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2019-05-28
Capitano pigliatutto: Lega al 34,3%. M5s si dimezza, Pd sempre inutile
Ansa
L'Italia s'è destra, con la Lega di Matteo Salvini che ottiene uno stratosferico 34,33% di consensi: un italiano su tre, domenica scorsa, ha messo la croce sul simbolo del Carroccio. Primo partito italiano, la Lega, ma non solo: Salvini è ufficialmente investito del ruolo di leader continentale di primissimo piano, punto di riferimento di tutti i milioni di cittadini europei che non si riconoscono in questa Unione che non si fonda su valori culturali ma su tabelline, privilegi e vincoli. Male, anzi malissimo, il M5s: dimezzato il risultato delle politiche di un anno fa, Luigi Di Maio guarda quella percentuale, 17,1%, e da buon partenopeo non può non pensare alla «disgrazia», termine che ben fotografa il risultato. Del crollo del M5s si avvantaggia, pensate, perfino il Pd di Nicola Zingaretti, che raggiunge il 22,7% e supera di quasi 6 punti i grillini. Forza Italia continua l'inesorabile declino, ferma all'8,7%. Esulta Fratelli d'Italia: Giorgia Meloni ottiene un lusinghiero 6,46%.
La Lega, dunque, vola. Alle politiche del marzo 2018, aveva preso il 17,4% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, aveva ottenuto il 6,2% dei consensi. Ieri, i dati definitivi hanno spinto il Carroccio al 34,33%, un risultato che farebbe venire le vertigini a qualunque leader, ma non a Matteo Salvini. Raddoppiati in un solo anno di governo i consensi, il ministro dell'Interno può proseguire nella sua azione di governo, forte del massiccio consenso degli italiani. La Lega fa il pieno non solo al Nord (40%) ma anche al Centro, dove è il primo partito con il 33,45%, e al Sud: il 23,46% ottenuto nella circoscrizione meridionale e il 22,42% nelle isole sono la prova che la svolta nazionalista è stata premiata dagli elettori di tutta la Penisola. «La Lega prosciuga il M5s e Forza Italia e convince gli astenuti», si legge nell'analisi dei flussi elettorali realizzata da Swg.
Drammatico il risultato del M5s: il 17,1% è un tracollo. Luigi Di Maio ha sbagliato tutto quello che c'era da sbagliare: l'ultimo mese e mezzo di campagna elettorale, passato a insultare l'alleato di governo, è stato devastante. Poco più di un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Alle europee del 2014, i grillini avevano ottenuto il 21,16%. Secondo l'analisi dei flussi, il M5s perde anche l'elettorato che finora lo aveva premiato maggiormente, ovvero i giovani che stavolta invece hanno scelto la Lega e il Pd.
A proposito di Pd: nella loro infinita misericordia, i 5 stelle hanno travasato un po' dei loro voti anche verso il partito di Nicola Zingaretti, che si attesta su una percentuale, il 22,7%, che rappresenta un buon risultato. Alle politiche del marzo 2018, il Pd guidato da Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Solo cinque anni fa, alle precedenti europee, il Pd targato Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Secondo l'analisi dei flussi, il Pd rispetto a un anno fa ha recuperato qualche punto sia dal M5s che da Leu, che alle europee di domenica scorsa non si è presentato.
Forza Italia non arresta il declino: l'8,7% è una grande delusione. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. L'obiettivo del 10% non era lontanissimo: sarebbe bastato, viste le preferenze ottenute dal leader, che Silvio Berlusconi si candidasse anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece Antonio Tajani non ha voluto la presenza dell'ex premier. Risultato: al Centro, senza Berlusconi e con Tajani capolista, Forza Italia ha rimediato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Nel Nordest ancora peggio: 5,83%, dopo che Elisabetta Gardini, capogruppo uscente al Parlamento europeo, ha lasciato Fi in disaccordo con Tajani e si è candidata con Fratelli d'Italia. Il partito di Berlusconi va meglio al Sud (12,2%) e nelle isole (14,8%). Tajani è sulla graticola: ieri la stragrande maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari chiedevano un «cambiamento» e un congresso prima che si arrivi all'estinzione del partito.
Vince e convince Giorgia Meloni: Fratelli d'Italia aumenta consistentemente i voti e raggiunge un eccellente 6,46%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito della Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,7%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto alla grande una campagna elettorale difficilissima, visto il dilagare leghista, eppure è riuscita a caratterizzare le sue proposte politiche. Il centrodestra «sovranista», composto solo da Lega e Fdi, supera il 40% dei voti: ipoteticamente, potrebbero vincere le politiche facendo a meno di Berlusconi.
Resta fuori dal Parlamento europeo +Europa, che prende il 3,1% (alle politiche dello scorso marzo il partitino di Emma Bonino aveva racimolato il 2,5%), e restano fuori, con risultati disastrosi, le altre forze di sinistra: la Sinistra si inchioda all'1,8%, Europa verde al 2,3%. Molto male anche l'estrema destra: Casapound è allo 0,33%, Forza nuova allo 0,15% La somma dei due partiti di maggioranza, Lega e M5s, raggiunge il 51,5% contro il 50% dello scorso anno. Gli elettori quindi premiano l'azione dell'esecutivo, al di là degli equilibri tra i due alleati. Una novità per gli italiani, che di solito alle elezioni castigano i partiti al governo.
La sinistra perde 1 milione di voti
Lontanissimo dal 40,8% incassato nel 2014 alle europee, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, esulta, parla di «ripartenza», prende ossigeno dal sorpasso sui grillini e si propone come l'alternativa a Matteo Salvini. Quello che non dice, però, è sotto gli occhi di tutti: dalle politiche del 4 marzo 2018 la coalizione di sinistra ha perso più di un milione di voti.
Il conteggio è presto fatto. Alla Camera, lo scorso anno il Pd ottenne 6.161.896 preferenze, +Europa ne prese 841.468, Italia Europa insieme 190.601, Civica popolare 178.107, Liberi e uguali 1.114.799. Per il Partito democratico fu il peggior risultato della sua storia, i democratici furono solo il terzo partito per numero di eletti, scomparvero molte Regioni rosse, ma insieme la coalizione si portò a casa 8.486.871 voti. Adesso al Nazareno hanno poco da fantasticare, immaginando alleanze future in improbabili maggioranze: un milione di italiani non ha votato a sinistra in queste europee e ancora una volta sono i numeri a dircelo. Hanno scelto il «Siamo europei» del Pd 6.050.351 elettori, a +Europa sono andate 822.764 preferenze, 465.092 alla Sinistra. Fanno solo 7.338.207 voti. C'è da esserne orgogliosi? Non ci sembra proprio. Emma Bonino non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 4% ma ha twittato: «Dopo il temporale splende l'arcobaleno e noi siamo qui, oggi come ieri, a lavorare per giorni migliori, per l'Italia e per l'Europa», forse alludendo al suo impegno pro Lgbt. La Sinistra (che cinque anni fa aveva ottenuto tre eletti) è rimasta inchiodata all'1,74%. Fuori Strasburgo anche il Partito comunista (0,88%).
I piddini diranno che è colpa dell'astensionismo, perché un italiano su due non ha votato. Sono convinti che con più affluenza, le urne avrebbero riservato risultati migliori. Intanto si fanno coraggio, esprimono riconoscenza: «Grazie alle italiane e agli italiani, ai giovani e a tutti coloro che hanno scelto la lista unitaria del Pd network. Il governo esce ancora più fragile da questa consultazione», ha cinguettato Zingaretti. «Il Pd cresce, è primo nelle grandi città e unica alternativa», annuncia trionfante Piero Fassino, mentre il primo commento di Andrea Orlando, vicesegretario del Pd era stato: «Il Partito democratico c'è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l'alternativa». A quali alleati staranno pensando? Mistero. Stessa sicurezza ostenta l'ex premier Paolo Gentiloni in un tweet: «Finisce l'inverno dello scontento. Comincia il lavoro per l'alternativa a Salvini e alla maggioranza gialloblù». Insiste l'altra vicesegretaria, Paola De Micheli: «E ora al lavoro per costruire un'alternativa per l'Italia». Nel suo blog su Huffingtonpost.it, il politologo Gianfranco Pasquino osserva: «Può essere che il compito dell'opposizione sia di operare affinché il governo cada, ma meglio farlo quando si intravveda oppure, addirittura, si sia già costruita una compagine governativa alternativa pronta a risolvere i problemi del Paese. Non si vede praticamente nulla di tutto questo. Non lo si vedrà se Zingaretti non prende atto che anche al 22% non serve a nulla rivendicare una non esercitabile “vocazione maggioritaria" (non ha portato bene nel passato). Preliminarmente è indispensabile che il segretario definisca che tipo di partito vuole costruire». Conclude: «Il rischio attuale è quello del compiacimento: bloccata l'erosione, superate le 5 stelle, conquistato il ruolo di oppositore principale». Il segretario del Pd ha di cui riflettere, mentre fantastica sulle alleanze.
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Trionfo del Carroccio che convince più di un italiano su tre. Puniti i pentastellati, anche se i gialloblù insieme avanzano, nonostante il logoramento che di solito sconta chi governa. Emma Bonino bocciata, exploit di Giorgia Meloni.La sinistra perde 1 milione di voti. Nicola Zingaretti festeggia e parla di «fronte alternativo ai populisti». Eppure la coalizione europeista, al di là delle percentuali, a ogni tornata smarrisce elettori per strada.Lo speciale comprende due articoli.L'Italia s'è destra, con la Lega di Matteo Salvini che ottiene uno stratosferico 34,33% di consensi: un italiano su tre, domenica scorsa, ha messo la croce sul simbolo del Carroccio. Primo partito italiano, la Lega, ma non solo: Salvini è ufficialmente investito del ruolo di leader continentale di primissimo piano, punto di riferimento di tutti i milioni di cittadini europei che non si riconoscono in questa Unione che non si fonda su valori culturali ma su tabelline, privilegi e vincoli. Male, anzi malissimo, il M5s: dimezzato il risultato delle politiche di un anno fa, Luigi Di Maio guarda quella percentuale, 17,1%, e da buon partenopeo non può non pensare alla «disgrazia», termine che ben fotografa il risultato. Del crollo del M5s si avvantaggia, pensate, perfino il Pd di Nicola Zingaretti, che raggiunge il 22,7% e supera di quasi 6 punti i grillini. Forza Italia continua l'inesorabile declino, ferma all'8,7%. Esulta Fratelli d'Italia: Giorgia Meloni ottiene un lusinghiero 6,46%. La Lega, dunque, vola. Alle politiche del marzo 2018, aveva preso il 17,4% dei voti, un risultato già al di là delle aspettative. Cinque anni fa, alle europee del 2014, aveva ottenuto il 6,2% dei consensi. Ieri, i dati definitivi hanno spinto il Carroccio al 34,33%, un risultato che farebbe venire le vertigini a qualunque leader, ma non a Matteo Salvini. Raddoppiati in un solo anno di governo i consensi, il ministro dell'Interno può proseguire nella sua azione di governo, forte del massiccio consenso degli italiani. La Lega fa il pieno non solo al Nord (40%) ma anche al Centro, dove è il primo partito con il 33,45%, e al Sud: il 23,46% ottenuto nella circoscrizione meridionale e il 22,42% nelle isole sono la prova che la svolta nazionalista è stata premiata dagli elettori di tutta la Penisola. «La Lega prosciuga il M5s e Forza Italia e convince gli astenuti», si legge nell'analisi dei flussi elettorali realizzata da Swg. Drammatico il risultato del M5s: il 17,1% è un tracollo. Luigi Di Maio ha sbagliato tutto quello che c'era da sbagliare: l'ultimo mese e mezzo di campagna elettorale, passato a insultare l'alleato di governo, è stato devastante. Poco più di un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il M5s era risultato il primo partito italiano, con il 32,68%. Alle europee del 2014, i grillini avevano ottenuto il 21,16%. Secondo l'analisi dei flussi, il M5s perde anche l'elettorato che finora lo aveva premiato maggiormente, ovvero i giovani che stavolta invece hanno scelto la Lega e il Pd. A proposito di Pd: nella loro infinita misericordia, i 5 stelle hanno travasato un po' dei loro voti anche verso il partito di Nicola Zingaretti, che si attesta su una percentuale, il 22,7%, che rappresenta un buon risultato. Alle politiche del marzo 2018, il Pd guidato da Matteo Renzi era precipitato al 18,76%, il minimo storico. Solo cinque anni fa, alle precedenti europee, il Pd targato Renzi otteneva lo stratosferico risultato del 40,81% dei consensi. Secondo l'analisi dei flussi, il Pd rispetto a un anno fa ha recuperato qualche punto sia dal M5s che da Leu, che alle europee di domenica scorsa non si è presentato.Forza Italia non arresta il declino: l'8,7% è una grande delusione. Un anno fa, gli azzurri avevano preso il 14%, mentre alle europee del 2014 erano al 16,81%. L'obiettivo del 10% non era lontanissimo: sarebbe bastato, viste le preferenze ottenute dal leader, che Silvio Berlusconi si candidasse anche nella circoscrizione dell'Italia centrale, dove invece Antonio Tajani non ha voluto la presenza dell'ex premier. Risultato: al Centro, senza Berlusconi e con Tajani capolista, Forza Italia ha rimediato un misero 6,25%, con lo smacco del sorpasso da parte di Fratelli d'Italia. Nel Nordest ancora peggio: 5,83%, dopo che Elisabetta Gardini, capogruppo uscente al Parlamento europeo, ha lasciato Fi in disaccordo con Tajani e si è candidata con Fratelli d'Italia. Il partito di Berlusconi va meglio al Sud (12,2%) e nelle isole (14,8%). Tajani è sulla graticola: ieri la stragrande maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari chiedevano un «cambiamento» e un congresso prima che si arrivi all'estinzione del partito.Vince e convince Giorgia Meloni: Fratelli d'Italia aumenta consistentemente i voti e raggiunge un eccellente 6,46%. Un anno fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il partito della Meloni prese il 4,36%; alle europee del 2014, si fermò invece al 3,7%, non riuscendo a superare la soglia del 4%. La Meloni ha condotto alla grande una campagna elettorale difficilissima, visto il dilagare leghista, eppure è riuscita a caratterizzare le sue proposte politiche. Il centrodestra «sovranista», composto solo da Lega e Fdi, supera il 40% dei voti: ipoteticamente, potrebbero vincere le politiche facendo a meno di Berlusconi. Resta fuori dal Parlamento europeo +Europa, che prende il 3,1% (alle politiche dello scorso marzo il partitino di Emma Bonino aveva racimolato il 2,5%), e restano fuori, con risultati disastrosi, le altre forze di sinistra: la Sinistra si inchioda all'1,8%, Europa verde al 2,3%. Molto male anche l'estrema destra: Casapound è allo 0,33%, Forza nuova allo 0,15% La somma dei due partiti di maggioranza, Lega e M5s, raggiunge il 51,5% contro il 50% dello scorso anno. Gli elettori quindi premiano l'azione dell'esecutivo, al di là degli equilibri tra i due alleati. Una novità per gli italiani, che di solito alle elezioni castigano i partiti al governo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/capitano-pigliatutto-lega-al-34-3-m5s-si-dimezza-pd-sempre-inutile-2638263185.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-sinistra-perde-1-milione-di-voti" data-post-id="2638263185" data-published-at="1769722390" data-use-pagination="False"> La sinistra perde 1 milione di voti Lontanissimo dal 40,8% incassato nel 2014 alle europee, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, esulta, parla di «ripartenza», prende ossigeno dal sorpasso sui grillini e si propone come l'alternativa a Matteo Salvini. Quello che non dice, però, è sotto gli occhi di tutti: dalle politiche del 4 marzo 2018 la coalizione di sinistra ha perso più di un milione di voti. Il conteggio è presto fatto. Alla Camera, lo scorso anno il Pd ottenne 6.161.896 preferenze, +Europa ne prese 841.468, Italia Europa insieme 190.601, Civica popolare 178.107, Liberi e uguali 1.114.799. Per il Partito democratico fu il peggior risultato della sua storia, i democratici furono solo il terzo partito per numero di eletti, scomparvero molte Regioni rosse, ma insieme la coalizione si portò a casa 8.486.871 voti. Adesso al Nazareno hanno poco da fantasticare, immaginando alleanze future in improbabili maggioranze: un milione di italiani non ha votato a sinistra in queste europee e ancora una volta sono i numeri a dircelo. Hanno scelto il «Siamo europei» del Pd 6.050.351 elettori, a +Europa sono andate 822.764 preferenze, 465.092 alla Sinistra. Fanno solo 7.338.207 voti. C'è da esserne orgogliosi? Non ci sembra proprio. Emma Bonino non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 4% ma ha twittato: «Dopo il temporale splende l'arcobaleno e noi siamo qui, oggi come ieri, a lavorare per giorni migliori, per l'Italia e per l'Europa», forse alludendo al suo impegno pro Lgbt. La Sinistra (che cinque anni fa aveva ottenuto tre eletti) è rimasta inchiodata all'1,74%. Fuori Strasburgo anche il Partito comunista (0,88%). I piddini diranno che è colpa dell'astensionismo, perché un italiano su due non ha votato. Sono convinti che con più affluenza, le urne avrebbero riservato risultati migliori. Intanto si fanno coraggio, esprimono riconoscenza: «Grazie alle italiane e agli italiani, ai giovani e a tutti coloro che hanno scelto la lista unitaria del Pd network. Il governo esce ancora più fragile da questa consultazione», ha cinguettato Zingaretti. «Il Pd cresce, è primo nelle grandi città e unica alternativa», annuncia trionfante Piero Fassino, mentre il primo commento di Andrea Orlando, vicesegretario del Pd era stato: «Il Partito democratico c'è, è in campo, è la forza sulla quale costruire l'alternativa». A quali alleati staranno pensando? Mistero. Stessa sicurezza ostenta l'ex premier Paolo Gentiloni in un tweet: «Finisce l'inverno dello scontento. Comincia il lavoro per l'alternativa a Salvini e alla maggioranza gialloblù». Insiste l'altra vicesegretaria, Paola De Micheli: «E ora al lavoro per costruire un'alternativa per l'Italia». Nel suo blog su Huffingtonpost.it, il politologo Gianfranco Pasquino osserva: «Può essere che il compito dell'opposizione sia di operare affinché il governo cada, ma meglio farlo quando si intravveda oppure, addirittura, si sia già costruita una compagine governativa alternativa pronta a risolvere i problemi del Paese. Non si vede praticamente nulla di tutto questo. Non lo si vedrà se Zingaretti non prende atto che anche al 22% non serve a nulla rivendicare una non esercitabile “vocazione maggioritaria" (non ha portato bene nel passato). Preliminarmente è indispensabile che il segretario definisca che tipo di partito vuole costruire». Conclude: «Il rischio attuale è quello del compiacimento: bloccata l'erosione, superate le 5 stelle, conquistato il ruolo di oppositore principale». Il segretario del Pd ha di cui riflettere, mentre fantastica sulle alleanze.
Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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