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2024-02-26
Migliaia di bombe sotto il mare, dentro ci sono iprite e altri veleni
È probabile ci sia capitato di passarci sopra quando abbiamo preso la nave che da Bari porta al Pireo, il traghetto che arriva a Ischia o in occasione di una gita al lago di Vico in provincia di Viterbo. Ma il discorso cambia poco se pensiamo ai fondali dei lidi di Pesaro e Fano nelle Marche e alle acque del porto di Molfetta. Sono solo alcuni dei siti dove, secondo i documenti consultati dalla Verità, è stato sversato un vero e proprio arsenale bellico, in grandissima parte residui della seconda guerra mondiale, composto da liquidi e gas chimici pericolosissimi. Migliaia di bombe di piccole e medie dimensioni e proiettili che contengono fondamentalmente iprite, ma anche fosgene e altre miscele velenose dove non è raro trovare tra gli altri anche l’arsenico. E pure nervino.
L’iprite, detto anche gas mostarda (per il suo odore) penetra nella pelle provocando delle lesioni, ma è il meno, perché il suo principale effetto è quello di «mangiare» la cute. Il fosgene, invece, non agisce sulla pelle ma attacca in modo aggressivo le vie respiratorie e la sua inalazione può provocare emorragie interne. Entrambe sono sostanze iper-resistenti e se i loro effetti non vengono curati in modo tempestivo portano alla morte. Per capire meglio il pericolo di cui stiamo parlando bisogna ricordare quello che successe a Bari nel 1943. Un bombardamento tedesco provocò l’esplosione di una nave americana che aveva in pancia armi all’iprite che contenevano circa 70 tonnellate di gas mostarda. A causa delle contaminazioni morirono subito 100 persone e poi nelle settimane a venire il conto salì a circa un migliaio di vittime.
Viviamo, in buona sostanza, con una vera e propria bomba chimica, posata sul fondo delle nostre acque, pronta ad esplodere, ma la cosa ancor più incredibile è che da più di 80 anni, eccezion fatta per qualche interrogazione parlamentare, un’inchiesta giornalistica e tentativi osteggiati per porvi rimedio, la cosa è passata (quasi) completamente sotto silenzio. Riavvolgere il nastro della storia ci aiuta anche a dare una risposta a qualche perché.
Gran parte di questo deposito sottomarino si è formato nel corso della seconda guerra mondiale, con una data che fa da spartiacque, l’8 settembre, l’armistizio e l’Italia divisa in due. Direttamente dal Führer arrivava l’ordine di monitorare, trasferire ed eventualmente disperdere le armi chimiche presenti nei depositi della Penisola. Il rischio che finissero nelle mani alleate era troppo alto. Emblematico quello che successe al deposito di Urbino che «nascondeva» 4.300 bombe e 1.316 tonnellate di gas al mostarda che nell’agosto del 1944 furono riversate nell’Adriatico o ai tre camion che trasportavano 84 tonnellate di arsenico scaricati poi in mare a Pesaro. Alla fine, studi approfonditi stimano la presenza di almeno 30.000 bombe «custodite» nella pancia del mar Adriatico (10.000 nel porto di Molfetta e di fronte alla torre di Gavetone, a nord di Bari) e 13.000 proiettili e 438 barili contenenti sostanze tossiche pericolose sommerse nel Golfo di Napoli. Alcuni documenti segreti americani evidenziano come bombe chimiche appartenenti agli alleati siano state abbandonate soprattutto nell’area di Ischia, nel tratto di mare circostante l’isola di Capri e vicino Manfredonia in Puglia.
I primi e purtroppo quasi unici segnali di vita rispetto a questa potenziale catastrofe si hanno con un’interrogazione parlamentare del novembre 1951. L’onorevole Enzo Capalozza, che era stato sindaco di Fano nel 1944, chiese conto all’allora sottosegretario alla Marina mercantile, Ferdinando Tambroni, del «rastrellamento di bombe all’iprite nel tratto dell’Adriatico tra Ancona e Pesaro». Ma nonostante la risposta allarmata (Tambroni riconobbe il pericolo concreto) e la rivelazione di alcune coordinate precise (di fronte al porto di Cattolica, per esempio, ci sarebbe stato un deposito sottomarino), le indagini si chiusero lì. Dal 1951 in poi sulle potenziali conseguenze esplosive di quell’arsenale bellico sottomarino è calato un lunghissimo silenzio.
Squarciato da un libro-inchiesta di Gianluca Di Feo. Siamo nel 2009 e in Veleni di Stato il giornalista dell’Espresso riporta documenti di fonte tedesca, inglese e americana che consentono di allargare la portata dell’indagine. Nel mirino finiscono anche la zona di Milano, la Liguria e il lago di Vico. Tra Rho, Cesano Maderno e Melegnano sono state prodotte circa 150.000 tonnellate di armi chimiche, in parte scaricate nei fiumi e nei campi. In Liguria, località Ortevero (vicino Albenga) c’era un deposito di armi chimiche dell’esercito italiano «sequestrato» dai tedeschi con il relativo carico di quasi 45.000 chili di iprite in fusti. Ma nessuno sa che fine abbia fatto. Emersero evidenze anche di alcuni bunker (sempre negati dai governi che sono alternati dal 1945 in poi) di gas bellici disseminati nel Paese. Sul lago di Vico erano custodite 150 tonnellate di iprite mescolata con l’arsenico e 40.000 proiettili chimici. Proprio a causa dei lavori sul sito, nel 1996, è morto un ciclista intossicato dalla fuoriuscita di una nuvola di fosgene. E proprio per disinnescare quel deposito, venne creato a Civitavecchia un impianto che imprigionava, in cilindri di cemento, le scorie velenose.
L’attività di smaltimento nella città del litorale laziale rappresenta uno dei pochi (se non l’unico) tentativo di venire a capo del problema, e proprio a Civitavecchia fa riferimento un’altra tappa importante di questa storia: l’interrogazione nel maggio 2016 di Dario Tamburrano, un ex europarlamentare ambientalista M5s. Tamburrano chiede lumi a Bruxelles sul progetto «di un ossidatore termico a Civitavecchia per bruciare le armi chimiche residuate della II guerra mondiale».
«L’Italia», sottolineava, «deve smaltire varie centinata di tonnellate di iprite e oltre 100.000 bombe chimiche all’iprite e no, della II guerra mondiale. Per farlo serve una valutazione di impatto ambientale». Il progetto, di cui prima, fa parte del Cetli, centro tecnico logistico interforze, che annovera specialisti della Difesa che hanno le competenze per recuperare e poi «liberarsi» di questi ordigni. Intanto, come ricostruito dalla Verità, pochi mesi dopo anche Sogin, la società specializzata sulle scorie nucleari, dialoga con la divisione armamenti del ministero della Difesa per avviare un progetto che prevede la creazione di una struttura ad hoc dedicata allo smaltimento delle armi chimiche militari. Peccato che con la caduta del governo dell’epoca (Gentiloni) quel piano si impantani e la situazione ripiombi nell’abisso in cui è nata ottanta e passa anni fa. Solo dopo un attento esame di valutazione si potrà sapere esattamente quanti dell’enorme numero di ordigni dell’epoca siano adesso da mettere in sicurezza per la salute pubblica ed evitare fughe di iprite. Si viaggia tra un numero di 5.000 fino a oltre il doppio.
Col tempo sale il rischio fuoriuscite. Sogin studia i mezzi per intervenire
Problemi ma anche possibili soluzioni. Come ricostruito dalla Verità soffriamo di un’amara eredità bellica. Migliaia di ordigni con materiali altamente tossici e instabili sono presenti lungo le coste italiane. Soprattutto bombe all’iprite abbandonate nelle ultime settimane di guerra dalle truppe naziste in ritirata da Sud a Nord. A tracciare la storia dei ritrovamenti, oltre a varie fonti consultate dal giornale, ci sono due importanti interrogazioni parlamentari. Una risale addirittura agli anni Cinquanta. L’altra è molto più recente e destinata ai membri dell’Europarlamento, nella quale si solleva il tema in modo indiretto. Chiedendo a chi di competenza se sia mai stata fatta una valutazione d’impatto ambientale. Il riferimento in questo caso è a ordigni vicino a Civitavecchia. La risposta al secondo quesito è sì. Nella città del litorale laziale è infatti sorto dopo attente valutazioni un inceneritore all’avanguardia (un ossidatore termico) in grado di smaltire materiale chimico bellico. Il forno è parte integrante del Cetli, centro tecnico logistico interforze, dove gli specialisti della Difesa sono in grado di recuperare ordigni e smaltirli.
A restare però ancora senza risposta è la vecchissima interrogazione destinata al sottosegretario alla Marina Fernando Tambroni. Relativa, appunto a migliaia di ordigni ancora abbandonati e il cui numero esatto sarà chiaro solo dopo uno studio di valutazione. Oggi non disponibile, se non in nuce. Nel 2017, come La Verità è riuscita a ricostruire, al tema si affaccia Sogin, società controllata dal Mef e specializzata nello smaltimento di scorie nucleari. All’epoca un dirigente dell’azienda avvia un progetto che sembrerebbe in grado di gestire un enorme lavoro di decommissioning. La nota, inviata alla direzione armamenti terrestri della Difesa, prevedeva una struttura organizzativa su più funzioni a diretto riporto dell’ad con una serie di uffici ambientali e di gestione della complicata burocrazia. Uno dei paragrafi era espressamente dedicato al settore chimico militare. Recupero, trasporto, smontaggio e smaltimento con possibile assunzione diretta delle attività e in parallelo la gestione di diversi appaltatori. Ruolo importante nello schema l’avrebbe ricoperto Nucleco, a sua volta controllata di Sogin e specializzata nella bonifica ambientale e potenzialmente in grado di fare il salto di qualità gestendo anche armi di «distruzione di massa». Di quell’idea e relativo progetto, il cui costo inizialmente era stato stimato in circa 120 milioni, si sono perse le tracce. Caduto il governo, evidentemente non si è più fatto nulla.
Gli anni però passano ed è logico pensare che gli involucri in metallo, immersi nel mare, siano ancor più instabili e pericolosi. La Verità ha così contattato l’attuale amministratore delegato di Sogin, Gian Luca Artizzu. Chiedendo lumi sull’evoluzione tecnologica e la capacità di intervento. «Sogin ha sviluppato tecnologie e metodologie di gestione di materie nucleari e rifiuti radioattivi ai massimi livelli di sicurezza e di rilievo internazionale», spiega l’ad. «Si tratta di tecnologie e metodologie che garantiscono in maniera assoluta l’isolamento dalla biosfera dei materiali nucleari e radioattivi ad altissima tossicità, attraverso il confinamento statico e dinamico, i trattamenti chimici e fisici in totale sicurezza per gli esseri viventi e l’ambiente e il loro condizionamento in matrici inerti, di durate molto lunghe quantificabili in secoli». Il riferimento è all’eventuale necessità di incapsulare sostanze come l’iprite in gusci di cemento o polimero garantendo sicurezza quasi perenne. «I materiali chimici pericolosi», prosegue Artizzu, «tra i quali quelli impiegati nelle armi a caricamento chimico (Iprite, Sarin, Soman, agenti nervini) necessitano di tecnologie e metodologie di gestione e trattamento di pari livello di affidabilità e sicurezza e i processi nucleari impiegati da Sogin possono essere facilmente adattati per la loro gestione, a partire dagli approcci di “cultura della sicurezza”, sviluppati congiuntamente alle Agenzie internazionali (Oecd-Nea e Iaea), di cui Sogin è titolata “Centro di Collaborazione” per il trasferimento delle conoscenze e le tecnologie di smantellamento e trattamento».
Insomma, par di capire che se il vecchio progetto mai nato dovesse tornare in auge, più di una soluzione sarebbe fattibile. Almeno per l’iprite. Molto più complesso il tema nervino che richiede tecnologie che al momento nessun ente civile e militare italiano possiede. Va però segnalato che rispetto al 2017 sono cambiate molte cose in termini di costi. Una pandemia, la guerra in Ucraina e ora a Gaza hanno stressato le filiere logistiche e produttive. Il caro materiali è arrivato ovunque. E secondo fonti consultate dalla Verità quei 120 milioni andrebbero triplicati. Senza contare che più tempo passa più è difficile stoccare gli ordini che andranno sicuramente trattati in loco. Infatti, per i depositi abbandonati sotto il mare servirà avere a disposizione una nave, diversi robot con contatori geyger, palombari ultraspecializzati scortati dai sub della Marina. Una volta portati a termine i carotaggi, serviranno altre navi di supporto nel caso in cui gli ordigni possano essere portati in superficie e trattati tramite vetrificazione o cementificazione. Nel caso in cui gli specialisti si convincano che è meglio non portare nulla a galla, a quel punto il procedimento diventerebbe ancor più complesso: andrà calata una cupola rovesciata che sigilli porzioni di fondale con dentro le bombe. La pratica si chiama entombement. È rischiosa e costosa. Ma necessaria se si vogliono evitare tragedie ambientali e umane. Per Sogin, aggiungiamo noi, sarebbe l’occasione di allargare le prospettive oltre al nucleare, magari in vista di altro grosso tema che va sotto il nome dello smaltimento di pannelli solari e altri aggeggi del mondo rinnovabili.
Il paradosso: dal gas mostarda è nato un rimedio contro i tumori
Il grande protagonista di questa storia è l’iprite, detto anche gas mostarda per via del suo odore. Dotato di proprietà vescicatorie e tossiche, fu usato come arma chimica per la prima volta dai tedeschi, nel corso della prima guerra mondiale. Dalla città belga di Ypres dove nel 1917 ha fatto la sua comparsa ha preso poi il nome. Secondo alcune ricostruzioni, 2.000 soldati delle truppe britanniche furono intossicati o uccisi.
Gli effetti appunto. Quello più visibile è sulla cute: provoca infiammazioni, vesciche e piaghe profonde molto difficili da guarire. Tutto ovviamente dipende dalle dosi. L’irritazione della pelle può velocemente trasformarsi nella necrosi dei tessuti esposti e pregiudicare poi il funzionamento delle vie respiratorie e degli organi che vengono infettati fino a compromettere i tessuti del midollo osseo. L’iprite ha anche effetti cancerogeni, ma negli anni è stato utilizzato come un farmaco antitumorale. Un paradosso.
Proprio il suo effetto devastante sul midollo che una volta aggredito non riusciva più a produrre globuli bianchi, diede il via alla sperimentazione sulle cellule dei tumori. Alcuni medici studiarono la possibilità che nella derivazione più stabile e meno volatile il gas mostarda potesse servire a distruggere, appunto, i globuli bianchi maligni. Al punto che l’iprite può essere considerata a tutti gli effetti l’antesignana della chemioterapia.
Il problema era trovare un giusto mix tra i suoi effetti benefici e quelli invece tossici. Fu un chimico inglese, Alexander Haddow (diventato poi presidente dell’Unione universale contro il cancro), a dimostrare che i primi potevano di gran lunga prevalere sui secondi. Perché è vero che è impossibile cancellare completamente alcune conseguenze non proprio piacevoli per l’organismo, ma è altrettanto indubitabile che dei farmaci derivati dal gas mostarda sono ancora utilizzati, per esempio il cisplatino, e hanno aiutato in questi anni tantissimi malati.
Trattamento delle scorie: nella manovra fondi ad hoc per il centro speciale Cetli
Il governo si muove per smaltire i depositi di armi chimiche. Fosforo bianco, agenti soffocanti come il cloro e il fosgene. Ordigni inesplosi della Prima e Seconda Guerra mondiale. Altri più recenti. Come riportava Il Messaggero lo scorso novembre si sta lavorando al raddoppio di un impianto che servirà ad accelerare questa operazione di pulizia, richiesta dalle convenzioni internazionali a cui ha aderito il nostro Paese. «Nel frattempo saranno potenziate le misure di sicurezza intorno al Centro tecnico logistico interforze (Cetli) di Civitavecchia. Qui, in un centro di smaltimento scorie che è un’eccellenza internazionale, spiega il ministero della Difesa in un testo visionato dal Messaggero, giace una vera e propria polveriera: «2.600 proiettili al fosforo bianco». Sono munizioni pericolose, altamente incendiarie - le stesse che il dittatore siriano Assad ha usato anni fa contro la popolazione civile - ed è dovere dell’Italia disfarsene. Così prevede la Convenzione di Parigi del 1993 contro «lo sviluppo, la produzione e l’immagazzinaggio di armi chimiche che ha visto il nostro Paese in prima linea nell’eliminazione delle scorie, con 18 milioni di euro stanziati dal 2009 al 2023». È una questione di sicurezza, perché dall’accuratezza e dalla velocità di queste operazioni dipende la salute delle comunità che vivono intorno agli impianti gestiti dalla Difesa italiana. «Basta un’esalazione di troppo», proseguiva Il Messaggero «e questi gas un tempo usati comunemente negli ordigni bellici - e tornati agli onori delle cronache dopo l'assassinio da parte di 007 russi dell’ex spia Skripal - possono uccidere un ignaro passante». Per questo il governo ha deciso di raddoppiare: «Lo Stato Maggiore della Difesa, ottenuto il parere favorevole dell’Autorità politica, ha disposto la ripresa delle attività propedeutiche» per la costruzione, «presumibilmente entro il 2025», di una nuova struttura. Si tratterà di un «termossidatore pirolitico», cioè di un inceneritore, spiegano nell’emendamento i vertici militari.
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Migliaia di ordigni con sostanze tossiche della Seconda guerra mondiale sono ancora letali. Serve un piano di smaltimento.Gli involucri in metallo immersi in mare sono instabili, bisogna operare in loco. Nel 2017 Sogin scrisse un piano per metterli in sicurezza. L’ad Artizzu conferma: «Abbiamo la tecnologia per farlo».Il paradosso: dal gas mostarda è nato un rimedio contro i tumori.Nella manovra fondi ad hoc al centro speciale Cetli per il trattamento delle scorie.Lo speciale contiene quattro articoli.È probabile ci sia capitato di passarci sopra quando abbiamo preso la nave che da Bari porta al Pireo, il traghetto che arriva a Ischia o in occasione di una gita al lago di Vico in provincia di Viterbo. Ma il discorso cambia poco se pensiamo ai fondali dei lidi di Pesaro e Fano nelle Marche e alle acque del porto di Molfetta. Sono solo alcuni dei siti dove, secondo i documenti consultati dalla Verità, è stato sversato un vero e proprio arsenale bellico, in grandissima parte residui della seconda guerra mondiale, composto da liquidi e gas chimici pericolosissimi. Migliaia di bombe di piccole e medie dimensioni e proiettili che contengono fondamentalmente iprite, ma anche fosgene e altre miscele velenose dove non è raro trovare tra gli altri anche l’arsenico. E pure nervino.L’iprite, detto anche gas mostarda (per il suo odore) penetra nella pelle provocando delle lesioni, ma è il meno, perché il suo principale effetto è quello di «mangiare» la cute. Il fosgene, invece, non agisce sulla pelle ma attacca in modo aggressivo le vie respiratorie e la sua inalazione può provocare emorragie interne. Entrambe sono sostanze iper-resistenti e se i loro effetti non vengono curati in modo tempestivo portano alla morte. Per capire meglio il pericolo di cui stiamo parlando bisogna ricordare quello che successe a Bari nel 1943. Un bombardamento tedesco provocò l’esplosione di una nave americana che aveva in pancia armi all’iprite che contenevano circa 70 tonnellate di gas mostarda. A causa delle contaminazioni morirono subito 100 persone e poi nelle settimane a venire il conto salì a circa un migliaio di vittime. Viviamo, in buona sostanza, con una vera e propria bomba chimica, posata sul fondo delle nostre acque, pronta ad esplodere, ma la cosa ancor più incredibile è che da più di 80 anni, eccezion fatta per qualche interrogazione parlamentare, un’inchiesta giornalistica e tentativi osteggiati per porvi rimedio, la cosa è passata (quasi) completamente sotto silenzio. Riavvolgere il nastro della storia ci aiuta anche a dare una risposta a qualche perché.Gran parte di questo deposito sottomarino si è formato nel corso della seconda guerra mondiale, con una data che fa da spartiacque, l’8 settembre, l’armistizio e l’Italia divisa in due. Direttamente dal Führer arrivava l’ordine di monitorare, trasferire ed eventualmente disperdere le armi chimiche presenti nei depositi della Penisola. Il rischio che finissero nelle mani alleate era troppo alto. Emblematico quello che successe al deposito di Urbino che «nascondeva» 4.300 bombe e 1.316 tonnellate di gas al mostarda che nell’agosto del 1944 furono riversate nell’Adriatico o ai tre camion che trasportavano 84 tonnellate di arsenico scaricati poi in mare a Pesaro. Alla fine, studi approfonditi stimano la presenza di almeno 30.000 bombe «custodite» nella pancia del mar Adriatico (10.000 nel porto di Molfetta e di fronte alla torre di Gavetone, a nord di Bari) e 13.000 proiettili e 438 barili contenenti sostanze tossiche pericolose sommerse nel Golfo di Napoli. Alcuni documenti segreti americani evidenziano come bombe chimiche appartenenti agli alleati siano state abbandonate soprattutto nell’area di Ischia, nel tratto di mare circostante l’isola di Capri e vicino Manfredonia in Puglia. I primi e purtroppo quasi unici segnali di vita rispetto a questa potenziale catastrofe si hanno con un’interrogazione parlamentare del novembre 1951. L’onorevole Enzo Capalozza, che era stato sindaco di Fano nel 1944, chiese conto all’allora sottosegretario alla Marina mercantile, Ferdinando Tambroni, del «rastrellamento di bombe all’iprite nel tratto dell’Adriatico tra Ancona e Pesaro». Ma nonostante la risposta allarmata (Tambroni riconobbe il pericolo concreto) e la rivelazione di alcune coordinate precise (di fronte al porto di Cattolica, per esempio, ci sarebbe stato un deposito sottomarino), le indagini si chiusero lì. Dal 1951 in poi sulle potenziali conseguenze esplosive di quell’arsenale bellico sottomarino è calato un lunghissimo silenzio. Squarciato da un libro-inchiesta di Gianluca Di Feo. Siamo nel 2009 e in Veleni di Stato il giornalista dell’Espresso riporta documenti di fonte tedesca, inglese e americana che consentono di allargare la portata dell’indagine. Nel mirino finiscono anche la zona di Milano, la Liguria e il lago di Vico. Tra Rho, Cesano Maderno e Melegnano sono state prodotte circa 150.000 tonnellate di armi chimiche, in parte scaricate nei fiumi e nei campi. In Liguria, località Ortevero (vicino Albenga) c’era un deposito di armi chimiche dell’esercito italiano «sequestrato» dai tedeschi con il relativo carico di quasi 45.000 chili di iprite in fusti. Ma nessuno sa che fine abbia fatto. Emersero evidenze anche di alcuni bunker (sempre negati dai governi che sono alternati dal 1945 in poi) di gas bellici disseminati nel Paese. Sul lago di Vico erano custodite 150 tonnellate di iprite mescolata con l’arsenico e 40.000 proiettili chimici. Proprio a causa dei lavori sul sito, nel 1996, è morto un ciclista intossicato dalla fuoriuscita di una nuvola di fosgene. E proprio per disinnescare quel deposito, venne creato a Civitavecchia un impianto che imprigionava, in cilindri di cemento, le scorie velenose. L’attività di smaltimento nella città del litorale laziale rappresenta uno dei pochi (se non l’unico) tentativo di venire a capo del problema, e proprio a Civitavecchia fa riferimento un’altra tappa importante di questa storia: l’interrogazione nel maggio 2016 di Dario Tamburrano, un ex europarlamentare ambientalista M5s. Tamburrano chiede lumi a Bruxelles sul progetto «di un ossidatore termico a Civitavecchia per bruciare le armi chimiche residuate della II guerra mondiale».«L’Italia», sottolineava, «deve smaltire varie centinata di tonnellate di iprite e oltre 100.000 bombe chimiche all’iprite e no, della II guerra mondiale. Per farlo serve una valutazione di impatto ambientale». Il progetto, di cui prima, fa parte del Cetli, centro tecnico logistico interforze, che annovera specialisti della Difesa che hanno le competenze per recuperare e poi «liberarsi» di questi ordigni. Intanto, come ricostruito dalla Verità, pochi mesi dopo anche Sogin, la società specializzata sulle scorie nucleari, dialoga con la divisione armamenti del ministero della Difesa per avviare un progetto che prevede la creazione di una struttura ad hoc dedicata allo smaltimento delle armi chimiche militari. Peccato che con la caduta del governo dell’epoca (Gentiloni) quel piano si impantani e la situazione ripiombi nell’abisso in cui è nata ottanta e passa anni fa. Solo dopo un attento esame di valutazione si potrà sapere esattamente quanti dell’enorme numero di ordigni dell’epoca siano adesso da mettere in sicurezza per la salute pubblica ed evitare fughe di iprite. 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Una risale addirittura agli anni Cinquanta. L’altra è molto più recente e destinata ai membri dell’Europarlamento, nella quale si solleva il tema in modo indiretto. Chiedendo a chi di competenza se sia mai stata fatta una valutazione d’impatto ambientale. Il riferimento in questo caso è a ordigni vicino a Civitavecchia. La risposta al secondo quesito è sì. Nella città del litorale laziale è infatti sorto dopo attente valutazioni un inceneritore all’avanguardia (un ossidatore termico) in grado di smaltire materiale chimico bellico. Il forno è parte integrante del Cetli, centro tecnico logistico interforze, dove gli specialisti della Difesa sono in grado di recuperare ordigni e smaltirli. A restare però ancora senza risposta è la vecchissima interrogazione destinata al sottosegretario alla Marina Fernando Tambroni. Relativa, appunto a migliaia di ordigni ancora abbandonati e il cui numero esatto sarà chiaro solo dopo uno studio di valutazione. Oggi non disponibile, se non in nuce. Nel 2017, come La Verità è riuscita a ricostruire, al tema si affaccia Sogin, società controllata dal Mef e specializzata nello smaltimento di scorie nucleari. All’epoca un dirigente dell’azienda avvia un progetto che sembrerebbe in grado di gestire un enorme lavoro di decommissioning. La nota, inviata alla direzione armamenti terrestri della Difesa, prevedeva una struttura organizzativa su più funzioni a diretto riporto dell’ad con una serie di uffici ambientali e di gestione della complicata burocrazia. Uno dei paragrafi era espressamente dedicato al settore chimico militare. Recupero, trasporto, smontaggio e smaltimento con possibile assunzione diretta delle attività e in parallelo la gestione di diversi appaltatori. Ruolo importante nello schema l’avrebbe ricoperto Nucleco, a sua volta controllata di Sogin e specializzata nella bonifica ambientale e potenzialmente in grado di fare il salto di qualità gestendo anche armi di «distruzione di massa». Di quell’idea e relativo progetto, il cui costo inizialmente era stato stimato in circa 120 milioni, si sono perse le tracce. Caduto il governo, evidentemente non si è più fatto nulla. Gli anni però passano ed è logico pensare che gli involucri in metallo, immersi nel mare, siano ancor più instabili e pericolosi. La Verità ha così contattato l’attuale amministratore delegato di Sogin, Gian Luca Artizzu. Chiedendo lumi sull’evoluzione tecnologica e la capacità di intervento. «Sogin ha sviluppato tecnologie e metodologie di gestione di materie nucleari e rifiuti radioattivi ai massimi livelli di sicurezza e di rilievo internazionale», spiega l’ad. «Si tratta di tecnologie e metodologie che garantiscono in maniera assoluta l’isolamento dalla biosfera dei materiali nucleari e radioattivi ad altissima tossicità, attraverso il confinamento statico e dinamico, i trattamenti chimici e fisici in totale sicurezza per gli esseri viventi e l’ambiente e il loro condizionamento in matrici inerti, di durate molto lunghe quantificabili in secoli». Il riferimento è all’eventuale necessità di incapsulare sostanze come l’iprite in gusci di cemento o polimero garantendo sicurezza quasi perenne. «I materiali chimici pericolosi», prosegue Artizzu, «tra i quali quelli impiegati nelle armi a caricamento chimico (Iprite, Sarin, Soman, agenti nervini) necessitano di tecnologie e metodologie di gestione e trattamento di pari livello di affidabilità e sicurezza e i processi nucleari impiegati da Sogin possono essere facilmente adattati per la loro gestione, a partire dagli approcci di “cultura della sicurezza”, sviluppati congiuntamente alle Agenzie internazionali (Oecd-Nea e Iaea), di cui Sogin è titolata “Centro di Collaborazione” per il trasferimento delle conoscenze e le tecnologie di smantellamento e trattamento». Insomma, par di capire che se il vecchio progetto mai nato dovesse tornare in auge, più di una soluzione sarebbe fattibile. Almeno per l’iprite. Molto più complesso il tema nervino che richiede tecnologie che al momento nessun ente civile e militare italiano possiede. Va però segnalato che rispetto al 2017 sono cambiate molte cose in termini di costi. Una pandemia, la guerra in Ucraina e ora a Gaza hanno stressato le filiere logistiche e produttive. Il caro materiali è arrivato ovunque. E secondo fonti consultate dalla Verità quei 120 milioni andrebbero triplicati. Senza contare che più tempo passa più è difficile stoccare gli ordini che andranno sicuramente trattati in loco. Infatti, per i depositi abbandonati sotto il mare servirà avere a disposizione una nave, diversi robot con contatori geyger, palombari ultraspecializzati scortati dai sub della Marina. Una volta portati a termine i carotaggi, serviranno altre navi di supporto nel caso in cui gli ordigni possano essere portati in superficie e trattati tramite vetrificazione o cementificazione. Nel caso in cui gli specialisti si convincano che è meglio non portare nulla a galla, a quel punto il procedimento diventerebbe ancor più complesso: andrà calata una cupola rovesciata che sigilli porzioni di fondale con dentro le bombe. La pratica si chiama entombement. È rischiosa e costosa. Ma necessaria se si vogliono evitare tragedie ambientali e umane. Per Sogin, aggiungiamo noi, sarebbe l’occasione di allargare le prospettive oltre al nucleare, magari in vista di altro grosso tema che va sotto il nome dello smaltimento di pannelli solari e altri aggeggi del mondo rinnovabili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bombe-italia-mare-inquinamento-2667362678.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-paradosso-dal-gas-mostarda-e-nato-un-rimedio-contro-i-tumori" data-post-id="2667362678" data-published-at="1708906256" data-use-pagination="False"> Il paradosso: dal gas mostarda è nato un rimedio contro i tumori Il grande protagonista di questa storia è l’iprite, detto anche gas mostarda per via del suo odore. Dotato di proprietà vescicatorie e tossiche, fu usato come arma chimica per la prima volta dai tedeschi, nel corso della prima guerra mondiale. Dalla città belga di Ypres dove nel 1917 ha fatto la sua comparsa ha preso poi il nome. Secondo alcune ricostruzioni, 2.000 soldati delle truppe britanniche furono intossicati o uccisi. Gli effetti appunto. Quello più visibile è sulla cute: provoca infiammazioni, vesciche e piaghe profonde molto difficili da guarire. Tutto ovviamente dipende dalle dosi. L’irritazione della pelle può velocemente trasformarsi nella necrosi dei tessuti esposti e pregiudicare poi il funzionamento delle vie respiratorie e degli organi che vengono infettati fino a compromettere i tessuti del midollo osseo. L’iprite ha anche effetti cancerogeni, ma negli anni è stato utilizzato come un farmaco antitumorale. Un paradosso. Proprio il suo effetto devastante sul midollo che una volta aggredito non riusciva più a produrre globuli bianchi, diede il via alla sperimentazione sulle cellule dei tumori. Alcuni medici studiarono la possibilità che nella derivazione più stabile e meno volatile il gas mostarda potesse servire a distruggere, appunto, i globuli bianchi maligni. Al punto che l’iprite può essere considerata a tutti gli effetti l’antesignana della chemioterapia. Il problema era trovare un giusto mix tra i suoi effetti benefici e quelli invece tossici. Fu un chimico inglese, Alexander Haddow (diventato poi presidente dell’Unione universale contro il cancro), a dimostrare che i primi potevano di gran lunga prevalere sui secondi. Perché è vero che è impossibile cancellare completamente alcune conseguenze non proprio piacevoli per l’organismo, ma è altrettanto indubitabile che dei farmaci derivati dal gas mostarda sono ancora utilizzati, per esempio il cisplatino, e hanno aiutato in questi anni tantissimi malati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bombe-italia-mare-inquinamento-2667362678.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="trattamento-delle-scorie-nella-manovra-fondi-ad-hoc-per-il-centro-speciale-cetli" data-post-id="2667362678" data-published-at="1708906256" data-use-pagination="False"> Trattamento delle scorie: nella manovra fondi ad hoc per il centro speciale Cetli Il governo si muove per smaltire i depositi di armi chimiche. Fosforo bianco, agenti soffocanti come il cloro e il fosgene. Ordigni inesplosi della Prima e Seconda Guerra mondiale. Altri più recenti. Come riportava Il Messaggero lo scorso novembre si sta lavorando al raddoppio di un impianto che servirà ad accelerare questa operazione di pulizia, richiesta dalle convenzioni internazionali a cui ha aderito il nostro Paese. «Nel frattempo saranno potenziate le misure di sicurezza intorno al Centro tecnico logistico interforze (Cetli) di Civitavecchia. Qui, in un centro di smaltimento scorie che è un’eccellenza internazionale, spiega il ministero della Difesa in un testo visionato dal Messaggero, giace una vera e propria polveriera: «2.600 proiettili al fosforo bianco». Sono munizioni pericolose, altamente incendiarie - le stesse che il dittatore siriano Assad ha usato anni fa contro la popolazione civile - ed è dovere dell’Italia disfarsene. Così prevede la Convenzione di Parigi del 1993 contro «lo sviluppo, la produzione e l’immagazzinaggio di armi chimiche che ha visto il nostro Paese in prima linea nell’eliminazione delle scorie, con 18 milioni di euro stanziati dal 2009 al 2023». È una questione di sicurezza, perché dall’accuratezza e dalla velocità di queste operazioni dipende la salute delle comunità che vivono intorno agli impianti gestiti dalla Difesa italiana. «Basta un’esalazione di troppo», proseguiva Il Messaggero «e questi gas un tempo usati comunemente negli ordigni bellici - e tornati agli onori delle cronache dopo l'assassinio da parte di 007 russi dell’ex spia Skripal - possono uccidere un ignaro passante». Per questo il governo ha deciso di raddoppiare: «Lo Stato Maggiore della Difesa, ottenuto il parere favorevole dell’Autorità politica, ha disposto la ripresa delle attività propedeutiche» per la costruzione, «presumibilmente entro il 2025», di una nuova struttura. Si tratterà di un «termossidatore pirolitico», cioè di un inceneritore, spiegano nell’emendamento i vertici militari.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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