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2023-03-16
«Contro gli immobili verdi usiamo la frattura nella coalizione Ursula»
La battaglia contro la patrimoniale europea sulla casa è solo all’inizio. È il concetto su cui stanno insistendo da martedì pomeriggio tutti gli esponenti dei gruppi dell’Europarlamento che hanno detto no alla direttiva green, in particolare i deputati dei partiti del centrodestra italiano, i quali hanno dato prova di compattezza, favorendo una spaccatura in seno a Popolari e liberali che induce a essere ottimisti per i prossimi passaggi.
Perché l’iter delle leggi europee è piuttosto complesso, e sebbene il voto della plenaria che impone un salasso ai milioni di proprietari di case del nostro Paese in nome dell’efficientamento energetico a tappe forzate abbia sicuramente indirizzato la partita verso l’esito più infausto per chi chiedeva ragionevolezza, gli step che mancano affinché il percorso legislativo possa dirsi completo sono diversi.
Tanto per cominciare, nell’architettura tricefala con cui è stata costituita l’Ue, il via libera alla direttiva ha certificato qual è la posizione del Parlamento europeo. Che è quella più estrema e condizionata dall’ideologia, dato il forte peso delle sinistre a Strasburgo. Il testo approvato martedì ora sarà sul tavolo del cosiddetto trilogo, vale a dire l’interlocuzione tra l’Europarlamento, la Commissione e il Consiglio: queste due ultime istituzioni, come è noto, avevano manifestato posizioni più morbide o quantomeno improntate a maggiore flessibilità. Qualora questa fase di negoziazione al più alto livello europeo porti a un esito che modifichi il testo approvato a Strasburgo, si dovrebbe procedere a una seconda lettura in Parlamento, dove ovviamente le varie forze politiche valuterebbero dette modifiche e si comporterebbero in Aula di conseguenza. A quel punto, visti i numerosi dubbi espressi dai Popolari ma anche dai liberali di Renew, le possibilità di un ammorbidimento si farebbero più concrete. La fase in cui i partiti della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni ripongono più speranze, però, è quella del negoziato con i governi nazionali, che investe anche le modalità di recepimento della direttiva.
Qui il nostro esecutivo è stato chiarissimo: all’inizio di questa settimana, infatti, la Camera dei deputati ha approvato una mozione presentata su iniziativa della Lega e votata da tutto il centrodestra che impegna il governo a stoppare il testo attuale. Posizione che il presidente del Consiglio ha ribadito anche ieri nel corso del question time a Montecitorio, quando ha detto che si tratta di un testo che «prevede obiettivi temporali non raggiungibili per l’Italia, il cui patrimonio immobiliare è inserito in un contesto molto diverso da quello di altri Stati membri per ragioni storiche, per ragioni di conformazione geografica oltre che per una radicata visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane» e che «l’azione negoziale italiana in sede di Consiglio europeo aveva consentito di rivedere le tempistiche di adeguamento delle prestazioni energetiche degli edifici per renderle più graduali e meno stringenti, e in modo da garantire l’esenzione per alcune categorie», mentre «con il voto di ieri (martedì, ndr) il Parlamento europeo ha ritenuto di inasprire ulteriormente il testo iniziale e questa scelta che noi consideriamo irragionevole, mossa da un approccio ideologico, impone al governo di continuare a battersi per difendere gli interessi dei cittadini e della nazione».
Nelle fila della Lega, a Bruxelles come a Roma, l’attenzione è ora volta a definire la strategia per questi passaggi: gli emendamenti proposti dalla pattuglia europea leghista in stretto coordinamento con Fdi e Fi sono stati tutti respinti, e gli accolti tra quelli presentati dagli altri gruppi non smuovono di un millimetro l’impianto della direttiva. Il presidente leghista del gruppo Id Marco Zanni spiega che «la lotta per difendere le case degli italiani è appena cominciata e noi continueremo a opporci a ogni livello, per fermare questa eurofollia, proprio come sta accadendo con un’altra proposta di Bruxelles che ci ha trovato fortemente contrari, quella sul bando alle auto a diesel e benzina dal 2035 e che ha visto l’Italia tornare protagonista in Europa per guidare il fronte del no grazie all’iniziativa di Matteo Salvini e del governo». «È necessario fare squadra con altri Paesi, spiega Zanni, «per creare un fronte comune capace di arginare e fermare questa direttiva. Non riusciamo a comprendere l’entusiasmo di Pd e M5s per una norma che porterebbe nuove imposizioni e nuovi oneri agli italiani, come un’europatrimoniale nascosta, da decine di migliaia di euro a famiglia. Tuttavia l’esito del voto in plenaria, con una coalizione Ursula ormai ridotta in pezzi, lascia ben sperare in vista dei negoziati del trilogo e dei successivi passaggi: il voto negativo da parte di molti, a cominciare dai Popolari tedeschi, è significativo e conferma che la maggioranza è tutto fuorché compatta. Siamo certi che riusciremo a ottenere importanti risultati a difesa dell’Italia e degli italiani», conclude Zanni , «La battaglia è appena cominciata».
Primi obblighi nel 2026. In meno di dieci anni soltanto edifici in classe D
Quella disegnata dalla direttiva sulla casa green è una marcia a tappe forzate che impone traguardi impossibili da raggiungere nei tempi stabiliti a tavolino. Già l’obiettivo di lungo periodo che si staglia all’orizzonte fa tremare i polsi: entro il 2050, gli immobili europei dovranno essere a emissioni zero. Peccato che, come rivela il testo approvato dall’Europarlamento, il 75 % degli immobili dell’Unione sia «tuttora inefficiente sul piano energetico. Il gas naturale è usato principalmente per il riscaldamento degli edifici e rappresenta circa il 42% dell’energia utilizzata per il riscaldamento degli ambienti nel settore residenziale. Seguono il petrolio, con il 14%, e il carbone, con circa il 3%».
I primi a doversi adeguare saranno i nuovi edifici, sui quali sarà almeno possibile intervenire già in fase di progettazione. Fra meno di tre anni, ovvero dal 1° gennaio 2026, tutti i nuovi edifici occupati, gestiti o di proprietà delle autorità pubbliche dovranno essere a emissioni zero. La norma poi si estenderà, a partire dal 1° gennaio 2028, agli edifici privati in costruzione.
Passiamo alla stangata per gli immobili esistenti. Dal 1° gennaio 2027 dovranno fare il salto in classe E tutti gli edifici non residenziali privati e tutti gli edifici e le unità immobiliari di proprietà di enti pubblici, che dovranno poi salire in classe D entro il 1° gennaio 2030. Agli edifici residenziali privati invece viene concesso qualche anno in più: dovranno raggiungere la classe E entro il 1° gennaio 2030 e la classe D entro il 1° gennaio 2033. Verranno introdotte nuove prescrizioni anche per quel che riguarda l’installazione di pannelli fotovoltaici: tutti i nuovi edifici per cui sarà tecnicamente ed economicamente possibile dovranno dotarsi di tecnologie solari entro il 2028. Il limite massimo si sposta al 2032 per gli edifici residenziali oggetto di importanti ristrutturazioni.
Tutto quello che potranno fare i proprietari, che secondo le prime stime saranno costretti a sborsare fra i 40.000 e i 60.000 euro per ogni appartamento, sarà decidere se affrontare e pagare una ristrutturazione monstre una volta sola per raggiungere l’agognata classe D o se eseguire più interventi nel tempo. L’Ue nel frattempo stabilirà criteri uniformi per assegnare la classe energetica agli edifici, scavalcando le norme nazionali.
Ogni Stato dovrà poi preparare un piano nazionale di ristrutturazione e «una tabella di marcia dettagliata fino al 2050 del fabbisogno d’investimenti per l’attuazione del piano nazionale di ristrutturazione, delle fonti e delle misure di finanziamento pubbliche e private e delle risorse amministrative per la ristrutturazione degli edifici». La tabella di marcia comprenderà «obiettivi nazionali ed emissioni nell’intero ciclo di vita per le diverse tipologie di edifici, da fissare a seguito dell’esercizio di valutazione globale, per il 2025 (meno di due anni, ndr), il 2030, il 2035 e il 2040, conformemente al meccanismo “al rialzo” stabilito nell’accordo di Parigi e a una tabella di marcia sulle prestazioni nell’intero ciclo di vita».
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Consiglio e Commissione possono bloccare tutto. Giorgia Meloni annuncia battaglia. L’eurodeputato Marco Zanni: «Popolari spaccati dopo il no dei tedeschi. Fermeremo questa follia come il bando dei motori termici».Se non ci saranno modifiche, gli Stati dovranno presentare una tabella di marcia da aggiornare al rialzo ogni cinque anni.Lo speciale contiene due articoli.La battaglia contro la patrimoniale europea sulla casa è solo all’inizio. È il concetto su cui stanno insistendo da martedì pomeriggio tutti gli esponenti dei gruppi dell’Europarlamento che hanno detto no alla direttiva green, in particolare i deputati dei partiti del centrodestra italiano, i quali hanno dato prova di compattezza, favorendo una spaccatura in seno a Popolari e liberali che induce a essere ottimisti per i prossimi passaggi.Perché l’iter delle leggi europee è piuttosto complesso, e sebbene il voto della plenaria che impone un salasso ai milioni di proprietari di case del nostro Paese in nome dell’efficientamento energetico a tappe forzate abbia sicuramente indirizzato la partita verso l’esito più infausto per chi chiedeva ragionevolezza, gli step che mancano affinché il percorso legislativo possa dirsi completo sono diversi.Tanto per cominciare, nell’architettura tricefala con cui è stata costituita l’Ue, il via libera alla direttiva ha certificato qual è la posizione del Parlamento europeo. Che è quella più estrema e condizionata dall’ideologia, dato il forte peso delle sinistre a Strasburgo. Il testo approvato martedì ora sarà sul tavolo del cosiddetto trilogo, vale a dire l’interlocuzione tra l’Europarlamento, la Commissione e il Consiglio: queste due ultime istituzioni, come è noto, avevano manifestato posizioni più morbide o quantomeno improntate a maggiore flessibilità. Qualora questa fase di negoziazione al più alto livello europeo porti a un esito che modifichi il testo approvato a Strasburgo, si dovrebbe procedere a una seconda lettura in Parlamento, dove ovviamente le varie forze politiche valuterebbero dette modifiche e si comporterebbero in Aula di conseguenza. A quel punto, visti i numerosi dubbi espressi dai Popolari ma anche dai liberali di Renew, le possibilità di un ammorbidimento si farebbero più concrete. La fase in cui i partiti della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni ripongono più speranze, però, è quella del negoziato con i governi nazionali, che investe anche le modalità di recepimento della direttiva. Qui il nostro esecutivo è stato chiarissimo: all’inizio di questa settimana, infatti, la Camera dei deputati ha approvato una mozione presentata su iniziativa della Lega e votata da tutto il centrodestra che impegna il governo a stoppare il testo attuale. Posizione che il presidente del Consiglio ha ribadito anche ieri nel corso del question time a Montecitorio, quando ha detto che si tratta di un testo che «prevede obiettivi temporali non raggiungibili per l’Italia, il cui patrimonio immobiliare è inserito in un contesto molto diverso da quello di altri Stati membri per ragioni storiche, per ragioni di conformazione geografica oltre che per una radicata visione della casa come bene rifugio delle famiglie italiane» e che «l’azione negoziale italiana in sede di Consiglio europeo aveva consentito di rivedere le tempistiche di adeguamento delle prestazioni energetiche degli edifici per renderle più graduali e meno stringenti, e in modo da garantire l’esenzione per alcune categorie», mentre «con il voto di ieri (martedì, ndr) il Parlamento europeo ha ritenuto di inasprire ulteriormente il testo iniziale e questa scelta che noi consideriamo irragionevole, mossa da un approccio ideologico, impone al governo di continuare a battersi per difendere gli interessi dei cittadini e della nazione».Nelle fila della Lega, a Bruxelles come a Roma, l’attenzione è ora volta a definire la strategia per questi passaggi: gli emendamenti proposti dalla pattuglia europea leghista in stretto coordinamento con Fdi e Fi sono stati tutti respinti, e gli accolti tra quelli presentati dagli altri gruppi non smuovono di un millimetro l’impianto della direttiva. Il presidente leghista del gruppo Id Marco Zanni spiega che «la lotta per difendere le case degli italiani è appena cominciata e noi continueremo a opporci a ogni livello, per fermare questa eurofollia, proprio come sta accadendo con un’altra proposta di Bruxelles che ci ha trovato fortemente contrari, quella sul bando alle auto a diesel e benzina dal 2035 e che ha visto l’Italia tornare protagonista in Europa per guidare il fronte del no grazie all’iniziativa di Matteo Salvini e del governo». «È necessario fare squadra con altri Paesi, spiega Zanni, «per creare un fronte comune capace di arginare e fermare questa direttiva. Non riusciamo a comprendere l’entusiasmo di Pd e M5s per una norma che porterebbe nuove imposizioni e nuovi oneri agli italiani, come un’europatrimoniale nascosta, da decine di migliaia di euro a famiglia. Tuttavia l’esito del voto in plenaria, con una coalizione Ursula ormai ridotta in pezzi, lascia ben sperare in vista dei negoziati del trilogo e dei successivi passaggi: il voto negativo da parte di molti, a cominciare dai Popolari tedeschi, è significativo e conferma che la maggioranza è tutto fuorché compatta. Siamo certi che riusciremo a ottenere importanti risultati a difesa dell’Italia e degli italiani», conclude Zanni , «La battaglia è appena cominciata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/casa-green-europa-opposizione-2659603386.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="primi-obblighi-nel-2026-in-meno-di-dieci-anni-soltanto-edifici-in-classe-d" data-post-id="2659603386" data-published-at="1678914192" data-use-pagination="False"> Primi obblighi nel 2026. In meno di dieci anni soltanto edifici in classe D Quella disegnata dalla direttiva sulla casa green è una marcia a tappe forzate che impone traguardi impossibili da raggiungere nei tempi stabiliti a tavolino. Già l’obiettivo di lungo periodo che si staglia all’orizzonte fa tremare i polsi: entro il 2050, gli immobili europei dovranno essere a emissioni zero. Peccato che, come rivela il testo approvato dall’Europarlamento, il 75 % degli immobili dell’Unione sia «tuttora inefficiente sul piano energetico. Il gas naturale è usato principalmente per il riscaldamento degli edifici e rappresenta circa il 42% dell’energia utilizzata per il riscaldamento degli ambienti nel settore residenziale. Seguono il petrolio, con il 14%, e il carbone, con circa il 3%». I primi a doversi adeguare saranno i nuovi edifici, sui quali sarà almeno possibile intervenire già in fase di progettazione. Fra meno di tre anni, ovvero dal 1° gennaio 2026, tutti i nuovi edifici occupati, gestiti o di proprietà delle autorità pubbliche dovranno essere a emissioni zero. La norma poi si estenderà, a partire dal 1° gennaio 2028, agli edifici privati in costruzione. Passiamo alla stangata per gli immobili esistenti. Dal 1° gennaio 2027 dovranno fare il salto in classe E tutti gli edifici non residenziali privati e tutti gli edifici e le unità immobiliari di proprietà di enti pubblici, che dovranno poi salire in classe D entro il 1° gennaio 2030. Agli edifici residenziali privati invece viene concesso qualche anno in più: dovranno raggiungere la classe E entro il 1° gennaio 2030 e la classe D entro il 1° gennaio 2033. Verranno introdotte nuove prescrizioni anche per quel che riguarda l’installazione di pannelli fotovoltaici: tutti i nuovi edifici per cui sarà tecnicamente ed economicamente possibile dovranno dotarsi di tecnologie solari entro il 2028. Il limite massimo si sposta al 2032 per gli edifici residenziali oggetto di importanti ristrutturazioni. Tutto quello che potranno fare i proprietari, che secondo le prime stime saranno costretti a sborsare fra i 40.000 e i 60.000 euro per ogni appartamento, sarà decidere se affrontare e pagare una ristrutturazione monstre una volta sola per raggiungere l’agognata classe D o se eseguire più interventi nel tempo. L’Ue nel frattempo stabilirà criteri uniformi per assegnare la classe energetica agli edifici, scavalcando le norme nazionali. Ogni Stato dovrà poi preparare un piano nazionale di ristrutturazione e «una tabella di marcia dettagliata fino al 2050 del fabbisogno d’investimenti per l’attuazione del piano nazionale di ristrutturazione, delle fonti e delle misure di finanziamento pubbliche e private e delle risorse amministrative per la ristrutturazione degli edifici». La tabella di marcia comprenderà «obiettivi nazionali ed emissioni nell’intero ciclo di vita per le diverse tipologie di edifici, da fissare a seguito dell’esercizio di valutazione globale, per il 2025 (meno di due anni, ndr), il 2030, il 2035 e il 2040, conformemente al meccanismo “al rialzo” stabilito nell’accordo di Parigi e a una tabella di marcia sulle prestazioni nell’intero ciclo di vita».
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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