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2019-05-28
Capitano pigliatutto: Lega al 34,3%. M5s si dimezza, Pd sempre inutile
Ansa
L'Italia s'è destra, con la Lega di Matteo Salvini che ottiene uno stratosferico 34,33% di consensi: un italiano su tre, domenica scorsa, ha messo la croce sul simbolo del Carroccio. Primo partito italiano, la Lega, ma non solo: Salvini è ufficialmente investito del ruolo di leader continentale di primissimo piano, punto di riferimento di tutti i milioni di cittadini europei che non si riconoscono in questa Unione che non si fonda su valori culturali ma su tabelline, privilegi e vincoli. Male, anzi malissimo, il M5s: dimezzato il risultato delle politiche di un anno fa, Luigi Di Maio guarda quella percentuale, 17,1%, e da buon partenopeo non può non pensare alla «disgrazia», termine che ben fotografa il risultato. Del crollo del M5s si avvantaggia, pensate, perfino il Pd di Nicola Zingaretti, che raggiunge il 22,7% e supera di quasi 6 punti i grillini. Forza Italia continua l'inesorabile declino, ferma all'8,7%. Esulta Fratelli d'Italia: Giorgia Meloni ottiene un lusinghiero 6,46%.
La Lega, dunque, vola. Alle politiche del marzo 2018, aveva preso il 17,4% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, aveva ottenuto il 6,2% dei consensi. Ieri, i dati definitivi hanno spinto il Carroccio al 34,33%, un risultato che farebbe venire le vertigini a qualunque leader, ma non a Matteo Salvini. Raddoppiati in un solo anno di governo i consensi, il ministro dell'Interno può proseguire nella sua azione di governo, forte del massiccio consenso degli italiani. La Lega fa il pieno non solo al Nord (40%) ma anche al Centro, dove è il primo partito con il 33,45%, e al Sud: il 23,46% ottenuto nella circoscrizione meridionale e il 22,42% nelle isole sono la prova che la svolta nazionalista è stata premiata dagli elettori di tutta la Penisola. «La Lega prosciuga il M5s e Forza Italia e convince gli astenuti», si legge nell'analisi dei flussi elettorali realizzata da Swg.
Drammatico il risultato del M5s: il 17,1% è un tracollo. Luigi Di Maio ha sbagliato tutto quello che c'era da sbagliare: l'ultimo mese e mezzo di campagna elettorale, passato a insultare l'alleato di governo, è stato devastante. Poco più di un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Alle europee del 2014, i grillini avevano ottenuto il 21,16%. Secondo l'analisi dei flussi, il M5s perde anche l'elettorato che finora lo aveva premiato maggiormente, ovvero i giovani che stavolta invece hanno scelto la Lega e il Pd.
A proposito di Pd: nella loro infinita misericordia, i 5 stelle hanno travasato un po' dei loro voti anche verso il partito di Nicola Zingaretti, che si attesta su una percentuale, il 22,7%, che rappresenta un buon risultato. Alle politiche del marzo 2018, il Pd guidato da Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Solo cinque anni fa, alle precedenti europee, il Pd targato Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Secondo l'analisi dei flussi, il Pd rispetto a un anno fa ha recuperato qualche punto sia dal M5s che da Leu, che alle europee di domenica scorsa non si è presentato.
Forza Italia non arresta il declino: l'8,7% è una grande delusione. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. L'obiettivo del 10% non era lontanissimo: sarebbe bastato, viste le preferenze ottenute dal leader, che Silvio Berlusconi si candidasse anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece Antonio Tajani non ha voluto la presenza dell'ex premier. Risultato: al Centro, senza Berlusconi e con Tajani capolista, Forza Italia ha rimediato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Nel Nordest ancora peggio: 5,83%, dopo che Elisabetta Gardini, capogruppo uscente al Parlamento europeo, ha lasciato Fi in disaccordo con Tajani e si è candidata con Fratelli d'Italia. Il partito di Berlusconi va meglio al Sud (12,2%) e nelle isole (14,8%). Tajani è sulla graticola: ieri la stragrande maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari chiedevano un «cambiamento» e un congresso prima che si arrivi all'estinzione del partito.
Vince e convince Giorgia Meloni: Fratelli d'Italia aumenta consistentemente i voti e raggiunge un eccellente 6,46%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito della Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,7%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto alla grande una campagna elettorale difficilissima, visto il dilagare leghista, eppure è riuscita a caratterizzare le sue proposte politiche. Il centrodestra «sovranista», composto solo da Lega e Fdi, supera il 40% dei voti: ipoteticamente, potrebbero vincere le politiche facendo a meno di Berlusconi.
Resta fuori dal Parlamento europeo +Europa, che prende il 3,1% (alle politiche dello scorso marzo il partitino di Emma Bonino aveva racimolato il 2,5%), e restano fuori, con risultati disastrosi, le altre forze di sinistra: la Sinistra si inchioda all'1,8%, Europa verde al 2,3%. Molto male anche l'estrema destra: Casapound è allo 0,33%, Forza nuova allo 0,15% La somma dei due partiti di maggioranza, Lega e M5s, raggiunge il 51,5% contro il 50% dello scorso anno. Gli elettori quindi premiano l'azione dell'esecutivo, al di là degli equilibri tra i due alleati. Una novità per gli italiani, che di solito alle elezioni castigano i partiti al governo.
La sinistra perde 1 milione di voti
Lontanissimo dal 40,8% incassato nel 2014 alle europee, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, esulta, parla di «ripartenza», prende ossigeno dal sorpasso sui grillini e si propone come l'alternativa a Matteo Salvini. Quello che non dice, però, è sotto gli occhi di tutti: dalle politiche del 4 marzo 2018 la coalizione di sinistra ha perso più di un milione di voti.
Il conteggio è presto fatto. Alla Camera, lo scorso anno il Pd ottenne 6.161.896 preferenze, +Europa ne prese 841.468, Italia Europa insieme 190.601, Civica popolare 178.107, Liberi e uguali 1.114.799. Per il Partito democratico fu il peggior risultato della sua storia, i democratici furono solo il terzo partito per numero di eletti, scomparvero molte Regioni rosse, ma insieme la coalizione si portò a casa 8.486.871 voti. Adesso al Nazareno hanno poco da fantasticare, immaginando alleanze future in improbabili maggioranze: un milione di italiani non ha votato a sinistra in queste europee e ancora una volta sono i numeri a dircelo. Hanno scelto il «Siamo europei» del Pd 6.050.351 elettori, a +Europa sono andate 822.764 preferenze, 465.092 alla Sinistra. Fanno solo 7.338.207 voti. C'è da esserne orgogliosi? Non ci sembra proprio. Emma Bonino non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 4% ma ha twittato: «Dopo il temporale splende l'arcobaleno e noi siamo qui, oggi come ieri, a lavorare per giorni migliori, per l'Italia e per l'Europa», forse alludendo al suo impegno pro Lgbt. La Sinistra (che cinque anni fa aveva ottenuto tre eletti) è rimasta inchiodata all'1,74%. Fuori Strasburgo anche il Partito comunista (0,88%).
I piddini diranno che è colpa dell'astensionismo, perché un italiano su due non ha votato. Sono convinti che con più affluenza, le urne avrebbero riservato risultati migliori. Intanto si fanno coraggio, esprimono riconoscenza: «Grazie alle italiane e agli italiani, ai giovani e a tutti coloro che hanno scelto la lista unitaria del Pd network. Il governo esce ancora più fragile da questa consultazione», ha cinguettato Zingaretti. «Il Pd cresce, è primo nelle grandi città e unica alternativa», annuncia trionfante Piero Fassino, mentre il primo commento di Andrea Orlando, vicesegretario del Pd era stato: «Il Partito democratico c'è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l'alternativa». A quali alleati staranno pensando? Mistero. Stessa sicurezza ostenta l'ex premier Paolo Gentiloni in un tweet: «Finisce l'inverno dello scontento. Comincia il lavoro per l'alternativa a Salvini e alla maggioranza gialloblù». Insiste l'altra vicesegretaria, Paola De Micheli: «E ora al lavoro per costruire un'alternativa per l'Italia». Nel suo blog su Huffingtonpost.it, il politologo Gianfranco Pasquino osserva: «Può essere che il compito dell'opposizione sia di operare affinché il governo cada, ma meglio farlo quando si intravveda oppure, addirittura, si sia già costruita una compagine governativa alternativa pronta a risolvere i problemi del Paese. Non si vede praticamente nulla di tutto questo. Non lo si vedrà se Zingaretti non prende atto che anche al 22% non serve a nulla rivendicare una non esercitabile “vocazione maggioritaria" (non ha portato bene nel passato). Preliminarmente è indispensabile che il segretario definisca che tipo di partito vuole costruire». Conclude: «Il rischio attuale è quello del compiacimento: bloccata l'erosione, superate le 5 stelle, conquistato il ruolo di oppositore principale». Il segretario del Pd ha di cui riflettere, mentre fantastica sulle alleanze.
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Trionfo del Carroccio che convince più di un italiano su tre. Puniti i pentastellati, anche se i gialloblù insieme avanzano, nonostante il logoramento che di solito sconta chi governa. Emma Bonino bocciata, exploit di Giorgia Meloni.La sinistra perde 1 milione di voti. Nicola Zingaretti festeggia e parla di «fronte alternativo ai populisti». Eppure la coalizione europeista, al di là delle percentuali, a ogni tornata smarrisce elettori per strada.Lo speciale comprende due articoli.L'Italia s'è destra, con la Lega di Matteo Salvini che ottiene uno stratosferico 34,33% di consensi: un italiano su tre, domenica scorsa, ha messo la croce sul simbolo del Carroccio. Primo partito italiano, la Lega, ma non solo: Salvini è ufficialmente investito del ruolo di leader continentale di primissimo piano, punto di riferimento di tutti i milioni di cittadini europei che non si riconoscono in questa Unione che non si fonda su valori culturali ma su tabelline, privilegi e vincoli. Male, anzi malissimo, il M5s: dimezzato il risultato delle politiche di un anno fa, Luigi Di Maio guarda quella percentuale, 17,1%, e da buon partenopeo non può non pensare alla «disgrazia», termine che ben fotografa il risultato. Del crollo del M5s si avvantaggia, pensate, perfino il Pd di Nicola Zingaretti, che raggiunge il 22,7% e supera di quasi 6 punti i grillini. Forza Italia continua l'inesorabile declino, ferma all'8,7%. Esulta Fratelli d'Italia: Giorgia Meloni ottiene un lusinghiero 6,46%. La Lega, dunque, vola. Alle politiche del marzo 2018, aveva preso il 17,4% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, aveva ottenuto il 6,2% dei consensi. Ieri, i dati definitivi hanno spinto il Carroccio al 34,33%, un risultato che farebbe venire le vertigini a qualunque leader, ma non a Matteo Salvini. Raddoppiati in un solo anno di governo i consensi, il ministro dell'Interno può proseguire nella sua azione di governo, forte del massiccio consenso degli italiani. La Lega fa il pieno non solo al Nord (40%) ma anche al Centro, dove è il primo partito con il 33,45%, e al Sud: il 23,46% ottenuto nella circoscrizione meridionale e il 22,42% nelle isole sono la prova che la svolta nazionalista è stata premiata dagli elettori di tutta la Penisola. «La Lega prosciuga il M5s e Forza Italia e convince gli astenuti», si legge nell'analisi dei flussi elettorali realizzata da Swg. Drammatico il risultato del M5s: il 17,1% è un tracollo. Luigi Di Maio ha sbagliato tutto quello che c'era da sbagliare: l'ultimo mese e mezzo di campagna elettorale, passato a insultare l'alleato di governo, è stato devastante. Poco più di un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Alle europee del 2014, i grillini avevano ottenuto il 21,16%. Secondo l'analisi dei flussi, il M5s perde anche l'elettorato che finora lo aveva premiato maggiormente, ovvero i giovani che stavolta invece hanno scelto la Lega e il Pd. A proposito di Pd: nella loro infinita misericordia, i 5 stelle hanno travasato un po' dei loro voti anche verso il partito di Nicola Zingaretti, che si attesta su una percentuale, il 22,7%, che rappresenta un buon risultato. Alle politiche del marzo 2018, il Pd guidato da Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Solo cinque anni fa, alle precedenti europee, il Pd targato Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Secondo l'analisi dei flussi, il Pd rispetto a un anno fa ha recuperato qualche punto sia dal M5s che da Leu, che alle europee di domenica scorsa non si è presentato.Forza Italia non arresta il declino: l'8,7% è una grande delusione. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. L'obiettivo del 10% non era lontanissimo: sarebbe bastato, viste le preferenze ottenute dal leader, che Silvio Berlusconi si candidasse anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece Antonio Tajani non ha voluto la presenza dell'ex premier. Risultato: al Centro, senza Berlusconi e con Tajani capolista, Forza Italia ha rimediato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Nel Nordest ancora peggio: 5,83%, dopo che Elisabetta Gardini, capogruppo uscente al Parlamento europeo, ha lasciato Fi in disaccordo con Tajani e si è candidata con Fratelli d'Italia. Il partito di Berlusconi va meglio al Sud (12,2%) e nelle isole (14,8%). Tajani è sulla graticola: ieri la stragrande maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari chiedevano un «cambiamento» e un congresso prima che si arrivi all'estinzione del partito.Vince e convince Giorgia Meloni: Fratelli d'Italia aumenta consistentemente i voti e raggiunge un eccellente 6,46%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito della Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,7%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto alla grande una campagna elettorale difficilissima, visto il dilagare leghista, eppure è riuscita a caratterizzare le sue proposte politiche. Il centrodestra «sovranista», composto solo da Lega e Fdi, supera il 40% dei voti: ipoteticamente, potrebbero vincere le politiche facendo a meno di Berlusconi. Resta fuori dal Parlamento europeo +Europa, che prende il 3,1% (alle politiche dello scorso marzo il partitino di Emma Bonino aveva racimolato il 2,5%), e restano fuori, con risultati disastrosi, le altre forze di sinistra: la Sinistra si inchioda all'1,8%, Europa verde al 2,3%. Molto male anche l'estrema destra: Casapound è allo 0,33%, Forza nuova allo 0,15% La somma dei due partiti di maggioranza, Lega e M5s, raggiunge il 51,5% contro il 50% dello scorso anno. Gli elettori quindi premiano l'azione dell'esecutivo, al di là degli equilibri tra i due alleati. Una novità per gli italiani, che di solito alle elezioni castigano i partiti al governo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/capitano-pigliatutto-lega-al-34-3-m5s-si-dimezza-pd-sempre-inutile-2638263185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-perde-1-milione-di-voti" data-post-id="2638263185" data-published-at="1778841519" data-use-pagination="False"> La sinistra perde 1 milione di voti Lontanissimo dal 40,8% incassato nel 2014 alle europee, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, esulta, parla di «ripartenza», prende ossigeno dal sorpasso sui grillini e si propone come l'alternativa a Matteo Salvini. Quello che non dice, però, è sotto gli occhi di tutti: dalle politiche del 4 marzo 2018 la coalizione di sinistra ha perso più di un milione di voti. Il conteggio è presto fatto. Alla Camera, lo scorso anno il Pd ottenne 6.161.896 preferenze, +Europa ne prese 841.468, Italia Europa insieme 190.601, Civica popolare 178.107, Liberi e uguali 1.114.799. Per il Partito democratico fu il peggior risultato della sua storia, i democratici furono solo il terzo partito per numero di eletti, scomparvero molte Regioni rosse, ma insieme la coalizione si portò a casa 8.486.871 voti. Adesso al Nazareno hanno poco da fantasticare, immaginando alleanze future in improbabili maggioranze: un milione di italiani non ha votato a sinistra in queste europee e ancora una volta sono i numeri a dircelo. Hanno scelto il «Siamo europei» del Pd 6.050.351 elettori, a +Europa sono andate 822.764 preferenze, 465.092 alla Sinistra. Fanno solo 7.338.207 voti. C'è da esserne orgogliosi? Non ci sembra proprio. Emma Bonino non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 4% ma ha twittato: «Dopo il temporale splende l'arcobaleno e noi siamo qui, oggi come ieri, a lavorare per giorni migliori, per l'Italia e per l'Europa», forse alludendo al suo impegno pro Lgbt. La Sinistra (che cinque anni fa aveva ottenuto tre eletti) è rimasta inchiodata all'1,74%. Fuori Strasburgo anche il Partito comunista (0,88%). I piddini diranno che è colpa dell'astensionismo, perché un italiano su due non ha votato. Sono convinti che con più affluenza, le urne avrebbero riservato risultati migliori. Intanto si fanno coraggio, esprimono riconoscenza: «Grazie alle italiane e agli italiani, ai giovani e a tutti coloro che hanno scelto la lista unitaria del Pd network. Il governo esce ancora più fragile da questa consultazione», ha cinguettato Zingaretti. «Il Pd cresce, è primo nelle grandi città e unica alternativa», annuncia trionfante Piero Fassino, mentre il primo commento di Andrea Orlando, vicesegretario del Pd era stato: «Il Partito democratico c'è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l'alternativa». A quali alleati staranno pensando? Mistero. Stessa sicurezza ostenta l'ex premier Paolo Gentiloni in un tweet: «Finisce l'inverno dello scontento. Comincia il lavoro per l'alternativa a Salvini e alla maggioranza gialloblù». Insiste l'altra vicesegretaria, Paola De Micheli: «E ora al lavoro per costruire un'alternativa per l'Italia». Nel suo blog su Huffingtonpost.it, il politologo Gianfranco Pasquino osserva: «Può essere che il compito dell'opposizione sia di operare affinché il governo cada, ma meglio farlo quando si intravveda oppure, addirittura, si sia già costruita una compagine governativa alternativa pronta a risolvere i problemi del Paese. Non si vede praticamente nulla di tutto questo. Non lo si vedrà se Zingaretti non prende atto che anche al 22% non serve a nulla rivendicare una non esercitabile “vocazione maggioritaria" (non ha portato bene nel passato). Preliminarmente è indispensabile che il segretario definisca che tipo di partito vuole costruire». Conclude: «Il rischio attuale è quello del compiacimento: bloccata l'erosione, superate le 5 stelle, conquistato il ruolo di oppositore principale». Il segretario del Pd ha di cui riflettere, mentre fantastica sulle alleanze.
Ecco il risultato del lavoro della Repubblica dei Giudici: Alberto Stasi è in prigione da 16 anni per un delitto che potrebbe non aver commesso e gli indizi ora vedrebbero come colpevole Andrea Sempio. Prove ignorate, perizie ribaltate e l’anomalia della Cassazione. Il sospetto di un errore giudiziario si fa sempre più pesante.
Nicole Minetti (Ansa)
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
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