2021-03-05
Cacciato Arcuri: c’è speranza
Domenico Arcuri (Ansa)
Alla fine, Mario Draghi ha ringraziato Domenico Arcuri e gli ha indicato la porta. Da oggi, il commissario Covid non è più l'amministratore delegato di Invitalia, ma il suo posto è stato preso da Francesco Paolo Figliuolo, un generale degli alpini, comandante logistico dell'esercito, ossia una persona abituata non solo alle emergenze (ha guidato la missione in Afghanistan e le forze Nato in Kosovo), ma anche all'organizzazione.
Le dimissioni di Arcuri arrivano in ritardo, non certo per colpa del nuovo presidente del Consiglio, ma semmai del suo predecessore, che avrebbe dovuto rimuoverlo già da molto tempo. I lettori della Verità sanno quante volte abbiamo messo in luce gli errori di colui che avrebbe dovuto difenderci dalla pandemia. Già a maggio dello scorso anno raccontammo prima di altri la mancanza di dispositivi di protezione nelle farmacie e la speculazione in corso attorno al prezzo. Domenico Arcuri, dopo aver dichiarato che le mascherine non erano indispensabili, alla fine si convinse e annunciò che sarebbero state rese disponibili a 50 centesimi. Ma, alla prova dei fatti, si scoprì che nessuno le aveva e di fronte al suo fallimento il commissario all'emergenza non trovò di meglio che attaccare i farmacisti, accusandoli di averle nascoste. Una sceneggiata già di per sé grave, ma questo fu solo l'inizio, perché poi vennero molti altri scivoloni. La promessa di una produzione italiana di dispositivi di protezione si risolse in una beffa, perché le mascherine continuarono ad arrivare dalla Cina e poi, ma ne parleremo presto, si scoprì come. Dopo di che si passò ai banchi a rotelle, miracolosi pezzi di arredamento che avrebbero da soli dovuto garantire il distanziamento sociale nelle scuole. Una nostra inchiesta dimostrò che alcuni dei vincitori delle gare della struttura commissariale guidata da Arcuri erano impossibilitati a produrre i banchi promessi. Una delle aziende aveva un solo dipendente e pure in cassa integrazione, ma avrebbe dovuto consegnare nell'arco di un mese centinaia di migliaia di tavoli semoventi. Una pagliacciata messa in atto mentre ci si dimenticava di provvedere, non solo all'acquisto di dispositivi per la misurazione della febbre da collocare in ogni scuola insieme con i detergenti per sanificare gli ambienti, ma anche ad aumentare i mezzi di trasporto per studenti e dipendenti. Non è finita: prima che giungesse la seconda ondata di coronavirus, Arcuri assicurava di essere intervenuto per aumentare i posti letto di terapia intensiva degli ospedali italiani, riuscendo a essere smentito in diretta dai medici rianimatori, che di brande e respiratori avevano visto solo una minima parte di quelli necessari. Nel pieno del contagio autunnale, si scoprì poi che il commissario all'emergenza era in ritardo sull'acquisto delle ambulanze, sui bandi per assumere nuovi medici, su quasi tutto fosse necessario a fronteggiare l'emergenza. Quanto abbiamo appena elencato, in un Paese normale avrebbe dovuto indurre il capo del governo a rispedire Arcuri là da dov'era venuto, ma nonostante l'evidenza degli errori, Giuseppe Conte non ha mosso un dito, riconfermando la fiducia nell'uomo che aveva messo al comando di tutti gli interventi anti Covid, in particolare del piano vaccinale. I risultati li abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, perché dopo il trionfalismo iniziale che aveva fatto sostenere ad Arcuri e compagni che l'Italia era prima in Europa per numero di persone vaccinate, abbiamo via via indietreggiato nella classifica, fino a diventare uno degli ultimi Paesi europei per immunizzati. Colpa delle aziende, ha detto il commissario: faremo causa, ma di citazioni in giudizio non abbiamo visto l'ombra, così come non si sono visti i frigoriferi per conservare le dosi, i tendoni per vaccinare gli italiani, le siringhe necessarie. Insomma, un disastro, che però Arcuri, con una buona dose di arroganza, difendeva nelle conferenze stampa senza mai deflettere.
Ma il flop manager, un boiardo di Stato passato indenne fra mille governi e mille maggioranze, ha dovuto fronteggiare il caso delle centinaia di migliaia di mascherine comprate in Cina, che hanno generato una provvigione di decine di milioni a un gruppo di strani intermediari, uno dei quali proprio in contatto con Arcuri. La Verità è stato il primo giornale a svelare l'affare miliardario. In perfetta solitudine, abbiamo raccontato i particolari di un'inchiesta sconosciuta al grande pubblico, minacciati a ogni articolo da querele dello stesso Arcuri. Dopo settimane in cui abbiamo descritto gli incredibili risvolti dell'operazione, la Procura ha deciso di sequestrare i proventi accumulati e già investiti in barche, gioielli, auto e moto di lusso, bloccando anche conti correnti milionari. Una persona è stata arrestata e altre sono state indagate e interdette. Il commissario si è dichiarato estraneo a tutto ciò, anzi parte lesa. Forse si è fidato della persona sbagliata, avendo avuto con lui un migliaio di contatti telefonici in poche settimane. La domanda che ci siamo rivolti fin dal principio e che forse si è posta anche Mario Draghi è semplice: può un ingenuo, uno che non si è accorto di essere stato usato per poter piazzare un colpo da un miliardo, con un guadagno da 70 milioni, rimanere a occuparsi con pieni poteri della salute degli italiani? La nostra risposta è stata da subito no, e a quanto pare anche quella del presidente del Consiglio. Al quale, dopo averlo ringraziato per essere intervenuto, abbiamo da porre una seconda domanda: può un ministro della Salute che, invece di predisporre le misure per evitare una seconda ondata del virus scrive un libro sui suoi successi, rimanere al proprio posto? Aspettiamo un'altra risposta, possibilmente in tempi brevi.
Alla fine, Mario Draghi ha ringraziato Domenico Arcuri e gli ha indicato la porta. Da oggi, il commissario Covid non è più l'amministratore delegato di Invitalia, ma il suo posto è stato preso da Francesco Paolo Figliuolo, un generale degli alpini, comandante logistico dell'esercito, ossia una persona abituata non solo alle emergenze (ha guidato la missione in Afghanistan e le forze Nato in Kosovo), ma anche all'organizzazione. Le dimissioni di Arcuri arrivano in ritardo, non certo per colpa del nuovo presidente del Consiglio, ma semmai del suo predecessore, che avrebbe dovuto rimuoverlo già da molto tempo. I lettori della Verità sanno quante volte abbiamo messo in luce gli errori di colui che avrebbe dovuto difenderci dalla pandemia. Già a maggio dello scorso anno raccontammo prima di altri la mancanza di dispositivi di protezione nelle farmacie e la speculazione in corso attorno al prezzo. Domenico Arcuri, dopo aver dichiarato che le mascherine non erano indispensabili, alla fine si convinse e annunciò che sarebbero state rese disponibili a 50 centesimi. Ma, alla prova dei fatti, si scoprì che nessuno le aveva e di fronte al suo fallimento il commissario all'emergenza non trovò di meglio che attaccare i farmacisti, accusandoli di averle nascoste. Una sceneggiata già di per sé grave, ma questo fu solo l'inizio, perché poi vennero molti altri scivoloni. La promessa di una produzione italiana di dispositivi di protezione si risolse in una beffa, perché le mascherine continuarono ad arrivare dalla Cina e poi, ma ne parleremo presto, si scoprì come. Dopo di che si passò ai banchi a rotelle, miracolosi pezzi di arredamento che avrebbero da soli dovuto garantire il distanziamento sociale nelle scuole. Una nostra inchiesta dimostrò che alcuni dei vincitori delle gare della struttura commissariale guidata da Arcuri erano impossibilitati a produrre i banchi promessi. Una delle aziende aveva un solo dipendente e pure in cassa integrazione, ma avrebbe dovuto consegnare nell'arco di un mese centinaia di migliaia di tavoli semoventi. Una pagliacciata messa in atto mentre ci si dimenticava di provvedere, non solo all'acquisto di dispositivi per la misurazione della febbre da collocare in ogni scuola insieme con i detergenti per sanificare gli ambienti, ma anche ad aumentare i mezzi di trasporto per studenti e dipendenti. Non è finita: prima che giungesse la seconda ondata di coronavirus, Arcuri assicurava di essere intervenuto per aumentare i posti letto di terapia intensiva degli ospedali italiani, riuscendo a essere smentito in diretta dai medici rianimatori, che di brande e respiratori avevano visto solo una minima parte di quelli necessari. Nel pieno del contagio autunnale, si scoprì poi che il commissario all'emergenza era in ritardo sull'acquisto delle ambulanze, sui bandi per assumere nuovi medici, su quasi tutto fosse necessario a fronteggiare l'emergenza. Quanto abbiamo appena elencato, in un Paese normale avrebbe dovuto indurre il capo del governo a rispedire Arcuri là da dov'era venuto, ma nonostante l'evidenza degli errori, Giuseppe Conte non ha mosso un dito, riconfermando la fiducia nell'uomo che aveva messo al comando di tutti gli interventi anti Covid, in particolare del piano vaccinale. I risultati li abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, perché dopo il trionfalismo iniziale che aveva fatto sostenere ad Arcuri e compagni che l'Italia era prima in Europa per numero di persone vaccinate, abbiamo via via indietreggiato nella classifica, fino a diventare uno degli ultimi Paesi europei per immunizzati. Colpa delle aziende, ha detto il commissario: faremo causa, ma di citazioni in giudizio non abbiamo visto l'ombra, così come non si sono visti i frigoriferi per conservare le dosi, i tendoni per vaccinare gli italiani, le siringhe necessarie. Insomma, un disastro, che però Arcuri, con una buona dose di arroganza, difendeva nelle conferenze stampa senza mai deflettere. Ma il flop manager, un boiardo di Stato passato indenne fra mille governi e mille maggioranze, ha dovuto fronteggiare il caso delle centinaia di migliaia di mascherine comprate in Cina, che hanno generato una provvigione di decine di milioni a un gruppo di strani intermediari, uno dei quali proprio in contatto con Arcuri. La Verità è stato il primo giornale a svelare l'affare miliardario. In perfetta solitudine, abbiamo raccontato i particolari di un'inchiesta sconosciuta al grande pubblico, minacciati a ogni articolo da querele dello stesso Arcuri. Dopo settimane in cui abbiamo descritto gli incredibili risvolti dell'operazione, la Procura ha deciso di sequestrare i proventi accumulati e già investiti in barche, gioielli, auto e moto di lusso, bloccando anche conti correnti milionari. Una persona è stata arrestata e altre sono state indagate e interdette. Il commissario si è dichiarato estraneo a tutto ciò, anzi parte lesa. Forse si è fidato della persona sbagliata, avendo avuto con lui un migliaio di contatti telefonici in poche settimane. La domanda che ci siamo rivolti fin dal principio e che forse si è posta anche Mario Draghi è semplice: può un ingenuo, uno che non si è accorto di essere stato usato per poter piazzare un colpo da un miliardo, con un guadagno da 70 milioni, rimanere a occuparsi con pieni poteri della salute degli italiani? La nostra risposta è stata da subito no, e a quanto pare anche quella del presidente del Consiglio. Al quale, dopo averlo ringraziato per essere intervenuto, abbiamo da porre una seconda domanda: può un ministro della Salute che, invece di predisporre le misure per evitare una seconda ondata del virus scrive un libro sui suoi successi, rimanere al proprio posto? Aspettiamo un'altra risposta, possibilmente in tempi brevi.
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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