True
2018-11-14
La Cassazione infierisce su Bikkembergs. Il marchio, già distrutto dal fisco: «Chiederemo i danni al Mef»
True
F.C. Bikkembergs Fossombrone
Persino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale.
Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali.
«In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono.
E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione.
In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni.
La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.
Alessandro Da Rold
Undici anni di calvario e non è ancora finita

L'avvocato Francesco Giuliani
«Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».
Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro.
La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006.
Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione.
Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza).
Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.
Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.
In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio.
Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante.
La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi
GiphyDai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrate
Il 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati.
Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste".
Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano.
Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci.
Giorgia Pacione Di Bello
Continua a leggereRiduci
Nel 2007 la Guardia di finanza accusa l'azienda di aver evaso 130 milioni di euro. In realtà, i documenti che l'avrebbero scagionata sono scomparsi e rispuntati solo dopo quattro anni. L'avvocato Francesco Giuliani: «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato».Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo: «Non capisco l'interesse dell'Italia nel massacrare chi produce PIl: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo».Dai marchi del lusso ai colossi del Web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, fino a Gucci e Amazon.Lo speciale contiene tre articoliPersino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale. Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali. «In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono. E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione. In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="undici-anni-di-calvario-e-non-e-ancora-finita" data-post-id="2619671634" data-published-at="1778701914" data-use-pagination="False"> Undici anni di calvario e non è ancora finita L'avvocato Francesco Giuliani «Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro. La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006. Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione. Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza). Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio. Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-maggior-parte-dei-casi-si-conclude-con-accordi-transattivi" data-post-id="2619671634" data-published-at="1778701914" data-use-pagination="False"> La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi Giphy Dai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrateIl 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati. Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste". Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano. Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci. Giorgia Pacione Di Bello
content.jwplatform.com
Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
Continua a leggereRiduci
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
Continua a leggereRiduci