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Carlo Freccero: «Per far cacciare Renzi sto con la destra»

Il vero oppositore di Matteo Renzi non è un politico di lungo corso assetato di rivincita. Non è uno showman leader di un movimento. Non è un comico televisivo molto in auge. È Carlo Freccero. Un filosofo dei media, utopista e disinteressato, consigliere d'amministrazione Rai suggerito dal Movimento 5 stelle, uomo di televisione tra i più carismatici e vulcanici in circolazione. Con un curriculum pieno di cicatrici e medaglie: dalla partecipazione alla genesi della tv commerciale come consigliere del primo Silvio Berlusconi alla prestigiosa parentesi come direttore di La Cinq e poi di France 2, quindi da oppositore sui canali Rai del Cavaliere sceso in politica. Colpito ma non affondato dall'editto bulgaro. Autore a tutto campo di saggi su media e tv. Ecco, si capisce come mai l'intellettuale contro il premier, ribattezzato «il ragazzo del contado di Firenze», sia una guerra asimmetrica che sta creando problemi a chi ha più potere.

Carlo Freccero, perché ce l'ha a morte con Renzi?

«Perché è autoritario, accentratore, governa con i suoi quattro amici e le lobby».

Di premier accentratori ne sa qualcosa...

«In confronto a quello che sta facendo Renzi l'editto bulgaro era un atto poetico».

Addirittura.

«Massì, un impeto, una stizza, una reazione frontale. Qui subiamo manovre scientifiche, calibrate. La censura berlusconiana nella tv generalista è ruspante, mentre quella dei politici 2.0 è subdola, invisibile, avvolgente».

Lei si sente in missione per conto del No?

«Sono in tour. Sono stato a Pescara da quelli di Sel, a Roma con Massimo D'Alema, a Matera con Forza Italia, a Savona… Adesso voglio andare anche ai raduni della Lega. Per mandare a casa Renzi mi alleo anche con la destra».

Un'alleanza strategica, ma temporanea, immagino.

«Non si tratta di rapporti personali, si tratta di idee. Nei giorni scorsi Salvatore Merlo sul Foglio ha sostenuto che anche per il referendum la scelta non è sulle idee e i contenuti, ma sulle persone. Ancora una volta il discorso non riguarda la riforma della Costituzione, ma la presunta simpatia-antipatia, credibilità o involontaria comicità del No e del Sì. Come dire: “Vuoi mettere Renzi rispetto al baffuto D'Alema e all'ipercinetico Brunetta?". Come se il referendum si risolvesse in un concorso di simpatia tra due testimonial».

Ammetterà che Renato Brunetta e Massimo D'Alema formano una strana coppia.

«La coppia dei testimonial del No suscita l'ironia dei renziani proprio perché tra loro profondamente diversi, eterogenei, non omologati. Il pensiero unico trova divertente e deride ciò che non è formattato, riproducibile industrialmente. Come l'orata da porzione, l'hamburger rigorosamente stampato, il prodotto standard. In questo momento la differenza non è tra destra e sinistra, ma tra pensiero unico, diktat del governo, e opposizione. Tutto ciò che si oppone a questa schiforma mi va bene. E che il fronte del No sia fatto di differenze, anche eccessive, non è solo bello, ma anche didascalico».

Al Festival di Camogli dov'era stato invitato per una lectio su Media apocalittici e integrati in omaggio a Umberto Eco, Freccero ha condito di citazioni la critica a «.it», «.com» e «.net»: «Ricordatevi, accade sempre così: quando appare un nuovo media, il telefono, la televisione, ora la Rete, sembra una fatina. Ma dopo un po' la favola si trasforma in incubo…». Chissà cosa ne pensa l'amico Beppe Grillo. Dopo l'intervento ecco l'assalto di ex allievi, signore estasiate, telespettatori dei talk di La7. «Mi raccomando, votiamo No. Così lo mandiamo a casa».

Un mantra. Una missione che sembra un'ossessione.

«Macché ossessione. Renzi governa con le lobby e la propaganda. Un caro amico che parla per metafore e di cui non faccio il nome, dice che il premier pubblica troppi dischi e così non va più in classifica».

Sarà mica Pierluigi Bersani questo amico?

«No, è un uomo di spettacolo. Comunque, la tecnica è la propaganda, ormai è parte integrante della politica. E io rispondo con le stesse armi».

Va bene, mettiamo che la sua missione abbia successo. Chi mette al posto di Renzi? Disfare è facile.

«Uno migliore si trova. Il popolo è sovrano e non devono decidere le banche o la JP Morgan che ha chiesto esplicitamente una riforma delle costituzioni dei Paesi dell'Europa meridionale. Su questo mi trovo d'accordo con Giulio Tremonti».

Qualche sera fa su Rai 3, a Gianluca Semprini che gli chiedeva delle pensioni, Tremonti ha risposto parlando della riforma del Senato.

«Meraviglioso. È una gag, una goliardata stile Amici miei. Con Tremonti abbiamo un patto, andiamo in tv e tiriamo fuori il referendum a prescindere. Tremonti vede l'apocalisse del capitalismo».

Adesso anche Maurizio Gasparri parla di pensiero unico.

«C'è una collaborazione politica. Con Gasparri ci chiamiamo per nome. Con Brunetta ci scambiamo messaggini».

Che cosa fa l'avversione per Renzi...

«Qualche sera fa ero a Matera a un evento del centrodestra. Alla sera In Onda invita in collegamento me e Gaetano Quagliariello. In studio c'erano Alessandra Moretti e Renata Polverini. Si parla della riforma costituzionale e del referendum. Alla fine Quagliariello fa la sintesi: “Vedi, Moretti, voi avete come alleato Verdini, noi abbiamo Freccero…"».

Da Bari, però, Renzi l'ha bacchettata dicendo che lei parla della riforma costituzionale come di una «riforma mussoliniana».

«Me l'hanno detto. Io però non ho mai usato quell'espressione. Magari ho detto di peggio. Ma, come ho risposto all'agenzia che me l'ha riferito, bisogna ricordarsi che anche Pinocchio è originario del contado di Firenze. Al tempo del fascismo gli italiani avevano affidato la gestione del Paese a un uomo forte, che però aveva i suoi interessi nel Paese stesso. Oggi si vuole rafforzare un esecutivo che è espressione di interessi in conflitto con i nostri, come le banche e le multinazionali».

Con l'endorsement dell'ambasciata americana e i suggerimenti di Angela Merkel, la battaglia si è fatta parecchio seria.

«È esattamente ciò che volevo dire. Le multinazionali americane sono disposte a investire da noi solo a condizione che gli eventuali profitti che da questi investimenti scaturiranno non ricadano sul territorio, ma ritornino integri alla patria di provenienza della multinazionale o, addirittura, giungano ai paradisi fiscali dove hanno fittiziamente posto la residenza. Il caso Apple insegna».

Perché il referendum unisce destra e sinistra?

«Non c'è niente di strano nel fatto che destra e sinistra si alleino in nome del No. In un regime culturale - in cui la storia è morta, la differenza soppressa e solo il pensiero unico è considerato legittimo - è naturale che le frange del No si uniscano. In Grecia, Alexis Tsipras è riuscito a fare il governo con la destra, per evitare di unirsi a quelli che la crisi l'avevano prodotta. Io non mi sento in contraddizione con la sinistra. Possiamo dare al termine sinistra tantissimi significati. Ma, come diceva il grande sociologo Raymond Aron, su un unico punto c'è certezza: il termine sinistra deriva dalla collocazione fisica che aveva l'opposizione nel Parlamento post-rivoluzionario francese. Stare a sinistra significa opporsi».

A proposito di opporsi, non trova che, a differenza della sinistra del suo partito che vivrebbe perennemente in congresso, Renzi stia facendo qualcosa di concreto per il Paese?

«In questi anni, la propaganda del fare con cui siamo stati bombardati ha trasformato la Costituzione in un reperto archeologico da rottamare perché si oppone alla governabilità. Questo fare incessante ci chiede solo di spogliarci continuamente dei nostri diritti».

Lei è stato suggerito per il consiglio di amministrazione Rai dal Movimento 5 stelle. Pensa che la débàcle della giunta Raggi a Roma sia recuperabile o che i grillini abbiano perso definitivamente in credibilità?

«I grillini hanno imparato che le bugie fanno parte della gestione del potere. Hanno fatto molti pasticci, è chiaro. Mi auguro che trasformino la scivolata in una rincorsa per risalire. Magari approfittando dell'occasione del referendum».

Quante chance dà al tentativo di Stefano Parisi per rifare il centrodestra?

«Malgrado non sia prodiano, ha dei modi prodiani e in questo momento non è uno stile adatto alla destra. Tuttavia, ho visto che tra i suoi sponsor c'è Antonio Pilati. E dove c'è Pilati c'è potere».

Come andrà a finire? Tracci uno scenario da qui a fine anno.

«Decenni di centrismo, di dittatura della maggioranza, hanno livellato le differenze sino a provocarne l'estinzione. Io sto parlando adesso non da sinistra, ma prendendo come modello il pensiero liberale. Il terzismo e l'unanimismo hanno affossato le libertà. Perché non si può glorificare l'individuo e, insieme, la maggioranza. È quanto, per esempio, teorizzavano i radicali. Non esiste libertà senza tutela dell'individuo e delle minoranze. Oggi se sei politicamente scorretto desti scandalo. Invece, per conto mio, il vero scandalo è, al contrario, quando la maggioranza non rispetta la libertà di espressione delle minoranze. E quindi spero che rinascano la destra e la sinistra e non tutto finisca nel grigiore del Partito della Nazione».

Post scriptum. L'intervista è finita, ma, prima di salutarci, Freccero butta lì l'ultima cosetta da niente: «Prima o poi spero di rivedere Silvio Berlusconi. Siamo alla fine della Seconda Repubblica, alla fine di un percorso…».

Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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