
Dopo aver bonificato tutti i palazzi di Bucha, i militari ucraini si addentrano nel bosco. Il primo senza metal detector procede a istinto. Gli altri mettono i piedi sulle sue tracce.Niccolò Celesti da BuchaEntrare in un palazzo da poco abbandonato dai soldati russi è impressionante. Siamo a Bucha, al confine con Hostomel, in un palazzo di 13 piani a ferro di cavallo, con il parco, l’asilo, il parcheggio e altri servizi. Un bel palazzo bianco moderno, come del resto molti edifici e case di Bucha, che erano la Milano 2 di Kiev. Un soldato ci fa strada dalla vetrata rotta al piano terra, sul pavimento ci sono confezioni di munizioni, divise e ginocchiere abbandonate. La porta dell’ascensore è divelta, cosi come tutte le porte del piano con una decina di appartamenti che danno sul corridoio.Entrando nel primo appartamento l’odore è fortissimo, un misto tra quello che nel frigo è andato a male da tempo e lo scempio che i soldati russi hanno lasciato nei bagni. Viene da chiedersi perché tutta questa sporcizia, gli avanzi di cibo per terra, le sigarette, i semi di girasole (di cui sia ucraini che russi vanno matti). Ogni armadio, comodino, cassetto è stato aperto e tutto il contenuto è sparso dappertutto. Le tv, i cellulari, i computer, ogni singolo device elettronico è stato rotto e ogni oggetto di valore portato via. I soldati hanno dormito sui letti e sui divani di queste case, a volte cambiandone la posizione per allontanarsi dalle finestre, e il cibo è sparso ovunque. Avrebbero avuto il tempo di vivere in questa che è stata la loro base per molti giorni senza creare tutto questo, anche solo per sé stessi, ma sembrano essere entrati in questi ambienti, un appartamento dopo l’altro, porta a porta (tutte scardinate) con la volontà di lasciare tutto cosi. Qui la gente è scappata velocemente, non ha avuto il tempo di fare le valigie e chi l’ha fatto di certo non ha potuto mettere la al sicuro le proprie cose.Su un tavolo in un appartamento del terzo piano troviamo una padella con alcuni avanzi, confezioni di cibo avanzato, sigarette, un’effigie religiosa. Tutto rende questo palazzo quasi surreale. C’è una porta semichiusa, una delle poche, ma nell’avvicinarsi i soldati ci urlano di non entrare: l’appartamento non è stato bonificato e ci potrebbero essere delle mine.Ivan, il comandante del battaglione 206 ci racconta: «I russi in ritirata dalla città hanno riempito di mine il paese, le hanno nascoste nei giardini delle case, le abbiamo trovate sotto le pietre dei selciati che portano all’ingresso. Abbiamo perso due uomini per questo motivo».Usciti da questo palazzo i soldati si rendono conto che anche l’asilo al piano terra davanti all’area giochi è stato aperto e sventrato. Un soldato ci viene incontro: «Questi bastardi hanno preso anche i giochi dei bambini». Dobbiamo lasciare questo luogo tetro. Immaginiamo come le famiglie ritroveranno le loro case e lo choc ancora peggiore quando sapranno che ci sono stati gli «orchi», come gli ucraini chiamano i soldati russi.La jeep riparte attraversando una zona periferica della cittadina, ogni poche decine di metri c’è una carcassa di un carro armato o di un mezzo russo. Le case sventrate e le strade sono ricoperte di frammenti, di bossoli di varie dimensioni. Ogni tanto si vede accanto alle carcasse dei mezzi esplosi un corpo o parti di corpo. All’altezza di una ferrovia la jeep si ferma e cosi le altre due dietro. Un gruppo fa perimetro, un gruppo rimane con le altre macchine e un terzo sale sulla ferrovia che passa su un piano rialzato rispetto alla strada. I ragazzi tirano fuori un drone: «Da qui in poi non siamo sicuri, ora dobbiamo entrare nel bosco, meglio controllare». Pattugliano un’area boschiva di circa 1.000 metri per 1.000 nel giro di circa mezz’ora. Si fermano sui dettagli, vedono una trincea abbandonata, delle tracce, il drone rientra. Intanto si sentono delle mine esplodere, le squadre di sminatori cercano di bonificare la città in maniera che le persone possano tornare il più presto possibile. Seguiamo il convoglio dietro a delle fabbriche che sono state completamente sventrate dalle esplosioni. È tutto bruciato, le lamiere oscillano per il vento. Ricomincia a nevicare. Ai bordi del bosco c’è un parcheggio per le persone che qui prima andavano a camminare. La squadra si organizza, noi siamo per ultimi, dietro di noi le guardie a protezione del gruppo camminano a tratti all’indietro. Il primo soldato si addentra nel bosco seguendo le tracce di un carro armato. Tutti devono mettere i piedi nello stesso punto, così si può essere sicuri che sotto non ci siano mine. Si sta a distanza l’uno dall’altro, a tratti più, a tratti meno. Ma 15 metri per le mine antiuomo possono salvare il resto del gruppo. Davanti, senza metal detector, il primo va a naso e cammina principalmente dove c’è vegetazione viva. È rischioso, infatti in alcuni punti non ci si addentra. Dopo qualche centinaio di metri la mano del soldato in prima fila si alza. È il cenno per fermarsi e puntare il ginocchio a terra e le armi verso i quattro punti cardinali. Ha visto una trincea abbandonata e una scatola sospetta: la valigetta di un trapano elettrico sottratto dai russi in qualche centro commerciale, ma è chiusa. Il soldato prende una corda, la lega delicatamente alla maniglia e indietreggia di una ventina di metri, si stende a terra, dà l’ordine al gruppo di ripararsi. Tira con forza, nulla accade. Anche ispezionare una trincea, una scatola o uno zaino qui può voler dire la morte.Si continua con l’ispezione palmo a palmo della trincea: una latta, una cassa di munizioni. Questa volta il procedimento è lo stesso e va tutto bene. Anzi, i ragazzi trovano delle razioni russe bagnate dalla neve, che in questi giorni si scioglie al primo sole della mattina. Aprono le scatolette di carne, alcuni le mangiano di gusto. Uno di loro, giovane, fra i più inesperti del gruppo, dice agli altri di non mangiare la roba dei russi. Il soldato che con il coltello da Rambo sta mettendo in bocca un pezzo di carne lo prende a sé: «Assaggia, quando trovi il mangiare dei russi lo devi mangiare: è il sapore della vittoria».
Chiara Ferragni (Ansa)
L’influencer a processo con rito abbreviato: «Fatto tutto in buona fede, nessun lucro».
I pm Eugenio Fusco e Cristian Barilli hanno chiesto una condanna a un anno e otto mesi per Chiara Ferragni nel processo con rito abbreviato sulla presunta truffa aggravata legata al «Pandoro Pink Christmas» e alle «Uova di Pasqua-Sosteniamo i Bambini delle Fate». Per l’accusa, l’influencer avrebbe tratto un ingiusto profitto complessivo di circa 2,2 milioni di euro, tra il 2021 e il 2022, presentando come benefiche due operazioni commerciali che, secondo gli inquirenti, non prevedevano alcun collegamento tra vendite e donazioni.
Patrizia De Luise (Ansa)
La presidente della Fondazione Patrizia De Luise: «Non solo previdenza integrativa per gli agenti. Stabiliamo le priorità consultando gli interessati».
«Il mio obiettivo è farne qualcosa di più di una cassa di previdenza integrativa, che risponda davvero alle esigenze degli iscritti, che ne tuteli gli interessi. Un ente moderno, al passo con le sfide delle nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, vicino alle nuove generazioni, alle donne poco presenti nella professione. Insomma un ente che diventi la casa di tutti i suoi iscritti». È entrata con passo felpato, Patrizia De Luise, presidente della Fondazione Enasarco (ente nazionale di assistenza per gli agenti e i rappresentanti di commercio) dallo scorso 30 giugno, ma ha già messo a terra una serie di progetti in grado di cambiare il volto dell’ente «tagliato su misura dei suoi iscritti», implementando quanto fatto dalla precedente presidenza, dice con orgoglio.
Il ministro Nordio riferisce in Parlamento sulla famiglia Trevallion. L'attacco di Rossano Sasso (Lega): ignorate le situazioni di vero degrado. Scontro sulla violenza di genere.
Ansa
Il colosso tedesco sta licenziando in Germania ma è pronto a produrre le vetture elettriche a Pechino per risparmiare su operai, batterie e materie prime. Solito Elkann: spinge sull’Ue per cambiare le regole green che ha sostenuto e sul governo per gli incentivi.
È la resa totale, definitiva, ufficiale, certificata con timbro digitale e firma elettronica avanzata. La Volkswagen – la stessa Volkswagen che per decenni ha dettato legge nell’industria dell’automobile europea, quella che faceva tremare i concorrenti solo annunciando un nuovo modello – oggi dichiara candidamente che intende spostare buona parte della produzione di auto elettriche in Cina. Motivo? Elementare: in Cina costa tutto la metà. La manodopera costa la metà. Le batterie costano la metà. Le materie prime costano la metà. Persino le illusioni costano la metà.






