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2020-12-27
Cartelle e affitti, la manovra è un flagello
Roberto Gualtieri (Ansa)
Non bastavano i danni legati a un iter surreale della legge di bilancio. La cosa è senza precedenti: solo oggi, infatti, la Camera licenzierà la manovra in prima lettura. Morale: il Senato avrà appena quattro giorni per guardare (ma non per toccare) il «pacco» infiocchettato proveniente da Montecitorio, e per approvarlo a scatola chiusa, pena il rischio dell'esercizio provvisorio. Così la seconda lettura parlamentare sarà praticamente cancellata: e pure la prima è stata funestata per un verso dal ritardo (ben un mese) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e per altro dai pasticci del governo, smentito e redarguito dalla Ragioneria generale. La quale è a sua volta incorporata nel Mef: con la situazione tragicomica di un Mef che con una mano ha dato parere favorevole a una serie di emendamenti e con l'altra è stato bacchettato per questo dalla sua stessa Ragioneria.
Ma, non pago, il governo si prepara a un altro attacco ai contribuenti. A meno di colpi di scena, nel Milleproproghe, cioè nel provvedimento che tutti ritenevano naturalmente adatto a questo tipo di intervento, non si è fatto nulla per fermare l'incredibile minaccia che pende sulla testa degli italiani. In mancanza di un provvedimento che arresti il plotone d'esecuzione fiscale (che era stato stoppato per l'ultima volta a metà ottobre), dal 1° gennaio ci sono infatti circa 31 milioni di atti dell'Agenzia delle entrate pronti a partire: circa 12 milioni di cartelle ferme di quest'anno, più 8-9 milioni di atti della riscossione, più altri 10 milioni di atti, tra avvisi e accertamenti. Solo dei marziani possono ritenere che, dopo un simile anno e nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia.
La cosa ha tre volte il sapore della beffa. Una prima volta, per il confronto con il blocco degli sfratti (di cui parliamo in questa stessa pagina): quando a sopportare i costi di un atto di «bontà» deve essere un privato, lo Stato non ha esitazione a deciderlo. Se invece si tratta di qualcosa che può avere effetto sull'erario, la macchina pubblica non si ferma affatto. Una seconda volta perché a subire l'arrivo delle cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie destinatarie di minime misure di «ristoro»: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l'altra si riprende molto di più. Una terza volta, perché qui non stiamo parlando di evasione, ma di somme regolarmente dichiarate, e che però le persone (singoli, partite Iva, imprese) non hanno avuto la liquidità necessaria per pagare.
Ma attenzione, non finisce qui. La diagnosi del commercialista Giuliano Mandolesi è devastante. Intanto, chi ha usufruito di una sospensione dall'8 marzo scorso al 31 dicembre (rateizzazioni in corso sospese, cartelle sospese, eccetera) dovrà versare tutto entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione, dunque entro il 31 gennaio prossimo. Sottolinea Mandolesi: «Perché non far slittare in avanti tutto il piano di sospensione? Perché pretendere in un solo giorno tutte le rate sospese? Quel giorno rischia di trasformarsi in un autentico bagno di sangue». In effetti, almeno, un'operazione graduale nel tempo sarebbe stata minimamente più sopportabile. Stesso discorso per le rottamazioni. E poi scatta tutto il resto, ad esempio le eventuali rate Iva il cui pagamento sia stato saltato da un'impresa in questo terribile 2020: «L'operazione è molto più veloce che in passato», spiega il commercialista, «nel senso che il primo avviso può arrivare presto, e prevede già la richiesta di un 10% in più».
Per questo si imporrebbe un nuovo stop a questa raffica di scadenze, e ragionevolezza vorrebbe che si usasse il tempo della nuova sospensione per immaginare una soluzione strutturale. «Ad esempio», ragiona Mandolesi, «si potrebbe decidere l'eliminazione delle sanzioni e una nuova operazione di vero fisco amico, non per finta, per consentire un nuovo piano di rateizzazioni in partenza dal 1° gennaio 2022». Dando almeno un po' di respiro per organizzarsi e poter materialmente pagare qualcosa. Il rischio è invece un accavallarsi di comportamenti paradossali da parte del fisco verso le imprese: ti faccio stare chiuso (o ti impongo una chiusura strisciante), pretendo entro il 31 gennaio somme che non hai, e in più magari ti faccio anche arrivare altre cartelle. Serve altro per scatenare la giusta indignazione degli italiani? La sensazione è che più di qualcuno, a Roma, o non abbia capito, o faccia finta di non aver compreso la drammaticità della situazione.
Intanto, il centro studi di Unimpresa ha lanciato un ulteriore allarme: dal 1° gennaio cambieranno le regole per i conti correnti a causa dell'entrata in vigore delle nuove norme dell'Eba, l'autorità bancaria europea, che impongono agli istituti di credito, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, di segnalare il cliente alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come «credito malato». Inoltre, gli addebiti automatici dei conti scoperti non saranno più consentiti: se i clienti non avranno sufficienti disponibilità liquide si rischia un improvviso stop ai pagamenti di utenze, stipendi, contributi e rate di finanziamenti.
Altra tegola sui proprietari di casa
Ennesimo sfregio nel Milleproroghe ai danni degli italiani «colpevoli» di essere proprietari di un immobile, se non interverrà una assolutamente necessaria opera di correzione parlamentare del decreto.
Si tratta della decisione del governo di sospendere ancora, fino al 30 giugno 2021, l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili per morosità. Insomma, prosegue il blocco degli sfratti, con tanti saluti al diritto di proprietà e a un minimo di elementare rispetto dello Stato di diritto, e senza peraltro prevedere nemmeno uno straccio di risarcimento a favore dei proprietari. I quali, a questo punto, si troveranno stretti nella tenaglia tra l'eventuale comportamento scorretto di quegli inquilini che si riterranno in qualche misura «legittimati» a non pagare l'affitto e l'esosità di uno Stato che impone ogni anno 21 miliardi di patrimoniale sul mattone.
Siamo cioè alle solite: lo Stato per un verso si concede un atto di solidarietà sociale a favore degli inquilini (ma lo fa pagare ai proprietari), e per altro verso continua a stangare fiscalmente i locatori.
Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, oltre a protestare contro questa misura, sta raccogliendo e pubblicando sui canali social della sua associazione decine e decine di testimonianze di persone che stanno tuttora pagando il mutuo per l'appartamento di loro proprietà, o che dall'affitto dovrebbero trarre risorse indispensabili per sé e la propria famiglia, e che il governo non sembra considerare in alcun modo. Come se la proprietà di un immobile (in un Paese a proprietà diffusa capillarmente) fosse una colpa suscettibile di essere punita dalla mano pubblica.
Conversando con La Verità, Spaziani Testa sottolinea «la rabbia ignorata dalle istituzioni, la vera e propria esasperazione di persone che sono private del loro bene, non ricevono nulla in cambio, e continuano a pagare l'Imu». Il presidente di Confedilizia fa infatti notare che almeno, come piccolo segno di buona volontà pubblica, com'è del resto accaduto per alcune categorie di imprenditori del turismo, si potrebbe alleggerire il carico Imu in questa situazione.
Spaziani Testa fa anche osservare la composizione sociale ed economica dei proprietari: sia chiaro, lo Stato di diritto dovrebbe tutelare anche i più ricchi, cioè anche i proprietari di più immobili, ma la gran parte dei locatori non è affatto in quella situazione economica e patrimoniale, e dunque a maggior ragione la vessazione nei loro confronti grida vendetta: «Non solo le storie che stiamo pubblicando, ma gli stessi dati confermano che i redditi ufficiali dei locatori, più o meno nel 60% dei casi, sono circa di 26.000 euro lordi annui». Insomma, persone per cui quell'entrata è decisiva, nel senso che o vivono di quello o su quello basano una indispensabile integrazione di pensioni e stipendi.
Peraltro, con quest'ultima sospensione, si arriva a ormai 16 mesi di blocco degli sfratti, a cui - fa notare il presidente di Confedilizia - «va aggiunto tutto ciò che già accadeva nei periodi precedenti, tra lungaggini giudiziarie, favor generalizzato della magistratura nei confronti dell'inquilino e così via». Proseguendo su questa strada, chi si fiderà più a dare in affitto un immobile? Confedilizia sta anche cercando di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, ma occorre un giudice coraggioso che sollevi il tema davanti alla Consulta.
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L'elemosina dei ristori spazzata via dalla follia della legge di Bilancio che il Parlamento subirà passivamente in queste ore: da gennaio partono milioni di richieste di tasse arretrate. E prosegue pure il blocco degli sfratti.Prorogato il blocco degli sfratti fino a giugno senza stoppare l'Imu. Nel 60% dei casi l'affitto rende solo 26.000 euro lordi l'anno. Confedilizia: «Rabbia ed esasperazione».Lo speciale contiene due articoli. Non bastavano i danni legati a un iter surreale della legge di bilancio. La cosa è senza precedenti: solo oggi, infatti, la Camera licenzierà la manovra in prima lettura. Morale: il Senato avrà appena quattro giorni per guardare (ma non per toccare) il «pacco» infiocchettato proveniente da Montecitorio, e per approvarlo a scatola chiusa, pena il rischio dell'esercizio provvisorio. Così la seconda lettura parlamentare sarà praticamente cancellata: e pure la prima è stata funestata per un verso dal ritardo (ben un mese) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e per altro dai pasticci del governo, smentito e redarguito dalla Ragioneria generale. La quale è a sua volta incorporata nel Mef: con la situazione tragicomica di un Mef che con una mano ha dato parere favorevole a una serie di emendamenti e con l'altra è stato bacchettato per questo dalla sua stessa Ragioneria. Ma, non pago, il governo si prepara a un altro attacco ai contribuenti. A meno di colpi di scena, nel Milleproproghe, cioè nel provvedimento che tutti ritenevano naturalmente adatto a questo tipo di intervento, non si è fatto nulla per fermare l'incredibile minaccia che pende sulla testa degli italiani. In mancanza di un provvedimento che arresti il plotone d'esecuzione fiscale (che era stato stoppato per l'ultima volta a metà ottobre), dal 1° gennaio ci sono infatti circa 31 milioni di atti dell'Agenzia delle entrate pronti a partire: circa 12 milioni di cartelle ferme di quest'anno, più 8-9 milioni di atti della riscossione, più altri 10 milioni di atti, tra avvisi e accertamenti. Solo dei marziani possono ritenere che, dopo un simile anno e nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia. La cosa ha tre volte il sapore della beffa. Una prima volta, per il confronto con il blocco degli sfratti (di cui parliamo in questa stessa pagina): quando a sopportare i costi di un atto di «bontà» deve essere un privato, lo Stato non ha esitazione a deciderlo. Se invece si tratta di qualcosa che può avere effetto sull'erario, la macchina pubblica non si ferma affatto. Una seconda volta perché a subire l'arrivo delle cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie destinatarie di minime misure di «ristoro»: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l'altra si riprende molto di più. Una terza volta, perché qui non stiamo parlando di evasione, ma di somme regolarmente dichiarate, e che però le persone (singoli, partite Iva, imprese) non hanno avuto la liquidità necessaria per pagare. Ma attenzione, non finisce qui. La diagnosi del commercialista Giuliano Mandolesi è devastante. Intanto, chi ha usufruito di una sospensione dall'8 marzo scorso al 31 dicembre (rateizzazioni in corso sospese, cartelle sospese, eccetera) dovrà versare tutto entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione, dunque entro il 31 gennaio prossimo. Sottolinea Mandolesi: «Perché non far slittare in avanti tutto il piano di sospensione? Perché pretendere in un solo giorno tutte le rate sospese? Quel giorno rischia di trasformarsi in un autentico bagno di sangue». In effetti, almeno, un'operazione graduale nel tempo sarebbe stata minimamente più sopportabile. Stesso discorso per le rottamazioni. E poi scatta tutto il resto, ad esempio le eventuali rate Iva il cui pagamento sia stato saltato da un'impresa in questo terribile 2020: «L'operazione è molto più veloce che in passato», spiega il commercialista, «nel senso che il primo avviso può arrivare presto, e prevede già la richiesta di un 10% in più». Per questo si imporrebbe un nuovo stop a questa raffica di scadenze, e ragionevolezza vorrebbe che si usasse il tempo della nuova sospensione per immaginare una soluzione strutturale. «Ad esempio», ragiona Mandolesi, «si potrebbe decidere l'eliminazione delle sanzioni e una nuova operazione di vero fisco amico, non per finta, per consentire un nuovo piano di rateizzazioni in partenza dal 1° gennaio 2022». Dando almeno un po' di respiro per organizzarsi e poter materialmente pagare qualcosa. Il rischio è invece un accavallarsi di comportamenti paradossali da parte del fisco verso le imprese: ti faccio stare chiuso (o ti impongo una chiusura strisciante), pretendo entro il 31 gennaio somme che non hai, e in più magari ti faccio anche arrivare altre cartelle. Serve altro per scatenare la giusta indignazione degli italiani? La sensazione è che più di qualcuno, a Roma, o non abbia capito, o faccia finta di non aver compreso la drammaticità della situazione. Intanto, il centro studi di Unimpresa ha lanciato un ulteriore allarme: dal 1° gennaio cambieranno le regole per i conti correnti a causa dell'entrata in vigore delle nuove norme dell'Eba, l'autorità bancaria europea, che impongono agli istituti di credito, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, di segnalare il cliente alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come «credito malato». Inoltre, gli addebiti automatici dei conti scoperti non saranno più consentiti: se i clienti non avranno sufficienti disponibilità liquide si rischia un improvviso stop ai pagamenti di utenze, stipendi, contributi e rate di finanziamenti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cartelle-e-affitti-la-manovra-e-un-flagello-2649648344.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altra-tegola-sui-proprietari-di-casa" data-post-id="2649648344" data-published-at="1609012528" data-use-pagination="False"> Altra tegola sui proprietari di casa Ennesimo sfregio nel Milleproroghe ai danni degli italiani «colpevoli» di essere proprietari di un immobile, se non interverrà una assolutamente necessaria opera di correzione parlamentare del decreto. Si tratta della decisione del governo di sospendere ancora, fino al 30 giugno 2021, l'esecuzione dei provvedimenti di rilascio degli immobili per morosità. Insomma, prosegue il blocco degli sfratti, con tanti saluti al diritto di proprietà e a un minimo di elementare rispetto dello Stato di diritto, e senza peraltro prevedere nemmeno uno straccio di risarcimento a favore dei proprietari. I quali, a questo punto, si troveranno stretti nella tenaglia tra l'eventuale comportamento scorretto di quegli inquilini che si riterranno in qualche misura «legittimati» a non pagare l'affitto e l'esosità di uno Stato che impone ogni anno 21 miliardi di patrimoniale sul mattone. Siamo cioè alle solite: lo Stato per un verso si concede un atto di solidarietà sociale a favore degli inquilini (ma lo fa pagare ai proprietari), e per altro verso continua a stangare fiscalmente i locatori. Il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, oltre a protestare contro questa misura, sta raccogliendo e pubblicando sui canali social della sua associazione decine e decine di testimonianze di persone che stanno tuttora pagando il mutuo per l'appartamento di loro proprietà, o che dall'affitto dovrebbero trarre risorse indispensabili per sé e la propria famiglia, e che il governo non sembra considerare in alcun modo. Come se la proprietà di un immobile (in un Paese a proprietà diffusa capillarmente) fosse una colpa suscettibile di essere punita dalla mano pubblica. Conversando con La Verità, Spaziani Testa sottolinea «la rabbia ignorata dalle istituzioni, la vera e propria esasperazione di persone che sono private del loro bene, non ricevono nulla in cambio, e continuano a pagare l'Imu». Il presidente di Confedilizia fa infatti notare che almeno, come piccolo segno di buona volontà pubblica, com'è del resto accaduto per alcune categorie di imprenditori del turismo, si potrebbe alleggerire il carico Imu in questa situazione. Spaziani Testa fa anche osservare la composizione sociale ed economica dei proprietari: sia chiaro, lo Stato di diritto dovrebbe tutelare anche i più ricchi, cioè anche i proprietari di più immobili, ma la gran parte dei locatori non è affatto in quella situazione economica e patrimoniale, e dunque a maggior ragione la vessazione nei loro confronti grida vendetta: «Non solo le storie che stiamo pubblicando, ma gli stessi dati confermano che i redditi ufficiali dei locatori, più o meno nel 60% dei casi, sono circa di 26.000 euro lordi annui». Insomma, persone per cui quell'entrata è decisiva, nel senso che o vivono di quello o su quello basano una indispensabile integrazione di pensioni e stipendi. Peraltro, con quest'ultima sospensione, si arriva a ormai 16 mesi di blocco degli sfratti, a cui - fa notare il presidente di Confedilizia - «va aggiunto tutto ciò che già accadeva nei periodi precedenti, tra lungaggini giudiziarie, favor generalizzato della magistratura nei confronti dell'inquilino e così via». Proseguendo su questa strada, chi si fiderà più a dare in affitto un immobile? Confedilizia sta anche cercando di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, ma occorre un giudice coraggioso che sollevi il tema davanti alla Consulta.
Nel riquadro, Mirco Simionato e Michela Maschietto (IStock)
Nemmeno una multa, come prevede il Codice penale, è stata inflitta all’ex presidente del Tribunale dei minori di Venezia per aver offeso «l’altrui reputazione» dichiarando il falso. La denuncia nei confronti del giudice Maria Teresa Rossi è stata archiviata dalla Procura di Roma e ritenuta non oggetto di provvedimenti dal Csm, il Consiglio superiore della magistratura.
Eppure la dottoressa Rossi aveva diffamato pubblicamente una coppia di Mogliano Veneto (Treviso), Mirco Simionato e Michela Maschietto, dichiarando che nei loro confronti era stato aperto un procedimento penale per maltrattamenti, poi archiviato. Non era vero. Dei Simionato e del piccolo Paolo, nome di fantasia, che fu loro tolto nel giugno del 2021, La Verità aveva raccontato l’assurda vicenda giudiziaria.
La Corte d’Appello di Venezia finalmente ha riconosciuto nel 2025 che erano «bravi genitori», ma dopo quattro anni era troppo tardi per restituire loro il bimbo, affidato ad altri. Un’ingiustizia enorme, che ha calpestato prima di tutto i diritti di una creatura fragile, affetta da un lieve ritardo intellettivo e da un disordine dello sviluppo neuro psichico caratterizzato da iperattività. Un bimbo rimasto quattro anni con la sua mamma, quattro anni con la coppia di Mogliano Veneto, due in comunità e quasi due con la nuova famiglia, tanto per dimostrare come ci si muove nel «migliore interesse del minore».
Sulla vicenda, il 18 gennaio 2022 gli allora senatori della Lega, Sonia Fregolent e Simone Pillon, presentavano un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia, che era Marta Cartabia, ottenendo come risposta che, in base alla relazione ricevuta dal Tribunale di Venezia, il giudice minorile aveva ben operato nel primario interesse del bambino e non vi erano pertanto i presupposti per l’invio di ispettori. Ciononostante, l’avvocato della coppia di Mogliano Veneto, Giovanni Bonotto, venne sentito a giugno di quell’anno dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse alle comunità di tipo familiare che accolgono minori. L'audizione riguardava la vicenda Simionato come esempio di criticità nel sistema degli affidi. Due settimane dopo, il 12 luglio 2022 Maria Teresa Rossi venne invitata a parlare della situazione del Tribunale da lei diretto e del Veneto, quale ambito territoriale in cui operava.
Le fu chiesto di dare delle spiegazioni circa quel caso. «Visto che mi è stata fatta presente un’interrogazione parlamentare - sia in Senato sia alla Camera - a proposito di un minore, posso agganciarmi parlando anche di queste scelte tra famiglie e comunità […] Il tribunale ha ritenuto di allontanare il bambino da questa coppia, la quale mi pare che circa un anno prima era stata oggetto di un procedimento penale per maltrattamenti nei confronti dello stesso bambino, concluso con una archiviazione. Il tribunale ha allontanato il bambino da questa coppia, perché la coppia nel tempo si è rivelata non più adeguata, anzi con un sospetto di maltrattamenti nei confronti di questo bambino, che ha delle difficoltà nei suoi ritardi».
Insiste la presidente Rossi, parla del «neo di una denuncia penale per maltrattamenti chiusa con l’archiviazione», come si ascolta nell’audio della seduta e si legge nel resoconto stenografico del suo intervento. Dopo simili affermazioni rilasciate in Commissione parlamentare, i coniugi stralunati verificano presso la Procura di Treviso e dal certificato ex art. 335 cpp ottengono conferma: in nessun momento era stato aperto un procedimento penale nei loro confronti. Sia Mirco, sia Michela risultano assolutamente sconosciuti come indagati.
Il 29 agosto 2022 decidono allora di presentare denuncia contro il giudice, alla Procura di Roma e al Csm. «Il presidente di un tribunale non può confondere ed equivocare con i termini legati alle fasi di un processo. Non c’è spazio per l’errore o la buona fede», era stata la loro conclusione, già provatissimi dalle accuse dei servizi sociali e dall’atteggiamento del Tribunale di minori di Venezia. Tribunale che, un mese prima dell’audizione del presidente Rossi, aveva chiesto alla coppia di sottoporsi a indagini e valutazione dei Servizi sociali dell’Ulss 6 Euganea. Accettava l’iter per la richiesta di adozione dopo aver rifiutato quella per l’affido e malgrado i supposti maltrattamenti? La coppia viene giudicata idonea, ma la valutazione rimane ferma a Venezia fino a fine 2023 quando verrà emesso un decreto di inidoneità all’adozione. Un accanimento.
Il 3 marzo 2023, il pm di Roma Eleonora Fini chiede l’archiviazione del procedimento penale contro la Rossi «perché il fatto non sussiste […] si tratterebbe di censurare il merito di decisioni assunte dal Collegio nell’ambito dell’attività giurisdizionale cui è istituzionalmente preposto». Ma la presidente aveva fatto le gravi dichiarazioni in sede di audizione, non in attività giurisdizionale.
Il 13 luglio, il Csm risponde sulla falsariga: «Non ci sono provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare poiché si tratta di censure ad attività giurisdizionale».
Ci auguriamo che dopo il referendum anche i giudici debbano rendere conto del loro comportamento e paghino per gli errori, al pari di tutti gli altri cittadini.
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Ettore Fortuna
«Tra circa un mese, nella migliore delle ipotesi, i consumatori potrebbero trovare sugli scaffali dei supermercati le bottiglie di acqua minerale a un prezzo superiore del 18-20%. Ciò significa che un brand di fascia di prezzo medio basso, passerebbe dagli attuali 20 centesimi al litro a circa 24, mentre per un livello superiore da 35 centesimi si passerebbe a 42. Colpa della guerra che ha bloccato il passaggio nello Stretto di Hormuz, costringendo le navi cargo a fare il giro più largo, dicono i distributori di plastica per bottiglie e tappi che hanno comunicato alle imprese clienti di voler aggiornare i contratti di fornitura applicando al prodotto un aumento del 18-20%. Ma è possibile un rincaro così importante dopo solo una settimana di guerra?», si chiede il vicepresidente di Mineracqua, la federazione delle industrie dellle acque minerali naturali e delle acque di sorgente, Ettore Fortuna.
Facciamo qualche conto. Considerando un consumo annuo pro capite di 257 litri, la spesa salirebbe da 46 euro (con il prezzo a 0,18 euro) a 64 euro (a 0,25 euro). Per una famiglia media, l’aumento di 4 centesimi a bottiglia porterebbe a un esborso da 102 a 141 euro annui.
«I nostri fornitori di plastica per la bottiglia, i tappi e per il termo-retraibile, ci hanno inviato una lettera in cui comunicano che applicheranno aumenti da 200 a 250 dollari a tonnellata, a causa dell’eccezionalità della situazione dovuta al conflitto. Parliamo di contratti stipulati, con prezzi concordati. Questi 250 dollari corrispondono a circa il 30% in più a tonnellata su quanto già pattuito, che tradotto per una singola bottiglia significa, come anticipato, un 18-20% di aumento dei nostri costi».
Ricadrà sul consumatore?
«Ogni azienda valuterà come comportarsi. Certo è che 4 centesimi a bottiglia rappresentano un maggior costo difficile da internalizzare, pena un deterioramento dei conti economici. Ci preoccupa che questo rappresenti una spirale inflattiva proprio dopo che abbiamo lavorato come sistema Paese per riportare l’inflazione al livello virtuoso a livello europeo di 1,6-1,7%».
Non potete opporvi a queste pretese?
«Sembra difficile perché se non riconosciamo questo extra costo, il surcharge, i fornitori potrebbero non consegnarci la materia prima, con il rischio che l’acqua minerale nelle prossime settimane scarseggi negli scaffali».
Ma allora potreste rifornirvi da altri produttori non coinvolti dalla situazione.
«I fornitori di plastica sono sempre gli stessi. Mentre c’è il rischio che per altre materie prime possano essere avanzate richieste di extra prezzo, come per lo zucchero, utilizzato dalle nostre aziende che producono bibite».
Qual è la filiera?
«Alcune imprese partono dal granulo e realizzano la bottiglia, altre dalla pre-forma che fanno trasformare in capsule poi trasformate in bottiglie. Le imprese di maggiori dimensioni sono più integrate e realizzano anche i tappi. Anche la plastica per i tappi è aumentata di 200-250 dollari a tonnellata».
I fornitori come giustificano i rincari?
«Ci hanno detto che per evitare lo Stretto devono fare una deviazione che li costringe a una navigazione anche di 40 giorni in più».
Quando potrebbero scattare i rincari?
«Nel momento in cui ci arrivano i nuovi ordini della plastica maggiorati di 200-250 dollari a tonnellata. Nel frattempo stiamo valutando l’eventuale profilo speculativo da parte dei fornitori. Per il momento si naviga a vista. Le ripercussioni sul mercato si potranno vedere entro 3-4 settimane».
Qualè il giro d’affari del settore?
«Il comparto è importante sia per l’economia nazionale che per l’export, in quanto l’acqua italiana è diventata un simbolo del made in Italy. Il giro d’affari al consumo è pari a 3,3 miliardi e vengono venduti oltre 15 miliardi di litri l’anno e 1,6 miliardi esportati in tutto il mondo. Il settore occupa 50.000 addetti tra diretti e indiretti».
I dazi vi hanno colpito?
«Le nostre esportazioni non hanno risentito dei dazi al 15% per la forza dei nostri brand, ai quali il consumatore americano non vuole rinunciare. Nel 2024 le vendite all’estero sono cresciute a doppia cifra e questo dà la misura della qualità delle nostre acque».
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Forze israeliane al confine con il Libano (Ansa)
Le Forze di Difesa israeliane hanno avviato una nuova operazione terrestre nel Libano meridionale con l’obiettivo di colpire infrastrutture e combattenti di Hezbollah e rafforzare la fascia di sicurezza lungo il confine settentrionale di Israele. L’annuncio è arrivato dai vertici militari, che hanno parlato di un ampliamento della zona cuscinetto e di un maggiore dispiegamento di truppe nell’area dopo l’intensificarsi degli attacchi del movimento sciita nelle ultime settimane, in un contesto regionale segnato dallo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele.
Durante l’operazione le truppe hanno individuato e ucciso diversi membri di Hezbollah. «Questa operazione rientra nell’ambito degli sforzi volti a stabilire una difesa avanzata, che comprende la distruzione delle infrastrutture terroristiche e l’eliminazione dei terroristi operanti nella zona, al fine di rimuovere le minacce e creare un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord», hanno dichiarato le Forze di Difesa israeliane. Prima dell’ingresso delle unità di terra, l’area era stata sottoposta a intensi bombardamenti aerei e a colpi di artiglieria «per eliminare le minacce». Nel dispositivo militare restano coinvolte anche altre unità. La 146ª Divisione di riserva è schierata nel settore occidentale del Libano meridionale, mentre la 36ª Divisione è impegnata in operazioni nel settore orientale.
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ribadito che l’obiettivo dell’operazione è neutralizzare le minacce lungo il confine e garantire sicurezza alle comunità del nord di Israele. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, dal 2 marzo Hezbollah avrebbe sparato contro Israele circa cento razzi al giorno, oltre a impiegare più di cento droni. Secondo una nuova valutazione dell’Idf, tra l’85 e il 90% dell’arsenale missilistico di Hezbollah esistente prima del 2023 sarebbe stato distrutto nel corso del conflitto. Prima della guerra il gruppo sciita disponeva di oltre 150.000 razzi. Al momento del cessate il fuoco del novembre 2024 tra il 70 e l’80% di queste scorte era già stato eliminato, mentre nelle ultime settimane l’esercito israeliano avrebbe ulteriormente ridotto l’arsenale a una stima compresa tra 10.000 e 23.000 razzi. Ieri si è appreso che i media ufficiali libanesi non useranno più il termine «resistenza» per riferirsi a Hezbollah.
Secondo Al-Madoun, il ministro dell’Informazione Paul Murkus ha ordinato di citare l’organizzazione nei media statali solo come «Hezbollah». Nel sud del Libano si sono registrati anche episodi che hanno coinvolto le forze di interposizione delle Nazioni Unite. La missione Unifil ha riferito che i propri caschi blu sono stati presi di mira da colpi d’arma da fuoco «probabilmente da gruppi armati non statali» durante tre pattugliamenti nei pressi delle basi nel Libano meridionale. «Due pattuglie hanno risposto al fuoco per autodifesa e, dopo brevi scambi, hanno ripreso le loro attività programmate». Nessun soldato compresi i nostri militari, sono rimasti feriti. Dal Libano arrivano intanto segnali di apertura diplomatica. «Speriamo di ottenere una svolta grazie all’iniziativa che abbiamo lanciato, volta a porre fine alle perdite quotidiane subite da tutti i libanesi», ha dichiarato il presidente Joseph Aoun riferendosi alla proposta di negoziati diretti con Israele. Il capo dello Stato ha commentato anche l’escalation militare dopo che l’Idf ha avviato «operazioni di terra mirate» contro le roccaforti di Hezbollah nel sud del Libano. «Nessuno si aspettava un’altra guerra da parte di altri sul nostro territorio», ha affermato Aoun, riferendosi al fronte aperto da Hezbollah il 2 marzo al fianco dell’Iran. «Lo Stato è l’unico garante della protezione di tutti», ha aggiunto, assicurando il proprio «impegno a ripristinare l’autorità statale su tutto il territorio libanese, a prescindere dagli ostacoli». Nel frattempo le autorità libanesi hanno reso noto che oltre un milione di persone risultano registrate come sfollate dall’inizio del conflitto tra Israele e Hezbollah. Secondo un comunicato ufficiale, il numero dei civili registrati su una piattaforma collegata al ministero degli Affari sociali ha raggiunto quota 1.049.328, di cui 132.742 ospitati in più di 600 rifugi collettivi. Il bilancio delle vittime continua inoltre ad aumentare. Secondo il ministero della Salute libanese, dall’inizio della campagna di bombardamenti israeliani del 2 marzo sono morte 886 persone. Tra queste figurano 67 donne, 111 bambini e 38 operatori sanitari, mentre 2.141 persone sono rimaste ferite.
Nel frattempo si riapre anche il dossier energetico legato ai giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Il governo israeliano starebbe valutando la possibilità di annullare l’intesa firmata nel 2022 con il Libano sulla delimitazione dei confini marittimi. «È un accordo orribile e illegittimo, quindi dal mio punto di vista dobbiamo agire e annullare questo accordo sul gas - ha dichiarato il ministro dell’Energia Eli Cohen. Sul piano internazionale emergono anche mosse diplomatiche da parte di alcuni governi. Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, infatti, hanno emesso una nota congiunta in cui chiedono «un impegno significativo da parte dei rappresentanti israeliani e libanesi per negoziare una soluzione politica sostenibile. Sosteniamo fermamente le iniziative per facilitare i colloqui e sollecitiamo un’immediata de-escalation». Nel pomeriggio di ieri, alcuni detriti «alcuni detriti provocati da razzi intercettati in aria dai sistemi antimissile israeliani» sono caduti sulla base italiana di Shama, come ha reso noto la Difesa.
Gli Huthi minacciano l’altro Stretto
La promessa da parte del gruppo degli Huthi di un imminente ingresso in guerra a fianco dell’Iran potrebbe essere deflagrante, soprattutto a livello economico. Questi ribelli, che controllano circa metà del territorio dello Yemen, hanno già minacciato di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb, un braccio di mare che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa e che è l’unica via per il canale di Suez. Prima della tregua, questa tribù sciita alleata di Teheran aveva bersagliato di droni e razzi tutte le navi che avevano fatto rotta verso il canale, mettendo in crisi il traffico marittimo fra Asia ed Europa. Oggi gli Huthi potrebbero chiudere Bab el-Mandeb, arrivando a minare il fondale e così bloccando ogni tipo di imbarcazione diretta verso il Mediterraneo.
Da questo stretto passano circa 8,8 milioni di barili di petrolio ogni giorno e il 12% del traffico marittimo mondiale. Dopo le enormi difficoltà nello stretto di Hormuz, questa nuova mossa potrebbe far schizzare il prezzo del greggio a 120 dollari, secondo molti economisti. Una doppia strozzatura metterebbe il mondo davanti a una delle più gravi interruzioni del commercio energetico degli ultimi decenni. Da Hormuz transitano circa 20 milioni di barili di petrolio ogni giorno, quasi un quinto del consumo mondiale, e queste interruzioni combinate peserebbero fino ad un quarto dei flussi globali di greggio. I colossi del trasporto marittimo stanno già interrompendo il traffico navale nel Mar Rosso, puntando sulla circumnavigazione del continente africano, una mossa che allunga i tempi di consegna di 14-16 giorni e aumenta sensibilmente le spese di viaggio e assicurative.
L’Europa sarebbe ancora una volta la prima a pagarne le conseguenze immediate. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, alla riunione dei ministri degli Esteri, ha inizialmente parlato della possibilità di un cambiamento del mandato della missione Aspides per permetterle di agire nello stretto di Hormuz, ma alla conferenza stampa finale ha detto che non c’è interesse a cambiare il suo mandato. Quest’operazione navale, il cui comando è appena passato dall’Italia, era nata nell’aprile del 2024 per difendere le navi nel Mar Rosso dopo i primi attacchi degli Huthi. Aspides, dal greco antico aspís, che significa scudo, ha carattere difensivo e un mandato destinato a durare fino al 2027. Otto nazioni europee hanno dato la loro disponibilità a partecipare, fornendo tre navi da guerra e oltre 600 militari. La Marina italiana ha impegnato in questa operazione cacciatorpedinieri come la Caio Duilio o l’Andrea Doria e moderne fregate come la Virginio Fasan. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito che le missioni Aspides e Atalanta, nata per combattere la pirateria in Somalia, restano con il mandato che hanno, ma con l’auspicio di poterle rafforzare. E i suoi omologhi Ue, al vertice di ieri, hanno confermato il disinteresse per un’operazione a Hormuz.
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Donald Trump (Ansa)
Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
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