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2019-05-28
Capitano pigliatutto: Lega al 34,3%. M5s si dimezza, Pd sempre inutile
Ansa
L'Italia s'è destra, con la Lega di Matteo Salvini che ottiene uno stratosferico 34,33% di consensi: un italiano su tre, domenica scorsa, ha messo la croce sul simbolo del Carroccio. Primo partito italiano, la Lega, ma non solo: Salvini è ufficialmente investito del ruolo di leader continentale di primissimo piano, punto di riferimento di tutti i milioni di cittadini europei che non si riconoscono in questa Unione che non si fonda su valori culturali ma su tabelline, privilegi e vincoli. Male, anzi malissimo, il M5s: dimezzato il risultato delle politiche di un anno fa, Luigi Di Maio guarda quella percentuale, 17,1%, e da buon partenopeo non può non pensare alla «disgrazia», termine che ben fotografa il risultato. Del crollo del M5s si avvantaggia, pensate, perfino il Pd di Nicola Zingaretti, che raggiunge il 22,7% e supera di quasi 6 punti i grillini. Forza Italia continua l'inesorabile declino, ferma all'8,7%. Esulta Fratelli d'Italia: Giorgia Meloni ottiene un lusinghiero 6,46%.
La Lega, dunque, vola. Alle politiche del marzo 2018, aveva preso il 17,4% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, aveva ottenuto il 6,2% dei consensi. Ieri, i dati definitivi hanno spinto il Carroccio al 34,33%, un risultato che farebbe venire le vertigini a qualunque leader, ma non a Matteo Salvini. Raddoppiati in un solo anno di governo i consensi, il ministro dell'Interno può proseguire nella sua azione di governo, forte del massiccio consenso degli italiani. La Lega fa il pieno non solo al Nord (40%) ma anche al Centro, dove è il primo partito con il 33,45%, e al Sud: il 23,46% ottenuto nella circoscrizione meridionale e il 22,42% nelle isole sono la prova che la svolta nazionalista è stata premiata dagli elettori di tutta la Penisola. «La Lega prosciuga il M5s e Forza Italia e convince gli astenuti», si legge nell'analisi dei flussi elettorali realizzata da Swg.
Drammatico il risultato del M5s: il 17,1% è un tracollo. Luigi Di Maio ha sbagliato tutto quello che c'era da sbagliare: l'ultimo mese e mezzo di campagna elettorale, passato a insultare l'alleato di governo, è stato devastante. Poco più di un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Alle europee del 2014, i grillini avevano ottenuto il 21,16%. Secondo l'analisi dei flussi, il M5s perde anche l'elettorato che finora lo aveva premiato maggiormente, ovvero i giovani che stavolta invece hanno scelto la Lega e il Pd.
A proposito di Pd: nella loro infinita misericordia, i 5 stelle hanno travasato un po' dei loro voti anche verso il partito di Nicola Zingaretti, che si attesta su una percentuale, il 22,7%, che rappresenta un buon risultato. Alle politiche del marzo 2018, il Pd guidato da Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Solo cinque anni fa, alle precedenti europee, il Pd targato Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Secondo l'analisi dei flussi, il Pd rispetto a un anno fa ha recuperato qualche punto sia dal M5s che da Leu, che alle europee di domenica scorsa non si è presentato.
Forza Italia non arresta il declino: l'8,7% è una grande delusione. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. L'obiettivo del 10% non era lontanissimo: sarebbe bastato, viste le preferenze ottenute dal leader, che Silvio Berlusconi si candidasse anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece Antonio Tajani non ha voluto la presenza dell'ex premier. Risultato: al Centro, senza Berlusconi e con Tajani capolista, Forza Italia ha rimediato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Nel Nordest ancora peggio: 5,83%, dopo che Elisabetta Gardini, capogruppo uscente al Parlamento europeo, ha lasciato Fi in disaccordo con Tajani e si è candidata con Fratelli d'Italia. Il partito di Berlusconi va meglio al Sud (12,2%) e nelle isole (14,8%). Tajani è sulla graticola: ieri la stragrande maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari chiedevano un «cambiamento» e un congresso prima che si arrivi all'estinzione del partito.
Vince e convince Giorgia Meloni: Fratelli d'Italia aumenta consistentemente i voti e raggiunge un eccellente 6,46%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito della Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,7%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto alla grande una campagna elettorale difficilissima, visto il dilagare leghista, eppure è riuscita a caratterizzare le sue proposte politiche. Il centrodestra «sovranista», composto solo da Lega e Fdi, supera il 40% dei voti: ipoteticamente, potrebbero vincere le politiche facendo a meno di Berlusconi.
Resta fuori dal Parlamento europeo +Europa, che prende il 3,1% (alle politiche dello scorso marzo il partitino di Emma Bonino aveva racimolato il 2,5%), e restano fuori, con risultati disastrosi, le altre forze di sinistra: la Sinistra si inchioda all'1,8%, Europa verde al 2,3%. Molto male anche l'estrema destra: Casapound è allo 0,33%, Forza nuova allo 0,15% La somma dei due partiti di maggioranza, Lega e M5s, raggiunge il 51,5% contro il 50% dello scorso anno. Gli elettori quindi premiano l'azione dell'esecutivo, al di là degli equilibri tra i due alleati. Una novità per gli italiani, che di solito alle elezioni castigano i partiti al governo.
La sinistra perde 1 milione di voti
Lontanissimo dal 40,8% incassato nel 2014 alle europee, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, esulta, parla di «ripartenza», prende ossigeno dal sorpasso sui grillini e si propone come l'alternativa a Matteo Salvini. Quello che non dice, però, è sotto gli occhi di tutti: dalle politiche del 4 marzo 2018 la coalizione di sinistra ha perso più di un milione di voti.
Il conteggio è presto fatto. Alla Camera, lo scorso anno il Pd ottenne 6.161.896 preferenze, +Europa ne prese 841.468, Italia Europa insieme 190.601, Civica popolare 178.107, Liberi e uguali 1.114.799. Per il Partito democratico fu il peggior risultato della sua storia, i democratici furono solo il terzo partito per numero di eletti, scomparvero molte Regioni rosse, ma insieme la coalizione si portò a casa 8.486.871 voti. Adesso al Nazareno hanno poco da fantasticare, immaginando alleanze future in improbabili maggioranze: un milione di italiani non ha votato a sinistra in queste europee e ancora una volta sono i numeri a dircelo. Hanno scelto il «Siamo europei» del Pd 6.050.351 elettori, a +Europa sono andate 822.764 preferenze, 465.092 alla Sinistra. Fanno solo 7.338.207 voti. C'è da esserne orgogliosi? Non ci sembra proprio. Emma Bonino non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 4% ma ha twittato: «Dopo il temporale splende l'arcobaleno e noi siamo qui, oggi come ieri, a lavorare per giorni migliori, per l'Italia e per l'Europa», forse alludendo al suo impegno pro Lgbt. La Sinistra (che cinque anni fa aveva ottenuto tre eletti) è rimasta inchiodata all'1,74%. Fuori Strasburgo anche il Partito comunista (0,88%).
I piddini diranno che è colpa dell'astensionismo, perché un italiano su due non ha votato. Sono convinti che con più affluenza, le urne avrebbero riservato risultati migliori. Intanto si fanno coraggio, esprimono riconoscenza: «Grazie alle italiane e agli italiani, ai giovani e a tutti coloro che hanno scelto la lista unitaria del Pd network. Il governo esce ancora più fragile da questa consultazione», ha cinguettato Zingaretti. «Il Pd cresce, è primo nelle grandi città e unica alternativa», annuncia trionfante Piero Fassino, mentre il primo commento di Andrea Orlando, vicesegretario del Pd era stato: «Il Partito democratico c'è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l'alternativa». A quali alleati staranno pensando? Mistero. Stessa sicurezza ostenta l'ex premier Paolo Gentiloni in un tweet: «Finisce l'inverno dello scontento. Comincia il lavoro per l'alternativa a Salvini e alla maggioranza gialloblù». Insiste l'altra vicesegretaria, Paola De Micheli: «E ora al lavoro per costruire un'alternativa per l'Italia». Nel suo blog su Huffingtonpost.it, il politologo Gianfranco Pasquino osserva: «Può essere che il compito dell'opposizione sia di operare affinché il governo cada, ma meglio farlo quando si intravveda oppure, addirittura, si sia già costruita una compagine governativa alternativa pronta a risolvere i problemi del Paese. Non si vede praticamente nulla di tutto questo. Non lo si vedrà se Zingaretti non prende atto che anche al 22% non serve a nulla rivendicare una non esercitabile “vocazione maggioritaria" (non ha portato bene nel passato). Preliminarmente è indispensabile che il segretario definisca che tipo di partito vuole costruire». Conclude: «Il rischio attuale è quello del compiacimento: bloccata l'erosione, superate le 5 stelle, conquistato il ruolo di oppositore principale». Il segretario del Pd ha di cui riflettere, mentre fantastica sulle alleanze.
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Trionfo del Carroccio che convince più di un italiano su tre. Puniti i pentastellati, anche se i gialloblù insieme avanzano, nonostante il logoramento che di solito sconta chi governa. Emma Bonino bocciata, exploit di Giorgia Meloni.La sinistra perde 1 milione di voti. Nicola Zingaretti festeggia e parla di «fronte alternativo ai populisti». Eppure la coalizione europeista, al di là delle percentuali, a ogni tornata smarrisce elettori per strada.Lo speciale comprende due articoli.L'Italia s'è destra, con la Lega di Matteo Salvini che ottiene uno stratosferico 34,33% di consensi: un italiano su tre, domenica scorsa, ha messo la croce sul simbolo del Carroccio. Primo partito italiano, la Lega, ma non solo: Salvini è ufficialmente investito del ruolo di leader continentale di primissimo piano, punto di riferimento di tutti i milioni di cittadini europei che non si riconoscono in questa Unione che non si fonda su valori culturali ma su tabelline, privilegi e vincoli. Male, anzi malissimo, il M5s: dimezzato il risultato delle politiche di un anno fa, Luigi Di Maio guarda quella percentuale, 17,1%, e da buon partenopeo non può non pensare alla «disgrazia», termine che ben fotografa il risultato. Del crollo del M5s si avvantaggia, pensate, perfino il Pd di Nicola Zingaretti, che raggiunge il 22,7% e supera di quasi 6 punti i grillini. Forza Italia continua l'inesorabile declino, ferma all'8,7%. Esulta Fratelli d'Italia: Giorgia Meloni ottiene un lusinghiero 6,46%. La Lega, dunque, vola. Alle politiche del marzo 2018, aveva preso il 17,4% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, aveva ottenuto il 6,2% dei consensi. Ieri, i dati definitivi hanno spinto il Carroccio al 34,33%, un risultato che farebbe venire le vertigini a qualunque leader, ma non a Matteo Salvini. Raddoppiati in un solo anno di governo i consensi, il ministro dell'Interno può proseguire nella sua azione di governo, forte del massiccio consenso degli italiani. La Lega fa il pieno non solo al Nord (40%) ma anche al Centro, dove è il primo partito con il 33,45%, e al Sud: il 23,46% ottenuto nella circoscrizione meridionale e il 22,42% nelle isole sono la prova che la svolta nazionalista è stata premiata dagli elettori di tutta la Penisola. «La Lega prosciuga il M5s e Forza Italia e convince gli astenuti», si legge nell'analisi dei flussi elettorali realizzata da Swg. Drammatico il risultato del M5s: il 17,1% è un tracollo. Luigi Di Maio ha sbagliato tutto quello che c'era da sbagliare: l'ultimo mese e mezzo di campagna elettorale, passato a insultare l'alleato di governo, è stato devastante. Poco più di un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Alle europee del 2014, i grillini avevano ottenuto il 21,16%. Secondo l'analisi dei flussi, il M5s perde anche l'elettorato che finora lo aveva premiato maggiormente, ovvero i giovani che stavolta invece hanno scelto la Lega e il Pd. A proposito di Pd: nella loro infinita misericordia, i 5 stelle hanno travasato un po' dei loro voti anche verso il partito di Nicola Zingaretti, che si attesta su una percentuale, il 22,7%, che rappresenta un buon risultato. Alle politiche del marzo 2018, il Pd guidato da Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Solo cinque anni fa, alle precedenti europee, il Pd targato Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Secondo l'analisi dei flussi, il Pd rispetto a un anno fa ha recuperato qualche punto sia dal M5s che da Leu, che alle europee di domenica scorsa non si è presentato.Forza Italia non arresta il declino: l'8,7% è una grande delusione. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. L'obiettivo del 10% non era lontanissimo: sarebbe bastato, viste le preferenze ottenute dal leader, che Silvio Berlusconi si candidasse anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece Antonio Tajani non ha voluto la presenza dell'ex premier. Risultato: al Centro, senza Berlusconi e con Tajani capolista, Forza Italia ha rimediato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Nel Nordest ancora peggio: 5,83%, dopo che Elisabetta Gardini, capogruppo uscente al Parlamento europeo, ha lasciato Fi in disaccordo con Tajani e si è candidata con Fratelli d'Italia. Il partito di Berlusconi va meglio al Sud (12,2%) e nelle isole (14,8%). Tajani è sulla graticola: ieri la stragrande maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari chiedevano un «cambiamento» e un congresso prima che si arrivi all'estinzione del partito.Vince e convince Giorgia Meloni: Fratelli d'Italia aumenta consistentemente i voti e raggiunge un eccellente 6,46%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito della Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,7%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto alla grande una campagna elettorale difficilissima, visto il dilagare leghista, eppure è riuscita a caratterizzare le sue proposte politiche. Il centrodestra «sovranista», composto solo da Lega e Fdi, supera il 40% dei voti: ipoteticamente, potrebbero vincere le politiche facendo a meno di Berlusconi. Resta fuori dal Parlamento europeo +Europa, che prende il 3,1% (alle politiche dello scorso marzo il partitino di Emma Bonino aveva racimolato il 2,5%), e restano fuori, con risultati disastrosi, le altre forze di sinistra: la Sinistra si inchioda all'1,8%, Europa verde al 2,3%. Molto male anche l'estrema destra: Casapound è allo 0,33%, Forza nuova allo 0,15% La somma dei due partiti di maggioranza, Lega e M5s, raggiunge il 51,5% contro il 50% dello scorso anno. Gli elettori quindi premiano l'azione dell'esecutivo, al di là degli equilibri tra i due alleati. Una novità per gli italiani, che di solito alle elezioni castigano i partiti al governo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/capitano-pigliatutto-lega-al-34-3-m5s-si-dimezza-pd-sempre-inutile-2638263185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-perde-1-milione-di-voti" data-post-id="2638263185" data-published-at="1781295320" data-use-pagination="False"> La sinistra perde 1 milione di voti Lontanissimo dal 40,8% incassato nel 2014 alle europee, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, esulta, parla di «ripartenza», prende ossigeno dal sorpasso sui grillini e si propone come l'alternativa a Matteo Salvini. Quello che non dice, però, è sotto gli occhi di tutti: dalle politiche del 4 marzo 2018 la coalizione di sinistra ha perso più di un milione di voti. Il conteggio è presto fatto. Alla Camera, lo scorso anno il Pd ottenne 6.161.896 preferenze, +Europa ne prese 841.468, Italia Europa insieme 190.601, Civica popolare 178.107, Liberi e uguali 1.114.799. Per il Partito democratico fu il peggior risultato della sua storia, i democratici furono solo il terzo partito per numero di eletti, scomparvero molte Regioni rosse, ma insieme la coalizione si portò a casa 8.486.871 voti. Adesso al Nazareno hanno poco da fantasticare, immaginando alleanze future in improbabili maggioranze: un milione di italiani non ha votato a sinistra in queste europee e ancora una volta sono i numeri a dircelo. Hanno scelto il «Siamo europei» del Pd 6.050.351 elettori, a +Europa sono andate 822.764 preferenze, 465.092 alla Sinistra. Fanno solo 7.338.207 voti. C'è da esserne orgogliosi? Non ci sembra proprio. Emma Bonino non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 4% ma ha twittato: «Dopo il temporale splende l'arcobaleno e noi siamo qui, oggi come ieri, a lavorare per giorni migliori, per l'Italia e per l'Europa», forse alludendo al suo impegno pro Lgbt. La Sinistra (che cinque anni fa aveva ottenuto tre eletti) è rimasta inchiodata all'1,74%. Fuori Strasburgo anche il Partito comunista (0,88%). I piddini diranno che è colpa dell'astensionismo, perché un italiano su due non ha votato. Sono convinti che con più affluenza, le urne avrebbero riservato risultati migliori. Intanto si fanno coraggio, esprimono riconoscenza: «Grazie alle italiane e agli italiani, ai giovani e a tutti coloro che hanno scelto la lista unitaria del Pd network. Il governo esce ancora più fragile da questa consultazione», ha cinguettato Zingaretti. «Il Pd cresce, è primo nelle grandi città e unica alternativa», annuncia trionfante Piero Fassino, mentre il primo commento di Andrea Orlando, vicesegretario del Pd era stato: «Il Partito democratico c'è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l'alternativa». A quali alleati staranno pensando? Mistero. Stessa sicurezza ostenta l'ex premier Paolo Gentiloni in un tweet: «Finisce l'inverno dello scontento. Comincia il lavoro per l'alternativa a Salvini e alla maggioranza gialloblù». Insiste l'altra vicesegretaria, Paola De Micheli: «E ora al lavoro per costruire un'alternativa per l'Italia». Nel suo blog su Huffingtonpost.it, il politologo Gianfranco Pasquino osserva: «Può essere che il compito dell'opposizione sia di operare affinché il governo cada, ma meglio farlo quando si intravveda oppure, addirittura, si sia già costruita una compagine governativa alternativa pronta a risolvere i problemi del Paese. Non si vede praticamente nulla di tutto questo. Non lo si vedrà se Zingaretti non prende atto che anche al 22% non serve a nulla rivendicare una non esercitabile “vocazione maggioritaria" (non ha portato bene nel passato). Preliminarmente è indispensabile che il segretario definisca che tipo di partito vuole costruire». Conclude: «Il rischio attuale è quello del compiacimento: bloccata l'erosione, superate le 5 stelle, conquistato il ruolo di oppositore principale». Il segretario del Pd ha di cui riflettere, mentre fantastica sulle alleanze.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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