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2018-11-14
La Cassazione infierisce su Bikkembergs. Il marchio, già distrutto dal fisco: «Chiederemo i danni al Mef»
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F.C. Bikkembergs Fossombrone
Persino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale.
Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali.
«In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono.
E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione.
In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni.
La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.
Alessandro Da Rold
Undici anni di calvario e non è ancora finita

L'avvocato Francesco Giuliani
«Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».
Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro.
La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006.
Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione.
Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza).
Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.
Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.
In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio.
Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante.
La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi
GiphyDai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrate
Il 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati.
Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste".
Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano.
Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci.
Giorgia Pacione Di Bello
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Nel 2007 la Guardia di finanza accusa l'azienda di aver evaso 130 milioni di euro. In realtà, i documenti che l'avrebbero scagionata sono scomparsi e rispuntati solo dopo quattro anni. L'avvocato Francesco Giuliani: «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato».Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo: «Non capisco l'interesse dell'Italia nel massacrare chi produce PIl: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo».Dai marchi del lusso ai colossi del Web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, fino a Gucci e Amazon.Lo speciale contiene tre articoliPersino Franz Kafka, l'autore del Processo, rimarrebbe di stucco nel sentirsi raccontare la vicenda Bikkermbergs, il marchio di moda e sport che è stato spazzato via dal nostro Paese per un'inchiesta della Guardia di finanza che ha mostrato un volto quasi fraudolento della giustizia fiscale in Italia. «Ora i miei clienti stanno valutando di fare ricorso contro lo Stato e noi faremo ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo e alla Commissione europea», spiega l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi & Associati) che ha seguito sin dal 2007 una vicenda che ha cancellato un'azienda straniera in Italia, per di più facendo perdere l'indotto a tutta la zona di Fossombrone, provincia di Pesaro, dove lo stilista tedesco Dirk Bikkembergs, cresciuto in Belgio, aveva investito persino nella squadra di calcio locale. Dal 2000 in Italia, nel 2004 Bikkembergs è un marchio di successo, riconosciuto a livello internazionale. Vanta diverse società nel mondo, quella lussemburghese commercializza, quella italiana produce con i nostri migliori artigiani delle Marche. Ma nel 2007 una verifica della Guardia di finanza dà inizio a un girone infernale, che non è ancora finito dopo una sentenza di assoluzione della Cassazione nel 2017 e un'altra sempre della Suprema corte che ha rideterminato la sanzione da 130 milioni di euro a 3. «In pratica in quell'anno la Guardia di finanza contesta a Bikkembergs un'evasione da 130 milioni» spiega l'avvocato Giuliani. «E' la stessa Guardia di finanza a chiedere l'ausilio del Lussemburgo. Viene attivata la mutua assistenza per verificare se la società controllante, "Iff S.a.r.l." , avesse o meno questa funzione di commercializzazione, perché la imputavano a quella italiana». Si tratta di una verifica puramente formale per la nostra giustizia, di dialogo tra due sistemi fiscali. «In pratica» dice Giuliani «la verifica di 11 pagine, che scopriremo solo quattro anni più tardi che era stata inviata, dimostrava che la commercializzazione avveniva solo in Lussemburgo». Quel documento però nel 2007 non salta fuori. «Può capitare, il Gran ducato può non avere risposto», aggiunge l'avvocato. Ma nel frattempo la sede italiana chiude i battenti, viene ceduto il marchio, vengono licenziati i lavoratori e pure la squadra di calcio in serie D viene abbandonata al suo destino. Ma gli avvocati non demordono. E nel 2011 per discutere le memorie dell'appello con gli avvocati lussemburghesi viene fuori un'altra storia. «Uno degli avvocati mi spiega di aver parlato con un suo amico all'agenzia delle entrate e di aver saputo che quel documento è stato effettivamente inviato. Ma che fine ha fatto?» si domanda Giuliani. In un Paese normale la Gdf avrebbe dovuto immediatamente dare comunicazione, ma così non è stato. «Allora noi andiamo a chiedere informalmente il documento. Magari c'è stato un ritardo di Poste italiane pensiamo. Andiamo alla Gdf e ci viene posto il segreto istruttorio. A questo punto facciamo ricorso al Tar per avere il documento. E il Tar ci dà ragione. Vengono condannati a dare il documento, ma non lo consegnano. Quindi tramite il giudizio di ottemperanza, il 2 agosto del 2011, finalmente il documento compare». Peccato però che siano passati già quattro anni e la possibile denuncia per omissioni in atti d'ufficio è già andata in prescrizione. In pratica, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Questa pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo. Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta. «La sentenza è poco chiara sull'applicazione dell'iva e ciò costituirà oggetto di ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo, ormai 4° grado di giudizio», conclude Giuliani.Alessandro Da Rold<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="undici-anni-di-calvario-e-non-e-ancora-finita" data-post-id="2619671634" data-published-at="1773242570" data-use-pagination="False"> Undici anni di calvario e non è ancora finita L'avvocato Francesco Giuliani «Eravamo un gruppo straniero che aveva deciso di produrre qui perché il made in Italy ha un valore enorme nel mondo. Abbiamo perso tutto, noi e chi lavorava per noi, per una considerazione sbagliata del fisco››, dichiarò Deirdre Margaret Domegan, manager del gruppo Bikkembergs e ceo della Iff s.a.r.l. dopo essere stata assolta in Cassazione nel 2014 per i presunti reati connessi alle violazioni tributarie. ‹‹La nostra storia può accadere ad altri», aggiunse. «Non vedo come lo Stato italiano abbia interesse a massacrare le aziende: senza le imprese non c'è lavoro e non c'è sviluppo. L'ufficio delle Entrate deve funzionare come un'azienda, dare dei servizi e far pagare i suoi clienti. Dev'essere una partnership, non quella situazione di conflitto che c'è in Italia e che non ho mai visto da nessun'altra parte».Tutto comincia nel 2007 con una verifica della Guardia di Finanza. I finanzieri ipotizzano che la società lussemburghese di commercializzazione dei prodotti dello stilista - la "Iff S.a.r.l." - svolga in realtà la propria attività in Italia, mediante una "stabile organizzazione" presso i locali della "22 srl", altra società del gruppo che si occupava invece soltanto della produzione dei capi di abbigliamento, in uno stabilimento a Fossombrone, cittadina vicino Pesaro. La verifica dà origine a numerosi avvisi di accertamento, emessi dall'Agenzia delle entrate di Fano, con i quali si chiede il pagamento - fra imposte e sanzioni - di circa 130 milioni di euro, per una presunta evasione compiuta negli anni 2002-2006. Dopo un primo giudizio sfavorevole da parte della Commissione tributaria provinciale di Pesaro, in appello il colpo di scena: subito prima della discussione emerge un documento ufficiale del fisco del Lussemburgo, che, rispondendo a una formale richiesta di scambio di informazioni fatta dalla Guardia di finanza italiana nel corso della verifica, aveva dichiarato e dimostrato che la "Iff S.a.r.l." svolgeva in Lussemburgo tutta l'attività di commercializzazione per il gruppo Bikkembergs, e che dunque non era configurabile alcuna ulteriore attività di tal genere svolta in Italia. Il legale di Bikkembergs, l'avvocato Francesco Giuliani (Studio Fantozzi& Associati), scopre che il documento, ricevuto dal fisco italiano prima dell'emissione degli avvisi di accertamento, era stato occultato e non depositato in giudizio, cosa che aveva causato l'esito negativo della prima sentenza. Una figuraccia di portata internazionale per il fisco italiano, ma anche una gravissima omissione. Non solo: a quel punto l'Agenzia delle entrate si oppone alla richiesta dei legali di Bikkembergs di prendere visione del documento lussemburghese, ma viene bocciata per ben due volte (in sede Tar e in quella di giudizio di ottemperanza). Finalmente, con la presa visione del documento il giudice d'appello ribalta la sentenza di primo grado pronunciando una sentenza estremamente favorevole per le società, asserendo la sussistenza di una stabile organizzazione per un periodo di tempo limitato (da maggio 2005 a novembre 2006) e riducendo la pretesa erariale da 130 milioni a circa 1,5 milioni di euro, dichiarando non dovute le sanzioni. L'attività svolta dalla stabile organizzazione sarebbe stata assimilabile a un'attività di raccolta ordini, e il reddito imponibile sarebbe stato pari al 5% del volume di vendite realizzato da Iff in un anno e mezzo. Tale pronuncia viene poi confermata dalla Cassazione, ma con un ennesimo rinvio della causa al giudice d'appello, che avrebbe dovuto accertare se il metodo di accertamento utilizzato – che non aveva tenuto conto delle evidenze contabili in possesso dell'amministrazione finanziaria, ma si era basato su una determinazione induttiva del reddito – fosse stato legittimo.Dopo l'ulteriore pronuncia della commissione regionale (che ha dichiarato non dovuti i circa 60 milioni di euro richiesti alla società di produzione "22 srl", che viene così estromessa in via definitiva dal giudizio), ad agosto è giunta la sentenza finale della Cassazione, che ha di fatto confermato quanto già deciso dalla prima sentenza della Commissione regionale, ma con l'aggiunta delle sanzioni, per cui il debito della società lussemburghese sarebbe ora non più di 130 milioni di euro, come inizialmente ipotizzato dal fisco italiano, ma pari solamente a 3 milioni. La Cassazione si pronuncia in modo ambiguo – per non dire incomprensibile – anche sull'Iva, che non si comprende se e su cosa andrebbe calcolata, atteso che l'attività accertata della presunta stabile organizzazione sarebbe, come detto, di servizi di agenzia resi mediante un server, ciò che è pacificamente escluso dal campo di applicazione dell'imposta.In ogni caso – ed è ciò che lascia maggiori perplessità – secondo la Suprema Corte, i gravissimi errori e gli occultamenti compiuti dall'Agenzie delle entrate durante la verifica fiscale e nelle successive fasi giudiziali non bastano ad annullare del tutto gli accertamenti fiscali, come aveva richiesto l'avvocato Giuliani, e come in un Paese civile sarebbe accaduto, con pesante condanna al risarcimento dei danni da parte dell'amministrazione finanziaria e il licenziamento in tronco dei responsabili di tale scempio. Una decisione assurda, che ora spingerà probabilmente Bikkembergs a presentare, non solo un ricorso di fronte alla Corte europea dei diritti dell'uomo per la violazione, fra le altre cose, del diritto a un processo equo, del diritto di stabilimento e del diritto di proprietà, ma anche una denuncia alla Commissione europea contro l'Italia, che ha ignorato l'informativa del fisco lussemburghese violando il principio di leale cooperazione tra gli Stati. Senza dimenticare la valutazione di una possibile causa di risarcimento del danno subito dalla società italiana "22 srl" risultata in via definitiva del tutto estranea a qualsivoglia pretesa tributaria, e che a seguito della scriteriata attività impositiva posta in essere è stata costretta, come detto, alla liquidazione, che ha comportato il licenziamento di dipendenti, nonché il crollo dell'indotto nel territorio circostante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/bikkembergs-come-il-fisco-ha-distrutto-unazienda-e-lindotto-in-italia-2619671634.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-maggior-parte-dei-casi-si-conclude-con-accordi-transattivi" data-post-id="2619671634" data-published-at="1773242570" data-use-pagination="False"> La maggior parte dei casi si conclude con accordi transattivi Giphy Dai marchi del lusso ai colossi del web, l'Agenzia delle entrate non risparmia nessuno. Si va da Armani, Ferragamo, Prada, Gucci ad Apple, Google ed Amazon. Nel corso degli anni sono dunque state aperte diversi indagini fiscali tutte incentrate su diversi casi di evasione da parte dei grandi gruppi. La maggior parte dei casi si sono conclusi con accordi con il fisco, mentre alcuni hanno visto sconfitta l'Agenzia delle entrateIl 10 gennaio 2014 l'Agenzia delle entrate comunica che il gruppo Prada ha pagato tutte le imposte dovute (470 milioni) e che non c'erano in corso ulteriori verifiche fiscali. L'indagine sul gruppo Prada è partita in seguito a degli accertamenti fatti dall'Agenzia delle entrate che contestava il non pagamento di quasi 500 milioni di euro in 10 anni. Il tutto ruotava sull'esterovestizione di Prada Holding, società che aveva sede legale ad Amsterdam. Il gruppo era dunque stato accusato di aver trasferito in Olanda e Lussemburgo le sedi principali per godere di agevolazioni fiscali, pur continuando a mantenere in Italia il cuore operativo. Il caso si conclude con il pagamento, da parte dei dirigenti del gruppo, degli arretrati. Tre mesi dopo Armani versa al fisco 270 milioni di euro, per pagare le imposte di tre società estere, che fanno parte del gruppo, tra il 2002 e il 2009. Proprio nel 2009, con il nuovo management, la direzione strategica e il domicilio fiscale furono spostati in Italia. Nell'ottica di riorganizzazione era stato dunque anche deciso di incorporare internamente la controllata con sede in Svizzera (GA Modefine S.A), che gestiva la commercializzazione estera dei prodotti di tutto il gruppo. Il fisco, venuto a conoscenza dell'operazione, ha però iniziato a ragione sulla nozione di residenza fiscale societaria. Secondo la Guardia di finanza le società estere del gruppo avrebbero dovuto avere il domicilio fiscale in Italia anche prima del 2009. Per evitare dunque ulteriori complicazioni, la società ha deciso di pagare 270 milioni di euro di imposte relative alle tre società estere. Sempre nel 2014 arriva una decisione inaspettata per le Autorità fiscali. La Cassazione ha infatti assolto Dolce e Gabbana dalle accuse di evasione fiscale. Decisione che cancella in un colpo solo sette anni di indagini in relazione alla cessione dei loro marchi ad una società lussemburghese. In Corte d'Appello i due stilisti erano stati condannati ad un anno e sei mesi per il reato di omessa dichiarazione dei redditi ai fine Ires e Iva per il periodo 2005 e 2006. Secondo la Cassazione non c'è stata nessuna evasione fiscale da parte degli stilisti e dunque sono assolti dato che "il fatto non sussiste". Il 2015 è l'anno della Apple. La filiale italiana ha infatti accettato di pagare 318 milioni di euro, per sanare un'evasione fiscale di 897 milioni di euro. Il caso Apple Italia ricalca molti escamotage fiscali usati da diverse multinazionali per cercare di pagare meno tasse al fisco locale. Sulla carta Apple Italia Srl era infatti una società di consulenza della irlandese Apples sales international. La società italiana avrebbe dovuto dunque svolgere solo attività di consulenza. Peccato che i venditori italiani avevano un'autonomia negoziale totale. Potevano infatti gestire l'intero ciclo di vendite, contrattare i prezzi con i clienti, decidere sconti e negoziare condizioni economiche e contrattuali. Secondo l'Agenzia delle entrate tra il 2008 e il 2014 la società avrebbe dunque realizzato vendite per 9,6 miliardi di euro, di cui 5,7 miliardi di cessioni intracomunitari e 3,9 miliardi di cessioni interne. Dati che secondo le autorità fiscali avrebbero determinato un'evasi per circa 897 milioni di euro. La società italiano dopo quattro anni di indagini ha dunque deciso di pagare 319 milioni per saldare il suo debito con il fisco italiano. Il 2017 è invece l'anno di Amazon, Google e Gucci. A maggio 2017 Google versa all'Agenzia delle entrate 306 milioni di euro, chiudendo così la lite fiscale per il periodo 2002-2015. Le indagini fiscali sono state condotte dalla Guardia di finanza e dalla Procura di Milano e hanno preso in considerazioni gli anni tra il 2009 e il 2013. Secondo le cifre annunciate da Alberto Zanardi, consigliere dell'ufficio parlamentare di bilancio, nel corso di un'audizione al Senato il 15 marzo 2017, i ricavi di Google Italia sono stati pari a 637 milioni di euro nel 2015. Sono però stati dichiarati al fisco solo 67 milioni di euro. Gli altri 570 sono stati fatturati in Irlanda. L'accordo con il Fisco ha dunque cercato di "riequilibrare" la situazione di ricavi dichiarati. Sempre nel 2017 Amazon sigla l'accordo con l'Agenzia delle entrate per 100 milioni di euro, per chiudere le controversie relative ai pagamenti tra il 2011 e il 2015. Anche in questo caso le indagini, e dunque la somma pagata riguarda Amazon Eu S.ar.l e Amazon Italia Services srl. Infine, l'ultima società finita nel mirino delle Autorità fiscali è Gucci, società del gruppo francese Kerimg. Le indagini avviate si basano dunque su un presunto caso di evasione fiscale di circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Lo schema sotto la lente d'ingrandimento sarebbe sempre lo stesso: la sede italiana sulla carta dovrebbe essere solo una società di appoggia ma nella realtà il vero lavoro, gli affari e le vendite si svolgono tutte in Italia. E la sede estera, che sulla carta dovrebbe essere quella operativa, nella realtà è il supporto della società italiana. Le indagini sono ancora in corso e al momento non ci sono aggiornamenti sul caso Gucci. Giorgia Pacione Di Bello
Elly Schlein (Ansa)
È bastata, però, la semplice iniziativa congiunta di Meloni, Macron, Merz e Starmer per costituire un coordinamento militare in difesa di Cipro per spostare il dibattito dalle polemiche sterili in salsa italiana. La sinistra italiana però si pone molto male: sempre attiva e pronta ad attaccare il governo, molto timida e arrancante quando deve fornire risposte convincenti alla soluzione della crisi. Enunciare il loro semplice mantra è facile: «Vogliamo la pace» (ma chi non la vorrebbe…). Ma purtroppo fare i conti con ciò che succede nel mondo è più complicato di una affermazione di volontà. Forse è venuto il momento di mettere a nudo le contraddizioni e le incoerenze della sinistra e del Pd sul loro modo di concepire la politica estera e sulla loro collocazione in Europa.
Riavvolgiamo il nastro. C’è un interrogativo al quale nessun capo di governo, nessuna commissaria europea ha voluto rispondere con chiarezza in questi giorni di guerra: perché l’Europa non sapeva nulla?
Si badi bene: questa non è una domanda tecnica sulle capacità dei servizi di intelligence. È una domanda politica sulla natura profonda dell’Unione europea come soggetto internazionale. Il 28 febbraio, mentre i caccia americani e israeliani aprivano le ostilità su Teheran, a Parigi, Berlino, Roma e Madrid i telefoni squillarono a cose fatte. Macron ha convocato d’urgenza il Consiglio di difesa francese dichiarando che la Francia non era stata «né informata né coinvolta». Tajani ha ammesso che Israele lo aveva chiamato «ad attacco già iniziato».
Nessuno in Europa è stato informato. Ma, come abbiamo visto, solo in Italia la polemica è stata forte contro il governo, da parte del cosiddetto «campo largo», con toni sprezzanti e irriverenti. La prima reazione dell’Unione europea è stata una dichiarazione congiunta di Von der Leyen e Costa che definiva gli sviluppi «molto preoccupanti» e invitava «tutte le parti a esercitare la massima moderazione». Non una parola sull’attacco. Non una valutazione giuridica. Non una posizione. Solo quando la risposta iraniana ha cominciato a colpire Dubai, Doha, Gerusalemme e poi la base britannica di Akrotiri a Cipro - territorio di uno Stato membro dell’Ue - Bruxelles ha trovato un tono più fermo. E lo ha trovato contro Teheran. Anche in questo caso è utile sottolineare che il premier Meloni non si sia mai spinto a fare dichiarazioni come quelle fatte dalla Von der Leyen o dalla Kallas, eppure in Italia ha ricevuto numerosi attacchi, per non avere una posizione, anche se ha sempre esplicitamente dichiarato che l’Italia non è in guerra e neppure intende entrarci.
La verità è che la frase di Macron - «né informati né coinvolti» - è destinata a restare nella storia come involontaria confessione di irrilevanza. Il presidente francese forse si aspettava di ricevere delle scuse da Washington, ma non sono giunte e non potevano arrivare. Quando gli Stati Uniti e Israele assumono il rischio diretto di un’azione militare ad altissima intensità, inevitabilmente restringono il circuito decisionale e finanche informativo al minimo indispensabile. L’Europa non ha il fisico per quel circuito: non si sono dimenticati di avvisarla perché erano distratti, ma hanno ritenuto di non farlo perché Bruxelles non dispone della leva militare, della coerenza politica né della volontà strategica necessarie per sedersi a quel tavolo. E piaccia o meno, in questo realistico quadro le valutazioni giuridiche lasciano il tempo che trovano.
L’Europa in questa crisi si è presentata al mondo spaccata in almeno quattro posture distinte, senza esprimere una posizione, se non le dichiarazioni della presidente della Commissione sopra richiamate o quelle della presidente del Parlamento europeo che ha persino cercato di giustificare l’attacco di Israele e Usa nel quadro del diritto internazionale. Ma non abbiamo sentito critiche dal Pd verso queste dichiarazioni. Il perché è presto detto. Troppo semplice criticare Roma anche se ha posizioni per nulla giustificatrici rispetto a quelle di Bruxelles. È una maniera di omettere che il Pd e il gruppo socialista europeo, del quale fa parte, sono nella maggioranza politica che sostiene sia Ursula che la Metsola. Se il Pd vuole essere coerente con le posizioni che ha assunto in Italia allora chieda ai socialisti europei di uscire da quella maggioranza politica e si ponga all’opposizione in Europa . Altrimenti è troppo facile tenere i piedi in due scarpe. Ma state pur certi che questo non avverrà perché sono troppe le posizioni di potere che dovrebbero abbandonare.
Un’ultima annotazione utile a comprendere la non credibilità del Pd e del «campo largo» è stata fornita dal dibattito parlamentare di qualche giorno fa e che pochissimi hanno sottolineato . Il Pd, intervenendo in Aula, ha chiesto a gran voce al governo di non concedere l’uso delle basi militari in Italia agli Usa in questa operazione. Il leader di Italia viva intervenendo al Senato ha invece detto che le basi devono essere concesse. Questo è il «campo largo». C’è da chiedersi in quali condizioni si troverebbe il nostro Paese se al governo ci fossero loro con queste posizioni inconciliabili su un tema così delicato come la politica estera. Sarebbe un disastro! Per questo è venuto forse il momento di far gettare la maschera a questa sinistra incoerente e priva di credibilità. A cominciare dalla discussione che si aprirà in Parlamento.
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Nel riquadro, il magistrato Gabriele Di Maio (Imagoeconomica)
Gabriele Di Maio, Magistrato tributario, già magistrato ordinario
«Sentiamo prima cosa dice il pm». Anni Novanta, siamo tutti seduti al tavolo della Camera di consiglio della Prima sezione penale del tribunale di Salerno. Il presidente della Sezione ha appena invitato l’avvocato a esporre le proprie argomentazioni difensive, ma questi, dopo avere pronunciato la frase appena citata, mi fissa e attende che parli prima io, vuole giustamente avere l’ultima parola dopo quella dell’accusa. Solo che io non sono il pm (il quale non si è presentato). Non sono più un pm da un paio di giorni. Mi sono trasferito dalla Procura al tribunale e sono stato «parcheggiato» provvisoriamente in quel collegio penale in attesa di una collocazione definitiva. Segue un silenzio imbarazzato, il presidente mi guarda, io guardo il presidente sperando chiarisca, ma non lo fa. Balbetto allora un «ehm… non faccio più il pm, ora faccio il giudice». L’avvocato capisce, mi lancia uno sguardo e continua il suo lavoro. Solo uno sguardo. Non una protesta, una critica, un commento negativo. Solo uno sguardo. Uno sguardo che non saprei definire esattamente, ma nel quale intravedo chiaramente la delusione, la composta disapprovazione, lo sconforto. Uno sguardo che mi fa avvertire che c’è qualcosa di stonato, che non mi trovo nel posto giusto, che mi fa sentire a disagio.
Un disagio che mi spingerà subito a chiedere, ottenendolo, di essere collocato in un settore diverso, anche se ciò mi costringerà a buttare via un bagaglio penalistico costruito in anni di studi e lavoro per affrontare un’impegnativa riconversione in un ambito del tutto nuovo. Ecco, è stato quello il giorno in cui ho iniziato a comprendere l’importanza della separazione tra giudice e pm e le esigenze di civiltà giuridica che la rendono preferibile.
Vi sono aspetti apparentemente minimali, ma che possono costituire potenti espressioni di civiltà giuridica, e lo si comprende al volo. Avere fatto scendere il pm dal banco del giudice a quello di fianco al difensore dell’imputato non è stato un insignificante cambiamento di seduta; è stato un rappresentare con evidenza il cambiamento da un rito inquisitorio nato in un regime illiberale a un processo caratterizzato dalla parità delle parti, poste di fronte a un giudice terzo come ora imposto dall’articolo 111 della Costituzione. È qualcosa che si comprende appunto già a uno sguardo.
Ebbene, la riforma è - insieme ad altre cose non meno importanti - il logico e coerente completamento di questo stesso percorso avviato con l’introduzione del rito accusatorio, come volevano Giuliano Vassalli e Giovanni Falcone. Un nuovo assetto che si può giustificare con molteplici, pregevoli argomenti giuridici, come quelli fondati sull’articolo 111 o sul punto 10 delle «Guidelines on the Role of prosecutors» dell’Onu del 1990 (dove si legge che «l’ufficio del pubblico ministero deve essere rigorosamente separato dalle funzioni del giudice»). Come pure evidenziandone gli apprezzabili vantaggi funzionali (ad esempio, molto meglio che sia un giudice a valutare la validità dell’organizzazione di un tribunale civile piuttosto che un pm tale a vita e che nulla conosce di detta organizzazione).
Un assetto che, in realtà, non è nemmeno contrastato da alcun valido argomento contrario, posto che resta ferma l’indipendenza della magistratura (anzi rafforzata sia sul versante esterno che quello interno) e vengono mantenuti tutti i poteri giudiziari, nonché di autogoverno in mano a maggioranze togate. Un assetto che, tuttavia, a monte di tutto questo, non dovrebbe avere bisogno nemmeno di particolari giustificazioni, perché riassumibili in sole due parole. Quelle di un avvocato il quale, intervenendo in una delle tante interminabili disquisizioni giuridiche di questi giorni sul tema, ha semplicemente scritto: «È una questione di civiltà giuridica». Qualcosa che si dovrebbe quindi capire di per sé. Qualcosa che non può non spingerci a differenziarci da quelle poche dittature che ancora hanno un assetto di unicità di carriere e ad avvicinarci alle grandi democrazie occidentali con separazione delle carriere. Qualcosa che ci fa intuire che il pm e il giudice, a partire da quello delle indagini preliminari, non possono stare nella stessa squadra. Come ha ora affermato anche Antonio Di Pietro, sulla base della sua nota esperienza. Già solo per una questione riassumibile in due parole: civiltà giuridica.
Però la riforma non si occupa solo della separazione delle carriere, ma anche della giustizia disciplinare. Ricordo perfettamente il giorno in cui ho compreso che non funzionava. È stato il giorno nel quale mi sono trovato a difendere davanti alla Sezione disciplinare del Csm un magistrato che era entrato in contrasto organizzativo con il presidente del tribunale in modo un po' «vivace». E il presidente (ovviamente nominato con il «placet» correntizio) se l’era legata al dito e aveva sollecitato l’apertura del procedimento disciplinare. Io avevo consigliato al collega di farsi difendere, come si usa, da un maggiorente correntizio, ma il mio consiglio non era stato ascoltato. Difatti, nella sala di attesa, i difensori degli altri incolpati erano per lo più noti «big» delle correnti, sembrava di stare a un congresso dell’Associazione nazionale magistrati. Difensori che non presentavano una parcella in denaro al «cliente», ma al momento giusto gli avrebbero chiesto il voto. Un voto a vantaggio della stessa corrente alla quale apparteneva il giudice disciplinare. Giudice che aveva nominato, come membro del Csm, il presidente «offeso». Credo sia inutile raccontare come sia andata a finire. Un giudice-amministratore, quindi, che giudica chi lo ha eletto o ne ha contrastato l’elezione, con inopportune contiguità «ambientali». Un giudice assolutamente al di fuori del modello imposto dall’articolo 111 e che finalmente la riforma rende autonomo e conforme a Costituzione.
Più arduo è individuare il giorno nel quale ho compreso le distorsioni del correntismo, con la conseguente necessità di un sorteggio per i membri del Csm. È stato quando ho visto preferire a Falcone (e a tanti altri bravi magistrati meno noti) candidati assolutamente non alla stessa altezza per logiche di potere correntizio? O quando è risultato impraticabile, e addirittura rischioso, tentare di ottenere dal Csm un intervento sulle disfunzioni organizzative create da dirigenti nominati con queste logiche non meritocratiche? È stato quando ho visto colleghi stimatissimi abbattersi umiliati perché gli era stato negato l’approdo in Cassazione concesso ad altri di non superiore valore? O quella volta che un magistrato validissimo mi confidò che il magistrato che gli aveva soffiato il posto di dirigente gli aveva detto di essere consapevole di essergli stato preferito ingiustamente solo per meriti correntizi? È stato quando Luca Palamara si presentò trionfante come rappresentante degli «anticorpi del sistema» con sul piatto la testa di pm allontanati dalle indagini scomode che stavano conducendo? Difficile dirlo.
È una consapevolezza maturata lentamente solo nel corso di anni. Sì, perché il sistema correntizio non si presenta al neo magistrato con la sua vera faccia. Lo accoglie (lo «educa») con i suoi uomini più brillanti che ne diventano presto dei riferimenti dei quali fidarsi. Gli offre aiuto e protezione. Gli fa capire che può essere «uno di loro» e fare il loro stesso cammino. Se mostra di meritarsele, gli assegna anche le cosiddette «medagliette», incarichi che renderanno più facile prevalere su altri. Poi inizia a presentargli i conti. Il voto, ovviamente. La partecipazione alle iniziative di partito. Perché le correnti sono dei veri e propri partiti in miniatura, con ben note connotazioni ideologiche. E poi tutto quello che può essere funzionale alla corrente. Fino a formare i «Palamara» di turno che ne costituiranno la casta dirigente superiore. Se fai notare che ci sono cose che non vanno, il sistema ti risponde che la colpa è sempre di quelli delle altre correnti cattive. Se non ti schieri, sarai superato dagli schierati e non potrai nemmeno pensare di accedere a determinati incarichi. Se ti schieri contro... vi lascio immaginare. Le vicende di Clementina Forleo o di Alfredo Robledo sono indicative.
Allora, finalmente, capisci. Che è un sistema malato e inaccettabile, il quale non si cura solo cacciando Palamara. Un sistema fondato sulla ricerca e il mantenimento di un consenso elettorale che non può che privilegiare logiche di appartenenza a discapito del principio costituzionale di imparzialità e sfornare a ripetizione i Palamara che le applichino. Quelle stesse logiche che, come ha affermato il presidente Sergio Mattarella, dovrebbero, invece, essere, appunto per dettato costituzionale, estranee all’ordine giudiziario. La riforma, con il sorteggio, espelle queste logiche dall’autogoverno e ci offre imparzialità e meritocrazia, senza più attendere le vergognose quadre spartitorie, a tutto vantaggio della funzionalità degli uffici e quindi dei cittadini che a essi si rivolgono per avere giustizia.
Io ho lottato strenuamente per cambiare questo sistema, a un certo punto anche assumendo incarichi di corrente e di autogoverno. Ma ho capito che non era possibile cambiarlo e che era semmai il sistema che avrebbe potuto cambiare me. Prima che accadesse, ho allora deciso di lasciare l’Anm, con intuibili costi. Era il marzo del 2006, 20 anni fa, molto prima delle vicende giudiziarie di Palamara. Almeno per non essere complice di quel sistema. E, da un paio di anni, sono transitato in altra magistratura, scelta dolorosa che, una volta, per me sarebbe stata impensabile, ma coerente con la mia presa di distanza.
La speranza è che i cittadini, ai quali questo referendum ne offre ora la possibilità, scelgano il cambiamento che né io, né altri magistrati come me, siamo riusciti a ottenere benché sia un sistema indifendibile e che una potentissima casta correntizia della quale la magistratura è ostaggio difende essenzialmente con fandonie e scorrettezze.
Ora siete voi il giudice. Mi auguro che la vostra decisione sia un Sì.
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Gli eurodeputati di Fratelli d'Italia e del gruppo European Conservatives and Reformists Group formano un grande «Sì» umano nel cortile del Parlamento europeo di Strasburgo. Carlo Fidanza: «La riforma allinea l’Italia all’Europa». Nicola Procaccini: «Occasione che non avremo per generazioni».
Nel cortile interno del Parlamento europeo di Strasburgo, tra le arcate della torre circolare dell’edificio Louise Weiss, un gruppo di eurodeputati ha formato con i propri corpi una grande scritta «Sì». È il flashmob organizzato oggi da Fratelli d'Italia insieme ai rappresentanti del gruppo European Conservatives and Reformists Group a sostegno del referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo.
L’iniziativa si è svolta nell’Agora Bronislaw Geremek, lo spazio ovale all’interno dell’Eurocamera, dove gli eurodeputati hanno alzato cartelli con la scritta «Sì, Riforma», componendo simbolicamente la parola che richiama il voto favorevole al quesito referendario.
Secondo il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, il voto rappresenta un passaggio importante per avvicinare l’Italia agli standard europei. «Il Sì alla riforma della giustizia ci allinea all’Europa», ha dichiarato, sottolineando che nella maggior parte dei Paesi membri dell’Unione – 25 su 27 – è già prevista la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. Un modello che, secondo Fidanza, consentirebbe di rafforzare anche il principio di terzietà e imparzialità del giudice, già sancito dai trattati europei. Sulla stessa linea anche Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr a Bruxelles. Procaccini ha definito il referendum «un’occasione che non avremmo più per generazioni», parlando della possibilità di separare i ruoli tra chi accusa e chi giudica e di superare l’influenza delle correnti interne alla magistratura.
L’azione simbolica a Strasburgo arriva a pochi giorni dal voto referendario e si inserisce nella campagna politica che il partito sta portando avanti a sostegno della riforma della giustizia.
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Ordinanze giudiziarie, bimbi costretti allo choc di essere allontanati dai genitori e ora emergono anche incongruenze tra le perizie delle Asl. «Un'immagine metaforica di un fallimento istituzionale». Così lo psichiatra Tonino Cantelmi descrive l'allontanamento forzato di Catherine dai suoi figli.