
Da una parte c’è la Commissione europea che ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, dall’altra c’è il Tar che nel 2025, con una sentenza, ha già dato ragione al nostro Paese. La questione complessa da dirimere si trascina da circa vent’anni e nemmeno Mario Draghi, che pure era stato alla guida della Bce, quando ricoprì l’incarico di primo ministro, affrontò il problema.
Stiamo parlando della richiesta dei dipendenti italiani presso la Banca centrale europea affinché l’Inps trasferisca al fondo pensione dell’istituto di Francoforte i diritti pensionistici, ovvero i contributi attualizzati che quegli stessi lavoratori avevano versato all’ente di previdenza italiano per precedenti attività svolte in Italia. A fronte del silenzio da parte italiana, la Commissione europea ha inviato al governo una lettera di messa in mora, primo stadio della procedura di infrazione, per «violazione del principio di leale cooperazione» previsto dal diritto dell’Ue. In sostanza il nostro Paese avrebbe «ostacolato» l’accordo». La violazione, scrive la Commissione, «riguarda l’incapacità dell’Italia di negoziare in buona fede un accordo con la Bce sul trasferimento dei diritti pensionistici dei funzionari dell’Ue». Un accordo tra lo Stato membro e l’istituzione Ue è necessario per consentire ai funzionari Ue di trasferire i propri diritti pensionistici nazionali. L’Italia ha ora due mesi di tempo per rispondere e adottare le misure necessarie; in caso contrario, la procedura d’infrazione potrà passare al secondo stadio, il parere motivato.
Siamo di fronte a un altro caso di disallineamento tra quanto prevede la normativa europea e quella italiana. Anche perché il Tar del Lazio ha respinto il ricorso proposto da 78 dipendenti della Bce, facendo riferimento a una pronuncia della Corte di giustizia europea. Questa affermava che dall’insieme delle norme in vigore non si ricavasse «l’obbligo per uno Stato membro di prevedere in favore di un membro del personale di una organizzazione internazionale il trasferimento del capitale che rappresenta i suoi diritti a pensione precedentemente maturati presso l’istituzione di un altro Stato membro, né l’obbligo di concludere una convenzione internazionale a tale fine». Secondo i giudici del Tar, l’Italia non è «obbligata» a provvedere. Il principio di leale cooperazione, comporta per lo Stato membro esclusivamente un obbligo «positivo» di partecipazione ai negoziati e non di concludere un accordo.
La Bce ha raggiunto un accordo con diversi Paesi europei ma non con l’Italia, il che può porre problemi ai dipendenti italiani di Francoforte quando terminata la loro vita professionale, chiederanno di ottenere contemporaneamente i diritti pensionistici da regimi diversi. Siccome ora la Commissione parla di violazione del dovere di lealtà, sarebbe interessante sapere cosa ne pensa a riguardo Mario Draghi, che non ha affrontato il tema quando era a Palazzo Chigi, dopo la sua presidenza alla Bce. Avrebbe potuto aiutare a spingere le parti a cooperare ma non ha ritenuto di dover intervenire.
Va detto che il sistema previdenziale della Bce è più favorevole. Innanzitutto, per l’età di uscita, che in Italia è fissata a 67 anni con progressione negli anni a venire, mentre in Bce è inferiore, con la possibilità di ritirarsi già a 60 anni con una riduzione dell’assegno. Poi c’è il diverso meccanismo di rivalutazione, che in Italia è basato sull’inflazione e spesso ha visto tagli ai trattamenti più elevati nelle varie leggi di Bilancio. Al contrario, nella Bce, il meccanismo di adeguamento automatico per preservare il potere d’acquisto è in base all’inflazione registrata e agli aumenti salariali dei dipendenti in attività. Quindi la fiscalità: in Italia la pensione Inps è considerata reddito da lavoro dipendente e tassata con aliquota Irpef, mentre le pensioni Bce sono soggette all’imposta comunitaria, generalmente più bassa delle aliquote nazionali, e sono esenti dalle imposte sul reddito nazionali in Italia.





