2019-10-30
«Avanti con il plurimandato nelle assicurazioni. È sinonimo di concorrenza»
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È sempre più alta la tensione tra Stati Uniti e Canada. Sabato, Donald Trump ha minacciato di imporre dazi al 100% su Ottawa, qualora quest’ultima dovesse firmare un accordo commerciale con Pechino.
“La Cina mangerà vivo il Canada, lo divorerà completamente, distruggendo anche le sue attività commerciali, il suo tessuto sociale e il suo stile di vita in generale”, ha dichiarato il presidente statunitense su Truth, per poi aggiungere: “Se il Canada stringerà un accordo con la Cina, verrà immediatamente colpito da un dazio del 100% su tutti i beni e i prodotti canadesi che entrano negli Stati Uniti”. Questo (nuovo) scontro è scoppiato dopo giorni di fibrillazione tra Washington e Ottawa su vari fronti. Trump era infatti arrivato ai ferri corti con il premier canadese, Mark Carney, sia sulla Groenlandia sia sulla questione dello scudo missilistico Golden Dome. Senza poi dimenticare il nodo del Board of Peace per Gaza.
Più in generale, è però sempre stata la Cina a rappresentare la questione di maggior dissidio tra l’amministrazione Trump e il Canada. Negli ultimi dodici mesi, Ottawa si è ulteriormente avvicinata a Pechino. Inoltre, i canadesi temono il fatto che Washington abbia incamerato il petrolio venezuelano: un elemento, questo, che rischia di assestare un duro colpo alle forniture di greggio che Ottawa storicamente garantisce agli Stati Uniti. Tutto questo ha quindi portato Carney a rafforzare ulteriormente i propri rapporti con la Repubblica popolare. Non a caso, a metà gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e rinsaldare le relazioni bilaterali con il Dragone.
Ora, è abbastanza chiaro come la politica filocinese di Carney entri in rotta di collisione con il rilancio della Dottrina Monroe, promosso da Trump: un rilancio che punta a estromettere dall’Emisfero occidentale l’influenza politico-economica di potenze considerate ostili. Agli occhi della Casa Bianca, le manovre pro Pechino di Ottawa vengono quindi percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale. E questo ha contribuito ad alimentare le tensioni tra Trump e il Canada nelle ultime settimane.
Sotto questo aspetto, il fatto che, come abbiamo visto, il presidente americano e Carney non si intendano sul Golden Dome è abbastanza significativo. Non dimentichiamo infatti che, l’anno scorso, la Repubblica popolare aveva criticato il progetto statunitense di scudo missilistico. Tutto questo per dire che il nodo principale nei rapporti tra Washington e Ottawa è di natura geopolitica e geostrategica. E che rientra nella politica di Trump volta a contrastare le ambizioni cinesi nell’Emisfero occidentale.
Nel 1994, quando pubblicò quel capolavoro che è il Canone occidentale, il grande critico letterario Harold Bloom aveva perfettamente compreso che genere di peste avrebbe infettato la cultura europea e americana negli anni a venire. «Iniziai la mia carriera didattica oltre cinquant’anni fa», spiegava Bloom. «Oggi mi ritrovo circondato da professori di hip-hop, da cloni della teoria gallico-germanica, dagli ideologi del genere e di vari credi sessuali, da innumerevoli multiculturalisti, e mi rendo conto che la balcanizzazione degli studi letterari è irreversibile».
A suo dire, si era imposta nell’accademia una «scuola del risentimento». «Tutti costoro, pieni di risentimento verso il valore estetico della letteratura, non stanno certo per scomparire, anzi alleveranno altri risentiti istituzionali», prevedeva Bloom. E concludeva: «Per loro, leggere una poesia, un romanzo o una tragedia shakespeariana è un esercizio di contestualizzazione, ma non nel senso ragionevole di circoscrivere antecedenti adeguati». Bloom non avrebbe potuto avere più ragione, soprattutto a proposito di Shakespeare. Come noto, sull’identità dell’autore britannico che fa da pilastro alla letteratura mondiale è in corso da anni un dibattito che talvolta si fa persino troppo fantasioso. C’è chi sostiene che Shakespeare non fosse il figlio di un guantaio di Stratford-Upon-Avon: per qualcuno dietro i capolavori si nascondeva il drammaturgo Christopher Marlowe, secondo altri a scrivere era il conte di Oxford Edward de Vere. Ora però emerge la tesi più sconcertante. Alla fine del mese uscirà un saggio di Irene Coslet intitolato The Real Shakespeare: Emilia Bassano Willoughby. L’autrice, che si definisce orgogliosamente femminista, ha potuto esporre le sue idee rivoluzionarie sul blog della prestigiosa London School of Economics (presso cui ha ottenuto un master), e ovviamente qualcuno grazie a ciò le prenderà persino sul serio. Ecco la sua tesi: «Shakespeare non era un uomo, ma una donna: una donna di colore, anglo-veneziana, di origine marocchina e segretamente ebrea, di nome Emilia Bassano (Londra, 1569-1645). Era figlia di un musicista di corte veneziano. Dopo la morte del padre, avvenuta all’età di sette anni, Bassano fu accolta in una famiglia nobile in Inghilterra, dove ricevette un’istruzione di alto livello. Trascorse la sua giovinezza alla corte inglese come favorita della regina Elisabetta I, prima di essere bandita e costretta a un matrimonio indesiderato nel 1592. Pubblicò un poema di teologia femminista, Salve Deus Rex Judaeorum , nel 1611. È associata a Shakespeare fin dagli anni ’70, quando lo storico Alfred Leslie Rowse di Oxford trovò prove che Bassano fosse l’amante del patrono della compagnia teatrale di Shakespeare». Non si tratta, a dirla tutta, di una trovata originale. Che Shakespeare fosse una donna lo aveva sostenuto già nel 2013 un altro autore, John Hudson. Ma la Coslet ritiene di avere trovato altre prove fondamentali. Quali siano, tuttavia, interessa poco. Il punto, qui, è tutto politico. Affermare che Shakespeare fosse una donna nera e ebrea non ci dice nulla di nuovo sulle sue opere. Ma ci permette, come spiega la ricercatrice femminista, di recuperare «il subalterno». Secondo Irene Coslet, «attribuire l’eredità occidentale solo agli uomini bianchi non solo è irrealistico, ma perpetua anche disuguaglianze e ingiustizie nella società. Lo sviluppo della tradizione culturale e storica occidentale è più complesso e multiculturale di quanto comunemente si creda. Privare i subalterni di una corretta paternità e rappresentanza significa perpetrare la supremazia bianca e il modello patriarcale, mentre recuperare voci e identità è fondamentale per costruire una società veramente equa». Il fatto è che a questa studiosa non interessa davvero capire chi fosse Shakespeare: le interessa soprattutto smontare il «predominio bianco» e fare voce all’odio che gli occidentali provano da qualche tempo per la propria cultura. Come vedete, questa paccottiglia woke non è affatto scomparsa dalle università, e ottiene persino qualche pubblicità. E forse il politicamente corretto è in ritirata, ma in tutti questi anni ha ormai prodotto danni irreparabili. E ci impedisce di riconoscere quale sia il vero dramma riguardo a Shakespeare (e altri colossi): che ormai pochissimi lo leggono davvero, a prescindere dal presunto colore della pelle.
Bruxelles impone scadenze stringenti per attuare la transizione energetica ma al tempo stesso se un Paese riesce a dare alle proprie imprese forniture di energia elettrica a prezzi calmierati, ecco che si mette di traverso. È quanto è accaduto all’Italia che con lo strumento dell’Energy Release puntava a proteggere le aziende a forte consumo di energia elettrica, come la siderurgia, la carta, il vetro, la chimica, dalla volatilità dei prezzi di mercato e al tempo stesso incentivare la realizzazione di impianti green. Il meccanismo prevede che il Gse, il Gestore dei servizi energetici, ceda energia a un prezzo calmierato a fronte dell’impegno a costruire impianti rinnovabili pari al doppio della capacità rispetto all’energia ricevuta a basso costo. Una formula perfetta, senonché per la Commissione Ue questo si configura come aiuto di Stato.
Oltre al fatto che non è chiaro a chi giovi l’altolà di Bruxelles, quale sia il fine, il punto di caduta, sembra un accanimento contro l’Italia che, è noto, ha costi energetici tra i più elevati d’Europa ed è quindi in difficoltà ad attuare il Green Deal. Fatto sta che alla fine il governo è stato costretto a introdurre dei correttivi che hanno alterato l’efficacia della misura sicché l’Energy Release è diventato più costoso sia per le imprese che costruiscono in proprio gli impianti, sia per quelle che si affidano alle utility o ai fondi di investimento. Il risultato, come riporta Il Sole24Ore, è che tanti contratti sono stati rescissi o rifatti alla luce di previsioni di costi più alti. C’è anche un altro aspetto che rende l’intervento della Commissione ancora più paradossale. Il nuovo meccanismo introduce un sistema di calcolo più complesso e più burocrazia, mentre si parla in continuazione proprio di snellire le procedure. L’impianto originale dell’Energy Release prevedeva che il Gse assegnasse alle imprese energia ad un prezzo di molto inferiore a quello di mercato cioè a 65 euro al MWh, per un triennio. In cambio l’impresa si impegnava a realizzare impianti di rinnovabili con capacità doppia rispetto a quella assegnata e restituendo in 20 anni, l’energia ricevuta al prezzo di 65 euro. Un sistema virtuoso che proteggeva le imprese energivore dai rincari dell’elettricità e al tempo stesso spingeva alla creazione di nuova capacità green. Con i diktat della Commissione, l’Energy Release rischia di trasformarsi da un vantaggio competitivo per il settore manifatturiero in un’operazione finanziaria complessa. Il nuovo meccanismo tiene in considerazione il margine di guadagno che le imprese avranno dalla differenza tra il prezzo di mercato e i 65 euro e prevede che tale differenza venga restituita insieme all’energia ricevuta. Con la riduzione della marginalità, per le aziende sarà più difficile mantenersi competitive, specialmente rispetto a concorrenti extra Ue che non sottostanno ai medesimi vincoli normativi. Inoltre Bruxelles ha reso l’iter di accesso alla misura più farraginoso, richiedendo sforzi amministrativi supplementari. Sono stati introdotti costi accessori legati alla gestione del rischio e alle garanzie fideiussorie che le imprese devono prestare per partecipare al meccanismo. Mentre prima dei correttivi voluti da Bruxelles, le utility e i fondi chiedevano commissioni per la realizzazione di un impianto attorno a 3 euro a MWh, ora sono raddoppiate fino anche a 7-8 euro. Il costo dell’energia «scontata» salirebbe da 68 euro a MWh a 72-73 euro.
L’impatto non è omogeneo sul sistema industriale. Le grandi imprese mandano giù il rospo ma procedono, mentre le pmi (quelle della plastica sono le più numerose) entrano in affanno e spesso rischiano di perdere il contratto con un fondo o un’utility per costruire l’impianto. Bruxelles ha previsto per chi è rimasto senza un partner, un’asta in cui le imprese indicano il prezzo che sono disposte a spendere e gli sviluppatori di impianti quanto possono accettare. Sarà il mercato a formare il prezzo marginale che potrebbe anche essere alto. L’ennesima beffa di Bruxelles.
La strategia di influenza del Qatar non poggia su costruzioni ideologiche complesse, ma su un principio diretto e sistematico: trasformare la ricchezza dello Stato in accesso al potere, prossimità alle élite e capacità di orientare il contesto informativo. Politica, istituzioni, media, cultura, università e sport diventano così i vettori di una proiezione di soft power che opera in profondità, spesso senza bisogno di esporsi in modo esplicito. I fatti emersi negli ultimi anni mostrano come questa strategia agisca su più livelli. Secondo ricostruzioni investigative, un’operazione di intelligence riconducibile a Doha avrebbe preso di mira la donna che accusa il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan, nel tentativo di raccogliere informazioni personali utili a minarne la credibilità e a orientare la narrazione mediatica attorno a un procedimento giudiziario in corso. Un passaggio che segna il superamento della semplice influenza reputazionale, sconfinando nell’interferenza informativa su dossier altamente sensibili.
Sul fronte europeo, le indagini giudiziarie hanno prodotto riscontri concreti. In Belgio, il cosiddetto Qatargate ha portato al sequestro di ingenti somme di denaro contante e all’ipotesi di acquisti di influenza finalizzati ad attenuare le critiche dell’Unione europea verso Doha e a incidere su votazioni e risoluzioni del Parlamento europeo. Accuse analoghe sono emerse anche in Israele, dove investigatori hanno esaminato presunti flussi di denaro legati al Qatar che avrebbero coinvolto figure vicine al primo ministro Benjamin Netanyahu, con l’obiettivo di diffondere messaggi favorevoli a Doha nel dibattito pubblico interno. Anche in questo caso, il terreno di gioco non è quello della diplomazia ufficiale, ma quello della comunicazione e dell’influenza indiretta. Un capitolo centrale riguarda il controllo del contesto mediatico, soprattutto in Europa. Un passaggio chiave è rappresentato dall’ingresso del fondo sovrano Qatar Investment Authority nel capitale del gruppo francese Lagardère, che controlla testate storiche come Paris Match, Le Journal du Dimanche ed Europe 1, oltre al colosso editoriale Hachette. Formalmente si tratta di un investimento finanziario; sostanzialmente è un ingresso diretto nel cuore dell’ecosistema informativo europeo, in una fase in cui l’editoria attraversa una crisi strutturale che la rende particolarmente vulnerabile ai capitali esteri.
Inoltre, il Qatar, principale finanziatore e protettore di Hamas, ha costruito una potente architettura di soft power attraverso lo sport, utilizzandolo come piattaforma globale di legittimazione politica e reputazionale. Il caso più emblematico resta l’acquisizione, nel 2011, del Paris Saint-Germain da parte di Qatar Sports Investments. L’operazione ha trasformato un club di tradizione nazionale in un brand globale, proiettando l’immagine del Qatar al centro dell’élite calcistica europea e creando un canale permanente di relazioni con sponsor, media, istituzioni politiche e circuiti finanziari internazionali. A questo si aggiunge il ruolo del BeIN Media Group, che controlla diritti televisivi sportivi strategici in Europa, Medio Oriente e Stati Uniti. Il possesso dei diritti di grandi competizioni non è solo un affare commerciale, ma uno strumento di influenza: inserisce Doha nei flussi mediatici globali, rafforza legami economici con le grandi reti televisive e crea dipendenze strutturali che rendono più difficile mantenere una distanza critica.
Il punto di massima esposizione globale è stato raggiunto con l’organizzazione dei Mondiali di calcio 2022. Per settimane, il Qatar è stato al centro dell’attenzione planetaria, riuscendo – nonostante le polemiche su diritti dei lavoratori, corruzione e libertà civili – a presentarsi come attore globale moderno e indispensabile. Lo sport ha funzionato da schermo reputazionale, capace di assorbire e attenuare critiche strutturali. Questo soft power sportivo si intreccia direttamente con media e politica. Sponsor, pubblicità, diritti televisivi ed eventi creano un ecosistema in cui l’influenza non viene imposta, ma normalizzata. In questo senso, lo sport non è un settore separato, ma un moltiplicatore che rafforza l’intero impianto di influenza. Nel campo della comunicazione strategica, la società Portland Communications è stata accusata di aver commissionato modifiche favorevoli a contenuti informativi online, incluse voci di Wikipedia, a beneficio di clienti statali come il Qatar. Un intervento apparentemente marginale, ma cruciale nel plasmare il contesto informativo di base da cui attingono giornalisti, analisti e, sempre più, sistemi di intelligenza artificiale.
Sul piano economico e istituzionale, Doha ha investito centinaia di milioni di dollari in asset strategici occidentali come CityCenterDC e ha acquisito una quota di minoranza in Monumental Sports and Entertainment, entrando nei principali ecosistemi sportivi e fieristici statunitensi. Allo stesso tempo, Brookings Institution ha confermato di aver ricevuto finanziamenti dal Qatar per il Brookings Doha Center, prima di interromperli nel 2017 a fronte delle crescenti critiche sulla commistione tra ricerca e interessi statali. In questo contesto europeo si inserisce anche l’Italia, dove la presenza del Qatar si è consolidata in modo meno visibile ma strutturale, attraverso acquisizioni mirate di asset simbolici nei settori della moda, dell’hotellerie di lusso e del real estate di pregio. Attraverso veicoli riconducibili alla Qatar Investment Authority e alla galassia finanziaria della famiglia Al Thani, Doha ha progressivamente messo radici in comparti chiave dell’economia italiana ad alta densità relazionale. L’operazione più rilevante resta l’acquisizione della maison Valentino da parte di Mayhoola for Investments, che ha portato sotto controllo qatariota uno dei marchi più iconici del made in Italy, centrale non solo sul piano industriale ma anche culturale e mediatico. Parallelamente, il Qatar ha investito nel settore alberghiero di fascia alta acquisendo strutture simboliche come l’Hotel Gallia a Milano e l’Hotel Excelsior a Roma, storicamente frequentate da capi di Stato, grandi manager e delegazioni internazionali. A questi si aggiungono investimenti immobiliari di pregio in palazzi storici e complessi direzionali nei centri di Roma e Milano, oltre al controllo di ampie porzioni della Costa Smeralda, dove Doha ha rilevato resort, hotel e infrastrutture turistiche di altissimo livello. A livello multilaterale, il Qatar ha annunciato un pacchetto di sostegno da 500 milioni di dollari alle Nazioni Unite, rafforzando la propria prossimità istituzionale e accumulando capitale reputazionale nei circuiti della governance globale. Contestualmente, Qatar Holding ha investito 375 milioni di dollari nell’operazione che ha portato Twitter X sotto il controllo di Elon Musk, assicurandosi una posizione di rilievo in uno dei principali snodi dell’informazione digitale globale.
Benjamin Weinthal è un giornalista investigativo e writing fellow presso il Middle East Forum.
In che modo la strategia di influenza del Qatar è diversa dalle solite forme di diplomazia pubblica e perché può essere vista come un modello «industriale» di soft power?
«Le mie ricerche hanno scoperto che il regime del Qatar usa società di sorveglianza per screditare politici Usa come i senatori Ted Cruz e Tom Cotton e altri che vogliono mettere sotto pressione i Fratelli Musulmani e si oppongono a Hamas o interferiscono con l’agenda islamista radicale del Qatar. Ho ottenuto in esclusiva dei documenti su una presunta operazione di spionaggio del Qatar contro i legislatori statunitensi all’inizio del 2024 e ho pubblicato il materiale. Per questo penso che l’uso del soft power da parte del Qatar sia pieno di corruzione e attività illegali (vedi il ruolo nella corruzione dei funzionari Fifa). L’ex primo ministro Hamad bin Jassim si è vantato dicendo: “Abbiamo giornalisti sul nostro libro paga in molti Paesi”. Il Middle East Media Research Institute (Memri) ha rivelato per primo la dichiarazione di HBJ sulla corruzione dei giornalisti. La libertà di stampa non esiste in Qatar e i media controllati dallo Stato non possono criticare l’emiro Al Thani. È una forma di cattiva condotta giornalistica che la Cnn e l’agenzia di stampa tedesca Dpa abbiano aperto uffici a Doha e stiano collaborando col Qatar su progetti legati ai media. L’emittente statale qatariota Al Jazeera promuove le ideologie dei Fratelli Musulmani e di Hamas. Non si è ancora registrata come agente straniero, come richiesto da un ordine del Dipartimento di Giustizia Usa. Perché? Perché il potere di lobbying del Qatar è enorme a Washington e si sta diffondendo in tutti gli Usa. Il Qatar è sensibile ai rapporti del Memri che dimostrano il suo ruolo cruciale negli attacchi terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti».
È un salto qualità il presunto coinvolgimento del Qatar in operazioni di interferenza informativa legate a procedimenti giudiziari internazionali come quelli della Corte penale internazionale (Cpi)?
«Le attività del Qatar contro la Cpi e Israele sono state rivelate dal Guardian a novembre. Secondo l’articolo, il regime del Qatar ha assunto una società di intelligence britannica per screditare una dipendente musulmana della Cpi e subordinata del procuratore della Cpi caduto in disgrazia, Karim Khan, perché lei lo aveva accusato di abusi sessuali. L’uso di società di sorveglianza è in linea col modus operandi del Qatar. Secondo quanto riferito, il Qatar ha pagato due società di intelligence per ottenere informazioni sensibili sulla vittima, comprese quelle relative a suo figlio. Khan ha accusato il premier israeliano e l’ex ministro della Difesa di crimini di guerra. Esperti di diritti umani e di crimini di guerra, come lo specialista militare statunitense John Spencer, hanno criticato Khan e la Cpi per aver mosso accuse infondate contro Israele».
Perché il controllo diretto o indiretto dei media europei, come il gruppo Lagardère, è una questione centrale nella proiezione dell’influenza di Doha?
«Nasser Al-Khelaifi, un uomo d’affari qatariota e proprietario del Paris Saint-Germain, è stato accusato l’anno scorso di aver presumibilmente comprato un voto di un fondo di investimento qatariota nel cda del gruppo Lagardère nel 2018. Il controllo sul Psg permette al Qatar di avere un’influenza tra le élite della società francese. Un ex funzionario dei servizi segreti francesi mi ha detto: “Un esempio sono i giornalisti che vengono invitati nella sala Vip del Psg e hanno contatti con persone famose, come i politici. Questo ha un valore e loro ricompensano il Qatar con una pubblicità positiva”. Gli sforzi del Qatar per comprare più squadre di calcio di primo livello non hanno sempre avuto successo. Dopo che ho parlato dell’antisemitismo di HBJ, la famiglia Glazer, proprietaria del Manchester United, ha deciso di non vendere il club al Qatar. Un giornalista sportivo del Manchester Evening News ha riportato la mia notizia sul materiale Memri che ha rivelato le osservazioni antisemite di HBJ sul controllo ebraico dei mercati petroliferi».
In che misura lo sport ha funzionato come scudo reputazionale per il Qatar?
«Nel 2022, l’Ap ha riferito che un ex funzionario della Cia, Keven Chalker, e la sua società, Global Risk Advisors, hanno aiutato il Qatar in vista dei Mondiali 2022 spiando i funzionari calcistici dei Paesi concorrenti. La terribile situazione dei diritti umani e del lavoro in Qatar ha causato la morte di 6.500 lavoratori migranti. Le operazioni di influenza del Qatar sono state recentemente smascherate dal governo Usa, che ha dimostrato come il Qatar abbia versato 6,6 miliardi di dollari in donazioni e contratti alle università statunitensi, più di qualsiasi altro governo straniero. Molte delle università statunitensi, tra cui Georgetown, Cornell e Northwestern, che ricevono generosi finanziamenti dal Qatar, hanno enormi problemi di antisemitismo nei loro campus e tendono a nascondere l’islamismo estremista. La credibilità delle istituzioni è crollata perché sono contaminate dal denaro del Qatar».

