- L’accampamento di via Selvanesco è un focolaio di degrado. Le roulotte vengono cacciate, ma poi tornano.
- Pugno durissimo del leader della Lega: «Sgombero e genitori da arrestare». Beppe Sala fa scaricabarile: «Ci deve pensare il governo». Roberto Vannacci: «Anni di illegalità tollerata».
Lo speciale contiene due articoli
Un campo rom come tanti per una storia che non è come le altre. Via Selvanesco, zona Sud di Milano, selvaggia e silvana in tutto, non solo nel nome. Terra battuta e alberi. E verde, tanto verde tutto attorno. Cercando questa strada sulla mappa, colpisce che più su, a Nord, si trovi l’università Bocconi e poi, alzando ancora lo sguardo, il Duomo. Realtà completamente distanti per vite agli antipodi. Opposte e inconciliabili.
È lì, in quel campo illegale, che vivevano i quattro minorenni che hanno investito e ucciso Cecilia De Astis. Ci si arriva attraversando delle mulattiere che, una volta, battevano solamente i pensionati che si ostinano a coltivare quei pochi fazzoletti di terra che si trovano ancora nella periferia a Sud di Milano.
Poi sono arrivate le prime macchine e le prime roulotte e, in poco tempo, tutto è cambiato. E, soprattutto, si sono registrati i primi furti. Piccoli oggetti, frutta e verdura. Ma oggi, a guardare il campo, molto di più. Le carcasse di macchine probabilmente rubate e poi date alle fiamme sono molte. Stesso destino degli enormi sacchi che si trovano ai bordi della strada. Immondizia e tutto quello che non si voleva più tenere nel campo. Tutto gettato lì e spesso bruciato.
I primi gruppi di rom sono tornati in via Selvanesco lo scorso novembre. Camper e roulotte che sostavano solamente di notte, mentre di giorno si muovevano. Si spostavano lentamente per tornare. Poi hanno deciso di fermarsi nel campo illegale stabilmente. Ancora una volta. L’ultimo sgombero di quest’area era stato fatto nel 2017 e, prima ancora, nel 2013. Le cronache di quei giorni sono le stesse di quelle di oggi: famiglie rom che vivevano in condizioni igieniche precarie, in mezzo a rifiuti pericolosi e roghi continui.
Poi l’allontanamento, l’Amsa che demolisce tutto e un po’ di sollievo per gli abitanti della zona, che ormai non ce la facevano più a vivere così. Ma solo per poco. Perché i rom, da quell’area di proprietà di un bosniaco, come riporta l’Adnkronos, vanno e vengono.
Nel 2013, il Comune di Milano sgombera il campo – come riporta una nota dell’epoca – «visto che le famiglie rom abitavano in un contesto ambientale malsano, in mezzo a rifiuti pericolosi, con incendi appiccati per smaltire le numerose masserizie abbandonate». Proprio come oggi. Poi però le famiglie rom fanno appello al Tar, che però non accetta, per evitare lo sgombero, data la «totale assenza dei requisiti minimi di vivibilità per le persone insediate nell’area, tra cui diversi minori e la contestuale presenza di rifiuti eterogenei ed organici con probabile infestazione di ratti». Il Comune allontana così le «48 persone del campo, tra cui 33 minori, viene proposta l’ospitalità dei Centri di emergenza sociale, ma nessuno accetta l’offerta», concludeva la nota del 2013.
Perché l’integrazione non è possibile. Perché in quel campo i traffici illegali erano e sono ancora oggi tanti e, soprattutto, non sono conciliabili con una vita normale, al fianco della comunità locale.
Il Comune all’epoca aveva agito, questa volta no. I rom vanno e vengono da via Selvanesco. Nel 2021, la polizia locale si mette a investigare sul campo, dopo la segnalazione di un residente che, di notte, vede continui roghi non distanti dalle baracche.
Le forze dell’ordine indagano e scoprono che, non appena cala il sole, diversi furgoni, di persone che non appartengono al campo, entrano nell’area.
Portano con sé rifiuti di ogni tipo: elettrodomestici, materassi, divani e oggetti di metallo. Tutto finisce tra le fiamme per smaltire la parte indifferenziata e, soprattutto, per estrarre il ferro là dove possibile. Perché il traffico all’epoca girava tutto attorno a questo materiale.
Due montenegrini, poi allontanati dall’Italia, si adoperavano infatti per mettere da parte il ferro e poi rivenderlo, oltre a smaltire tutti i rifiuti abusivi. L’ennesimo traffico illegale del campo, interrotto anche se solo momentaneamente. Perché il bosniaco che possiede quel terreno ha deciso di offrirlo alla comunità, rendendo di fatto inutile il lavoro delle forze dell’ordine.
Dal Viminale fanno sapere che «l’accampamento a Gratosoglio non è mai stato portato dal Comune di Milano all’attenzione del tavolo sui campi nomadi in Prefettura» e che «l’insediamento in questione si trova su un terreno privato e vi risiedono in gran parte donne con figli minori, molti dei quali – dalle prime notizie pervenute – potrebbero essere nati in Italia o con cittadinanza italiana».
Si sgombera, ma poi i rom tornano sempre. In genere, pochi adulti e molti giovani, spesso minorenni, che vengono mandati allo sbaraglio perché non punibili. Che non hanno futuro, perché lo rigettano, e che vivono delinquendo, bruciando le proprie vite e, come nel caso di Cecilia De Astis, anche quelle altrui.
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