«A Bologna un sistema che toglie i figli ai padri Ora bisogna fare luce»
Susanna Zaccaria (Ansa)
  • La denuncia di avvocati e associazioni dopo l’inchiesta sull’ex assessore e presidente della Casa delle donne: «Ma il Comune non ci ascolta».
  • La storia di un padre: «Mi hanno negato la bimba e messo il braccialetto elettronico».

Lo speciale contiene due articoli

Separazioni giudiziali, figli contesi, misure cautelari, denunce per maltrattamenti. E poi, ancora, servizi sociali, incontri protetti, braccialetti elettronici, cartelloni strappati e famiglie spaccate. A Bologna, storica città di sinistra e a trazione Partito democratico da anni, inizia a smuoversi una situazione che sembrava ormai radicata.

Al centro di tutto c’è il ruolo della Casa delle donne e dello studio legale Zaccaria, realtà storiche del tessuto cittadino. Ma negli ultimi mesi qualcosa sembra essere cambiato. A scuotere il dibattito pubblico è stata l’indagine a carico dell’avvocato Susanna Zaccaria – già assessore alle Pari opportunità, ex presidente della Casa delle donne, e ancora oggi figura cardine del mondo legale e politico bolognese – per il presunto concorso nel sequestro della piccola Matilde.

Le accuse (a indagare è la Procura di Milano) sono ancora tutte da accertare. Ma hanno dato voce a chi da anni denunciava automatismi, conflitti d’interesse e un sistema di relazioni opaco. «Le situazioni si assomigliano tutte», racconta Maria Lea Maltoni, avvocato civilista con 20 anni di esperienza, che segue diversi padri separati in contenzioso con ex partner assistite dallo studio Zaccaria. «Una donna si rivolge alla Casa delle donne per problemi di separazione, viene indirizzata allo studio legale, parte una denuncia per maltrattamenti – spesso con l’aggravante della presenza del minore – e scatta la sospensione dei contatti padre-figlio. Poi iniziano, se va bene, gli incontri protetti, una volta a settimana od ogni due».

Secondo l’avvocato, il danno si consuma sul piano civile, ben prima che il penale possa chiarire i fatti. «Anche se la denuncia viene poi archiviata, il giudice civile – per una forma di cautela, e anche per la sensibilità sociale sul tema – concede pochissimo a quei padri. E intanto passano mesi, anni».

«Io ho casi identici», prosegue, «Padri che restano per sei o sette mesi senza vedere i figli, e che poi rientrano in rapporto solo con l’educatore accanto, in stanze anonime. È devastante per tutti, soprattutto per i minori». E aggiunge: «Visto che la Casa delle donne riceve fondi pubblici, riteniamo legittimo chiedere che vengano forniti anche dati trasparenti: quante donne seguite si rivelano effettivamente vittime accertate di violenza? Quante denunce si concludono con archiviazioni o proscioglimenti? Al momento non esistono numeri pubblici in merito».

E poi c’è l’indagine su Susanna Zaccaria. «Non commentiamo l’indagine», precisa Maltoni, «Ma se un rappresentante di un’istituzione pubblica, viene coinvolto in un’accusa così grave, è doveroso che faccia un passo indietro. Almeno temporaneamente. Per il rispetto che si deve alle istituzioni, ma anche per tutelare la stessa credibilità del sistema che rappresenta».

Anche per Daniela Martelli Tattini, presidente dell’associazione Genitori sottratti, la situazione bolognese è diventata intollerabile. «Noi non ci schieriamo con i padri contro le madri. Difendiamo il diritto dei figli ad avere due genitori. E questo diritto oggi è messo in discussione», spiega.

Fondata nel 2009 da Roberto Castelli, padre separato e presidente fino a inizio 2024, l’associazione è cresciuta molto negli ultimi anni. «Oggi siamo quasi un centinaio. Ma i padri spesso si vergognano a denunciare violenze fisiche e psicologiche. Prima della nostra campagna affissionale eravamo la metà. Quando hanno visto che qualcuno parlava anche di loro, si sono sentiti legittimati. È stato un segnale fortissimo».

La campagna, dal titolo La violenza non ha genere, ha sollevato un’ondata di polemiche. «Abbiamo messo in giro manifesti autofinanziati. Frasi semplici, ma forti. Volevamo solo dire che non esiste una violenza di serie A e una di serie B. Ma ci hanno attaccati», racconta Martelli.
«Hanno vandalizzato ogni cartellone. Tutti. C’erano scritte come uomo morto non uccide. Da donna, mi sono vergognata. Il nostro messaggio era chiaro: non siamo contro nessuno. Ma volevamo equilibrio. A Bologna non si può parlare senza venire etichettati».

Martelli non risparmia critiche al contesto locale. «Abbiamo chiesto svariate volte un confronto pubblico con l’amministrazione comunale. Niente. C’è un clima pesante. Il vice sindaco Emily Clancy della giunta bolognese a guida Matteo Lepore si è schierata con la Casa delle donne, senza neppure ascoltarci. Bologna è una città che si infiamma subito, se tocchi certi argomenti».

L’associazione, priva di fondi pubblici, offre ascolto con un numero telefonico dedicato, supporto psicologico e consulenze. «Abbiamo uno psicologo-psicoterapeuta, avvocati che fanno il primo consulto gratuitamente e a seguire applicano costi estremamente calmierati. I padri arrivano da noi distrutti. Spesso non sanno nemmeno dove andare. A Bologna, come nel resto d’Italia, non c’è un centro anti violenza per uomini. Le sembra normale?». E ricorda: «In associazione abbiamo avuto padri con il volto tumefatto e lividi nel corpo. Padri a cui è stato imposto il braccialetto elettronico per mesi, per una denuncia mai confermata, quindi falsa! E nel frattempo hanno perso spesso il lavoro, sempre la casa e i figli. È giusto così?». «Noi difendiamo la bigenitorialità. Non è una battaglia di genere» , dice ancora Martelli..

«Il canovaccio è sempre lo stesso, e fa male ai padri, ai figli e alla giustizia», spiega l’avvocato Maltoni. È lei stessa a rilanciare: «Il problema non è proteggere le donne. È proteggere tutti i soggetti deboli. Anche i padri lo sono. Ma oggi non c’è trasparenza. E non c’è controllo. Se una realtà riceve fondi pubblici, è giusto sapere a che esiti portano i casi che gestisce. Altrimenti il rischio di abuso c’è, eccome». E ancora. «Chi ha più problemi nelle separazioni, oggi, sono quasi sempre i padri», aggiunge. «Se si parla di violenza, dobbiamo riconosce che anche un uomo la può subire» conclude Martelli.


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