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2018-11-14
La Cassazione infierisce su Bikkembergs. Il marchio, già distrutto dal fisco: «Chiederemo i danni al Mef»
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F.C. Bikkembergs Fossombrone
Persino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale.
Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali.
«In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono.
E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione.
In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni.
La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.
Alessandro Da Rold
Undici anni di calvario e non è ancora finita

L'avvocato Francesco Giuliani
«Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».
Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro.
La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006.
Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione.
Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza).
Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.
Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.
In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio.
Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante.
La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi
GiphyDai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrate
Il 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati.
Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste".
Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano.
Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci.
Giorgia Pacione Di Bello
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Nel 2007 la Guardia di finanza accusa l'azienda di aver evaso 130 milioni di euro. In realtà, i documenti che l'avrebbero scagionata sono scomparsi e rispuntati solo dopo quattro anni. L'avvocato Francesco Giuliani: «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato».Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo: «Non capisco l'interesse dell'Italia nel massacrare chi produce PIl: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo».Dai marchi del lusso ai colossi del Web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, fino a Gucci e Amazon.Lo speciale contiene tre articoliPersino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale. Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali. «In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono. E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione. In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="undici-anni-di-calvario-e-non-e-ancora-finita" data-post-id="2619671634" data-published-at="1776675984" data-use-pagination="False"> Undici anni di calvario e non è ancora finita L'avvocato Francesco Giuliani «Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro. La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006. Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione. Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza). Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio. Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-maggior-parte-dei-casi-si-conclude-con-accordi-transattivi" data-post-id="2619671634" data-published-at="1776675984" data-use-pagination="False"> La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi Giphy Dai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrateIl 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati. Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste". Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano. Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci. Giorgia Pacione Di Bello
JD Vance (Ansa)
Mentre la narrazione dei media alimenta costantemente i conflitti (e sì, disaccordi reali ci sono stati e ci saranno) la realtà è spesso molto più complicata» ha commentato aggiungendo: «Il Papa predica il Vangelo, come deve, questo inevitabilmente significa che offre le sue opinioni su questioni morali del momento. Il presidente e la sua intera amministrazione lavorano per applicare questi principi morali in un mondo nel caos. Lui sarà nelle nostre preghiere e spero che noi saremo nelle sue».
Leone aveva precisato che i suoi discorsi erano stati preparati prima delle parole di Trump e che quindi non dovevano essere interpretati «come se cercassi di dibattere nuovamente con il presidente Trump, cosa che non è nel mio interesse». Poi aveva precisato: «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me». Ma «gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha aggiunto facendo riferimento all’incontro di preghiera per la pace a Bamenda due giorni fa. «Quel discorso era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Oltre all’opportunità di discutere con il leader religioso più importante del mondo, per Trump c’è anche la questione del consenso. L’attacco al Papa non è piaciuto ai cattolici americani e il fatto che non abbia ancora chiesto scusa ancora meno. Ed è per questo probabilmente che il presidente Usa ha deciso di partecipare a una lettura pubblica della Bibbia nell’ambito del processo di integrazione della religione, in particolare del cristianesimo, nelle attività ufficiali dell’amministrazione. «Il 21 aprile, il presidente Trump leggerà le Sacre Scritture tramite un videomessaggio dallo Studio Ovale alle ore 18», hanno scritto gli organizzatori dell’evento dal titolo «L’America legge la Bibbia». La notizia secondo la Cnn è particolarmente significativa proprio considerato tutto quello che è successo con il Papa. Un modo per riavvicinarsi ma senza chiedere scusa. Il brano che leggerà dovrebbe contenere questo passaggio: «Se il mio popolo, che è chiamato con il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò la sua terra».
Nelle stesse ore prosegue la missione di Leone in Africa. Dopo un volo in elicottero da Luanda, in Angola, il Papa è giunto al santuario mariano di Muxima. Al suo arrivo all’eliporto è stato accolto da alcune autorità locali per recarsi al Santuario di Nossa Senhora per la preghiera del Santo Rosario accompagnato dal Vescovo di Viana, S.E. monsignor Emílio Sumbelelo. Davanti a lui 30.000 persone. Al termine della preghiera, il Pontefice ha reso omaggio alla Madonna con un’offerta di fiori prima di raggiungere il palco nella spianata. Nella vasta radura erano in migliaia ad attenderlo da giorni. Il Santuario un tempo era il luogo della tratta di schiavi. Costruito nel XVII secolo dai portoghesi e per anni, infatti, punto d’incontro per gli schiavi che venivano condotti verso la costa, per iniziare il loro viaggio senza ritorno nel continente americano.
Al mattino, a Kilamba, durante la messa della domenica mattina, Leone XIV ha lanciato un nuovo appello per la pace in Ucraina e in tutto il Medio Oriente.
«La tregua annunciata in Libano è motivo di speranza perché rappresenta un segnale di sollievo per il popolo libanese e per l’Oriente». Leone ha incoraggiato «coloro che sono impegnati nella ricerca di una soluzione diplomatica a proseguire il dialogo per la pace affinché si raggiunga la stabilità in tutto il Medio Oriente e rimanga permanente. Uniti a Dio ci sforziamo oggi ogni giorno di fare crescere i frutti dell’amore, dell’autentica giustizia e della pace al di là di tutti gli ostacoli e le difficoltà».
Parlando in portoghese, il Santo Padre ha chiesto anche la fine della corruzione in Angola, attraverso la guarigione della «piaga della corruzione». «Possiamo e vogliamo costruire un Paese in cui le antiche divisioni siano superate per sempre, in cui l’odio e la violenza scompaiano, in cui la piaga della corruzione sia sanata da una nuova cultura della giustizia e della condivisione».
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Il generale Paolo Capitini (Imagoeconomica)
Generale, in queste ore si parla di missione dei «Volenterosi» per stabilizzare il cessate fuoco tra Usa e Iran, prolungato di ulteriori 10 giorni da venerdì scorso. Di che intervento si tratterebbe?
«È una mossa politica dei Paesi colpiti dallo scacco nello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Uno slancio per tirare la palla in avanti, dopo il cessate il fuoco. Nella pratica si tratterebbe di una missione di sminamento condivisa dall’Europa. Un modo per mettere la bandiera e restare lì, in uno snodo mondiale cruciale. Però l’aspetto importante è rappresentato dal messaggio preciso che questi Paesi vogliono lanciare a chi tiene il mondo con il fiato sospeso attraverso la chiusura e riapertura dello stretto in base alla durata della tregua. Perché prima della guerra questa arma non era chiara, ora la minaccia del blocco è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Quindi è come se i Volenterosi volessero dire che l’Europa si propone come alternativa a chi ha generato questo casino. Francia e Germania faranno da garanti e chi lo sa che l’Europa possa diventare un interlocutore con l’Iran... Un’ipotesi che fa impazzire gli Usa. Anche dopo la prima guerra del Golfo ci fu lo sminamento e vi parteciparono tutti. Ma stiamo parlando di un orizzonte ancora lontano».
Netanyahu sarebbe scioccato dallo stop di Trump sul Libano. Sul campo ci sono differenze tra Israele, che non vuole cedere a ritiri immediati, e Stati Uniti che, invece, vorrebbero stabilizzare il fronte libanese per riaprire il dialogo con l’Iran. Queste due posizioni sono conciliabili?
«Quelle di Usa e Israele sono visioni opposte. Israele persegue una linea strategica ben definita ed è quella della distruzione delle realtà ancora ostili dopo aver costruito una pace con Egitto e Giordania, per esempio. A Netanyahu restavano da risolvere le questioni di Libia, Siria e Palestina: ha sciolto il problema dei palestinesi, lasciando una realtà fatta di tribù in Libano e Siria. Israele, inoltre, voleva un Iran inoffensivo, ma non per la bomba atomica. Israele punta alla distruzione dello Stato iraniano in toto, non soltanto del regime. Sa qual è il sogno della vita per Netanyahu? Un Iran smembrato in 40 staterelli. Ma Netanyahu sa che questo si può realizzare soltanto con una guerra tra l’Iran e l’America. Perché Israele da solo potrebbe reggere un conflitto al massimo per tre settimane, quindi porta avanti questa linea strategica con gli Usa. Gli Stati Uniti, invece, hanno una linea strategica opposta. Devono consolidare la loro egemonia in quell’area, addomesticando però gli Stati del Golfo. Stanno combattendo una guerra per conto terzi, con tutto quello che ciò comporta anche internamente. Penso a una parte dei repubblicani, i Maga, che non sono per niente soddisfatti. Gli Usa si trovano “masticati” tra il non potere dire di no a Israele per motivi storici e il costo che stanno pagando per questa guerra».
Cruciale lo stretto di Hormuz, sotto il controllo della Repubblica islamica. Gli americani hanno inviato altri 10.000 uomini, pronti a un possibile attacco. Sarebbero sufficienti?
«10.000 soldati sono il nulla, o meglio, per un’isoletta come quella di Karg lo sono: puoi conquistarla ma non tenerne il controllo a lungo. Operativamente un’operazione via terra con queste forze ha senso, ma tatticamente non serve a nulla. Gli iraniani sostengono di aver stimato in 270 miliardi i danni subiti. La vera richiesta emersa dai colloqui di Islamabad è: ridateci i soldi. Oppure, se non ci ridate i soldi, mettiamo un pedaggio su Hormuz. Gli americani non possono pagare e ammettere un pedaggio perché sarebbe l’ammissione di una sconfitta. In guerra paga sempre chi perde. Trump non può dare l’ok per un pedaggio perché vorrebbe dire cedere una delle più importanti vie d’acqua e non controllarla più. Gli Usa si sono messi in un collo di bottiglia ed è davvero difficile uscirne, a meno che non ammettano la sconfitta, l’errore. Ma qual è il valore che ha Hormuz in merito alle vie dell’acqua, quindi? Non soltanto la disobbedienza di uno Stato come l’Iran, ma la fine di una narrazione: quella degli Stati Uniti che dominano i mari. Basta uno sguardo al dislocamento delle basi americane nel mondo, sarebbe impensabile perdere un avamposto come Hormuz. Valeva anche per gli inglesi, un tempo, si pensi alla canzone dell’Ottocento, Britannia rules the navy…».
Quindi il problema sarebbe mantenere il controllo di quel lembo di terra?
«Le due principali vie d’acqua che collegano Mediterraneo e Atlantico sono Bab al Mandab, sotto il controllo degli Huthi, e Hormuz, oggi sotto il controllo dell’Iran. Se adesso si perde definitivamente anche il secondo, il Medio Oriente è pronto a controllare queste due vie e a tagliare fuori l’Europa. Quindi la sorveglianza delle due vie d’acqua è fondamentale».
Il piano dell’Europa, come anticipato dal Wall Street Journal, prevede la creazione di una coalizione internazionale con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza della navigazione nello Stretto una volta terminato il conflitto iraniano, senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Sarà possibile escludere Trump?
«Senza gli Stati Uniti non è possibile, perché, come dicevamo, per loro è vitale come l’aria che il mare sia soggetto direttamente al proprio controllo. Altrimenti non spenderebbero miliardi di dollari nella marina militare, per esempio per mantenere 11 portaerei. Loro sanno che in qualsiasi parte del mondo è necessario che siano loro a rispondere. Devono essere gli americani a decidere chi passa e chi no da uno stretto. Il problema è che questa guerra ha dimostrato che una piccola potenza come l’Iran può mettere in ginocchio una grande potenza come gli Usa».
Lo stesso Trump attacca l’Italia e ora anche la Nato per non aver messo a disposizione la base di Sigonella. Si tratta di un pretesto politico oppure era un nodo militare strategico per gli Usa?
«La Nato viene costantemente attaccata da circa un anno e mezzo da Trump e quindi l’ultima uscita non mi stupisce. Ma lui è azionista di maggioranza della Nato, non è che la Nato sia una cosa nuova, un ente che non conosceva e che si è ritrovato sulla sua strada. Permettetemi di dire che è come se Trump se la prendesse con se stesso».
Gli iraniani, in questo momento, sono in vantaggio in questa guerra?
«Iniziamo con il prendere questa guerra come il secondo round di un percorso più lungo. Prima c’è stata la guerra dei 12 giorni, che è stata interrotta perché sia Usa sia Israele avevano mal calibrato le risorse. Ora è iniziato il secondo round. Ma facciamo un bilancio: il famoso regime change non c’è stato, anzi, le vecchie cariatidi al potere sono state spazzate via dalle nuove leve, ayatollah ancora più giovani che, se facciamo una stima, possono reggere tranquillamente per i prossimi 35 anni. Altro che essere cancellati come Stato… Semmai con l’intervento americano è stato fatto un grande danno a una rivoluzione interna, depotenziandola. Ora, come reazione all’ingerenza occidentale, si sono compattati tutti per battere il nemico esterno. Se qualcuno degli iraniani non fosse stato edotto sulla vecchia retorica del grande Satana e piccolo Satana… ora sicuramente ne è a conoscenza! Forse oggi chi era in dubbio sullo scendere in piazza o meno, ha cambiato idea e a causa delle bombe sopra la propria testa pensa semplicemente che avesse ragione Khamenei».
Quali sono stati gli errori degli Usa che hanno portato la guerra a un passo dall’escalation mondiale?
«La guerra non si inizia senza sapere il punto di caduta: non sai qual è l’obiettivo politico. La guerra non si fa per distruggere cose ma per cambiare sistemi. Qui qualcosa è cambiato, ma in peggio: ci pensi, Hormuz viene riaperto dall’Iran in base alla tregua in Libano. Questo è molto pericoloso anche per Trump».
Trump chiedeva l’aiuto dell’Europa. Lei, generale, ha partecipato a missioni importanti come quella in Bosnia e Kosovo. In quel caso gli Usa erano entrati in azione pur non avendo incominciato la guerra. Non è la stessa cosa ma al contrario, oggi?
«Trump voleva assicurarsi che l’Iran non possedesse la bomba atomica, ma in realtà la Repubblica islamica la possiede già: si chiama Hormuz. L’amministrazione americana ha fatto una valutazione sbagliata, o meglio il presidente degli Usa ha preso la decisione sbagliata. Come disse Eisenhower a Marshall: il comando non è gloria, è solitudine organizzata in decisioni».
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Donald Trump (Ansa)
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è arrestato bruscamente dopo gli spari di sabato contro due navi commerciali, ma nelle ore successive emerge anche un primo segnale isolato che rompe il blocco. Secondo quanto riportato da Bbc Persian, la compagnia Tui Cruises ha annunciato che due proprie navi sono riuscite ad attraversare lo Stretto dopo aver ottenuto le autorizzazioni necessarie dalle autorità competenti. Le imbarcazioni, già prive di passeggeri perché rimpatriati in precedenza e con equipaggi ridotti, stanno ora navigando rapidamente verso il Mar Mediterraneo. Subito dopo l’attacco, però, la situazione è precipitata. I dati di Marine Traffic, citati da Cnn, indicano che la maggior parte delle navi presenti nell’area ha cambiato rotta, dirigendosi verso zone ritenute più sicure tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Il traffico nello Stretto risulta di fatto paralizzato: due petroliere, battenti bandiera del Botswana e dell’Angola, hanno tentato il passaggio ma sono state fermate dagli avvertimenti delle forze armate iraniane. Secondo l’agenzia Tasnim, le unità sono state costrette a invertire la rotta e a ritirarsi. L’episodio si inserisce nel quadro del blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran, che continua a condizionare pesantemente la navigazione in una delle principali arterie energetiche globali. Mentre sul mare la tensione resta altissima, sul piano militare emergono nuove valutazioni sulla capacità operativa iraniana. Un’analisi dell’intelligence statunitense, riportata dal New York Times, indica che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici e il 60% dei lanciatori, oltre al 40% dei droni. All’8 aprile, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Iran disponeva di circa la metà dei lanciatori. Da allora le forze iraniane hanno recuperato circa cento sistemi sepolti sotto le macerie dei raid americani e israeliani, riportando la capacità operativa al 60%. Le operazioni di recupero proseguono e potrebbero riportare l’arsenale al 70% dei livelli precedenti al conflitto.
Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian torna a rivendicare il «diritto del popolo iraniano» all’uso del nucleare. In dichiarazioni riportate da Al Jazeera, accusa Washington di voler negare diritti sovrani e sostiene che «Trump non ha il diritto di impedire all’Iran di beneficiare dei suoi diritti nucleari». Denuncia inoltre che gli attacchi hanno colpito infrastrutture civili, scuole e ospedali, affermando che «il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi».
Sul fronte opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la pressione. Annuncia un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, e accusa l’Iran di aver violato il cessate il fuoco. «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive», afferma, ribadendo che Washington sta offrendo «un accordo equo e ragionevole». Ma al tempo stesso alza il livello dello scontro: «Se non verrà accettato, gli Stati Uniti distruggeranno ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran».
La delegazione americana sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, dopo iniziali indicazioni contrastanti sulla guida della missione. Trump insiste sulla linea dura anche in un’intervista a Fox News: questa è «l’ultima possibilità» per Teheran di accettare un accordo di pace. Il presidente chiarisce che non intende ripetere «lo stesso errore» dell’ex presidente Barack Obama e avverte: «Se l’Iran non firma questo accordo, l’intero Paese verrà distrutto». Il tono si è fatto ancora più esplicito nel messaggio pubblicato sul social Truth: «No more Mr Nice Guy», basta fare il bravo ragazzo. Trump ha parlato di se stesso per spiegare che finora è stato «bravo», ma se Teheran non accetterà l’accordo «equo e ragionevole» degli Stati Uniti smetterà di esserlo e colpirà infrastrutture strategiche iraniane. Teheran ha replicato duramente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, definisce «illegale» il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, sostenendo che viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e la Carta delle Nazioni Unite. Secondo Baghaei si tratta di «un atto di aggressione» e di una «punizione collettiva» contro il popolo iraniano.
Nel frattempo si restringe ulteriormente lo spazio diplomatico. L’Iran, in serata, ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui di pace con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Irna, ripresa da Sky News, l’assenza di Teheran dai negoziati è dovuta alle «richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso». La sequenza degli eventi mostra una crisi in bilico tra tentativi isolati di ripresa del traffico e un’escalation politica e militare che rischia di bloccare definitivamente ogni spiraglio negoziale. In gioco non c’è solo il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo
La tregua fra Libano ed Israele sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità con continue violazioni da entrambe le parti. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz che ha annunciato che le Forze di Difesa israeliane hanno ricevuto ordine di ricorrere alla piena forza in Libano, in caso dovessero trovarsi di fronte ad una qualsiasi minaccia, fotografano in pieno la fragilità dell’accordo. Katz ha specificato di non fare nessuna differenza al fatto se sia ancora in atto il cessate il fuoco ed ha anche ribadito che l’esercito ha ricevuto l’ordine di demolire tutte le abitazioni dei villaggi vicino al confine con Israele, che fungevano da avamposti ad Hezbollah. Il premier Netanyahu, in un video pubblico, ha rivendicato come propria la decisione dello stop ai raid in Libano, cercando di dimostrare che non era stata imposto dall’amministrazione statunitense. Netanyahu ha comunque sottolineato la necessità della creazione di una zona di sicurezza nel Sud del Libano, ammettendo che il disarmo totale del movimento sciita resta lontano. Intanto la popolazione libanese sta lentamente ritornando nelle regioni meridionali e si sono formate lunghissime file di auto in direzione sud. Israele ha distrutto il ponte sul fiume Litani e l’esercito nazionale libanese, con l’aiuto dei civili, sta riempiendo il letto del fiume per consentire il passaggio ai profughi. Quella che Tel Aviv definisce come una politica di bonifica dell’area sul confine, sta intanto continuando e i comandanti militari dell’Idf hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che case civili, edifici pubblici e scuole ritenuti legati ad Hezbollah saranno comunque distrutti. Nell’area sono arrivati decine di mezzi pesanti, tra cui molti escavatori, con gli operai pagati in base al numero di edifici abbattuti. L’esercito israeliano, che per la prima volta ha pubblicato la mappa della loro nuova linea di schieramento all’interno del Libano, ha anche riportato la morte di un soldato, caduto in combattimento nell’estremo Sud del Libano, portando ad un totale di 15 militari morti dall’inizio dello scontro con il movimento sciita filo iraniano. In risposta alla morte del soldato, Israele ha colpito diversi obiettivi, nonostante la tregua ufficialmente resti in piedi. L’intelligence militare di Tel Aviv ha confermato che è stato Hezbollah ad aprire il fuoco contro le forze della missione delle Nazioni Unite Unifil, dove è rimasto uccisi il sergente maggiore dell’esercito francese Florian Montorio. Secondo gli israeliani un gruppo di miliziani di Hezbollah ha aperto il fuoco contro le forze onusiane impegnate a bonificare dalle mine la zona di Al-Ghandouriyah, uccidendo il sergente è ferendo altri tre membri del personale. Hezbollah ha immediatamente diramato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento e ha chiesto, per la prima volta, che una commissione dell’esercito nazionale apra un’inchiesta sul caso. Una dura condanna sull’attacco ai caschi blu è arrivata anche dall’Unione Europea che ha accusato Hezbollah dell’uccisione del militare francese e che ha invitato il Partito di Dio a disarmarsi e a porre fine immediatamente ai suoi attacchi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato personalmente a chiarire l’episodio, sottolineando ancora una volta il ruolo fondamentale delle Nazioni Unite nel cercare di mantenere la pace nel Paese dei cedri. Il premier libanese martedì sarà a Parigi per incontrare il presidente francese, un incontro fortemente voluto da Parigi che non vuole perdere la sua storica influenza sul Libano. La Francia, che per la prima volta non è stata coinvolta da Beirut in una sua trattativa di pace, ha subito accusato Hezbollah di aver teso una trappola ai militari.
Intanto Netanyahu ha chiesto di annullare la sua testimonianza al processo penale prevista per oggi per motivi di sicurezza e politici. La Procura di Stato ha respinto la richiesta, affermando che « l’imputato deve adeguare il calendario alle date di testimonianza stabilite dal tribunale».
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