Si indigna in tv, elogia Antonio Gramsci, taccia di cialtroneria il governo. Spocchioso esempio del malmesso pensatoio della sinistra. Più che ad Albert Camus, somiglia a un maestrino dalla penna rossa. I suoi sono freghi fatti alla lavagna, intorno a parole e grammatica.

Ad affiancare un ormai cotto Roberto Saviano nel malmesso pensatoio di una malmessa sinistra si è appena aggiunto Gianrico Carofiglio. L’ex magistrato, nonché ex senatore piddino, nonché ex giallista, ora si reinventa come maître à penser alla Albert Camus, spaccia cioè il suo premio Bancarella per un Nobel alla letteratura.

Non c’è trasmissione televisiva o evento pubblico, dove Carofiglio – con una spocchia davvero olimpica e insopportabile – non insegni ai poveri baluba di destra l’abbiccì della democrazia, tacciando inoltre di cialtroneria il nuovo governo e, con esso, quelli che l’hanno votato: tutti dei poveri fessi che si sbagliano o non hanno capito.

Più che a Camus, Carofiglio somiglia a un maestrino dalla penna rossa. I suoi sono freghi fatti alla lavagna, intorno a parole e grammatica, quasi ne avesse il monopolio o fosse uno dei creatori della lingua italiana (un Dante o Manzoni ), insomma quasi avesse scritto il De vulgari eloquentia e non Il silenzio dell’onda. Ecco perciò le lezioncine cavillose sullo «sdegno» che, vocabolario alla mano, non è l’«indignazione» e, a seguire, il corollario bambinesco che in politica è meglio indignarsi che sdegnarsi. Tali sono le baie che con viso serissimo propina. Quando chiuderà il vocabolario di terza media per studiare Manzoni, scoprirà che, in fatto di lingua, a monte di tutto sta l’Uso il quale è «sovrano». La lingua – con buona pace dei cattivi scrittori – è populista.

Con Saviano, Carofiglio è l’ennesimo esempio della sicumera intellettuale della sinistra e in specie del Pd (essendone stato un senatore non rimpianto); sicumera se possibile ancor più infida, perché espressa a voce bassa, con un’apparente e deamicisiana pacatezza di modi. Il suo ultimo libro-intervista sulla politica – Con i piedi nel fango – è un minestrone di luoghi comuni cari alla sinistra: dalla manipolazione delle masse all’impegno organico dell’intellettuale, tutta roba vecchia e muffita. C’è persino l’elogio a perdifiato di Antonio Gramsci, «mia fissazione», confessa Carofiglio, «e punto di partenza per ogni ragionamento sulla politica».

Sorprende che nel terzo millennio, dopo l’emersione minuta e irrefutabile degli errori e orrori del comunismo, un ex magistrato della Repubblica guardi a Gramsci come a un indiscusso esempio di civismo, da additare ai giovani. Ciò significa o non conoscerlo (cosa spiacevole ma accettabile) oppure essere pericolosamente faziosi (cosa spiacevole e inaccettabile). Tralasciando l’immaginetta di un Gramsci martire aureolato «nutrito di cultura, studio e passione», si leggano in L’Ordine nuovo le lunghe pagine gramsciane sulla dittatura del proletariato e la rivoluzione «imposta e non proposta … sopprimendo le classi … nella disciplina ferrea del lavoro», per capire meglio chi fosse l’eroe di Carofiglio. In quelle tetre visioni, per nostra fortuna irrealizzate, stese in una prosa abominevole fitta di formule marxiane e nebbia stilistica, s’intravede con un brivido di morte tutto quello che il comunismo è poi stato altrove, tutte le vite che ha maciullato, beninteso sempre mirando con beffarda bonomia al «sole dell’avvenire». Diciamo la verità: Gramsci venne incarcerato prima che potesse incarcerare. E, anzi, vedendo cosa combinò Stalin in quegli stessi anni, avrebbe fatto forse di peggio (come d’altronde a fascismo finito i tribunali partigiani illustrano). Eppure a Carofiglio uno come Gramsci garba, per lui pensa dirittamente e occorre farlo leggere nelle scuole. Sarà che i magistrati, quando si danno alla politica, virano sempre per una deformazione professionale sul giustizialismo del dura lex sed lex; sono un po’ come i giacobini del Comitato di salute pubblica che tagliavano teste per un eccesso di giustizia e senso civico. A sentirli argomentare tanto scopertamente, dopo che hanno smesso la toga, si dà volentieri ragione a chi pensa che la magistratura sia troppo politicizzata, benché, argomentano i magistrati offesi dalla bassa illazione, la toga li immunizzi da qualsivoglia passione o soggettivismo, rendendoli – non si sa come – delle entità impersonali e sovrumane. E come non credere a tale mistica rassicurazione?

Ancora gramsciana infine e l’idea dell’intellettuale «dirigente e persuasore» che mena le coscienze obnubilate del popolo come un pastore il gregge, ovvero l’ideologismo al posto del populismo, ovvero Carofiglio che c’insegna come dobbiamo pensare: strambo, mal scritto intreccio tra il libro Cuore e Ordine nuovo.

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