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2020-12-27
Cartelle e affitti, la manovra è un flagello
Roberto Gualtieri (Ansa)
Non bastavano i danni legati a un iter surreale della legge di bilancio. La cosa è senza precedenti: solo oggi, infatti, la Camera licenzierà la manovra in prima lettura. Morale: il Senato avrà appena quattro giorni per guardare (ma non per toccare) il «pacco» infiocchettato proveniente da Montecitorio, e per approvarlo a scatola chiusa, pena il rischio dell'esercizio provvisorio. Così la seconda lettura parlamentare sarà praticamente cancellata: e pure la prima è stata funestata per un verso dal ritardo (ben un mese) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e per altro dai pasticci del governo, smentito e redarguito dalla Ragioneria generale. La quale è a sua volta incorporata nel Mef: con la situazione tragicomica di un Mef che con una mano ha dato parere favorevole a una serie di emendamenti e con l'altra è stato bacchettato per questo dalla sua stessa Ragioneria.
Ma, non pago, il governo si prepara a un altro attacco ai contribuenti. A meno di colpi di scena, nel Milleproproghe, cioè nel provvedimento che tutti ritenevano naturalmente adatto a questo tipo di intervento, non si è fatto nulla per fermare l'incredibile minaccia che pende sulla testa degli italiani. In mancanza di un provvedimento che arresti il plotone d'esecuzione fiscale (che era stato stoppato per l'ultima volta a metà ottobre), dal 1° gennaio ci sono infatti circa 31 milioni di atti dell'Agenzia delle entrate pronti a partire: circa 12 milioni di cartelle ferme di quest'anno, più 8-9 milioni di atti della riscossione, più altri 10 milioni di atti, tra avvisi e accertamenti. Solo dei marziani possono ritenere che, dopo un simile anno e nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia.
La cosa ha tre volte il sapore della beffa. Una prima volta, per il confronto con il blocco degli sfratti (di cui parliamo in questa stessa pagina): quando a sopportare i costi di un atto di «bontà» deve essere un privato, lo Stato non ha esitazione a deciderlo. Se invece si tratta di qualcosa che può avere effetto sull'erario, la macchina pubblica non si ferma affatto. Una seconda volta perché a subire l'arrivo delle cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie destinatarie di minime misure di «ristoro»: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l'altra si riprende molto di più. Una terza volta, perché qui non stiamo parlando di evasione, ma di somme regolarmente dichiarate, e che però le persone (singoli, partite Iva, imprese) non hanno avuto la liquidità necessaria per pagare.
Ma attenzione, non finisce qui. La diagnosi del commercialista Giuliano Mandolesi è devastante. Intanto, chi ha usufruito di una sospensione dall'8 marzo scorso al 31 dicembre (rateizzazioni in corso sospese, cartelle sospese, eccetera) dovrà versare tutto entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione, dunque entro il 31 gennaio prossimo. Sottolinea Mandolesi: «Perché non far slittare in avanti tutto il piano di sospensione? Perché pretendere in un solo giorno tutte le rate sospese? Quel giorno rischia di trasformarsi in un autentico bagno di sangue». In effetti, almeno, un'operazione graduale nel tempo sarebbe stata minimamente più sopportabile. Stesso discorso per le rottamazioni. E poi scatta tutto il resto, ad esempio le eventuali rate Iva il cui pagamento sia stato saltato da un'impresa in questo terribile 2020: «L'operazione è molto più veloce che in passato», spiega il commercialista, «nel senso che il primo avviso può arrivare presto, e prevede già la richiesta di un 10% in più».
Per questo si imporrebbe un nuovo stop a questa raffica di scadenze, e ragionevolezza vorrebbe che si usasse il tempo della nuova sospensione per immaginare una soluzione strutturale. «Ad esempio», ragiona Mandolesi, «si potrebbe decidere l'eliminazione delle sanzioni e una nuova operazione di vero fisco amico, non per finta, per consentire un nuovo piano di rateizzazioni in partenza dal 1° gennaio 2022». Dando almeno un po' di respiro per organizzarsi e poter materialmente pagare qualcosa. Il rischio è invece un accavallarsi di comportamenti paradossali da parte del fisco verso le imprese: ti faccio stare chiuso (o ti impongo una chiusura strisciante), pretendo entro il 31 gennaio somme che non hai, e in più magari ti faccio anche arrivare altre cartelle. Serve altro per scatenare la giusta indignazione degli italiani? La sensazione è che più di qualcuno, a Roma, o non abbia capito, o faccia finta di non aver compreso la drammaticità della situazione.
Intanto, il centro studi di Unimpresa ha lanciato un ulteriore allarme: dal 1° gennaio cambieranno le regole per i conti correnti a causa dell'entrata in vigore delle nuove norme dell'Eba, l'autorità bancaria europea, che impongono agli istituti di credito, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, di segnalare il cliente alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come «credito malato». Inoltre, gli addebiti automatici dei conti scoperti non saranno più consentiti: se i clienti non avranno sufficienti disponibilità liquide si rischia un improvviso stop ai pagamenti di utenze, stipendi, contributi e rate di finanziamenti.
Altra tegola sui proprietari di casa
Ennesimo sfregio nel Milleproroghe ai danni degli italiani «colpevoli» di essere proprietari di un immobile, se non interverrà una assolutamente necessaria opera di correzione parlamentare del decreto.
Si tratta della decisione del governo di sospendere ancora, fino al 30 giugno 2021, l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili per morosità. Insomma, prosegue il blocco degli sfratti, con tanti saluti al diritto di proprietà e a un minimo di elementare rispetto dello Stato di diritto, e senza peraltro prevedere nemmeno uno straccio di risarcimento a favore dei proprietari. I quali, a questo punto, si troveranno stretti nella tenaglia tra l'eventuale comportamento scorretto di quegli inquilini che si riterranno in qualche misura «legittimati» a non pagare l'affitto e l'esosità di uno Stato che impone ogni anno 21 miliardi di patrimoniale sul mattone.
Siamo cioè alle solite: lo Stato per un verso si concede un atto di solidarietà sociale a favore degli inquilini (ma lo fa pagare ai proprietari), e per altro verso continua a stangare fiscalmente i locatori.
Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, oltre a protestare contro questa misura, sta raccogliendo e pubblicando sui canali social della sua associazione decine e decine di testimonianze di persone che stanno tuttora pagando il mutuo per l'appartamento di loro proprietà, o che dall'affitto dovrebbero trarre risorse indispensabili per sé e la propria famiglia, e che il governo non sembra considerare in alcun modo. Come se la proprietà di un immobile (in un Paese a proprietà diffusa capillarmente) fosse una colpa suscettibile di essere punita dalla mano pubblica.
Conversando con La Verità, Spaziani Testa sottolinea «la rabbia ignorata dalle istituzioni, la vera e propria esasperazione di persone che sono private del loro bene, non ricevono nulla in cambio, e continuano a pagare l'Imu». Il presidente di Confedilizia fa infatti notare che almeno, come piccolo segno di buona volontà pubblica, com'è del resto accaduto per alcune categorie di imprenditori del turismo, si potrebbe alleggerire il carico Imu in questa situazione.
Spaziani Testa fa anche osservare la composizione sociale ed economica dei proprietari: sia chiaro, lo Stato di diritto dovrebbe tutelare anche i più ricchi, cioè anche i proprietari di più immobili, ma la gran parte dei locatori non è affatto in quella situazione economica e patrimoniale, e dunque a maggior ragione la vessazione nei loro confronti grida vendetta: «Non solo le storie che stiamo pubblicando, ma gli stessi dati confermano che i redditi ufficiali dei locatori, più o meno nel 60% dei casi, sono circa di 26.000 euro lordi annui». Insomma, persone per cui quell'entrata è decisiva, nel senso che o vivono di quello o su quello basano una indispensabile integrazione di pensioni e stipendi.
Peraltro, con quest'ultima sospensione, si arriva a ormai 16 mesi di blocco degli sfratti, a cui - fa notare il presidente di Confedilizia - «va aggiunto tutto ciò che già accadeva nei periodi precedenti, tra lungaggini giudiziarie, favor generalizzato della magistratura nei confronti dell'inquilino e così via». Proseguendo su questa strada, chi si fiderà più a dare in affitto un immobile? Confedilizia sta anche cercando di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, ma occorre un giudice coraggioso che sollevi il tema davanti alla Consulta.
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L'elemosina dei ristori spazzata via dalla follia della legge di Bilancio che il Parlamento subirà passivamente in queste ore: da gennaio partono milioni di richieste di tasse arretrate. E prosegue pure il blocco degli sfratti.Prorogato il blocco degli sfratti fino a giugno senza stoppare l'Imu. Nel 60% dei casi l'affitto rende solo 26.000 euro lordi l'anno. Confedilizia: «Rabbia ed esasperazione».Lo speciale contiene due articoli. Non bastavano i danni legati a un iter surreale della legge di bilancio. La cosa è senza precedenti: solo oggi, infatti, la Camera licenzierà la manovra in prima lettura. Morale: il Senato avrà appena quattro giorni per guardare (ma non per toccare) il «pacco» infiocchettato proveniente da Montecitorio, e per approvarlo a scatola chiusa, pena il rischio dell'esercizio provvisorio. Così la seconda lettura parlamentare sarà praticamente cancellata: e pure la prima è stata funestata per un verso dal ritardo (ben un mese) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e per altro dai pasticci del governo, smentito e redarguito dalla Ragioneria generale. La quale è a sua volta incorporata nel Mef: con la situazione tragicomica di un Mef che con una mano ha dato parere favorevole a una serie di emendamenti e con l'altra è stato bacchettato per questo dalla sua stessa Ragioneria. Ma, non pago, il governo si prepara a un altro attacco ai contribuenti. A meno di colpi di scena, nel Milleproproghe, cioè nel provvedimento che tutti ritenevano naturalmente adatto a questo tipo di intervento, non si è fatto nulla per fermare l'incredibile minaccia che pende sulla testa degli italiani. In mancanza di un provvedimento che arresti il plotone d'esecuzione fiscale (che era stato stoppato per l'ultima volta a metà ottobre), dal 1° gennaio ci sono infatti circa 31 milioni di atti dell'Agenzia delle entrate pronti a partire: circa 12 milioni di cartelle ferme di quest'anno, più 8-9 milioni di atti della riscossione, più altri 10 milioni di atti, tra avvisi e accertamenti. Solo dei marziani possono ritenere che, dopo un simile anno e nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia. La cosa ha tre volte il sapore della beffa. Una prima volta, per il confronto con il blocco degli sfratti (di cui parliamo in questa stessa pagina): quando a sopportare i costi di un atto di «bontà» deve essere un privato, lo Stato non ha esitazione a deciderlo. Se invece si tratta di qualcosa che può avere effetto sull'erario, la macchina pubblica non si ferma affatto. Una seconda volta perché a subire l'arrivo delle cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie destinatarie di minime misure di «ristoro»: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l'altra si riprende molto di più. Una terza volta, perché qui non stiamo parlando di evasione, ma di somme regolarmente dichiarate, e che però le persone (singoli, partite Iva, imprese) non hanno avuto la liquidità necessaria per pagare. Ma attenzione, non finisce qui. La diagnosi del commercialista Giuliano Mandolesi è devastante. Intanto, chi ha usufruito di una sospensione dall'8 marzo scorso al 31 dicembre (rateizzazioni in corso sospese, cartelle sospese, eccetera) dovrà versare tutto entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione, dunque entro il 31 gennaio prossimo. Sottolinea Mandolesi: «Perché non far slittare in avanti tutto il piano di sospensione? Perché pretendere in un solo giorno tutte le rate sospese? Quel giorno rischia di trasformarsi in un autentico bagno di sangue». In effetti, almeno, un'operazione graduale nel tempo sarebbe stata minimamente più sopportabile. Stesso discorso per le rottamazioni. E poi scatta tutto il resto, ad esempio le eventuali rate Iva il cui pagamento sia stato saltato da un'impresa in questo terribile 2020: «L'operazione è molto più veloce che in passato», spiega il commercialista, «nel senso che il primo avviso può arrivare presto, e prevede già la richiesta di un 10% in più». Per questo si imporrebbe un nuovo stop a questa raffica di scadenze, e ragionevolezza vorrebbe che si usasse il tempo della nuova sospensione per immaginare una soluzione strutturale. «Ad esempio», ragiona Mandolesi, «si potrebbe decidere l'eliminazione delle sanzioni e una nuova operazione di vero fisco amico, non per finta, per consentire un nuovo piano di rateizzazioni in partenza dal 1° gennaio 2022». Dando almeno un po' di respiro per organizzarsi e poter materialmente pagare qualcosa. Il rischio è invece un accavallarsi di comportamenti paradossali da parte del fisco verso le imprese: ti faccio stare chiuso (o ti impongo una chiusura strisciante), pretendo entro il 31 gennaio somme che non hai, e in più magari ti faccio anche arrivare altre cartelle. Serve altro per scatenare la giusta indignazione degli italiani? La sensazione è che più di qualcuno, a Roma, o non abbia capito, o faccia finta di non aver compreso la drammaticità della situazione. Intanto, il centro studi di Unimpresa ha lanciato un ulteriore allarme: dal 1° gennaio cambieranno le regole per i conti correnti a causa dell'entrata in vigore delle nuove norme dell'Eba, l'autorità bancaria europea, che impongono agli istituti di credito, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, di segnalare il cliente alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come «credito malato». Inoltre, gli addebiti automatici dei conti scoperti non saranno più consentiti: se i clienti non avranno sufficienti disponibilità liquide si rischia un improvviso stop ai pagamenti di utenze, stipendi, contributi e rate di finanziamenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartelle-e-affitti-la-manovra-e-un-flagello-2649648344.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-tegola-sui-proprietari-di-casa" data-post-id="2649648344" data-published-at="1609012528" data-use-pagination="False"> Altra tegola sui proprietari di casa Ennesimo sfregio nel Milleproroghe ai danni degli italiani «colpevoli» di essere proprietari di un immobile, se non interverrà una assolutamente necessaria opera di correzione parlamentare del decreto. Si tratta della decisione del governo di sospendere ancora, fino al 30 giugno 2021, l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili per morosità. Insomma, prosegue il blocco degli sfratti, con tanti saluti al diritto di proprietà e a un minimo di elementare rispetto dello Stato di diritto, e senza peraltro prevedere nemmeno uno straccio di risarcimento a favore dei proprietari. I quali, a questo punto, si troveranno stretti nella tenaglia tra l'eventuale comportamento scorretto di quegli inquilini che si riterranno in qualche misura «legittimati» a non pagare l'affitto e l'esosità di uno Stato che impone ogni anno 21 miliardi di patrimoniale sul mattone. Siamo cioè alle solite: lo Stato per un verso si concede un atto di solidarietà sociale a favore degli inquilini (ma lo fa pagare ai proprietari), e per altro verso continua a stangare fiscalmente i locatori. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, oltre a protestare contro questa misura, sta raccogliendo e pubblicando sui canali social della sua associazione decine e decine di testimonianze di persone che stanno tuttora pagando il mutuo per l'appartamento di loro proprietà, o che dall'affitto dovrebbero trarre risorse indispensabili per sé e la propria famiglia, e che il governo non sembra considerare in alcun modo. Come se la proprietà di un immobile (in un Paese a proprietà diffusa capillarmente) fosse una colpa suscettibile di essere punita dalla mano pubblica. Conversando con La Verità, Spaziani Testa sottolinea «la rabbia ignorata dalle istituzioni, la vera e propria esasperazione di persone che sono private del loro bene, non ricevono nulla in cambio, e continuano a pagare l'Imu». Il presidente di Confedilizia fa infatti notare che almeno, come piccolo segno di buona volontà pubblica, com'è del resto accaduto per alcune categorie di imprenditori del turismo, si potrebbe alleggerire il carico Imu in questa situazione. Spaziani Testa fa anche osservare la composizione sociale ed economica dei proprietari: sia chiaro, lo Stato di diritto dovrebbe tutelare anche i più ricchi, cioè anche i proprietari di più immobili, ma la gran parte dei locatori non è affatto in quella situazione economica e patrimoniale, e dunque a maggior ragione la vessazione nei loro confronti grida vendetta: «Non solo le storie che stiamo pubblicando, ma gli stessi dati confermano che i redditi ufficiali dei locatori, più o meno nel 60% dei casi, sono circa di 26.000 euro lordi annui». Insomma, persone per cui quell'entrata è decisiva, nel senso che o vivono di quello o su quello basano una indispensabile integrazione di pensioni e stipendi. Peraltro, con quest'ultima sospensione, si arriva a ormai 16 mesi di blocco degli sfratti, a cui - fa notare il presidente di Confedilizia - «va aggiunto tutto ciò che già accadeva nei periodi precedenti, tra lungaggini giudiziarie, favor generalizzato della magistratura nei confronti dell'inquilino e così via». Proseguendo su questa strada, chi si fiderà più a dare in affitto un immobile? Confedilizia sta anche cercando di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, ma occorre un giudice coraggioso che sollevi il tema davanti alla Consulta.
Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, spiega che cosa sta succedendo: il Qatar sospende la produzione di Gnl e il prezzo del gas vola al Ttf di Amsterdam.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 marzo 2026. Il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba ci racconta la sua odissea da vittima di dossieraggio.
Dal 2008 le nascite sono diminuite del 35,8% e nel 2024 il tasso di fertilità è sceso a 1,18 figli per donna, minimo storico. Numeri che descrivono un trend strutturale di lungo periodo e che proiettano l'Italia verso il cosiddetto «inverno demografico»: entro il 2050 meno residenti, più anziani e un sistema pensionistico a rischio.
Gli italiani non fanno più figli, una frase che ormai da qualche anno sentiamo ripetere quasi meccanicamente nei servizi dei vari telegiornali. Ci sono però diversi aspetti, al di là della magnitudine del calo della popolazione, che meriterebbero un approfondimento. Permetteteci un’anticipazione: la situazione è molto grave.
L'Italia sta attraversando una crisi demografica senza precedenti nella sua storia, un vero e proprio «inverno demografico» che rischia di lasciare il Paese in un gigantesco museo a cielo aperto, dove i visitatori ammireranno bellezze artistiche custodite da una popolazione sempre più anziana e meno numerosa. I dati dell'Istat per il 2024 sono piuttosto evidenti al riguardo.
Il tasso di fertilità, indicatore di riferimento in merito alla salute riproduttiva della popolazione, è crollato a 1,18 figli per donna, il minimo storico assoluto, mentre le proiezioni per il 2025 indicano un ulteriore crollo a 1,13. Per comprendere l'entità del disastro basta confrontare questi numeri con il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, necessario per mantenere stabile una popolazione senza apporto migratorio. L'Italia, anche prendendo in considerazione l’immigrazione, si trova ormai a metà di quel traguardo, e la tendenza è inesorabilmente discendente.
Nel 2024 le nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto all'anno precedente, con una contrazione del 2,6% che conferma la media annua del -2,7% registrata dal 2008. Rispetto al picco di quell’anno, quando nacquero oltre 576.000 bambini, il Paese ha perso più di un terzo delle nascite, con una diminuzione complessiva del 35,8%. Ma i dati provvisori relativi ai primi sette mesi del 2025 sono ancora più allarmanti: le nascite sono diminuite di circa 13.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2024, con un crollo del 6,3%.
Molti dei danni non sono più recuperabili, le donne in età riproduttiva (15-49 anni), ad esempio, che oggi ammontano a 11,5 milioni, si ridurranno a 9,1 milioni nel 2050. Anche ipotizzando un recupero della fecondità, il numero assoluto di nascite continuerà a calare per la semplice mancanza di potenziali madri.
Entro il 2050 la popolazione residente scenderà da 59 a 54,7 milioni, con un'età media record che arriverà ai 51 anni. Gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre i giovani fino ai 14 anni scenderanno all'11,2%. Anche per questo dato le conseguenze sono autoevidenti: il rapporto tra popolazione attiva (15-64 anni) e anziani diventerà insostenibile, con i lavoratori attivi che diminuiranno da 37,4 a 29,7 milioni, mentre gli ultra-sessantacinquenni cresceranno considerevolmente. L'INPS ha già lanciato l’allarme sul fatto che il sistema pensionistico non sarà più finanziabile senza deficit, con un rapporto attivi/pensionati che diventerà matematicamente ingestibile.
La trasformazione demografica riguarderà anche le famiglie italiane, o forse sarebbe più corretto dire le «non-famiglie», visto che le proiezioni ISTAT per il 2050 indicano che solo famiglia su cinque sarà composta da una coppia con figli (oggi sono tre su dieci). Mentre il 41,1% sarà formata da persone sole, rispetto al 36,8% attuale. La dimensione media familiare si ridurrà da 2,21 a 2,03 componenti, con un incremento del 13% delle persone sole che porterà il loro numero da 9,7 a 11 milioni. Tra queste, gli anziani soli cresceranno da 4,6 a 6,5 milioni, persone che in molti casi dovranno affrontare la vecchiaia senza rete familiare di supporto.
Le conseguenze economiche e sociali si faranno sentire; un Paese con meno consumatori, meno domanda interna, meno innovazione e una popolazione lavorativa in contrazione, vedrà giocoforza la propria competitività globale diminuire. L'economia italiana dovrà fare i conti con una spirale «deflattiva» permanente: meno giovani significano meno imprese innovative, meno startup, meno dinamismo imprenditoriale e, più banalmente, meno forza lavoro disponibile.
L'Italia rischia quindi di diventare un «Paese museo» non solo metaforicamente ma anche nella realtà. Ci vengano perdonati i toni allarmistici, ma di allarme si tratta. Senza interventi strutturali radicali il 2050 potrebbe simbolicamente segnare l'ingresso definitivo dell'Italia in una nuova era demografica, quella di una civiltà che ha smesso di riprodursi e che contempla il proprio declino con la rassegnazione di chi osserva un reperto archeologico.
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Uno specialista del 4° Reggimento Alpini paracadutisti in Alaska (Esercito Italiano)
L’esercitazione, che si è sviluppata in uno scenario warfighting con confronto tra forze contrapposte di pari livello tecnologico (peer-to-peer) in ambiente artico, è stata caratterizzata da un forte realismo ed un elevato grado di complessità, con il coinvolgimento di assetti di varie nazioni, un rilevante numero di personale e mezzi operativi e di supporto nella vasta area addestrativa di Fort Wainwright.
Nel corso dell’attività si è strutturato il confronto sul terreno di due unità di livello Brigata (Infrantry Brigade Combat Team) e i Ranger hanno operato in stretto collegamento con i Berretti Verdi del 10° Special Forces Group dello United States Army Special Operations Command (USASOC), costituendo distaccamenti operativi, per la condotta di Operazioni Speciali nelle aree assegnate e a supporto delle rispettive Forze di manovra.
Durante le tre settimane di esercitazione, il focus addestrativo ha riguardato la condotta di tutto lo spettro delle Operazioni Speciali con specifico riferimento alle attività cinetiche in ambiente artico innevato. Sono state svolte ricognizioni speciali anche a lungo raggio grazie all’impiego di motoslitte, azioni dirette di varia tipologia (sia stand off con guida terminale di munizionamento, raid con l’utilizzo di droni FPV, sia hands on con demolizione di manufatti, recupero di materiali o imboscate) e anche attività di assistenza a favore di possibili forze irregolari.
A conclusione dell’attività addestrativa, il Comandante del COMFOSE, il Generale di Brigata Carmine Vizzuso e il Comandante del 4° reggimento Alpini Paracadutisti, il Colonnello Paolo Rocchi, si sono recati in visita a Fort Wainwright per visionare alcune delle attività condotte dai Ranger e partecipare all’attività dimostrativa organizzata dal JPMRC-AK.
L’esercitazione ha rappresentato un’opportunità addestrativa molto proficua ed unica nel suo genere, permettendo ai membri delle Forze Speciali di operare in uno scenario ad alta intensità e con ritmi operativi serrati, in un ambiente naturale estremo e permettendo ai Ranger di incrementare ulteriormente l’interoperabilità con le forze speciali e le forze convenzionali di altri Paesi.
I Ranger dell’Esercito, preparati a condurre tutto lo spettro delle Operazioni Speciali (Military Assistance, Special Reconnaissance e Direct Action), sono particolarmente addestrati ed equipaggiati per operare in contesti ad alta intensità e complessità, con uno specifico focus sul combattimento in ambiente montano artico.
Il 4° reggimento Alpini paracadutisti rappresenta un’eccellenza assoluta, i cui operatori, apprezzati anche a livello internazionale, sono in grado di intervenire sempre con la massima prontezza e tempestività in ogni situazione.
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