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2018-11-14
La Cassazione infierisce su Bikkembergs. Il marchio, già distrutto dal fisco: «Chiederemo i danni al Mef»
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F.C. Bikkembergs Fossombrone
Persino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale.
Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali.
«In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono.
E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione.
In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni.
La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.
Alessandro Da Rold
Undici anni di calvario e non è ancora finita

L'avvocato Francesco Giuliani
«Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».
Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro.
La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006.
Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione.
Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza).
Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.
Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.
In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio.
Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante.
La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi
GiphyDai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrate
Il 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati.
Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste".
Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano.
Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci.
Giorgia Pacione Di Bello
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Nel 2007 la Guardia di finanza accusa l'azienda di aver evaso 130 milioni di euro. In realtà, i documenti che l'avrebbero scagionata sono scomparsi e rispuntati solo dopo quattro anni. L'avvocato Francesco Giuliani: «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato».Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo: «Non capisco l'interesse dell'Italia nel massacrare chi produce PIl: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo».Dai marchi del lusso ai colossi del Web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, fino a Gucci e Amazon.Lo speciale contiene tre articoliPersino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale. Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali. «In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono. E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione. In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="undici-anni-di-calvario-e-non-e-ancora-finita" data-post-id="2619671634" data-published-at="1767977634" data-use-pagination="False"> Undici anni di calvario e non è ancora finita L'avvocato Francesco Giuliani «Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro. La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006. Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione. Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza). Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio. Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-maggior-parte-dei-casi-si-conclude-con-accordi-transattivi" data-post-id="2619671634" data-published-at="1767977634" data-use-pagination="False"> La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi Giphy Dai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrateIl 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati. Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste". Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano. Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci. Giorgia Pacione Di Bello
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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