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2019-06-29
Carola la piratessa è indagata e rischia anche l’espulsione
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La celebrità in Italia passa anche (e soprattutto) per le aule di tribunale, avrà pensato Carola Rackete in queste ore. La «capitana» della Sea Watch 3, questa mattina, dovrebbe infatti essere interrogata dai pm della Procura di Agrigento, che l'hanno iscritta nel registro degli indagati per una duplice ipotesi accusatoria legata alla violazione del decreto sicurezza bis: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violazione dell'articolo 1099 del codice della navigazione, reato contestato al comandante che non obbedisce all'ordine di una nave da guerra nazionale.
Eppure lei - la giovane che si sente in difetto per essere bella, bianca e ricca e colpevolizza l'Occidente e, in particolare, l'Italia di non accogliere centinaia di migliaia di migranti provenienti dall'Africa - non sembra in alcun modo preoccupata dagli sviluppi dell'inchiesta che la riguarda. Tant'è che, prima, in presenza di indiscrezioni sulle mosse degli inquirenti, con consumata abilità aveva sottolineato di non essere abituata a «commentare i rumors», poi, quando la notizia è stata ufficializzata, l'ha presa molto con filosofia. «Affronterò tutto con il supporto dei legali e di Sea Watch, ora voglio solo le persone a terra», ha aggiunto, forte - molto probabilmente - dei 300.000 euro raccolti, con le donazioni, a favore della Ong in questi giorni. Rackete ha però sentito l'esigenza di ribadire che «la situazione psicologica dei naufraghi a bordo peggiora ogni ora di più, abbiamo persone con problemi post traumatici a bordo e il fatto che non si sappia come e quando la situazione si sbloccherà, peggiora le condizioni. Abbiamo avuto questa notte una evacuazione medica per un giovane di 21 anni».
Dunque, nessun ripensamento rispetto al modo plateale con cui ha infranto una legge di uno Stato europeo, tutt'altro. Dall'ufficio dei pubblici ministeri arrivano invece parole felpate e improntate alla cautela. «Stiamo valutando il sequestro probatorio, stiamo studiando le carte. Noi facciamo il nostro lavoro non ci sostituiamo a nessuno», ha spiegato il procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, al suo arrivo a Lampedusa per coordinare la perquisizione a bordo del natante da parte della polizia e della guardia di finanza.
A Roma però la percezione della gestione della crisi è particolarmente critica tant'è che ambienti del Viminale hanno fatto trapelare l'ipotesi che la «capitana» potrebbe essere ben presto destinataria di un provvedimento di espulsione. Una mossa - che è nei poteri del ministero dell'Interno - che di fatto lancerebbe un segnale di più immediata e facile comprensione anche ai partner europei, finora rimasti colpevolmente in silenzio, rispetto ai bizantinismi e alle articolate procedure della giustizia italiana. Giustizia che, peraltro, in questo caso sembra procedere con una maggiore riflessività rispetto alla tempestività con cui, in altre occasioni, pure si è mossa. Il Viminale starebbe inoltre lavorando pure a una multa da 50.000 euro da comminare alla organizzazione non governativa, con base a Berlino, così come previsto dal decreto sicurezza bis ed evocato più volte dal vicepremier Matteo Salvini. Malgrado le perquisizioni e le noie giudiziarie, nella giornata di ieri la «capitana» della Sea Watch 3 si è concessa a una lunga intervista di gruppo in collegamento Skype con la sala stampa estera. «Cibo e acqua non sono il problema. Quello vero di problema è che sfortunatamente a bordo non abbiamo psicologi perché queste persone hanno subito molti traumi e non abbiamo personale specializzato», ha detto. «Per farli distrarre li facciamo giocare a carte, li intratteniamo, insegniamo le lingue e cantiamo diverse canzoni e così facciamo passare questa orribile attesa».
La capitana ha riferito che ai migranti viene fornito cibo tre volte al giorno ma «lavarsi è molto difficile poiché non abbiamo abbastanza acqua potabile a bordo ed anche i servizi igienici, ne abbiamo tre, sono diventati critici».
La condotta della timoniera dell'ex peschereccio, trasformato nella imbarcazione acchiappa migranti nel Mediterraneo, sta dividendo non solo l'opinione pubblica ma anche il Partito democratico. Perché se da un lato ci sono i parlamentari dem che hanno deciso di salire a bordo per aumentare la pressione e favorire lo sbarco dei migranti, dall'altro c'è il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che ha assunto una posizione di forte intransigenza nei confronti di Carola: «Va bene esprimere solidarietà alla povera gente, ma non puoi far finta di niente davanti a una signora che viola la legge italiana», ha detto De Luca ai microfoni di Lira Tv. «Una signora tedesca, ricca di famiglia», ha affermato, «non è un problema di Salvini, ma di rispetto delle leggi. Non capisco perché questa signora non orienti la sua nave verso altri Paesi. Personalmente avrei fatto sbarcare i 42 migranti a bordo, aperto una trattativa con l'Europa per distribuirli su tutto il territorio», ha sottolineato «poi però avrei preteso gli arresti di chi dirige questa nave».
La convulsa giornata di ieri si è conclusa con l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, Filomena Albano, che ha scritto al comandante generale della Guardia costiera, l'ammiraglio Giovanni Pettorino, per verificare se sia confermata la presenza di quattro minori non accompagnati ricordando, in questo caso, l'obbligo è di farli scendere a terra. Tutti, ormai, vogliono partecipare allo show.
L’Ue promette asilo ai clandestini. Ma il governo esige un patto scritto
Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo e Portogallo hanno annunciato la propria disponibilità ad accogliere gli immigrati della Sea Watch 3. Al momento non c'è una ripartizione precisa. Si sa, ad esempio, che la Finlandia ha dato la sua disponibilità ad accogliere otto migranti. Queste, almeno, sono le prime comunicazioni trapelate dall'ufficio del primo ministro finnico Antti Rinne. E dall'Ue pressano: «Redistribuzione solo dopo lo sbarco». Ma la Sea Watch 3 resta in mare. Almeno fino a quando non verrà sottoscritto un documento. L'Italia, insomma, attende un passo ufficiale prima di far scendere gli immigrati. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è irremovibile su questo punto: senza garanzie non si sbarca.
«Un forte grazie ai governi di Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo e al commissario europeo Dimitris Avramopoulos per la risposta positiva per le persone a bordo della Sea Watch». Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha scelto Twitter per ringraziare chi si è fatto avanti e, contemporaneamente, per annunciare che la situazione è a una svolta.
Dopo 17 giorni di stallo, dal governo del Paese che ospita l'Organizzazione non governativa Sea Watch, la Germania, arriva un flebile segnale: «La Commissione sta coordinando la vicenda, siamo molto preoccupati e impegnati in colloqui intensi e confidenziali. Speriamo in una soluzione a breve». A parlare è una portavoce del ministero degli Interni tedesco. La funzionaria ha ricordato la disponibilità, già manifestata da diversi comuni tedeschi, ad accogliere alcuni dei migranti. Il messaggio è questo: «Ci sono intensi colloqui con la Commissione Ue per trovare una soluzione a livello europeo. Si tratta dei confini europei, per questo serve una decisione condivisa e solidale e non solo di uno Stato. Tutti devono fare la propria parte». Al momento, però, oltre ai proclami, non ci sono atti ufficiali. Per questo, forse, dall'Europa provano a forzare: «Sulla Sea Watch lo sforzo di solidarietà, con la ridistribuzione dei migranti tra gli Stati membri Ue, può essere messo in atto solo se e quando lo sbarco sarà permesso». È la portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud, a giocare la carta del pressing. Poi cerca di addolcire la pillola: «Abbiamo visto le dichiarazioni sia del ministro dell'Interno sia del primo ministro. Stiamo facendo il massimo per sostenere gli Stati membri per fornire solidarietà alle persone a bordo. Abbiamo alcune notizie positive dagli Stati membri».
Questa volta da Berlino, nel pomeriggio, tramite il portavoce del ministero degli Esteri tedesco, Reiner Breul, arrivano parole di apertura nei confronti dell'Italia: «Anche il governo italiano ha interesse a una soluzione europea del problema dei migranti e lavora al salvataggio di vite umane. Non è utile in questo momento puntare il dito sull'Italia. Gli Stati non vanno lasciati da soli».
Ovviamente in fase di trattativa hanno pesato non poco il divieto allo sbarco e la linea dura del governo italiano e del ministro dell'Interno Salvini. «Prima di sbloccare la situazione, però, si attendono precise garanzie su numeri, tempi e modi», fanno sapere dal Viminale.
Sono stufi anche i pentastellati. I senatori delle commissioni Affari esteri e Politiche Ue di Palazzo Madama sono stati netti: «È ora di battere i pugni sul tavolo di Bruxelles e di pretendere subito dall'Unione europea il superamento del folle e iniquo regolamento di Dublino che impone l'accoglienza dei migranti in Europa al solo Paese di sbarco. Sono almeno cinque anni che il M5s lo chiede: bisogna imporre un logico ed equo principio di distribuzione, che sia automatico e obbligatorio e che venga fatto rispettare dall'Ue con lo stesso rigore applicato ai conti pubblici. Non si può predicare responsabilità in economia e non assumersi la responsabilità condivisa di accogliere chi cerca rifugio nel nostro continente».
Il premier Giuseppe Conte, in un'intervista al quotidiano nipponico Yomiuri Shimbun, in uscita nel giorno di apertura del G20 di Osaka in Giappone, ha ribadito la posizione italiana: «Nel contesto europeo, l'Italia ha promosso una gestione dell'immigrazione attraverso un approccio multilivello che punta, prima di tutto, sui movimenti primari». A margine del G20 c'è anche stato un lungo colloquio tra Conte e il collega olandese Mark Rutte, tutto dedicato alla vicenda della Sea Watch. Il governo aveva chiesto, anche tramite un passo formale con l'ambasciatore all'Aja, un intervento dell'Olanda sulla nave della Ong, alla quale ha concesso la propria bandiera. Intervento che non c'è stato. Perciò si cerca ora di accertare anche eventuali omissioni da parte dei Paesi Bassi: «L'Olanda non è stata collaborativa», ha sentenziato Salvini, rimasto di stucco per l'atteggiamento del governo olandese. «Un comportamento disgustoso», ha detto il ministro dell'Interno, «se ne strafregano di una nave che batte bandiera olandese. Ho scritto alla collega agli Interni del governo olandese, senza avere uno straccio di risposta».
In Olanda si è aperto un fronte interno: «È imbarazzante», ha dichiarato la senatrice Tineke Strik, «che il governo dei Paesi Bassi eviti qualsiasi responsabilità per le persone sulla Sea Watch 3 e che da mesi cerchi di togliere la bandiera olandese a questa imbarcazione». E ha dato una zampata anche all'Europa: «Lasciano che l'Italia faccia il lavoro sporco».
Ma gli olandesi non hanno risposto neppure alla Sea Watch. Giorgia Linardi, portavoce della Ong, ha svelato di aver «preso diretto contatto con il governo olandese molto prima del ministero di Salvini, chiedendo responsabilità, ma lo Stato di bandiera non è stato collaborativo, come anche gli altri Stati».
Per questo Salvini non si fida a far scendere dalla nave gli immigrati: «Mi dicano dove vanno e me lo firmano. Faccio come San Tommaso, vedere per credere, visto che per troppe volte hanno fatto promesse che non hanno mantenuto». Promesse da marinaio.
Il papà della fricchettona ha fatto soldi con la guerra
È il personaggio del momento Carola Rackete, colpisce l'immaginario suscitando reazioni nette. La sua fisionomia evoca una identità ben precisa che è quella della ragazza di buona famiglia, ma con vocazione rivoluzionaria. Capelli biondi e rasta. Non poteva non suscitare interesse la sua estrazione sociale: quell'alta borghesia tedesca che trasforma il suo «senso di colpa» in un programma politico e in una volontà capace di calpestare leggi e confini di un altro Stato. Quasi sempre l'Italia.
Nelle scorse ore i riflettori sono stati puntati sul papà di Carola, pacato pensionato benestante con una laurea in ingegneria elettronica ma anche un curriculum significativo nell'industria militare. È il Corriere della Sera a specificare il mestiere di papà Rackete e, indirettamente, la fonte di quel benessere economico che ha permesso alla inquieta Carola di girare il mondo mentre tanti altri coetanei annaspavano tra lavoretti sottopagati e stage: uno dei mestieri più antichi del mondo, quello delle armi. «Sono colonnello della Marina» dichiara Ekkehart Rackete dal suo buon ritiro ad Hambühren, in Bassa Sassonia. Chi immaginava che i familiari di questa hippie del XXI secolo suonassero i tamburelli o girassero per le strade con i vestiti a fiori rimarrà forse deluso: la tradizione di famiglia si riconduce al militarismo della Germania del Nord.
Tuttavia il Corriere non scrive che papà Rackete era semplicemente un militare, ma fa un riferimento più ghiotto alla sua appartenenza all'ambito dell'industria bellica. Sandro Orlando ieri lo presentava sulla pagina del quotidiano appunto come «un ingegnere elettronico in pensione dopo 30 anni di lavoro nell'industria militare». Questa cosa ha suscitato l'interesse di Francesca Totolo, autrice per le edizioni Altaforte di Inferno Spa, libro in cui si indaga sui tanti «gironi» del business dell'immigrazione e anche su nessi che le anime candide dell'accoglienza a prima vista non sospetterebbero: i nessi tra organizzazioni non governative che spostano navi nel Mediterraneo e compagnie di contractors, soldati mercenari, come la famosa Blackwater (oggi conosciuta con il nome di Academi), con alcuni soggetti che si muovono dall'uno all'altro ambito.
Sulla sua pagina Facebook la Totolo ha rivolto apertamente «una domanda a Carola Rackete, comandante di Sea-Watch: Ekkehart Rackete (nome del padre riportato dal Corriere della Sera) è lo stesso Ekkehart Rackete, ex ufficiale dell'esercito tedesco ed esperto di armamenti ed ora consulente di sistemi militari?». La domanda viene accompagnata dal riferimento a una pagina di Linkedin appartenente a un signor Ekkehart Rackete appunto impegnato nel settore. Domandare è lecito, rispondere è cortesia recita l'adagio. Ma già il Corriere ha forse risolto il quesito parlando di una lunga esperienza nell'industria militare di papà Rackete.
La giovane capitana con i rasta certo non maneggia gli esplosivi, ma chi considera l'immigrazione selvaggia come una bomba sociale ad orologeria potrebbe trarre qualche cinica battuta sulle attività predilette in famiglia. È sempre Francesca Totolo a sostenere come queste commistioni tra Ong «umanitarie» e compagnie che si occupano di armi e combattimento esistano. Scrive online la Totolo: “Tutto ciò mi ricorda la Ong maltese Moas che nel direttivo aveva assoldato due ex ufficiali dell'esercito di Malta e un esperto di “sopravvivenza" in zone di guerra e titolare di una società produttrice di coltelli da guerra». Sovrapposizioni abbastanza inquietanti, che meritano di essere approfondite o quantomeno smentite dagli interessati (ma non sembra che ne abbiano molta voglia).
Parafrasando un altro tedesco non proprio pacifico, il generale Carl von Clausewitz: «L'immigrazione è la prosecuzione della guerra con altri mezzi».
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È accusata di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e rifiuto d'obbedienza a nave militare. Può essere rimpatriata.Cinque nazioni europee offrono accoglienza agli extracomunitari della Sea Watch 3, però Bruxelles chiede di farli prima sbarcare. Matteo Salvini categorico: «Senza accordi firmati non lascio scendere nessuno».In barba al pacifismo della figlia, il papà della Rackete lavorava nell'industria bellica.Lo speciale contiene tre articoli. La celebrità in Italia passa anche (e soprattutto) per le aule di tribunale, avrà pensato Carola Rackete in queste ore. La «capitana» della Sea Watch 3, questa mattina, dovrebbe infatti essere interrogata dai pm della Procura di Agrigento, che l'hanno iscritta nel registro degli indagati per una duplice ipotesi accusatoria legata alla violazione del decreto sicurezza bis: favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e violazione dell'articolo 1099 del codice della navigazione, reato contestato al comandante che non obbedisce all'ordine di una nave da guerra nazionale. Eppure lei - la giovane che si sente in difetto per essere bella, bianca e ricca e colpevolizza l'Occidente e, in particolare, l'Italia di non accogliere centinaia di migliaia di migranti provenienti dall'Africa - non sembra in alcun modo preoccupata dagli sviluppi dell'inchiesta che la riguarda. Tant'è che, prima, in presenza di indiscrezioni sulle mosse degli inquirenti, con consumata abilità aveva sottolineato di non essere abituata a «commentare i rumors», poi, quando la notizia è stata ufficializzata, l'ha presa molto con filosofia. «Affronterò tutto con il supporto dei legali e di Sea Watch, ora voglio solo le persone a terra», ha aggiunto, forte - molto probabilmente - dei 300.000 euro raccolti, con le donazioni, a favore della Ong in questi giorni. Rackete ha però sentito l'esigenza di ribadire che «la situazione psicologica dei naufraghi a bordo peggiora ogni ora di più, abbiamo persone con problemi post traumatici a bordo e il fatto che non si sappia come e quando la situazione si sbloccherà, peggiora le condizioni. Abbiamo avuto questa notte una evacuazione medica per un giovane di 21 anni». Dunque, nessun ripensamento rispetto al modo plateale con cui ha infranto una legge di uno Stato europeo, tutt'altro. Dall'ufficio dei pubblici ministeri arrivano invece parole felpate e improntate alla cautela. «Stiamo valutando il sequestro probatorio, stiamo studiando le carte. Noi facciamo il nostro lavoro non ci sostituiamo a nessuno», ha spiegato il procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, al suo arrivo a Lampedusa per coordinare la perquisizione a bordo del natante da parte della polizia e della guardia di finanza. A Roma però la percezione della gestione della crisi è particolarmente critica tant'è che ambienti del Viminale hanno fatto trapelare l'ipotesi che la «capitana» potrebbe essere ben presto destinataria di un provvedimento di espulsione. Una mossa - che è nei poteri del ministero dell'Interno - che di fatto lancerebbe un segnale di più immediata e facile comprensione anche ai partner europei, finora rimasti colpevolmente in silenzio, rispetto ai bizantinismi e alle articolate procedure della giustizia italiana. Giustizia che, peraltro, in questo caso sembra procedere con una maggiore riflessività rispetto alla tempestività con cui, in altre occasioni, pure si è mossa. Il Viminale starebbe inoltre lavorando pure a una multa da 50.000 euro da comminare alla organizzazione non governativa, con base a Berlino, così come previsto dal decreto sicurezza bis ed evocato più volte dal vicepremier Matteo Salvini. Malgrado le perquisizioni e le noie giudiziarie, nella giornata di ieri la «capitana» della Sea Watch 3 si è concessa a una lunga intervista di gruppo in collegamento Skype con la sala stampa estera. «Cibo e acqua non sono il problema. Quello vero di problema è che sfortunatamente a bordo non abbiamo psicologi perché queste persone hanno subito molti traumi e non abbiamo personale specializzato», ha detto. «Per farli distrarre li facciamo giocare a carte, li intratteniamo, insegniamo le lingue e cantiamo diverse canzoni e così facciamo passare questa orribile attesa». La capitana ha riferito che ai migranti viene fornito cibo tre volte al giorno ma «lavarsi è molto difficile poiché non abbiamo abbastanza acqua potabile a bordo ed anche i servizi igienici, ne abbiamo tre, sono diventati critici».La condotta della timoniera dell'ex peschereccio, trasformato nella imbarcazione acchiappa migranti nel Mediterraneo, sta dividendo non solo l'opinione pubblica ma anche il Partito democratico. Perché se da un lato ci sono i parlamentari dem che hanno deciso di salire a bordo per aumentare la pressione e favorire lo sbarco dei migranti, dall'altro c'è il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che ha assunto una posizione di forte intransigenza nei confronti di Carola: «Va bene esprimere solidarietà alla povera gente, ma non puoi far finta di niente davanti a una signora che viola la legge italiana», ha detto De Luca ai microfoni di Lira Tv. «Una signora tedesca, ricca di famiglia», ha affermato, «non è un problema di Salvini, ma di rispetto delle leggi. Non capisco perché questa signora non orienti la sua nave verso altri Paesi. Personalmente avrei fatto sbarcare i 42 migranti a bordo, aperto una trattativa con l'Europa per distribuirli su tutto il territorio», ha sottolineato «poi però avrei preteso gli arresti di chi dirige questa nave».La convulsa giornata di ieri si è conclusa con l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, Filomena Albano, che ha scritto al comandante generale della Guardia costiera, l'ammiraglio Giovanni Pettorino, per verificare se sia confermata la presenza di quattro minori non accompagnati ricordando, in questo caso, l'obbligo è di farli scendere a terra. Tutti, ormai, vogliono partecipare allo show.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carola-la-piratessa-e-indagata-e-rischia-anche-lespulsione-2639022060.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lue-promette-asilo-ai-clandestini-ma-il-governo-esige-un-patto-scritto" data-post-id="2639022060" data-published-at="1781306131" data-use-pagination="False"> L’Ue promette asilo ai clandestini. Ma il governo esige un patto scritto Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo e Portogallo hanno annunciato la propria disponibilità ad accogliere gli immigrati della Sea Watch 3. Al momento non c'è una ripartizione precisa. Si sa, ad esempio, che la Finlandia ha dato la sua disponibilità ad accogliere otto migranti. Queste, almeno, sono le prime comunicazioni trapelate dall'ufficio del primo ministro finnico Antti Rinne. E dall'Ue pressano: «Redistribuzione solo dopo lo sbarco». Ma la Sea Watch 3 resta in mare. Almeno fino a quando non verrà sottoscritto un documento. L'Italia, insomma, attende un passo ufficiale prima di far scendere gli immigrati. Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è irremovibile su questo punto: senza garanzie non si sbarca. «Un forte grazie ai governi di Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Portogallo e al commissario europeo Dimitris Avramopoulos per la risposta positiva per le persone a bordo della Sea Watch». Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha scelto Twitter per ringraziare chi si è fatto avanti e, contemporaneamente, per annunciare che la situazione è a una svolta. Dopo 17 giorni di stallo, dal governo del Paese che ospita l'Organizzazione non governativa Sea Watch, la Germania, arriva un flebile segnale: «La Commissione sta coordinando la vicenda, siamo molto preoccupati e impegnati in colloqui intensi e confidenziali. Speriamo in una soluzione a breve». A parlare è una portavoce del ministero degli Interni tedesco. La funzionaria ha ricordato la disponibilità, già manifestata da diversi comuni tedeschi, ad accogliere alcuni dei migranti. Il messaggio è questo: «Ci sono intensi colloqui con la Commissione Ue per trovare una soluzione a livello europeo. Si tratta dei confini europei, per questo serve una decisione condivisa e solidale e non solo di uno Stato. Tutti devono fare la propria parte». Al momento, però, oltre ai proclami, non ci sono atti ufficiali. Per questo, forse, dall'Europa provano a forzare: «Sulla Sea Watch lo sforzo di solidarietà, con la ridistribuzione dei migranti tra gli Stati membri Ue, può essere messo in atto solo se e quando lo sbarco sarà permesso». È la portavoce della Commissione europea, Natasha Bertaud, a giocare la carta del pressing. Poi cerca di addolcire la pillola: «Abbiamo visto le dichiarazioni sia del ministro dell'Interno sia del primo ministro. Stiamo facendo il massimo per sostenere gli Stati membri per fornire solidarietà alle persone a bordo. Abbiamo alcune notizie positive dagli Stati membri». Questa volta da Berlino, nel pomeriggio, tramite il portavoce del ministero degli Esteri tedesco, Reiner Breul, arrivano parole di apertura nei confronti dell'Italia: «Anche il governo italiano ha interesse a una soluzione europea del problema dei migranti e lavora al salvataggio di vite umane. Non è utile in questo momento puntare il dito sull'Italia. Gli Stati non vanno lasciati da soli». Ovviamente in fase di trattativa hanno pesato non poco il divieto allo sbarco e la linea dura del governo italiano e del ministro dell'Interno Salvini. «Prima di sbloccare la situazione, però, si attendono precise garanzie su numeri, tempi e modi», fanno sapere dal Viminale. Sono stufi anche i pentastellati. I senatori delle commissioni Affari esteri e Politiche Ue di Palazzo Madama sono stati netti: «È ora di battere i pugni sul tavolo di Bruxelles e di pretendere subito dall'Unione europea il superamento del folle e iniquo regolamento di Dublino che impone l'accoglienza dei migranti in Europa al solo Paese di sbarco. Sono almeno cinque anni che il M5s lo chiede: bisogna imporre un logico ed equo principio di distribuzione, che sia automatico e obbligatorio e che venga fatto rispettare dall'Ue con lo stesso rigore applicato ai conti pubblici. Non si può predicare responsabilità in economia e non assumersi la responsabilità condivisa di accogliere chi cerca rifugio nel nostro continente». Il premier Giuseppe Conte, in un'intervista al quotidiano nipponico Yomiuri Shimbun, in uscita nel giorno di apertura del G20 di Osaka in Giappone, ha ribadito la posizione italiana: «Nel contesto europeo, l'Italia ha promosso una gestione dell'immigrazione attraverso un approccio multilivello che punta, prima di tutto, sui movimenti primari». A margine del G20 c'è anche stato un lungo colloquio tra Conte e il collega olandese Mark Rutte, tutto dedicato alla vicenda della Sea Watch. Il governo aveva chiesto, anche tramite un passo formale con l'ambasciatore all'Aja, un intervento dell'Olanda sulla nave della Ong, alla quale ha concesso la propria bandiera. Intervento che non c'è stato. Perciò si cerca ora di accertare anche eventuali omissioni da parte dei Paesi Bassi: «L'Olanda non è stata collaborativa», ha sentenziato Salvini, rimasto di stucco per l'atteggiamento del governo olandese. «Un comportamento disgustoso», ha detto il ministro dell'Interno, «se ne strafregano di una nave che batte bandiera olandese. Ho scritto alla collega agli Interni del governo olandese, senza avere uno straccio di risposta». In Olanda si è aperto un fronte interno: «È imbarazzante», ha dichiarato la senatrice Tineke Strik, «che il governo dei Paesi Bassi eviti qualsiasi responsabilità per le persone sulla Sea Watch 3 e che da mesi cerchi di togliere la bandiera olandese a questa imbarcazione». E ha dato una zampata anche all'Europa: «Lasciano che l'Italia faccia il lavoro sporco». Ma gli olandesi non hanno risposto neppure alla Sea Watch. Giorgia Linardi, portavoce della Ong, ha svelato di aver «preso diretto contatto con il governo olandese molto prima del ministero di Salvini, chiedendo responsabilità, ma lo Stato di bandiera non è stato collaborativo, come anche gli altri Stati». Per questo Salvini non si fida a far scendere dalla nave gli immigrati: «Mi dicano dove vanno e me lo firmano. Faccio come San Tommaso, vedere per credere, visto che per troppe volte hanno fatto promesse che non hanno mantenuto». Promesse da marinaio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carola-la-piratessa-e-indagata-e-rischia-anche-lespulsione-2639022060.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-papa-della-fricchettona-ha-fatto-soldi-con-la-guerra" data-post-id="2639022060" data-published-at="1781306131" data-use-pagination="False"> Il papà della fricchettona ha fatto soldi con la guerra È il personaggio del momento Carola Rackete, colpisce l'immaginario suscitando reazioni nette. La sua fisionomia evoca una identità ben precisa che è quella della ragazza di buona famiglia, ma con vocazione rivoluzionaria. Capelli biondi e rasta. Non poteva non suscitare interesse la sua estrazione sociale: quell'alta borghesia tedesca che trasforma il suo «senso di colpa» in un programma politico e in una volontà capace di calpestare leggi e confini di un altro Stato. Quasi sempre l'Italia. Nelle scorse ore i riflettori sono stati puntati sul papà di Carola, pacato pensionato benestante con una laurea in ingegneria elettronica ma anche un curriculum significativo nell'industria militare. È il Corriere della Sera a specificare il mestiere di papà Rackete e, indirettamente, la fonte di quel benessere economico che ha permesso alla inquieta Carola di girare il mondo mentre tanti altri coetanei annaspavano tra lavoretti sottopagati e stage: uno dei mestieri più antichi del mondo, quello delle armi. «Sono colonnello della Marina» dichiara Ekkehart Rackete dal suo buon ritiro ad Hambühren, in Bassa Sassonia. Chi immaginava che i familiari di questa hippie del XXI secolo suonassero i tamburelli o girassero per le strade con i vestiti a fiori rimarrà forse deluso: la tradizione di famiglia si riconduce al militarismo della Germania del Nord. Tuttavia il Corriere non scrive che papà Rackete era semplicemente un militare, ma fa un riferimento più ghiotto alla sua appartenenza all'ambito dell'industria bellica. Sandro Orlando ieri lo presentava sulla pagina del quotidiano appunto come «un ingegnere elettronico in pensione dopo 30 anni di lavoro nell'industria militare». Questa cosa ha suscitato l'interesse di Francesca Totolo, autrice per le edizioni Altaforte di Inferno Spa, libro in cui si indaga sui tanti «gironi» del business dell'immigrazione e anche su nessi che le anime candide dell'accoglienza a prima vista non sospetterebbero: i nessi tra organizzazioni non governative che spostano navi nel Mediterraneo e compagnie di contractors, soldati mercenari, come la famosa Blackwater (oggi conosciuta con il nome di Academi), con alcuni soggetti che si muovono dall'uno all'altro ambito. Sulla sua pagina Facebook la Totolo ha rivolto apertamente «una domanda a Carola Rackete, comandante di Sea-Watch: Ekkehart Rackete (nome del padre riportato dal Corriere della Sera) è lo stesso Ekkehart Rackete, ex ufficiale dell'esercito tedesco ed esperto di armamenti ed ora consulente di sistemi militari?». La domanda viene accompagnata dal riferimento a una pagina di Linkedin appartenente a un signor Ekkehart Rackete appunto impegnato nel settore. Domandare è lecito, rispondere è cortesia recita l'adagio. Ma già il Corriere ha forse risolto il quesito parlando di una lunga esperienza nell'industria militare di papà Rackete. La giovane capitana con i rasta certo non maneggia gli esplosivi, ma chi considera l'immigrazione selvaggia come una bomba sociale ad orologeria potrebbe trarre qualche cinica battuta sulle attività predilette in famiglia. È sempre Francesca Totolo a sostenere come queste commistioni tra Ong «umanitarie» e compagnie che si occupano di armi e combattimento esistano. Scrive online la Totolo: “Tutto ciò mi ricorda la Ong maltese Moas che nel direttivo aveva assoldato due ex ufficiali dell'esercito di Malta e un esperto di “sopravvivenza" in zone di guerra e titolare di una società produttrice di coltelli da guerra». Sovrapposizioni abbastanza inquietanti, che meritano di essere approfondite o quantomeno smentite dagli interessati (ma non sembra che ne abbiano molta voglia). Parafrasando un altro tedesco non proprio pacifico, il generale Carl von Clausewitz: «L'immigrazione è la prosecuzione della guerra con altri mezzi».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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