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2020-12-27
Cartelle e affitti, la manovra è un flagello
Roberto Gualtieri (Ansa)
Non bastavano i danni legati a un iter surreale della legge di bilancio. La cosa è senza precedenti: solo oggi, infatti, la Camera licenzierà la manovra in prima lettura. Morale: il Senato avrà appena quattro giorni per guardare (ma non per toccare) il «pacco» infiocchettato proveniente da Montecitorio, e per approvarlo a scatola chiusa, pena il rischio dell'esercizio provvisorio. Così la seconda lettura parlamentare sarà praticamente cancellata: e pure la prima è stata funestata per un verso dal ritardo (ben un mese) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e per altro dai pasticci del governo, smentito e redarguito dalla Ragioneria generale. La quale è a sua volta incorporata nel Mef: con la situazione tragicomica di un Mef che con una mano ha dato parere favorevole a una serie di emendamenti e con l'altra è stato bacchettato per questo dalla sua stessa Ragioneria.
Ma, non pago, il governo si prepara a un altro attacco ai contribuenti. A meno di colpi di scena, nel Milleproproghe, cioè nel provvedimento che tutti ritenevano naturalmente adatto a questo tipo di intervento, non si è fatto nulla per fermare l'incredibile minaccia che pende sulla testa degli italiani. In mancanza di un provvedimento che arresti il plotone d'esecuzione fiscale (che era stato stoppato per l'ultima volta a metà ottobre), dal 1° gennaio ci sono infatti circa 31 milioni di atti dell'Agenzia delle entrate pronti a partire: circa 12 milioni di cartelle ferme di quest'anno, più 8-9 milioni di atti della riscossione, più altri 10 milioni di atti, tra avvisi e accertamenti. Solo dei marziani possono ritenere che, dopo un simile anno e nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia.
La cosa ha tre volte il sapore della beffa. Una prima volta, per il confronto con il blocco degli sfratti (di cui parliamo in questa stessa pagina): quando a sopportare i costi di un atto di «bontà» deve essere un privato, lo Stato non ha esitazione a deciderlo. Se invece si tratta di qualcosa che può avere effetto sull'erario, la macchina pubblica non si ferma affatto. Una seconda volta perché a subire l'arrivo delle cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie destinatarie di minime misure di «ristoro»: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l'altra si riprende molto di più. Una terza volta, perché qui non stiamo parlando di evasione, ma di somme regolarmente dichiarate, e che però le persone (singoli, partite Iva, imprese) non hanno avuto la liquidità necessaria per pagare.
Ma attenzione, non finisce qui. La diagnosi del commercialista Giuliano Mandolesi è devastante. Intanto, chi ha usufruito di una sospensione dall'8 marzo scorso al 31 dicembre (rateizzazioni in corso sospese, cartelle sospese, eccetera) dovrà versare tutto entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione, dunque entro il 31 gennaio prossimo. Sottolinea Mandolesi: «Perché non far slittare in avanti tutto il piano di sospensione? Perché pretendere in un solo giorno tutte le rate sospese? Quel giorno rischia di trasformarsi in un autentico bagno di sangue». In effetti, almeno, un'operazione graduale nel tempo sarebbe stata minimamente più sopportabile. Stesso discorso per le rottamazioni. E poi scatta tutto il resto, ad esempio le eventuali rate Iva il cui pagamento sia stato saltato da un'impresa in questo terribile 2020: «L'operazione è molto più veloce che in passato», spiega il commercialista, «nel senso che il primo avviso può arrivare presto, e prevede già la richiesta di un 10% in più».
Per questo si imporrebbe un nuovo stop a questa raffica di scadenze, e ragionevolezza vorrebbe che si usasse il tempo della nuova sospensione per immaginare una soluzione strutturale. «Ad esempio», ragiona Mandolesi, «si potrebbe decidere l'eliminazione delle sanzioni e una nuova operazione di vero fisco amico, non per finta, per consentire un nuovo piano di rateizzazioni in partenza dal 1° gennaio 2022». Dando almeno un po' di respiro per organizzarsi e poter materialmente pagare qualcosa. Il rischio è invece un accavallarsi di comportamenti paradossali da parte del fisco verso le imprese: ti faccio stare chiuso (o ti impongo una chiusura strisciante), pretendo entro il 31 gennaio somme che non hai, e in più magari ti faccio anche arrivare altre cartelle. Serve altro per scatenare la giusta indignazione degli italiani? La sensazione è che più di qualcuno, a Roma, o non abbia capito, o faccia finta di non aver compreso la drammaticità della situazione.
Intanto, il centro studi di Unimpresa ha lanciato un ulteriore allarme: dal 1° gennaio cambieranno le regole per i conti correnti a causa dell'entrata in vigore delle nuove norme dell'Eba, l'autorità bancaria europea, che impongono agli istituti di credito, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, di segnalare il cliente alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come «credito malato». Inoltre, gli addebiti automatici dei conti scoperti non saranno più consentiti: se i clienti non avranno sufficienti disponibilità liquide si rischia un improvviso stop ai pagamenti di utenze, stipendi, contributi e rate di finanziamenti.
Altra tegola sui proprietari di casa
Ennesimo sfregio nel Milleproroghe ai danni degli italiani «colpevoli» di essere proprietari di un immobile, se non interverrà una assolutamente necessaria opera di correzione parlamentare del decreto.
Si tratta della decisione del governo di sospendere ancora, fino al 30 giugno 2021, l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili per morosità. Insomma, prosegue il blocco degli sfratti, con tanti saluti al diritto di proprietà e a un minimo di elementare rispetto dello Stato di diritto, e senza peraltro prevedere nemmeno uno straccio di risarcimento a favore dei proprietari. I quali, a questo punto, si troveranno stretti nella tenaglia tra l'eventuale comportamento scorretto di quegli inquilini che si riterranno in qualche misura «legittimati» a non pagare l'affitto e l'esosità di uno Stato che impone ogni anno 21 miliardi di patrimoniale sul mattone.
Siamo cioè alle solite: lo Stato per un verso si concede un atto di solidarietà sociale a favore degli inquilini (ma lo fa pagare ai proprietari), e per altro verso continua a stangare fiscalmente i locatori.
Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, oltre a protestare contro questa misura, sta raccogliendo e pubblicando sui canali social della sua associazione decine e decine di testimonianze di persone che stanno tuttora pagando il mutuo per l'appartamento di loro proprietà, o che dall'affitto dovrebbero trarre risorse indispensabili per sé e la propria famiglia, e che il governo non sembra considerare in alcun modo. Come se la proprietà di un immobile (in un Paese a proprietà diffusa capillarmente) fosse una colpa suscettibile di essere punita dalla mano pubblica.
Conversando con La Verità, Spaziani Testa sottolinea «la rabbia ignorata dalle istituzioni, la vera e propria esasperazione di persone che sono private del loro bene, non ricevono nulla in cambio, e continuano a pagare l'Imu». Il presidente di Confedilizia fa infatti notare che almeno, come piccolo segno di buona volontà pubblica, com'è del resto accaduto per alcune categorie di imprenditori del turismo, si potrebbe alleggerire il carico Imu in questa situazione.
Spaziani Testa fa anche osservare la composizione sociale ed economica dei proprietari: sia chiaro, lo Stato di diritto dovrebbe tutelare anche i più ricchi, cioè anche i proprietari di più immobili, ma la gran parte dei locatori non è affatto in quella situazione economica e patrimoniale, e dunque a maggior ragione la vessazione nei loro confronti grida vendetta: «Non solo le storie che stiamo pubblicando, ma gli stessi dati confermano che i redditi ufficiali dei locatori, più o meno nel 60% dei casi, sono circa di 26.000 euro lordi annui». Insomma, persone per cui quell'entrata è decisiva, nel senso che o vivono di quello o su quello basano una indispensabile integrazione di pensioni e stipendi.
Peraltro, con quest'ultima sospensione, si arriva a ormai 16 mesi di blocco degli sfratti, a cui - fa notare il presidente di Confedilizia - «va aggiunto tutto ciò che già accadeva nei periodi precedenti, tra lungaggini giudiziarie, favor generalizzato della magistratura nei confronti dell'inquilino e così via». Proseguendo su questa strada, chi si fiderà più a dare in affitto un immobile? Confedilizia sta anche cercando di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, ma occorre un giudice coraggioso che sollevi il tema davanti alla Consulta.
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L'elemosina dei ristori spazzata via dalla follia della legge di Bilancio che il Parlamento subirà passivamente in queste ore: da gennaio partono milioni di richieste di tasse arretrate. E prosegue pure il blocco degli sfratti.Prorogato il blocco degli sfratti fino a giugno senza stoppare l'Imu. Nel 60% dei casi l'affitto rende solo 26.000 euro lordi l'anno. Confedilizia: «Rabbia ed esasperazione».Lo speciale contiene due articoli. Non bastavano i danni legati a un iter surreale della legge di bilancio. La cosa è senza precedenti: solo oggi, infatti, la Camera licenzierà la manovra in prima lettura. Morale: il Senato avrà appena quattro giorni per guardare (ma non per toccare) il «pacco» infiocchettato proveniente da Montecitorio, e per approvarlo a scatola chiusa, pena il rischio dell'esercizio provvisorio. Così la seconda lettura parlamentare sarà praticamente cancellata: e pure la prima è stata funestata per un verso dal ritardo (ben un mese) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e per altro dai pasticci del governo, smentito e redarguito dalla Ragioneria generale. La quale è a sua volta incorporata nel Mef: con la situazione tragicomica di un Mef che con una mano ha dato parere favorevole a una serie di emendamenti e con l'altra è stato bacchettato per questo dalla sua stessa Ragioneria. Ma, non pago, il governo si prepara a un altro attacco ai contribuenti. A meno di colpi di scena, nel Milleproproghe, cioè nel provvedimento che tutti ritenevano naturalmente adatto a questo tipo di intervento, non si è fatto nulla per fermare l'incredibile minaccia che pende sulla testa degli italiani. In mancanza di un provvedimento che arresti il plotone d'esecuzione fiscale (che era stato stoppato per l'ultima volta a metà ottobre), dal 1° gennaio ci sono infatti circa 31 milioni di atti dell'Agenzia delle entrate pronti a partire: circa 12 milioni di cartelle ferme di quest'anno, più 8-9 milioni di atti della riscossione, più altri 10 milioni di atti, tra avvisi e accertamenti. Solo dei marziani possono ritenere che, dopo un simile anno e nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia. La cosa ha tre volte il sapore della beffa. Una prima volta, per il confronto con il blocco degli sfratti (di cui parliamo in questa stessa pagina): quando a sopportare i costi di un atto di «bontà» deve essere un privato, lo Stato non ha esitazione a deciderlo. Se invece si tratta di qualcosa che può avere effetto sull'erario, la macchina pubblica non si ferma affatto. Una seconda volta perché a subire l'arrivo delle cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie destinatarie di minime misure di «ristoro»: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l'altra si riprende molto di più. Una terza volta, perché qui non stiamo parlando di evasione, ma di somme regolarmente dichiarate, e che però le persone (singoli, partite Iva, imprese) non hanno avuto la liquidità necessaria per pagare. Ma attenzione, non finisce qui. La diagnosi del commercialista Giuliano Mandolesi è devastante. Intanto, chi ha usufruito di una sospensione dall'8 marzo scorso al 31 dicembre (rateizzazioni in corso sospese, cartelle sospese, eccetera) dovrà versare tutto entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione, dunque entro il 31 gennaio prossimo. Sottolinea Mandolesi: «Perché non far slittare in avanti tutto il piano di sospensione? Perché pretendere in un solo giorno tutte le rate sospese? Quel giorno rischia di trasformarsi in un autentico bagno di sangue». In effetti, almeno, un'operazione graduale nel tempo sarebbe stata minimamente più sopportabile. Stesso discorso per le rottamazioni. E poi scatta tutto il resto, ad esempio le eventuali rate Iva il cui pagamento sia stato saltato da un'impresa in questo terribile 2020: «L'operazione è molto più veloce che in passato», spiega il commercialista, «nel senso che il primo avviso può arrivare presto, e prevede già la richiesta di un 10% in più». Per questo si imporrebbe un nuovo stop a questa raffica di scadenze, e ragionevolezza vorrebbe che si usasse il tempo della nuova sospensione per immaginare una soluzione strutturale. «Ad esempio», ragiona Mandolesi, «si potrebbe decidere l'eliminazione delle sanzioni e una nuova operazione di vero fisco amico, non per finta, per consentire un nuovo piano di rateizzazioni in partenza dal 1° gennaio 2022». Dando almeno un po' di respiro per organizzarsi e poter materialmente pagare qualcosa. Il rischio è invece un accavallarsi di comportamenti paradossali da parte del fisco verso le imprese: ti faccio stare chiuso (o ti impongo una chiusura strisciante), pretendo entro il 31 gennaio somme che non hai, e in più magari ti faccio anche arrivare altre cartelle. Serve altro per scatenare la giusta indignazione degli italiani? La sensazione è che più di qualcuno, a Roma, o non abbia capito, o faccia finta di non aver compreso la drammaticità della situazione. Intanto, il centro studi di Unimpresa ha lanciato un ulteriore allarme: dal 1° gennaio cambieranno le regole per i conti correnti a causa dell'entrata in vigore delle nuove norme dell'Eba, l'autorità bancaria europea, che impongono agli istituti di credito, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, di segnalare il cliente alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come «credito malato». Inoltre, gli addebiti automatici dei conti scoperti non saranno più consentiti: se i clienti non avranno sufficienti disponibilità liquide si rischia un improvviso stop ai pagamenti di utenze, stipendi, contributi e rate di finanziamenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartelle-e-affitti-la-manovra-e-un-flagello-2649648344.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-tegola-sui-proprietari-di-casa" data-post-id="2649648344" data-published-at="1609012528" data-use-pagination="False"> Altra tegola sui proprietari di casa Ennesimo sfregio nel Milleproroghe ai danni degli italiani «colpevoli» di essere proprietari di un immobile, se non interverrà una assolutamente necessaria opera di correzione parlamentare del decreto. Si tratta della decisione del governo di sospendere ancora, fino al 30 giugno 2021, l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili per morosità. Insomma, prosegue il blocco degli sfratti, con tanti saluti al diritto di proprietà e a un minimo di elementare rispetto dello Stato di diritto, e senza peraltro prevedere nemmeno uno straccio di risarcimento a favore dei proprietari. I quali, a questo punto, si troveranno stretti nella tenaglia tra l'eventuale comportamento scorretto di quegli inquilini che si riterranno in qualche misura «legittimati» a non pagare l'affitto e l'esosità di uno Stato che impone ogni anno 21 miliardi di patrimoniale sul mattone. Siamo cioè alle solite: lo Stato per un verso si concede un atto di solidarietà sociale a favore degli inquilini (ma lo fa pagare ai proprietari), e per altro verso continua a stangare fiscalmente i locatori. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, oltre a protestare contro questa misura, sta raccogliendo e pubblicando sui canali social della sua associazione decine e decine di testimonianze di persone che stanno tuttora pagando il mutuo per l'appartamento di loro proprietà, o che dall'affitto dovrebbero trarre risorse indispensabili per sé e la propria famiglia, e che il governo non sembra considerare in alcun modo. Come se la proprietà di un immobile (in un Paese a proprietà diffusa capillarmente) fosse una colpa suscettibile di essere punita dalla mano pubblica. Conversando con La Verità, Spaziani Testa sottolinea «la rabbia ignorata dalle istituzioni, la vera e propria esasperazione di persone che sono private del loro bene, non ricevono nulla in cambio, e continuano a pagare l'Imu». Il presidente di Confedilizia fa infatti notare che almeno, come piccolo segno di buona volontà pubblica, com'è del resto accaduto per alcune categorie di imprenditori del turismo, si potrebbe alleggerire il carico Imu in questa situazione. Spaziani Testa fa anche osservare la composizione sociale ed economica dei proprietari: sia chiaro, lo Stato di diritto dovrebbe tutelare anche i più ricchi, cioè anche i proprietari di più immobili, ma la gran parte dei locatori non è affatto in quella situazione economica e patrimoniale, e dunque a maggior ragione la vessazione nei loro confronti grida vendetta: «Non solo le storie che stiamo pubblicando, ma gli stessi dati confermano che i redditi ufficiali dei locatori, più o meno nel 60% dei casi, sono circa di 26.000 euro lordi annui». Insomma, persone per cui quell'entrata è decisiva, nel senso che o vivono di quello o su quello basano una indispensabile integrazione di pensioni e stipendi. Peraltro, con quest'ultima sospensione, si arriva a ormai 16 mesi di blocco degli sfratti, a cui - fa notare il presidente di Confedilizia - «va aggiunto tutto ciò che già accadeva nei periodi precedenti, tra lungaggini giudiziarie, favor generalizzato della magistratura nei confronti dell'inquilino e così via». Proseguendo su questa strada, chi si fiderà più a dare in affitto un immobile? Confedilizia sta anche cercando di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, ma occorre un giudice coraggioso che sollevi il tema davanti alla Consulta.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Dai dati pubblicati dal ministero dell’Economia emerge che nel 2024, secondo le dichiarazioni presentate nel 2025, l’economia ha continuato a crescere. Questo si esprime con l’aumento del reddito complessivo dichiarato che ha sfiorato i 1.100 miliardi di euro, attestandosi a 1.076,3 miliardi, (+4,7% sul 2023) e con l’aumento del reddito medio, che viaggia intorno a 25.820 euro (+4%). Ma se da una parte il Paese, pur con le note difficoltà, continua a espandersi, sul fronte fiscale manifesta uno squilibrio macroscopico. Gli italiani sono 59 milioni (compresi anche bambini e neonati), i contribuenti che presentano la dichiarazione sono 42,8 milioni ma di questi 11,3 milioni non pagano le tasse (a vario titolo): ecco dunque che ogni contribuente ha sostanzialmente sulle spalle un altro cittadino.
Considerando che sono oltre 8,7 milioni coloro con un’imposta netta pari a 0, poiché hanno redditi bassi o per effetto delle detrazioni, e quanti abbattono il dovuto grazie a bonus e trattamenti integrativi e come tali sono esonerati dalla presentazione della dichiarazione, c’è un’ampia fetta di italiani che vive di fatto senza un rapporto con il fisco. Certo il dato non è nuovo ma stupisce che rimane una fascia importante, nonostante il miglioramento dell’economia. Una crescita che trova la sua conferma nell’aumento del 3,9% dell’Irpef netta dichiarata, pari a 197,4 miliardi di euro, con un valore medio pro capite di 5.790 euro.
Esaminando la provenienza del gettito fiscale emerge che la fascia tra 35.000 e 70.000 euro, ovvero il ceto medio, da sola versa il 32,1% dell’Irpef complessiva. I contribuenti con redditi fino a 35.000 euro rappresentano oltre tre quarti della platea (76,6%), ma contribuiscono a poco più di un terzo dell’imposta totale (34,9%). Invece il 23,4% dei contribuenti, ovvero quelli sopra i 35.000 euro, sostiene il 65,1% del gettito. I redditi superiori a 300.000 euro (lo 0,2% della platea) contribuiscono per il 6,6% del totale in lieve diminuzione rispetto al 2023 quando rappresentavano il 7,1%.
Un’altra costante nelle rilevazioni è che la gran parte del totale dichiarato (l’84,6%) proviene dal lavoro dipendente che da solo rappresenta oltre la metà (54,4%) e dalle pensioni (30,2%). Ovvero da quella fascia di contribuenti che sono soggetti a un prelievo alla fonte e che non hanno alcuna possibilità di evadere. Sono loro le colonne portanti della finanza pubblica che garantiscono il funzionamento dei vari servizi a cominciare dalla sanità. Interessante anche il capitolo delle deduzioni -che riducono il reddito imponibile, cioè la base su cui si calcolano le imposte - e delle detrazioni, che riducono direttamente le imposte da pagare. Nel 2024 le deduzioni hanno raggiunto 40,6 miliardi (+4,2% rispetto al 2023). Si dividono tra la deduzione per l’abitazione principale, che vale 9,7 miliardi, e gli oneri deducibili che in larga parte riguardano i contributi previdenziali e assistenziali di imprenditori individuali e lavoratori autonomi.
Ancora più importante è l’ammontare delle detrazioni e dei cosiddetti oneri detraibili, che raggiungono 79,7 miliardi (anche qui con una crescita dello 0,5% sull’anno precedente). Entrando nel dettaglio, c’è una flessione sia della detrazione per carichi di famiglia sia delle detrazioni per reddito da lavoro dipendente, pensione e redditi assimilati. Aumentano invece le detrazioni relative a spese per il recupero edilizio, per il risparmio energetico e i cosiddetti oneri detraibili al 19% che vanno dalle spese per l’istruzione universitaria, le spese sanitarie e per gli interessi sui mutui per l’acquisto della prima casa. Queste voci, da sole, valgono oltre 44 miliardi.
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Luciano Linzi racconta la storia della Casa del Jazz di Roma, sorta in una villa confiscata alla Banda della Magliana. Con la fine degli scavi e delle indagini si chiude l’ultimo capitolo del Romanzo criminale. E ora può tornare la musica.
Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione Ue aveva proposto cinque nuove settori di «risorse proprie» che dovrebbero affiancare quelle già esistenti, come i dazi doganali e una quota di Iva. Tradotto: potenziali nuovi balzelli dagli Stati membri.
A livello di commissioni è stato votato un aumento di 200 miliardi, e l’aula confermerà la posizione la prossima settimana. La presidente del Parlamento Ue, Roberta Metsola, ammette: «Ciò di cui abbiamo bisogno ora è un bilancio adeguato allo scopo. Chiederemo ai capi di Stato e di governo di esaminare con occhio critico le risorse proprie. L’attuale bilancio, se ci ha insegnato qualcosa, è che non possiamo risolvere tutte le crisi e le difficoltà che stiamo affrontando. Abbiamo bisogno di nuove risorse per onorare tutto il debito». Il che vuol dire più soldi, da ricercare anche in nuove risorse proprie, alternative ai contributi nazionali. In altri termini Bruxelles ammette che pur non sapendo risolvere nemmeno mezza crisi, vuole però gestire 200 miliardi di euro in più. «Se vogliamo garantire le risorse necessarie per ripagare il debito del Recovery e finanziare le nuove priorità dell’Ue e quelle storiche esiste una sola soluzione: nuove risorse proprie, che sono indispensabili», rincara la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
I fondi per il prossimo ciclo finanziario 2028-2034 saranno pari a circa 1.800 miliardi di euro destinati a finanziare i capitoli della politica economica comune. Rispetto al periodo precedente, in cui lo stanziamento si era attestato sui 1.200 miliardi, si registra un incremento netto di 367,2 miliardi (esclusi rimborsi) che andranno a favore dei capitoli competitività, prosperità e sicurezza.
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, aggiunge: «Sarà fondamentale allineare le nostre ambizioni con le riforme necessarie. Le nuove risorse proprie dovranno svolgere un ruolo cruciale».
I Paesi cosiddetti «frugali», quelli che vorrebbero un bilancio con meno risorse, non cambiano idea. Tra questi l’Olanda che punta i piedi. «Ci sono molti Paesi che, come noi, chiedono un bilancio più snello», scandisce a margine dei lavori il premier dei Paesi Bassi, Rob Jetten, per poi avvertire: «Stiamo creando un ampio fronte». Questo gruppo comprende Paesi Bassi, Paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Finlandia) e Irlanda. Ma ci sono anche Austria e Germania a ritenere che i quasi 2.000 miliardi di euro per il bilancio 2028-2034 siano troppi.
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, fissa «le linee rosse» del governo italiano. «Una di queste riguarda i fondi della coesione e della politica agricola comune», considerate come insufficienti e anche mal distribuite. Altra priorità italiana riguarda il fondo per la competitività il suo utilizzo. «Noi dobbiamo accompagnare la trasformazione dell’industria tradizionale, delle nostre filiere storiche, senza dimenticare le piccole e medie imprese». Infine, «penso che un segnale vada dato sulle spese amministrative: non si può proporre la ristrutturazione del palazzo della sede del Consiglio europeo a 800 milioni di euro, è una cosa che l’Italia non è in grado di sostenere».
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Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
A margine della riunione, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulides, in veste di presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, hanno apposto le loro firme sulla tabella di marcia «Un’Europa, un mercato». Oltre 40 punti d’azione, scadenze, impegni istituzionali che riprendono iter già avviati e obiettivi già annunciati. Niente di nuovo, la solita liturgia europea per mostrare qualche passo di lato.
Al netto delle cerimonie, il contenuto politico del vertice si concentra in tre linee di frattura piuttosto nette.
La prima riguarda il Patto di stabilità e l’emergenza energetica. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha scaricato sull’economia europea un costo che Von der Leyen stessa ha quantificato in 22 miliardi di euro in 44 giorni. Su questo, l’Italia si è presentata a Cipro con le idee chiare. Appena atterrata sull’isola, Giorgia Meloni ha dichiarato che «l’Europa deve essere molto più coraggiosa» sul fronte energetico, che il piano della Commissione «è un passo in avanti ma non sufficiente» e che questo ragionamento «riguarda anche il tema del Patto di stabilità». Per il premier gli aiuti per l’energia non devono essere conteggiati ai fini del rispetto del Patto, sul modello delle spese militari con lo strumento Safe. «Lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti i Paesi», ha ribadito. Una posizione che tiene conto del fatto che l’Italia resta inchiodata nella procedura per disavanzo eccessivo, con il deficit al 3,1% del Pil. Da Roma, il vicepremier Matteo Salvini ha aggiunto che «se l’Europa ci consentisse oggi di fare uno scostamento per le spese militari, vorrei che ci consentisse uno scostamento pari per spese economiche e sociali».
A margine dei lavori Meloni ha avuto un bilaterale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Nel punto stampa conclusivo, il presidente del Consiglio ha riferito che i tedeschi «si rendono conto di quanto sia difficile la situazione», che «c’è la volontà di venirsi incontro» e che «si parte da posizioni leggermente distanti, ma si sta cercando di avvicinarsi».
Dalla Commissione, però, la risposta è quella di sempre. Von der Leyen ha ribadito che la clausola di salvaguardia «può essere attivata solo in caso di grave recessione economica» e che «fortunatamente questa non è la situazione attuale», pur aggiungendo che «l’Ecofin discuterà la questione nel dettaglio». Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha confermato la linea dal Delphi economic forum in Grecia, precisando che «siamo in uno scenario di rallentamento economico» e che «riteniamo siano necessarie misure fiscali temporanee e mirate». Il premier belga, Bart De Wever, si è affiancato a Meloni sulle critiche alla proposta della Commissione, spingendo per «revisioni più radicali del Sistema di scambio di quote di emissioni» e giudicando «un peccato» l’assenza di una tassa europea sugli extraprofitti delle major energetiche.
La seconda frattura emersa dalla due giorni mediterranea riguarda il bilancio pluriennale. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, ha definito il tema «urgente» annunciando che vi tornerà «regolarmente» nel 2026. Von der Leyen ha spinto per un bilancio più corposo, sostenendo che senza nuove risorse proprie «la scelta è netta: o si aumentano i contributi nazionali, oppure si riduce la capacità di spesa». L’Olanda ha risposto che invece le dimensioni del bilancio «devono ridursi sostanzialmente», mentre Merz ha chiuso la porta al debito comune e a qualsiasi prelievo fiscale europeo sulle imprese, avvertendo che «avremo bisogno di tagli orizzontali su tutte le voci della proposta» e che «si tratterà di negoziati difficili». Si attende dunque un lungo negoziato sul bilancio, tra chi vorrebbe una espansione, che significa maggiore ingerenza della sovrastruttura di Bruxelles, e chi invece difende le scelte nazionali. Vale la pena sottolineare che un bilancio Ue più sostanzioso significa che i Paesi contributori netti dovranno versare ancora di più e che ci dovranno essere nuove tasse europee.
La terza linea di divisione che emerge dagli incontri contrappone chi governa con mandato democratico a chi applica regole da Bruxelles, senza rispondere a nessun elettore. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva già reso l’idea prima del vertice, paragonando i titolari dei conti pubblici nazionali a «medici nell’ospedale da campo che vedono arrivare feriti da tutte le parti», mentre i vertici europei «hanno problemi diversi». Von der Leyen ha continuato a illustrare il catalogo degli strumenti disponibili come risposta sufficiente, citando «circa 300 miliardi di euro per investimenti nel settore energia, di cui 95 miliardi non ancora usati». Costa ha concluso che «per l’Europa esiste un’unica strada strategica, quella di accelerare la diffusione di fonti energetiche nazionali, pulite e a prezzi accessibili». Torna ancora il mito dell’unica strada percorribile dall’Europa, senza alternative, uno dei topos preferiti dalla narrativa europea.
Il prossimo appuntamento utile sarà l’Ecofin del 5 maggio, dove la discussione sul Patto riprenderà, verosimilmente con le stesse posizioni di partenza.
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