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2025-08-20
Così il beato «lavora» anche dopo la morte
Carlo Acutis (Ansa)
Con l’avvicinarsi, il 7 settembre, della canonizzazione di Carlo Acutis, una delle mostre più interessanti del Meeting, che si terrà a Rimini dal 22 al 27 agosto, è dedicata al giovane beato. Lo scopo di «Carlo Acutis. Una semplicità straordinaria» è far conoscere la sua normalità, anche attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto.
Nella mostra, che è collocata nel padiglione A3 e si può visitare previa prenotazione sull’app del Meeting, ci sono 15 tappe, come gli anni della sua vita: ognuna rappresenta un macrotema fondamentale, tra cui l’amicizia, la carità, la speranza, l’eucarestia. Nell’ultima, si affronta il tema dell’eredità di Carlo. In poco tempo la sua storia è arrivata in ogni angolo del mondo, portando milioni di giovani fedeli a fare visita al Santuario della Spogliazione, il luogo in cui è sepolto. Sono numerose le testimonianze di chi è stato toccato dai suoi insegnamenti pur non avendolo mai conosciuto. Nel settembre del 2011, un parroco della Costa Rica ha sognato per tre volte un ragazzo sorridente: gli ha comunicato di voler spiegare agli amici che cosa Dio ha compiuto attraverso di lui. Un mese dopo, vedendolo in foto, realizzerà che quell’adolescente comparso in sogno è Carlo. Peraltro, sempre lo stesso Paese è stato decisivo per avviare la canonizzazione di Carlo: una ragazza della Costa Rica, Valeria Valverde, è guarita miracolosamente dopo un grave incidente a Firenze nel 2022, nello stesso momento in cui la madre era inginocchiata sulla tomba del giovane. Anche un giovane blogger, dopo aver scoperto la sua storia in rete, non ha potuto fare a meno di interrogarsi sulla fede e sul suo essere al mondo, aprendo la via per una conversione. Un’altra testimonianza riferisce: «Dopo la morte di Carlo mi sono riavvicinato alla Chiesa e penso possa essere merito di una sua intercessione».
Carlo in vita ha pienamente abbracciato l’invito pronunciato da papa Leone XIV al Giubileo dei Giovani qualche settimana fa: «C’è una domanda importante nel nostro cuore, un bisogno di verità che non possiamo ignorare, che ci porta a chiederci: cos’è veramente la felicità? Qual è il vero gusto della vita? Cosa ci libera dagli stagni del non senso, della noia, della mediocrità?». Nella mostra, infatti, risulta evidente la curiosità di Carlo: si è interrogato sul mistero eucaristico, sulle apparizioni a Lourdes e a Fatima, sulle parole dei pastorelli. Sin dalla tenera l’età, alla tata che gli suggerisce di difendersi da uno sgarbo, lui risponde: «Se reagisco, Gesù non sarebbe contento».
La passione per la tecnologia non si è mai tradotta in un isolamento dalla realtà che spesso caratterizza molti giovani di oggi: Nicholas Carr ha dedicato il suo ultimo libro - Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano? - proprio a questo tema, illustrando come la rete sia in grado di distorcere le nostre percezioni. Al contrario, questo interesse di Carlo si è unito alla missione di mettersi al servizio degli altri: non si è chiuso in sé stesso, ma ha condiviso la sua conoscenza. Ecco quindi che, per esempio, quando nel 2004 diventa vice catechista, insegna anche a utilizzare il computer, crea siti web per le scuole e le parrocchie, pianifica mostre sui miracoli eucaristici, peraltro ideate dopo la sua visita al Meeting nel 2002. E mentre si dedica al catechismo, elabora anche un «kit di santità» per i bambini: un elenco di consigli che hanno l’obiettivo di avvicinare i ragazzi all’amicizia con Dio. Un anno dopo, nel 2005, realizza un video incentrato sul volontariato. Diventa per lui un’altra occasione per trasmettere il suo sapere in ambito tecnologico ai compagni di scuola, ma anche per diffondere il messaggio che la vita è un dono. Oltre alla rete, viene anche raccontato il suo amore per la natura e per gli animali e quindi per la Creazione: i giochi al parco con gli amici diventano l’occasione per ripulirlo dai rifiuti.
Tra i suoi libri preferiti si ricorda Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Particolarmente cara è la frase: «È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante». Un’espressione che Carlo fa propria nei rapporti di amicizia. Al ritorno a scuola, dopo la pausa estiva, porta dei regali ai compagni di classe o una merenda in più. Terminate le lezioni, si ferma sempre a salutare per strada chiunque incontri, dal panettiere al macellaio. Prende più volte le parti di alcuni disabili, bersagli di offese o aiuta i compagni di classe con difficoltà a integrarsi.
Nel giorno del suo funerale, un amico di scuola ha detto: «Caro Carlo, non ho mai trovato nella mia vita un’amicizia come la tua: vera, sincera». E sempre al suo funerale emerge un altro aspetto che ha fatto parte della sua vita: la carità e il desiderio di passare il suo tempo con gli ultimi nella «Calcutta sotto casa». Come ricorda il Vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino: «Era, la sua, una carità nascosta. Ai suoi funerali la mamma scoprì che il figlio era stato amico di tanti poveri, senza che ella se ne fosse accorta».
Le storie dei martiri algerini che insegnano il coraggio di restare
Nell’Algeria del cosiddetto decennio nero, il periodo che dal 1992 al 2002 è stato segnato da attentati terroristici, a perdere la vita sono stati 150.000 algerini, tra cui 19 martiri cristiani, proclamati beati sette anni fa. La mostra «Chiamati due volte. I martiri d’Algeria», che sarà esposta al Meeting di Rimini nel padiglione A7 a partire da venerdì, racconta la loro storia e il coraggio di restare. La prima chiamata è rivolta alla fedeltà a Gesù, mentre la seconda al popolo algerino.
Sin da dopo l’indipendenza del 1962, con l’Algeria che si svuota, «la Chiesa è diventata una cosa di poca gente», ricorda Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione. Dopo anni di tensioni sociopolitiche, la violenza esplode nel Paese soprattutto all’inizio degli anni Novanta, quando prende piede il terrorismo di matrice islamica. Inevitabilmente si apre l’interrogativo: «rester ou partir?», restare o partire? Lo stesso quesito si trova all’interno di un documento rivolto alle diverse congregazioni presenti nel Paese. A tal proposito, il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, spiega: «Questa chiesa così piccola è voluta restare assumendo il rischio che viveva tutta la popolazione e anche un po’ di più, perché erano stranieri e dunque più esposti e perché erano cristiani, ma in fondo hanno condiviso il rischio dell’insieme della popolazione».
Nella mostra emergono, tramite diversi video, le personalità dei 19 martiri, la loro missione improntata al dialogo e alla pace, e l’eredità che hanno lasciato nel Paese. Tra le testimonianze raccolte, vi è quella di Anne-Claire Humeau, nipote di Jean Chevillard, uno dei quattro Padri bianchi uccisi nel 1994 a Tizi Ouzou: «Aveva come sua vocazione quella di essere la piccola fiamma che è il Cristo in un universo a maggioranza musulmana». A ricordare Christian de Chergé, priore dei monaci trappisti di Tibhirine, ucciso nel 1996, è Claude Rault, vescovo emerito di Laghouat, Ghardaia. In particolare, i due hanno condiviso gli «incontri con i musulmani» che «nella maggior parte dei casi erano caratterizzati da buon vicinato, una buona intesa, degli amici» ma talvolta sono stati «incontri d’ordine spirituale». Tra l’altro, ai monaci di Tibhirine è dedicato il film Uomini di Dio. Il produttore della pellicola, Etienne Comar (che sarà presente al Meeting insieme al cardinale Vesco), ha sottolineato: «L’idea era di cercare in ogni modo di scampare alla morte. Ma se un giorno la morte fosse arrivata, sarebbe stata anch’essa una testimonianza della loro fede». L’ultimo martire è il vescovo di Orano, Pierre Claverie, ucciso insieme all’amico musulmano, Mohamed Bouchikhi, nel 1996: il loro «sangue mischiato» è stato «un segno di pace», ricorda la madre di Bouchikh.
Poco prima di varcare l’uscita dalla mostra, è possibile ascoltare il testamento spirituale di de Chergé. «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo», «vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese», si legge. Come spiegato dal cardinale Angelo Scola nel 2018, in occasione dell’incontro «Dare la vita cambia il mondo. Gli uomini nuovi d’Algeria», organizzato dal Centro culturale di Milano, si tratta di «una delle espressioni più elevate incontrate nel secolo scorso», in cui si affronta il significato più profondo del dialogo interreligioso. Anche il direttore della comunicazione della Fondazione Oasis e curatore della mostra, Alessandro Banfi, sottolinea: «Quello che potrebbe apparire un fallimento, cercare il dialogo ed essere uccisi, è la manifestazione di una fede, di una fedeltà, di un amore».
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Dal prete a cui appare in sogno al blogger convertito, fino alla giovane costaricana guarita inspiegabilmente. All’evento annuale di Comunione e liberazione una mostra racconta i miracoli che hanno garantito a Carlo Acutis l’ingresso nella schiera dei santi.Al Meeting di Cl, la testimonianza di chi non è scappato dalla persecuzione islamica.Lo speciale contiene due articoli.Con l’avvicinarsi, il 7 settembre, della canonizzazione di Carlo Acutis, una delle mostre più interessanti del Meeting, che si terrà a Rimini dal 22 al 27 agosto, è dedicata al giovane beato. Lo scopo di «Carlo Acutis. Una semplicità straordinaria» è far conoscere la sua normalità, anche attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto. Nella mostra, che è collocata nel padiglione A3 e si può visitare previa prenotazione sull’app del Meeting, ci sono 15 tappe, come gli anni della sua vita: ognuna rappresenta un macrotema fondamentale, tra cui l’amicizia, la carità, la speranza, l’eucarestia. Nell’ultima, si affronta il tema dell’eredità di Carlo. In poco tempo la sua storia è arrivata in ogni angolo del mondo, portando milioni di giovani fedeli a fare visita al Santuario della Spogliazione, il luogo in cui è sepolto. Sono numerose le testimonianze di chi è stato toccato dai suoi insegnamenti pur non avendolo mai conosciuto. Nel settembre del 2011, un parroco della Costa Rica ha sognato per tre volte un ragazzo sorridente: gli ha comunicato di voler spiegare agli amici che cosa Dio ha compiuto attraverso di lui. Un mese dopo, vedendolo in foto, realizzerà che quell’adolescente comparso in sogno è Carlo. Peraltro, sempre lo stesso Paese è stato decisivo per avviare la canonizzazione di Carlo: una ragazza della Costa Rica, Valeria Valverde, è guarita miracolosamente dopo un grave incidente a Firenze nel 2022, nello stesso momento in cui la madre era inginocchiata sulla tomba del giovane. Anche un giovane blogger, dopo aver scoperto la sua storia in rete, non ha potuto fare a meno di interrogarsi sulla fede e sul suo essere al mondo, aprendo la via per una conversione. Un’altra testimonianza riferisce: «Dopo la morte di Carlo mi sono riavvicinato alla Chiesa e penso possa essere merito di una sua intercessione».Carlo in vita ha pienamente abbracciato l’invito pronunciato da papa Leone XIV al Giubileo dei Giovani qualche settimana fa: «C’è una domanda importante nel nostro cuore, un bisogno di verità che non possiamo ignorare, che ci porta a chiederci: cos’è veramente la felicità? Qual è il vero gusto della vita? Cosa ci libera dagli stagni del non senso, della noia, della mediocrità?». Nella mostra, infatti, risulta evidente la curiosità di Carlo: si è interrogato sul mistero eucaristico, sulle apparizioni a Lourdes e a Fatima, sulle parole dei pastorelli. Sin dalla tenera l’età, alla tata che gli suggerisce di difendersi da uno sgarbo, lui risponde: «Se reagisco, Gesù non sarebbe contento». La passione per la tecnologia non si è mai tradotta in un isolamento dalla realtà che spesso caratterizza molti giovani di oggi: Nicholas Carr ha dedicato il suo ultimo libro - Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano? - proprio a questo tema, illustrando come la rete sia in grado di distorcere le nostre percezioni. Al contrario, questo interesse di Carlo si è unito alla missione di mettersi al servizio degli altri: non si è chiuso in sé stesso, ma ha condiviso la sua conoscenza. Ecco quindi che, per esempio, quando nel 2004 diventa vice catechista, insegna anche a utilizzare il computer, crea siti web per le scuole e le parrocchie, pianifica mostre sui miracoli eucaristici, peraltro ideate dopo la sua visita al Meeting nel 2002. E mentre si dedica al catechismo, elabora anche un «kit di santità» per i bambini: un elenco di consigli che hanno l’obiettivo di avvicinare i ragazzi all’amicizia con Dio. Un anno dopo, nel 2005, realizza un video incentrato sul volontariato. Diventa per lui un’altra occasione per trasmettere il suo sapere in ambito tecnologico ai compagni di scuola, ma anche per diffondere il messaggio che la vita è un dono. Oltre alla rete, viene anche raccontato il suo amore per la natura e per gli animali e quindi per la Creazione: i giochi al parco con gli amici diventano l’occasione per ripulirlo dai rifiuti. Tra i suoi libri preferiti si ricorda Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Particolarmente cara è la frase: «È il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante». Un’espressione che Carlo fa propria nei rapporti di amicizia. Al ritorno a scuola, dopo la pausa estiva, porta dei regali ai compagni di classe o una merenda in più. Terminate le lezioni, si ferma sempre a salutare per strada chiunque incontri, dal panettiere al macellaio. Prende più volte le parti di alcuni disabili, bersagli di offese o aiuta i compagni di classe con difficoltà a integrarsi. Nel giorno del suo funerale, un amico di scuola ha detto: «Caro Carlo, non ho mai trovato nella mia vita un’amicizia come la tua: vera, sincera». E sempre al suo funerale emerge un altro aspetto che ha fatto parte della sua vita: la carità e il desiderio di passare il suo tempo con gli ultimi nella «Calcutta sotto casa». Come ricorda il Vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino: «Era, la sua, una carità nascosta. Ai suoi funerali la mamma scoprì che il figlio era stato amico di tanti poveri, senza che ella se ne fosse accorta».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carlo-acutis-meeting-2673904306.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-storie-dei-martiri-algerini-che-insegnano-il-coraggio-di-restare" data-post-id="2673904306" data-published-at="1755696099" data-use-pagination="False"> Le storie dei martiri algerini che insegnano il coraggio di restare Nell’Algeria del cosiddetto decennio nero, il periodo che dal 1992 al 2002 è stato segnato da attentati terroristici, a perdere la vita sono stati 150.000 algerini, tra cui 19 martiri cristiani, proclamati beati sette anni fa. La mostra «Chiamati due volte. I martiri d’Algeria», che sarà esposta al Meeting di Rimini nel padiglione A7 a partire da venerdì, racconta la loro storia e il coraggio di restare. La prima chiamata è rivolta alla fedeltà a Gesù, mentre la seconda al popolo algerino.Sin da dopo l’indipendenza del 1962, con l’Algeria che si svuota, «la Chiesa è diventata una cosa di poca gente», ricorda Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione. Dopo anni di tensioni sociopolitiche, la violenza esplode nel Paese soprattutto all’inizio degli anni Novanta, quando prende piede il terrorismo di matrice islamica. Inevitabilmente si apre l’interrogativo: «rester ou partir?», restare o partire? Lo stesso quesito si trova all’interno di un documento rivolto alle diverse congregazioni presenti nel Paese. A tal proposito, il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, spiega: «Questa chiesa così piccola è voluta restare assumendo il rischio che viveva tutta la popolazione e anche un po’ di più, perché erano stranieri e dunque più esposti e perché erano cristiani, ma in fondo hanno condiviso il rischio dell’insieme della popolazione».Nella mostra emergono, tramite diversi video, le personalità dei 19 martiri, la loro missione improntata al dialogo e alla pace, e l’eredità che hanno lasciato nel Paese. Tra le testimonianze raccolte, vi è quella di Anne-Claire Humeau, nipote di Jean Chevillard, uno dei quattro Padri bianchi uccisi nel 1994 a Tizi Ouzou: «Aveva come sua vocazione quella di essere la piccola fiamma che è il Cristo in un universo a maggioranza musulmana». A ricordare Christian de Chergé, priore dei monaci trappisti di Tibhirine, ucciso nel 1996, è Claude Rault, vescovo emerito di Laghouat, Ghardaia. In particolare, i due hanno condiviso gli «incontri con i musulmani» che «nella maggior parte dei casi erano caratterizzati da buon vicinato, una buona intesa, degli amici» ma talvolta sono stati «incontri d’ordine spirituale». Tra l’altro, ai monaci di Tibhirine è dedicato il film Uomini di Dio. Il produttore della pellicola, Etienne Comar (che sarà presente al Meeting insieme al cardinale Vesco), ha sottolineato: «L’idea era di cercare in ogni modo di scampare alla morte. Ma se un giorno la morte fosse arrivata, sarebbe stata anch’essa una testimonianza della loro fede». L’ultimo martire è il vescovo di Orano, Pierre Claverie, ucciso insieme all’amico musulmano, Mohamed Bouchikhi, nel 1996: il loro «sangue mischiato» è stato «un segno di pace», ricorda la madre di Bouchikh.Poco prima di varcare l’uscita dalla mostra, è possibile ascoltare il testamento spirituale di de Chergé. «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo», «vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo Paese», si legge. Come spiegato dal cardinale Angelo Scola nel 2018, in occasione dell’incontro «Dare la vita cambia il mondo. Gli uomini nuovi d’Algeria», organizzato dal Centro culturale di Milano, si tratta di «una delle espressioni più elevate incontrate nel secolo scorso», in cui si affronta il significato più profondo del dialogo interreligioso. Anche il direttore della comunicazione della Fondazione Oasis e curatore della mostra, Alessandro Banfi, sottolinea: «Quello che potrebbe apparire un fallimento, cercare il dialogo ed essere uccisi, è la manifestazione di una fede, di una fedeltà, di un amore».
(IStock)
Vale a dire consentivano ciò che tutti i bambini fanno a ogni latitudine, tranne che in via Parlatore (e questo è un curioso ossimoro) nel quartiere palermitano di Noce/Zisa.
Dopo un decennio di carte bollate (la diatriba giudiziaria andava avanti dal 2015) sarebbe bastato un richiamo simbolico, invece è arrivata la mazzata. Per raccogliere il denaro necessario, don Gabriele Tornambè, don Gianpiero Cusenza e don Emilio Cannata sono stati costretti a lanciare una colletta e hanno spiegato: «Siamo consapevoli che, quando sorgono incomprensioni, esiste il rischio che si alimentino anche di questioni di principio. La porta della nostra chiesa è e rimane aperta a tutti, ai piccoli come agli adulti. Poiché ci riteniamo una famiglia, sentiamo il bisogno di aprirvi il nostro cuore circa la difficoltà nel far fronte alle somme richieste, già sollecitate dai legali degli attori. Come accade in ogni famiglia, questo tempo chiede sacrificio ma anche l’affidamento alla generosità di chi vorrà contribuire». Il primo ad aiutarli è stato il sindaco Roberto Lagalla, che ha donato 1.000 euro.
L’importo consistente sarebbe determinato dai danni patrimoniali arrecati al condominio, costretto a dotarsi di infissi nuovi per favorire l’insonorizzazione, che peraltro avrebbero dovuto far lievitare il valore degli appartamenti, migliorando l’isolamento termico e la classe energetica. Tutto molto legalitario, tutto molto impersonale. Verrebbe da aggiungere disumano, visto che i protagonisti della vicenda hanno avuto dieci anni di tempo per metabolizzarla e coglierne gli aspetti di mediazione. I tre sacerdoti assicurano di «avere fatto di tutto per limitare il fastidio, regolare gli orari, ridurre i decibel. Ma i bambini sono bambini».
Qui sta il senso della notizia. In un’Italia che soffre di denatalità e invita lo Stato a incrementare le politiche per invertire una tendenza preoccupante, ecco che un oratorio dà fastidio, i bambini dovrebbero trasformarsi in automi silenziosi. E un giudice picchia duro su chi mette a loro disposizione spazi educativi prima ancora che religiosi, momenti di vita per crescere con una prospettiva di comunità. Non solo. Mentre un’intera generazione di ragazzi ormai preferisce rinchiudersi nella propria camera e comunicare solo con il computer e con lo smartphone, intrappolata nella solitudine digitale, punire una casa aperta e vitale come un oratorio è un controsenso. Davvero a Palermo il problema è costituito dalla musica, dal rimbalzare di un pallone, dal vociare di un gruppo di giovani? O come sottolineava una battuta nel film Johnny Stecchino, dal traffico?
Allargando l’orizzonte, si scopre che questa è un’Europa per vecchi. E che il cartello «No kids» sta diventando una filosofia. In questi giorni in Francia è in atto una polemica feroce perché la società pubblica delle ferrovie (Sncf) ha varato un’offerta business sui Tgv Parigi-Lione che negli spot promette «un’esperienza di viaggio all’insegna della calma assoluta», con il divieto di salire ai minori sotto i 12 anni. È pur vero che si tratta dell’8% dei posti (il 92% è per tutti) e che lavorare in treno con marmocchi scatenati in corridoio non è il massimo della tranquillità, ma l’errore di Sncf che ha scatenato i social d’Oltralpe è stato consentire l’accesso «agli animali da compagnia» e non ai bambini.
Un pessimo segnale, inaccettabile per le associazioni a difesa dell’infanzia, che hanno allestito una crociata social e chiedono alle Ferrovie di tornare sui propri passi, di attrezzare aree gioco e spazi dedicati alle famiglie invece di escludere gli adulti del futuro. «È una decisione disastrosa per la natalità», «È sintomo di una crescente intolleranza culturale», «Si è superata la linea rossa» si legge nei post più scatenati.
Una simile rivolta era avvenuta nel giugno scorso in Italia, quando una mamma aveva denunciato con una lettera al Corriere della Sera una disavventura sul treno Roma-Milano: il vicino di posto aveva mostrato palese insofferenza nei confronti dei suoi due figli di 6 e 7 anni per essere stato disturbato. Difficile trarre una conclusione, anche perché abbiamo a disposizione una sola versione. E non tutti i passeggeri hanno il dovere di dotarsi in viaggio dei quintali di tolleranza richiesti dai genitori altrui. Ma il silenzio degli innocenti non è la risposta. Servirebbe equilibrio, servirebbe comprensione. Quelli che una volta si insegnavano all’oratorio.
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Giulia Bongiorno (Imagoeconomica)
Di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione.
Proviamo ad esaminare con un po’ di pacatezza il disegno di legge sulla violenza sessuale nella nuova formulazione proposta dalla senatrice Giulia Bongiorno, della Lega, alla Commissione giustizia del Senato, di cui è presidente. Essa si differenzia, rispetto al testo approvato dalla Camera, soprattutto per la previsione che il reato sussiste quando l’atto sessuale sia compiuto «contro la volontà» della persona coinvolta e non più «in assenza del consenso» della medesima. Su questa modifica si è scatenata l’ira funesta di tutti i gruppi di opposizione, secondo i quali, per effetto di essa, la vittima dello stupro sarebbe indebitamente gravata dell’onere di dare la prova del proprio dissenso. Il che, però, è tecnicamente del tutto sbagliato, per la semplice ragione che nel processo penale l’onere della prova grava sempre e comunque soltanto sull’organo dell’accusa, che è il pubblico ministero, e non mai sulla presunta vittima del reato, la quale è tenuta soltanto a raccontare come sono andati i fatti dei quali lei stessa o altri hanno portato a conoscenza l’autorità giudiziaria. Tenendo presente questo elementare principio, non dovrebbe essere difficile, quindi, rendersi conto che tra la previsione, come elemento costitutivo del reato, dell’«assenza di consenso» e quella dell’essere stato compiuto l’atto sessuale «contro la volontà» di chi lo ha subito non vi è alcuna sostanziale differenza. Sarà sempre, infatti, il pubblico ministero, ai fini della decisione circa il promuovimento o meno dell’azione penale, a stabilire, sulla base della descrizione dei fatti che la persona offesa, per regola generale, è comunque tenuta a fornire, se sia mancato il consenso o, indifferentemente, vi sia stato dissenso essendo, nell’uno e nell’altro caso, comunque configurabile il reato.
Altre sono invece le critiche che, alla nuova più ancora che alla vecchia formulazione del ddl in questione, possono essere avanzate. La prima di esse attiene al fatto che, prevedendosi come aggravante l’impiego di violenza o minaccia e l’abuso d’autorità o dell’inferiorità fisica o psichica della persona offesa, si lascia chiaramente intendere che il reato, nell’ipotesi base, potrebbe configurarsi anche quando la persona offesa, in assenza di alcuna delle dette condizioni, abbia manifestato solo a parole la propria contrarietà, assumendo però, nel contempo, un atteggiamento di totale acquiescenza al compimento dell’atto sessuale; atteggiamento che, in quanto non determinato da costrizioni o indebiti condizionamenti, non potrebbe che essere considerato come espressione di un libero e tacito consenso. E c’è allora da chiedersi perché mai questo non dovrebbe prevalere - con conseguente esclusione del reato - su di un dissenso che, in quanto puramente verbale e contraddetto dai fatti, ben potrebbe essere (o, comunque apparire) non rispondente alla reale volontà del soggetto. Proprio per dare risposta a tale interrogativo potrebbe pensarsi che sia stata inserita nella nuova formulazione del ddl la previsione secondo cui «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso».
Si tratta, però, di una previsione che appare, al tempo stesso, generica e pleonastica. Generica perché non indica alcun criterio sulla base del quale la valutazione in questione debba essere condotta. Pleonastica perché si tratta di una valutazione sempre e comunque necessaria ogni qual volta l’atteggiamento psicologico della presunta vittima di un qualsiasi reato doloso assuma rilievo ai fini della configurabilità del medesimo. E, d’altra parte, a conferma del fatto che solo dal comportamento materiale liberamente posto in essere dalla presunta vittima possa desumersi se essa sia stata consenziente o dissenziente, vale anche l’esempio offerto dalla legislazione spagnola, spesso evocata a modello dai movimenti femministi, in quanto ispirata al principio del consenso, espresso nella formula che «solo il sì è sì». Nonostante tale principio, infatti, si afferma nell’art. 178 del codice penale spagnolo che il consenso dev’essere riconosciuto sulla sola base di «atti» - e non di parole - che «tenendo conto delle circostanze del caso, esprimono chiaramente la volontà della persona».
Altro motivo di critica appare poi quello concernente l’ulteriore previsione secondo cui «l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Se con tale previsione si intendesse solo riferirsi a una rapida e comunque inaccettabile molestia posta in essere da soggetti presi da «raptus» improvvisi a fronte di bellezze femminili, poco male. Condotte di tal genere, infatti, secondo una consolidata - anche se discutibile - interpretazione giurisprudenziale, sono già oggi, in base alla norma vigente, da qualificarsi come reato di violenza sessuale. Quel che preoccupa, però, è che, secondo quanto dichiarato proprio dalla Bongiorno in un’intervista comparsa sul Corriere della sera del 23 gennaio scorso, con la previsione in questione si sarebbe invece inteso introdurre la fattispecie del «freezing», che si avrebbe - si afferma in detta intervista - «quando la donna non manifesta la sua volontà perché congelata dalla paura». Ora, i casi sono due. O la paura è stata indotta dall’uomo mediante violenza, minaccia o abuso d’autorità, e allora basterebbe questo a rendere configurabile il reato, addirittura nella sua forma aggravata, senza alcuna necessità di apposita previsione. Oppure all’insorgere della paura nella psiche della donna è del tutto estranea la condotta posta in essere dall’uomo, e allora non si vede come e perché l’atto sessuale da lui compiuto con un soggetto comunque consenziente possa dar luogo a responsabilità penale, posto che la paura non può neppure essere considerata, di per sé, assimilabile, quando non derivi da cause patologiche, ad una condizione di «inferiorità fisica o psichica».
In conclusione vien fatto di chiedersi, a questo punto, se non possa condividersi l’opinione di chi, come l’onorevole Valeria Valente, del Partito democratico, ha sostenuto, sia pure per ragioni opposte a quelle qui illustrate, che, a fronte della nuova proposta, meglio sarebbe lasciare intatta la vigente formulazione del reato che, nell’interpretazione giurisprudenziale - si afferma - consente già ora di ritenerlo configurabile in assenza del consenso della vittima. Più d’uno, nell’ambito del centrodestra, potrebbe essere d’accordo.
Sì al nuovo testo: pene fino a 13 anni
Novità per il disegno di legge contro la violenza sulla donne: ieri la relatrice del ddl, la presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno della Lega, ha presentato un nuovo testo che prevede pene più alte: fino a 12 anni nel caso di atti sessuali contro volontà e fino a 13 anni in presenza di aggravanti (violenza o minaccia). Il testo base del ddl è stato approvato con 12 voti a favore e 10 contrari dalla Commissione. La polemica con le opposizioni ruota intorno al cambiamento della parola «consenso» che appariva invece nel testo approvato alla Camera. Perché questo cambiamento? «Perché loro (le opposizioni, ndr)», ha spiegato la Bongiorno, «dicevano che questo consenso quasi dovesse essere presunto, secondo me non si deve presumere, nei contesti si deve accertare. Ho voluto ancorare questo dissenso ai casi concreti, recependo la famosa convenzione di Istanbul. È molto più facile accertare la contrarietà di una volontà piuttosto che accertare un consenso che molti hanno detto: “Come lo deve esprimere? Con un modulo?”. Personalmente», ha aggiunto la Bongiorno, «io voglio mettere al centro la donna e non voglio che qualcuno pensi che noi a tutti i costi ce ne infischiamo delle loro perplessità. Il testo base è stato votato ed è stato approvato», ha aggiunto la Bongiorno, «ma è un punto di partenza. Al centro di tutto deve restare la volontà della donna». Annuncia barricate la senatrice del Pd Valeria Valente, componente della Commissione femminicidio, che ieri ha partecipato alla riunione della Commissione Giustizia: «Il suo testo straccia il patto Meloni-Schlein», ha argomentato la Valente, «perché Bongiorno ha scritto una legge che mette al centro non il consenso della donna, ma il dissenso, facendo quindi un passo indietro rispetto alla giurisprudenza attuale. L’avvocata Bongiorno lo sa benissimo. Dovendo provare il dissenso all’atto sessuale in un’aula di tribunale, una donna che ha subito stupro dovrà provare di essersi difesa, di avere reagito, di avere scalciato. Il carico sarà tutto sulle donne, che saranno rivittimizzate, più di quanto già avviene. Siamo di fronte ad un’inversione a U», ha aggiunto la Valente, «rispetto alla legge sul consenso approvata all’unanimità alla Camera, noi faremo tutto quello che potremo per evitare che il Parlamento approvi una legge sbagliata. Lo faremo accanto a tutte le associazioni femminili e femministe e le reti e i centri antiviolenza che in queste ore stanno urlando il loro no». »Il testo dell'emendamento è stato scritto da una donna ma dettato dal patriarcato», ha dichiarato invece la dem Michela Di Biase.
Al Senato i gruppi di opposizione hanno chiesto e ottenuto nuove audizioni sul disegno di legge perché il testo base adottato ieri nella riformulazione della relatrice Giulia Bongiorno «è cambiato completamente», come hanno riferito tra gli altri la senatrice dem Anna Rossomando, Ada Lopreiato del M5s e Ivan Scalfarotto di Italia viva.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 gennaio 2026. Il deputato della Lega Fabrizio Cecchetti si schiera dalla parte del poliziotto e commenta l'emergenza sicurezza a Milano.
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Il caso Ice viene raccontato come una guerra civile negli Usa, ma i disordini sono locali e coprono uno scandalo miliardario in Minnesota. E mentre il dibattito arriva in Italia, una cosa è chiara: la propaganda rischia di creare tensioni reali, anche sulla sicurezza internazionale.