea Sempio, unico indagato per il delitto di Chiara Poggi, durante l’interrogatorio del 6 maggio scorso, che segna il punto di rottura definitivo della nuova inchiesta sul giallo di Garlasco e il cambio radicale della prospettiva investigativa. Nella stessa contestazione i magistrati sostengono che dall’indagine «sono emersi nuovi elementi che destituiscono di qualsiasi fondamento il «movente pornografico» in capo ad Alberto Stasi e per contro forniscono solidi elementi sul tentativo dell’approccio sessuale di Sempio». E subito dopo: «L’emersione delle responsabilità di Sempio si intreccia indissolubilmente con lo sgretolamento della responsabilità di Stasi». La Procura scrive anche che «l’attività investigativa svolta nel presente procedimento ha fatto venire alla luce circostanze ed elementi fattuali del tutto nuovi rispetto alle indagini dell’epoca e rispetto ai procedimenti successivi», quelli poi finiti in archivio. E vengono sottolineate le «evidenti omissioni» negli atti della sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Pavia, ovvero la «Squadretta» che lavorava con l’ex procuratore Mario Venditti. Ma c’è un giorno preciso in cui il destino giudiziario dei due deve essersi praticamente intrecciato. E coincide con la convocazione per l’interrogatorio. Sempio non si presenta. Stasi sì. Quando il verbale di Stasi è ormai chiuso e manca soltanto la rilettura del verbale, la notizia dell’assenza di Sempio arriva anche lì.
L’annotazione che accompagna il verbale descrive perfino un gesto di Stasi: «Due occhiate, la prima all’avvocato Antonio De Rensis e la seconda alla collega Giada Bocellari», con le quali «invita» i due «a guardare la telecamera, verosimilmente al fine di ricordare loro che la registrazione è ancora attiva». È De Rensis in quel momento a spiegare che «hanno battuto la notizia gli organi di stampa, non è un’indiscrezione…». E arriva la frase secca: «Totale mancanza di rispetto». Stasi la pronuncia a bassa voce, ma abbastanza forte da restare impressa nella registrazione. Solo pochi istanti prima l’interrogatorio era andato dritto sul punto focale dell’inchiesta: i video intimi tra Chiara e Alberto. La domanda è precisa: Chiara gli aveva mai detto che il fratello Marco fosse a conoscenza dell’esistenza di quei video? La risposta arriva esitante, frammentata: «Oggi non mi ricordo, ma direi di no! Tendo ad escluderlo… ecco». La Procura ipotizza che Marco conoscesse l’esistenza di quei file e che Sempio possa essere riuscito a copiarli dal computer di casa Poggi o a sottrarli da una pen drive. Marco Poggi, invece, nel suo ultimo verbale ha dichiarato: «Non mi so dare una spiegazione. L’unica plausibile, seppure assurda, visto che nell’intercettazione si parla di una chiavetta con video intimi, è che Sempio ha preso una penna usb che c’era in camera di Chiara e se l’è portata a casa». Del video era a conoscenza anche una delle cugine di Chiara, Stefania Cappa. Ma c’è un altro dato che emerge con forza dagli interrogatori: secondo Stasi, Chiara non gli parlò mai di Sempio. Né di avance. Né delle tre telefonate effettuate tra il 7 e l’8 agosto 2007 (che oggi vengono considerate un indizio importante). Quando il procuratore Fabio Napoleone gli chiede se Chiara gli avesse mai riferito di quei contatti, la risposta è netta: «No… non me l’ha riferito… non l’ha fatto». E poi una riflessione più lunga, quasi un tentativo di dare un senso a quel silenzio: «Non saprei dare un motivo... del perché non me l’ha detto, però sicuramente non me l’ha detto». Poi il procuratore cambia prospettiva e gli chiede direttamente se Chiara gli avesse mai parlato di Sempio. La risposta è ancora più secca: «No, no. Mai visto, mai sentito, confermo che prima di leggere quelle sit non sapevo neanche esistesse». Il riferimento è alle informazioni testimoniali raccolte all’epoca dalla Procura di Vigevano. E proprio lì emerge un dettaglio rimasto negli anni uno dei più controversi dell’intera vicenda: lo scontrino del parcheggio. «Mi aveva personalmente incuriosito, insospettito, la questione dello scontrino», afferma Stasi, «mi aveva lasciato un po’ sorpreso, perché io normalmente non conservo uno scontrino del parcheggio per anni e lo esibisco al bisogno». Nel 2017, però, fu sufficiente a scagionare Sempio.
Continua a leggereRiduci
Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
Continua a leggereRiduci