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2018-11-14
La Cassazione infierisce su Bikkembergs. Il marchio, già distrutto dal fisco: «Chiederemo i danni al Mef»
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F.C. Bikkembergs Fossombrone
Persino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale.
Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali.
«In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono.
E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione.
In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni.
La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.
Alessandro Da Rold
Undici anni di calvario e non è ancora finita

L'avvocato Francesco Giuliani
«Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».
Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro.
La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006.
Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione.
Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza).
Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.
Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.
In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio.
Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante.
La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi
GiphyDai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrate
Il 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati.
Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste".
Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano.
Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci.
Giorgia Pacione Di Bello
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Nel 2007 la Guardia di finanza accusa l'azienda di aver evaso 130 milioni di euro. In realtà, i documenti che l'avrebbero scagionata sono scomparsi e rispuntati solo dopo quattro anni. L'avvocato Francesco Giuliani: «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato».Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo: «Non capisco l'interesse dell'Italia nel massacrare chi produce PIl: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo».Dai marchi del lusso ai colossi del Web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, fino a Gucci e Amazon.Lo speciale contiene tre articoliPersino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale. Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali. «In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono. E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione. In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="undici-anni-di-calvario-e-non-e-ancora-finita" data-post-id="2619671634" data-published-at="1774735488" data-use-pagination="False"> Undici anni di calvario e non è ancora finita L'avvocato Francesco Giuliani «Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro. La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006. Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione. Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza). Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio. Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-maggior-parte-dei-casi-si-conclude-con-accordi-transattivi" data-post-id="2619671634" data-published-at="1774735488" data-use-pagination="False"> La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi Giphy Dai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrateIl 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati. Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste". Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano. Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci. Giorgia Pacione Di Bello
Pino Lerario Tagliatore
Dietro ogni capo Tagliatore c’è una firma inconfondibile, ma soprattutto una visione. Pino Lerario non è solo l’erede di una tradizione sartoriale, è colui che l’ha trasformata in un linguaggio contemporaneo, portando l’eleganza pugliese sui mercati internazionali senza mai snaturarla costruendo un’identità forte fatta di proporzioni decise, dettagli riconoscibili e una coerenza rara. È Pino Lerario a raccontarsi.
Famiglia, casa, storia: è tutto ciò che rappresenta Tagliatore a Martina Franca?
«Sì, assolutamente. Per noi Tagliatore non è solo un’azienda, è proprio un pezzo di vita. È qualcosa che va oltre il lavoro: rappresenta le nostre radici, il nostro territorio e tutto quello che ci è stato tramandato nel tempo».
La storia parte dal nonno Vito, tagliatore di tomaie di scarpe, fino ad arrivare alla confezione. È stata un’evoluzione naturale o una rottura netta?
«Direi senza dubbio un’evoluzione naturale. Questo passaggio lo ha fatto mio padre in modo spontaneo, senza forzature. Parliamo di un’epoca diversa, in cui certe scelte nascevano più dall’istinto e dalle opportunità che da una strategia precisa. È stato un cambiamento graduale, quasi inevitabile, che si è inserito perfettamente nel contesto familiare e lavorativo. È stato un cambio importante, ma sempre legato al “saper fare” artigianale».
In una famiglia come la vostra, il «saper fare» si impara o si respira fin da piccoli?
«Secondo me si respira, prima ancora di impararlo. Io stesso ho iniziato molto presto, intorno ai sette anni, quando mio padre aprì il primo laboratorio nel 1972. Dopo la scuola andavo in bottega e stavo lì a guardare, ad ascoltare, a toccare i tessuti. È qualcosa che ti entra dentro piano piano. Poi certo, ci vuole passione: senza quella puoi anche stare lì tutta la vita, ma non impari davvero».
Anche suo padre ha iniziato giovanissimo.
«A cinque anni. Oggi sembra impensabile, ma una volta era così: si cresceva in bottega, si imparava fin da subito un mestiere. Era una scuola di vita oltre che di lavoro».
Le piace ancora chiamarla «bottega»?
«Sì, e continuerò a chiamarla in questo modo. La bottega per noi è sempre stata come una seconda casa, anzi forse la prima, perché ci passavamo più tempo che a casa. È un ambiente che ti forma, che ti accompagna per tutta la vita. Anche se oggi siamo un’azienda con centinaia di dipendenti, per me resta la bottega. È un termine che racchiude tutto: tradizione, manualità, sacrificio. Nel nostro dialetto si dice a putia, e questo ti fa capire quanto sia radicata questa idea nella nostra cultura».
C’è stato un momento chiave, una svolta per Tagliatore?
«Più che un singolo momento, direi diversi episodi nel corso degli anni. Quando lavori tanto e per così tanto tempo, è inevitabile affrontare difficoltà. Noi abbiamo avuto anche momenti molto duri, situazioni che sembravano delle vere e proprie catastrofi. Però, col senno di poi, proprio quegli episodi si sono rivelati fondamentali per la nostra crescita. Ti costringono a reagire, a migliorare, a non adagiarti».
Tagliatore è ancora un’azienda familiare. Come si mantiene l’equilibrio?
«Essere un’azienda familiare è bellissimo, ma non sempre semplice. Ci sono dinamiche diverse rispetto a un’azienda strutturata in modo più “freddo”. Però alla fine si trova sempre un equilibrio, perché alla base c’è il legame familiare. Ci si confronta, si discute, ma poi si decide insieme. Siamo quattro fratelli e ognuno ha il suo ruolo. Mia sorella Maria Teresa si occupa dell’amministrazione, mio fratello Luciano della produzione, Vito del reparto taglio, e io ho un ruolo più di coordinamento generale. Cerco di tenere insieme tutte le parti».
La produzione resta in Puglia. Quanto conta il made in Italy oggi?
«Conta tantissimo, anche se è sempre più difficile sostenerlo. Produrre in Italia significa affrontare costi più alti, ma nel nostro caso è fondamentale. La nostra collezione è molto ampia, con tanti modelli, colori e possibilità di personalizzazione: questo tipo di lavoro si può fare solo qui. Purtroppo molte aziende stanno andando all’estero perché i costi sono più bassi. Ma il made in Italy è la nostra vera forza: se perdiamo quello, perdiamo tutto. Andrebbe tutelato molto di più».
Le vostre giacche con i rever larghi. Da dove nasce questa scelta?
«Dalla voglia di osare e di dare personalità al prodotto. Ci siamo ispirati agli anni ’70 e ’80, quando i rever erano più ampi. Abbiamo ripreso quell’idea e l’abbiamo reinterpretata. Il rever largo dà carattere, forza, presenza».
Dopo l’uomo avete sviluppato anche la donna. Che differenze ci sono?
«Il processo creativo cambia molto, soprattutto per quanto riguarda materiali e sensibilità. Però abbiamo voluto mantenere una cosa fondamentale: la costruzione. Le nostre giacche da donna sono realizzate con la stessa cura e tecnica di quelle da uomo, che sono tra le più complesse».
Quali sono i vostri mercati principali?
«L’Italia resta il mercato principale, anche se è il più difficile. Poi c’è il Giappone, molto esigente ma importantissimo per noi. Siamo presenti anche in Europa, in paesi come Francia e Germania, nei paesi scandinavi, in Turchia e stiamo crescendo negli Stati Uniti».
Si parla molto di sostenibilità: quanto conta per voi?
«Tantissimo. Per noi sostenibilità significa soprattutto qualità. Utilizziamo tessuti italiani e realizziamo capi pensati per durare negli anni. Questo è il vero lusso oggi. Quando un capo dura nel tempo e continua a essere indossato dopo anni, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Ho clienti che ancora oggi indossano cappotti di più di dieci anni fa e non riescono a separarsene: questo per me è il risultato più bello».
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Questo Libretto nasce dal sogno di riportare - nell’arco di un decennio - molti nuovi o vecchi ex lettori (specie giovani, di qualsiasi età) alla lettura di libri, riviste, giornali, attraverso prodotti e modalità di nuovo tipo, con schemi, approcci, modalità, di nuovo tipo.
Ricordando un momento lontano - anni Ottanta del Novecento - mi è venuta l’idea di pubblicare un libretto per illustrarne poi, a voce, il testo, esplicitandone i passaggi chiave e il non detto, trasformandolo quindi in una «lezione di vita», in particolare per i giovani di qualsiasi età.
Gianni Agnelli, allora mio presidente, amante di libri di successo, specie saggi, mi raccontò la tecnica che usava per ben assimilarli senza doverli leggere. «Affittava» per un giorno l’autore che doveva raccontargli l’intero processo creativo, leggendo insieme i passaggi e le frasi topiche, seguendo sì l’indice, ma con ampie digressioni e svolazzamenti laterali. In questo caso, mi offro di essere io affittato da voi, però a titolo gratuito.
Questa la mia mission. Per un vecchio autore come me, leggere insieme a un giovane questo libretto significa trasferirgli non solo conoscenze, ma anche l’anima del libro. Tutti noi adulti, soprattutto se colti, ci lamentiamo che i giovani non leggano, ma non andiamo al di là dal fare battute spesso da bar. Di passare dalle chiacchiere al fare, nulla. Il presente libretto, in questo senso, è rivoluzionario, essendo nato come proposta banalmente pratica. Vorrei che casi come questo - ricordiamolo, è una modalità sperimentale - si moltiplicassero all’infinito. Personalmente, sono a disposizione.
Senza il timore di cadere nel velleitarismo, si assume che la Politica e la Scuola siano mature per un nuovo paradigma didattico come questo, interdisciplinare, soprattutto orizzontale, che fornisca non solo lezioni di sapere, ma anche «lezioni di vita». La scommessa insita nel libretto è riuscire a sottomettere la tecnica e l’ideologia della produttività alle regole del modello organizzativo prescelto. In questo caso la modalità di narrazione è più importante del contenuto narrato, puramente strumentale all’obiettivo.
Gli appunti con cui questo libretto è stato costruito hanno un punto fermo: il tema e il contenuto devono far riflettere e cambiare il nostro modo di raccontare la realtà, ma deve essere tassativamente escluso l’indottrinamento, comunque articolato o mascherato.
C’è chi si è chiesto cosa resterà di quella che fu chiamata la Galassia Gutenberg che ha animato la storia della modernità, attraverso libri, riviste, giornali, e se la stampa quotidiana, corpo intermedio per eccellenza, riuscirà ancora a traghettare i meccanismi base dell’informazione delle democrazie liberali, oggi sempre più fragili. Perché fragili e difensivi sono i nostri pensieri e le nostre posture per affrontare e dominare gli scenari futuri. Noi europei intuiamo che quello che chiamiamo «ordine mondiale» con allegato «diritto internazionale», fatto nei secoli a nostra immagine e somiglianza, sta per saltare. E anche il nostro ceo capitalism, ora che vengono alla luce sempre più tabernacoli secondari - per usare la terminologia di «IDEA» - si sta sgonfiando. Questo mi ha portato a scegliere il cosiddetto Scenario 17 come riferimento per questa sperimentazione di orizzontalità culturale.
Il libretto consta di un incipit - concepito per fare una prima conoscenza fra autore e lettore - e di due soli capitoli. Uno ove la narrazione si snoda attraverso un fil rouge studiato dall’autore per assemblare frasi e parole di personaggi della cultura e del giornalismo, di riconosciuta indipendenza e competenza, sperimentando così le «lezioni di vita» su un tema di grande attualità, come «La geopolitica spaziale America-Cina». Ho utilizzato nell’analisi di scenario il «Caso Svizzera» come riferimento politico, economico, culturale, giudicandolo, in questo senso e in questo momento storico, il laboratorio più avanzato dell’Occidente, per la sua interpretazione del dominante e allo stesso tempo decadente ceo capitalism.
Nel secondo capitolo, invece, viene scelto dall’editore-autore, in totale solitudine, lo «scenario» di riferimento (nella fattispecie, il «17» su un ventaglio di 19), avvalendosi dei contributi sapienziali di Giovanni Maddalena, filosofo del gesto. Il libretto raccoglie e sistematizza una serie di appunti, frasi, singole parole, e come tale dev’essere letto, eventualmente usato. Sono «appunti» che vanno a comporre una narrazione vocale autentica, una «lezione di vita» per giovani di qualsiasi età.
In questo progetto-sogno l’editore-autore non intende svolgere forma alcuna di leadership, ma limitarsi a dare contributi, mettendo a disposizione i suoi studi - in un arco temporale di oltre settant’anni - sul management di organizzazioni complesse, sui modelli organizzativi, sulla sua proposta del modello IDEA e sui suoi tabernacoli secondari (rimando alla metafora-definizione di IDEA: «ostie o scadute o decomposte» nelle filiere del potere).
Il libretto è stato scritto in base alle tre assunzioni di IDEA: 1 ragionare per scenari; 2 decidere per controintuizione; 3 parlare e scrivere per metafore. A titolo esemplificativo, qua è stata messa in discussione anche la filiera «scrittore/giornalista-editore-stampatore-distributore-libreria-lettore» e i relativi «pesi», oggi totalmente sbilanciati a favore del business rispetto agli obiettivi editoriali ed educativi. Quindi la scoperta e l’accecamento dei tabernacoli secondari che, col tempo, hanno alterato il meccanismo di creazione di prodotti a forte base culturale.
Per favorire la costituzione di un’editoria che diventi un Chiostro di approfondimento interdisciplinare, questo libretto verrà, in termini promozionali, presentato in Università e in altre organizzazioni culturali che lo vorranno. Verrà usata una tecnica innovativa: l’autore non si limita a scrivere, ma racconta a voce il processo che lo ha portato alla configurazione finale del libretto, esplicitando anche i tanti non detto o gli eventuali tabernacoli secondari che ha dovuto superare.
Riprendo la frase finale con cui si chiude: «Questo libretto, scritto da un ultranovantenne, vissuto in un altro millennio, ma innamorato del futuro in cui vivranno i suoi nipoti, non auspica certo l’imbarazzante mondo qua descritto. Questa tipologia di simulazione del futuro è concepita come ’lezione di vita’ per giovani di qualsiasi età che vogliano assumere una postura culturale per un futuro che si può, con assoluta certezza, ipotizzare diverso dal passato e dal presente. Scrivere scenari è la sintesi del pensare, lo si fa passeggiando nella natura e nella vita, e osservando le persone con lo sguardo del «viandante». Sogno tanti giovani «viandanti», a partire dai miei quattro nipoti, orgogliosamente tutti Gen Z, la generazione che avrà la responsabilità di governare il mondo nel XXI secolo».
Post-Scriptum: questo libretto è uno dei figli prediletti di IDEA, attrezzata per operare nella Rivoluzione Robot-Algoritmi in corso. Questa Rivoluzione, spesso all’insaputa di molti di noi, iniziò negli anni Ottanta del Novecento e in essa e con essa sono vissuto. Infatti, allora come ceo di un’industria di vernici vissi la sua prima fase: si procedette a sostituire la classe operaia, che pur essendo poco pagata non era «competitiva», con i robot di verniciatura. Cinquant’anni dopo ho avuto l’opportunità di vivere come studioso di scenari la seconda fase di quella Rivoluzione, rivolta agli aspetti burocratici e gestionali del rarefatto mondo del business, che riguarderanno miliardi di ore di lavoro, questa volta effettuate in gran parte dalla classe patrizia, molto ben pagata, che ora possono essere svolte meglio e in poco tempo grazie all’Ia. Questa Rivoluzione potrebbe assumere dimensioni rilevanti, con profondi stravolgimenti culturali, sociologici e politici. Mi auguro che venga portata a termine, perché innovazione e progresso sono nel Dna umano e non possono essere contrastati: personalmente suggerisco di cavalcarli.
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Trevallion
Qualora gli sarà consentito, non prima di un mese, di riavere vicino i propri figli, i Trevallion non saranno più la famiglia del bosco ma una famiglia come le altre. Abiteranno in una casetta squadrata fornita dal Comune, manderanno i bambini al doposcuola, si dovranno scordare la vita silvestre con l’asinello e i cavalli: saranno vaccinati e normalizzati, anzi a dirla tutta lo sono già. La dignità della Repubblica è salva, i tre piccini non saranno più selvaggi allo stato brado ma aspiranti bravi cittadini, messi al sicuro lontano dalla foresta.
E mentre questa grande vittoria della civiltà si consuma senza che nessuno si opponga, molto lontano dalla bicocca di Palmoli, a Bergamo per la precisione, c’è un ragazzino per niente boschivo, con due genitori normalissimi, il bagno in casa, regolari vaccinazioni e regolarissima iscrizione alla scuola pubblica che tenta di ammazzare la sua professoressa di francese dopo essersi conciato come una specie di giustiziere della notte. Il minorenne in questione, 13 anni, non risulta vivesse con equini e somari, non andava per funghi tra le fronde, pare anche che si cambiasse di abito più di una volta la settimana. Di certo sapeva scrivere, e infatti ha pubblicato online un delirante manifesto in cui prometteva morte e distruzione. Sapeva anche usare il computer e i social network, tanto che ha pensato bene di trasmettere in diretta il suo attacco all’insegnante a colpi di coltello.
Certo, si potrebbe risolverla dicendo che il disagio e i perturbamenti dell’animo si possono annidare ovunque. Ma il caso bergamasco, a ben vedere, non è un unicum: è solo appena più estremo di altri. Nei giorni scorsi a Fondi, in provincia di Latina, un ragazzino di 14 anni ha accoltellato un altro ragazzo di 16 anni, fortunatamente limitandosi a ferirlo. Prima di essere fermato e consegnato ai servizi sociali ha fatto in tempo a vantarsi dell’impresa sui soliti social. A riguardo, la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio, Monica Sansoni, dice che «episodi come quello accaduto non possono essere letti come fatti isolati. Sono segnali che ci interrogano profondamente come comunità educante e come istituzioni. È necessario vigilare e monitorare in maniera adeguata i disagi giovanili, ma soprattutto intervenire con strumenti educativi, sociali e relazionali capaci di prevenire l’escalation della violenza».
Interroghiamoci pure, per carità. Ma oggi esprimersi sulla pericolosità dei social network è diventato perfino banale. Persino Barbara Berlusconi, ieri, commentava l’episodio di Bergamo sostenendo che servano limitazioni per i minori all’uso delle piattaforme online. Su Avvenire, un esperto molto celebrato come Alberto Pellai invece insisteva sulla dipendenza che tali piattaforme riescono a creare (del resto sono progettate appositamente per questo).
In giro per il mondo sono ormai parecchi gli Stati che hanno imposto restrizioni: Australia, Spagna, Danimarca, Norvegia. Tutto ciò per dire che sono noti e stranoti i problemi anche gravi causati dai dispositivi digitali e dall’uso costante e compulsivo della Rete. È studiata la dipendenza, è studiata l’ansia. Sono studiati l’isolamento sociale, il bullismo, i danni alla concentrazione, i problemi fisici e psichici, i danni causati al rendimento scolastico. Sappiamo tutto, e da anni. È persino difficile sostenere, alla luce delle conoscenze di cui disponiamo, che esista qualche valido motivo per lasciare lo smartphone in mano ai minorenni (sugli adulti meglio sorvolare). C’è pure qualche politico che tenta di porre un argine, il ministro Valditara almeno ci ha provato. Ma la realtà ci dice una cosa precisa: l’Italia perseguita una famiglia che vive nel bosco, toglie ai genitori bambini che stanno con gli animali e non hanno il telefono, e ignora tutti coloro che passano ore e ore sulla Rete, sprofondati negli schermi nella quotidiana normalità delle famiglie ordinarie.
Chiaro: poi si piange e ci si indigna per qualche giorno se l’ennesimo insospettabile accoltella e si riprende in diretta. Si dibatte per mesi sulla serie Adolescence e si sfornano tante bellissime teorie. Ma è tutta ipocrisia. Se volessimo realmente proteggere i minori dovremmo tenerli al riparo da social e dispositivi. Dovremmo sottrarli al mondo artificiale in cui crescono e rimetterli a contatto con la realtà, la terra e il creato. In questo quadro, la famiglia del bosco è un modello, magari perfettibile, ma comunque un modello. Lo stile di vita che i Trevallion hanno proposto ai loro figli è più sano, equilibrato e psicologicamente costruttivo di quello a cui sono sottoposti troppi minorenni italiani ed europei. Eppure loro sono perseguitati e rieducati, mentre i genitori che non riescono o non vogliono allontanare i figli dal tablet non hanno problemi.
Vero: il bosco può essere pieno di pericoli, ostile. Ma i mostri, quelli più pericolosi, stanno in città. Fra di noi.
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