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2021-05-30
Il candidato di sinistra a Napoli «costa» 5 miliardi a tutti i cittadini
È inutile che cerchiate nelle classifiche delle presidenziali Usa o negli annali di qualche faraonica campagna elettorale sudamericana. La più costosa candidatura politica della storia è e resterà quella di Gaetano Manfredi, ex ministro dell'Università del governo giallorosso. Per convincerlo a correre per la carica di sindaco di Napoli, gli è stato promesso un assegno di oltre 5 miliardi di euro. Altro che Cristiano Ronaldo o Leo Messi, l'ingaggio del prof di ingegneria, con un passato da rettore dell'Università Federico II di Napoli, supera i confini della più bramosa fantasia turbocapitalistica. Ed è frutto dell'accordo del trio delle meraviglie: Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza. Formalizzato e ufficializzato in un documento di sei paginette - a interlinea doppia - pomposamente denominato Un patto per Napoli.
Chiariamo: la cosa andrebbe anche bene se, a onorare questo gigantesco impegno finanziario, fossero quelli che l'hanno proposto. Invece, a pagare saranno i napoletani. Saranno tutti i cittadini della disastrata metropoli, amministrata oggi da Luigi de Magistris, a dover sostenere con un incremento indiscriminato delle imposte locali la discesa in campo di un candidato di parte. E questo perché il centrosinistra a trazione grillopiddina non aveva altri nomi da gettare nella mischia al di fuori del povero (si fa per dire) Manfredi. Che appena il 18 maggio, buttando un occhio al bilancio di Palazzo San Giacomo, sede della casa comunale, aveva declinato l'invito inorridito. «Troppi debiti, rinuncio, grazie lo stesso». Per convincerlo a ripensarci, i tre capataz di Pd, M5s e Leu hanno partorito un piano che ricalca la legge speciale di Roma Capitale con l'obiettivo di recuperare i 5 miliardi di euro di extra deficit - appunto - che stanno facendo affondare le casse comunali. E come si possono rastrellare così tanti soldi? Facile: nominando un commissario che dovrà sgonfiare il «debito storico» del Comune alzando i tributi locali, a cominciare dall'Irpef (che potrebbe schizzare allo 0,9%), e i diritti di imbarco portuali e aeroportuali (+1 euro a persona). E questo nonostante le aliquote in città siano già ai massimi.
Con queste garanzie, il prof ha detto sì. E i giallorossi hanno ripreso a sorridere. Chiaro: il problema è ora tutto dei contribuenti del capoluogo. E in parte anche del resto d'Italia se è vero che almeno la metà debito (pari a 2,5 miliardi) se la accollerà lo Stato. Insomma, saranno chiamati a pagare per Manfredi pure i cittadini che abitano a Lampedusa e i 539 residenti di Predoi, il Comune più a nord d'Italia, che con Napoli non è che abbiano un immediato e percepibile collegamento. Ma tant'è.
Quanto durerà il salasso per i partenopei? Secondo fonti romane, interpellate dal nostro giornale, l'orizzonte è di almeno quindici anni. «Ma potrebbero tranquillamente diventare trenta se il Comune di Napoli continuerà a perdere milioni su milioni con la mancata riscossione delle tasse». D'altronde si sa: niente è più definitivo del provvisorio. La norma salva-Manfredi potrebbe trovare ospitalità nella prossima finanziaria ed è già stata spacciata, dalla propaganda di regime, come una assunzione di responsabilità dei partiti di sinistra nei confronti dell'ente municipale che rischia il crac. Peccato che: 1) il problema del debito ha tolto il sonno al solo Manfredi, non avendo gli altri candidati già in corsa (a cominciare dall'ex pm antimafia, Catello Maresca, a capo della coalizione di centrodestra) posto alcuna pregiudiziale; 2) buona parte delle passività sono eredità avvelenata delle stagioni dei sindaci dem Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino. Il debito, insomma, è tutta roba loro. Roba di sinistra. Che fa e disfa.
Curioso poi che l'occhiuto Manfredi non si sia ricordato che pure la sua università, fino al 2017, aveva accumulato nei confronti di Palazzo San Giacomo quasi 70 milioni di euro di debiti per il mancato pagamento della tassa sui rifiuti.
Possibile quindi che, alla fine, Un patto per Napoli diventi Un «pacco» per Napoli. Non a caso il consigliere regionale della Lega, Severino Nappi, definisce «vergognoso» il metodo di reclutamento delle sinistre di un «candidato che giustamente non si fida di loro». E aggiunge: «Se davvero si vuole dare sostegno ai Comuni in difficoltà, ci aiutino ad eliminare i paletti che impediscono la gestione efficace delle nostre città ai sindaci, ovviamente a quelli competenti e onesti». I conti non tornano nemmeno dalle parti dei grillini, che pure dovrebbero sostenere l'ex rettore. Non foss'altro per la benedizione alla candidatura arrivata da Roberto Fico. Presidente napoletano della Camera e leader dell'ala sinistrorsa del Movimento. Invece, il capogruppo comunale Matteo Brambilla, che contesta l'imposizione dall'alto di Manfredi, ha imbracciato il fucile della rivolta e ha iniziato a sparare. «Ci volevate servi, ci troverete ribelli», ha scritto su Facebook. Ci sarà da divertirsi.
Sala ferma la Tari solo fino al voto
«A pensar male si fa peccato, ma spesso s'indovina» diceva qualcuno che la politica la conosceva bene. Già perché la «misura straordinaria» causa Covid messa in campo dal sindaco di Milano, Beppe Sala, in piena campagna elettorale qualche sospetto lo crea. Palazzo Marino, infatti, ha deciso di rinviare il pagamento di asili, mense e rifiuti fino al prossimo autunno «perché la città sta vivendo un grave momenti di emergenza». Il sindaco meneghino, mentre l'intero Paese, tra calo dell'indice Rt e aumento delle vaccinazioni, sta uscendo dal lungo lockdown, ritiene che l'emergenza Covid non sia finita come non lo è la crisi economica e sociale innescata dalla pandemia. E così «congela» fino al prossimo 31 ottobre le scadenze dei pagamenti di tutti i tributi locali, dalla Tari (la tassa sui rifiuti) alle rette di nidi e di mense scolastiche, che vengono anche scontate per i giorni di zona rossa, dall'imposta di soggiorno ai costi sostenuti dalle famiglie che utilizzano i centri diurni per disabili fino al canone di occupazione del suolo per il commercio sulle aree pubbliche. Una «misura straordinaria, frutto del grande lavoro dei nostri uffici e testimonianza più che mai concreta dell'impegno di questa amministrazione per la città» ha sottolineato Sala, che una decina di giorni fa ha presentato i candidati (medici e professionisti del settore sanitario) che correranno nella lista «Milano in salute» per la sua rielezione a sindaco. In sostanza soltanto adesso la giunta ha approvato una delibera che rende operativa una richiesta della maggioranza di centrosinistra fatta durante la discussione in aula sul bilancio di previsione 2021: rinviare al 31 ottobre i pagamenti di tutte quelle partite su cui l'amministrazione ha competenza diretta, quindi asili, mense e rifiuti, ovvero le scadenze dei «prelievi fiscali dell'ente e dei pagamenti di contributi, dei canoni e delle quote associative e contributive dovute al Comune». Escluse quindi, Imu e Irpef. Particolarmente soddisfatto Sala che sui suoi profili social ha ribadito che «in questi mesi di emergenza, il Comune ha adottato tutti i provvedimenti in suo potere e messo in campo ogni iniziativa possibile per sostenere i cittadini e le cittadine in difficoltà, dalle famiglie ai commercianti fino ai gestori di attività pubbliche e sociali. Continuando a garantire i servizi e tenendo i conti in equilibro, abbiamo compiuto ogni sforzo per scongiurare il rischio concreto che alla crisi sanitaria si aggiungesse anche quella economica». Secondo il capogruppo del Pd Filippo Barberis, «diamo fiato a cittadini e categorie produttive. Procederemo nelle prossime settimane, utilizzando le risorse dell'avanzo di bilancio, con ulteriori sostegni, dagli sconti sulla Tari agli aiuti alle famiglie in difficoltà». Come funzionerà? Il pagamento dei bollettini Tari dell'anno in corso, che potrebbero arrivare a fine luglio, potrà essere fatto dal primo novembre in poi e per le annualità precedenti ci potranno essere piani di rateizzazione. Spostato in autunno il versamento del canone unico e quello per le occupazioni permanenti di suolo pubblico (chioschi ed edicole); oltre al rinvio al 3 settembre, le rette degli asili nido, nel periodo in cui la Lombardia è stata in zona rossa e il servizio è stato chiuso, vengono tagliate del 50%; dimezzati anche gli importi delle mense, mentre fino al 31 ottobre non si pagano i bollettini per i centri diurni disabili e i canoni di affitto degli immobili comunali. Anche l'ex sindaco Giuliano Pisapia adottò un analogo provvedimento in campagna elettorale, chissà se a Sala porterà fortuna per il bis.
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Imposte locali più alte per 30 anni per azzerare il debito del Comune che spaventa l'ex ministro Gaetano Manfredi. L'accordo tra Pd, M5s e Leu per blindare la corsa a sindaco del prof. Ma a pagare sarà anche il resto d'Italia.Giuseppe Sala a Milano (da ora in campagna elettorale) congela canoni, rette scolastiche e imposte di soggiorno che guarda caso torneranno «attive» da novembre.Lo speciale contiene due articoli.È inutile che cerchiate nelle classifiche delle presidenziali Usa o negli annali di qualche faraonica campagna elettorale sudamericana. La più costosa candidatura politica della storia è e resterà quella di Gaetano Manfredi, ex ministro dell'Università del governo giallorosso. Per convincerlo a correre per la carica di sindaco di Napoli, gli è stato promesso un assegno di oltre 5 miliardi di euro. Altro che Cristiano Ronaldo o Leo Messi, l'ingaggio del prof di ingegneria, con un passato da rettore dell'Università Federico II di Napoli, supera i confini della più bramosa fantasia turbocapitalistica. Ed è frutto dell'accordo del trio delle meraviglie: Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza. Formalizzato e ufficializzato in un documento di sei paginette - a interlinea doppia - pomposamente denominato Un patto per Napoli.Chiariamo: la cosa andrebbe anche bene se, a onorare questo gigantesco impegno finanziario, fossero quelli che l'hanno proposto. Invece, a pagare saranno i napoletani. Saranno tutti i cittadini della disastrata metropoli, amministrata oggi da Luigi de Magistris, a dover sostenere con un incremento indiscriminato delle imposte locali la discesa in campo di un candidato di parte. E questo perché il centrosinistra a trazione grillopiddina non aveva altri nomi da gettare nella mischia al di fuori del povero (si fa per dire) Manfredi. Che appena il 18 maggio, buttando un occhio al bilancio di Palazzo San Giacomo, sede della casa comunale, aveva declinato l'invito inorridito. «Troppi debiti, rinuncio, grazie lo stesso». Per convincerlo a ripensarci, i tre capataz di Pd, M5s e Leu hanno partorito un piano che ricalca la legge speciale di Roma Capitale con l'obiettivo di recuperare i 5 miliardi di euro di extra deficit - appunto - che stanno facendo affondare le casse comunali. E come si possono rastrellare così tanti soldi? Facile: nominando un commissario che dovrà sgonfiare il «debito storico» del Comune alzando i tributi locali, a cominciare dall'Irpef (che potrebbe schizzare allo 0,9%), e i diritti di imbarco portuali e aeroportuali (+1 euro a persona). E questo nonostante le aliquote in città siano già ai massimi. Con queste garanzie, il prof ha detto sì. E i giallorossi hanno ripreso a sorridere. Chiaro: il problema è ora tutto dei contribuenti del capoluogo. E in parte anche del resto d'Italia se è vero che almeno la metà debito (pari a 2,5 miliardi) se la accollerà lo Stato. Insomma, saranno chiamati a pagare per Manfredi pure i cittadini che abitano a Lampedusa e i 539 residenti di Predoi, il Comune più a nord d'Italia, che con Napoli non è che abbiano un immediato e percepibile collegamento. Ma tant'è.Quanto durerà il salasso per i partenopei? Secondo fonti romane, interpellate dal nostro giornale, l'orizzonte è di almeno quindici anni. «Ma potrebbero tranquillamente diventare trenta se il Comune di Napoli continuerà a perdere milioni su milioni con la mancata riscossione delle tasse». D'altronde si sa: niente è più definitivo del provvisorio. La norma salva-Manfredi potrebbe trovare ospitalità nella prossima finanziaria ed è già stata spacciata, dalla propaganda di regime, come una assunzione di responsabilità dei partiti di sinistra nei confronti dell'ente municipale che rischia il crac. Peccato che: 1) il problema del debito ha tolto il sonno al solo Manfredi, non avendo gli altri candidati già in corsa (a cominciare dall'ex pm antimafia, Catello Maresca, a capo della coalizione di centrodestra) posto alcuna pregiudiziale; 2) buona parte delle passività sono eredità avvelenata delle stagioni dei sindaci dem Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino. Il debito, insomma, è tutta roba loro. Roba di sinistra. Che fa e disfa.Curioso poi che l'occhiuto Manfredi non si sia ricordato che pure la sua università, fino al 2017, aveva accumulato nei confronti di Palazzo San Giacomo quasi 70 milioni di euro di debiti per il mancato pagamento della tassa sui rifiuti.Possibile quindi che, alla fine, Un patto per Napoli diventi Un «pacco» per Napoli. Non a caso il consigliere regionale della Lega, Severino Nappi, definisce «vergognoso» il metodo di reclutamento delle sinistre di un «candidato che giustamente non si fida di loro». E aggiunge: «Se davvero si vuole dare sostegno ai Comuni in difficoltà, ci aiutino ad eliminare i paletti che impediscono la gestione efficace delle nostre città ai sindaci, ovviamente a quelli competenti e onesti». I conti non tornano nemmeno dalle parti dei grillini, che pure dovrebbero sostenere l'ex rettore. Non foss'altro per la benedizione alla candidatura arrivata da Roberto Fico. Presidente napoletano della Camera e leader dell'ala sinistrorsa del Movimento. Invece, il capogruppo comunale Matteo Brambilla, che contesta l'imposizione dall'alto di Manfredi, ha imbracciato il fucile della rivolta e ha iniziato a sparare. «Ci volevate servi, ci troverete ribelli», ha scritto su Facebook. Ci sarà da divertirsi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/candidato-sinistra-napoli-5-miliardi-2653147469.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sala-ferma-la-tari-solo-fino-al-voto" data-post-id="2653147469" data-published-at="1622331713" data-use-pagination="False"> Sala ferma la Tari solo fino al voto «A pensar male si fa peccato, ma spesso s'indovina» diceva qualcuno che la politica la conosceva bene. Già perché la «misura straordinaria» causa Covid messa in campo dal sindaco di Milano, Beppe Sala, in piena campagna elettorale qualche sospetto lo crea. Palazzo Marino, infatti, ha deciso di rinviare il pagamento di asili, mense e rifiuti fino al prossimo autunno «perché la città sta vivendo un grave momenti di emergenza». Il sindaco meneghino, mentre l'intero Paese, tra calo dell'indice Rt e aumento delle vaccinazioni, sta uscendo dal lungo lockdown, ritiene che l'emergenza Covid non sia finita come non lo è la crisi economica e sociale innescata dalla pandemia. E così «congela» fino al prossimo 31 ottobre le scadenze dei pagamenti di tutti i tributi locali, dalla Tari (la tassa sui rifiuti) alle rette di nidi e di mense scolastiche, che vengono anche scontate per i giorni di zona rossa, dall'imposta di soggiorno ai costi sostenuti dalle famiglie che utilizzano i centri diurni per disabili fino al canone di occupazione del suolo per il commercio sulle aree pubbliche. Una «misura straordinaria, frutto del grande lavoro dei nostri uffici e testimonianza più che mai concreta dell'impegno di questa amministrazione per la città» ha sottolineato Sala, che una decina di giorni fa ha presentato i candidati (medici e professionisti del settore sanitario) che correranno nella lista «Milano in salute» per la sua rielezione a sindaco. In sostanza soltanto adesso la giunta ha approvato una delibera che rende operativa una richiesta della maggioranza di centrosinistra fatta durante la discussione in aula sul bilancio di previsione 2021: rinviare al 31 ottobre i pagamenti di tutte quelle partite su cui l'amministrazione ha competenza diretta, quindi asili, mense e rifiuti, ovvero le scadenze dei «prelievi fiscali dell'ente e dei pagamenti di contributi, dei canoni e delle quote associative e contributive dovute al Comune». Escluse quindi, Imu e Irpef. Particolarmente soddisfatto Sala che sui suoi profili social ha ribadito che «in questi mesi di emergenza, il Comune ha adottato tutti i provvedimenti in suo potere e messo in campo ogni iniziativa possibile per sostenere i cittadini e le cittadine in difficoltà, dalle famiglie ai commercianti fino ai gestori di attività pubbliche e sociali. Continuando a garantire i servizi e tenendo i conti in equilibro, abbiamo compiuto ogni sforzo per scongiurare il rischio concreto che alla crisi sanitaria si aggiungesse anche quella economica». Secondo il capogruppo del Pd Filippo Barberis, «diamo fiato a cittadini e categorie produttive. Procederemo nelle prossime settimane, utilizzando le risorse dell'avanzo di bilancio, con ulteriori sostegni, dagli sconti sulla Tari agli aiuti alle famiglie in difficoltà». Come funzionerà? Il pagamento dei bollettini Tari dell'anno in corso, che potrebbero arrivare a fine luglio, potrà essere fatto dal primo novembre in poi e per le annualità precedenti ci potranno essere piani di rateizzazione. Spostato in autunno il versamento del canone unico e quello per le occupazioni permanenti di suolo pubblico (chioschi ed edicole); oltre al rinvio al 3 settembre, le rette degli asili nido, nel periodo in cui la Lombardia è stata in zona rossa e il servizio è stato chiuso, vengono tagliate del 50%; dimezzati anche gli importi delle mense, mentre fino al 31 ottobre non si pagano i bollettini per i centri diurni disabili e i canoni di affitto degli immobili comunali. Anche l'ex sindaco Giuliano Pisapia adottò un analogo provvedimento in campagna elettorale, chissà se a Sala porterà fortuna per il bis.
Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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