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2023-11-01
Il possibile patto Biden-repubblicani sacrifica gli aiuti Usa all’Ucraina
Mike Johnson (Ansa)
Secondo una certa vulgata, il nuovo speaker della Camera statunitense, Mike Johnson, risulterebbe un estremista isolazionista, pronto a mettere i bastoni tra le ruote a Joe Biden soprattutto sulla questione del sostegno all’Ucraina. A prima vista, le cose sembrerebbero stare così. Lo speaker ha reso noto di voler disaccoppiare gli aiuti a Israele da quelli a Kiev: una posizione che, oltre a irritare il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha di fatto contraddetto il recente appello, avanzato da Biden, volto a tenere collegata l’assistenza militare israeliana a quella ucraina. Eppure Johnson e la Casa Bianca sull’Ucraina potrebbero essere più vicini di quanto sembra: un’ipotesi, questa, che potrebbe avere qualche fondamento.
«Non possiamo permettere a Vladimir Putin di prevalere in Ucraina perché non credo che si fermerebbe lì», ha detto lo Speaker giovedì, per poi aggiungere: «Abbiamo però una responsabilità, una responsabilità di gestione del prezioso denaro del popolo americano». «Vogliamo responsabilità e obiettivi chiari da parte della Casa Bianca», ha proseguito. A ben vedere, si tratta di una tesi non poi così distante da quella del suo predecessore. L’ex Speaker, Kevin McCarthy, non aveva messo in discussione l’invio di armi a Kiev. Aveva però criticato la politica dell’«assegno in bianco», chiedendo inoltre che la Casa Bianca inserisse il sostegno militare all’Ucraina all’interno di una strategia chiara, oltreché caratterizzata da obiettivi misurabili.
E attenzione: la razionalizzazione delle spese per Kiev non è una fissazione soltanto del Gop. Il 2 ottobre, Politico ha rivelato l’esistenza di un documento sensibile del governo americano, secondo cui «i funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente». La stessa testata riferì anche che la Casa Bianca starebbe considerando di subordinare gli aiuti non militari all’adozione di energiche riforme anticorruzione da parte di Kiev. «L’impegno dell’amministrazione Biden a sostenere l’esercito ucraino rimane immutato. Ma i funzionari hanno recentemente chiarito che altre forme di aiuto statunitense sono potenzialmente in pericolo, se l’Ucraina non fa di più per affrontare la corruzione», riportò la Cnn il 3 ottobre. Non va d’altronde trascurato che i conservatori americani sono da tempo critici verso l’assistenza di natura non militare che gli Usa hanno finora fornito all’Ucraina: quell’assistenza non militare che, secondo il Council on Foreign Relations, vale al momento il 39% del supporto statunitense complessivo (3,9 miliardi di dollari in aiuti umanitari e 26 miliardi in aiuti finanziari). Senza trascurare che Biden è in campagna elettorale per la riconferma e che, a inizio ottobre, un sondaggio Ipsos ha registrato un calo del sostegno dei cittadini americani verso l’invio di armamenti all’Ucraina.
Ebbene, quando a fine settembre McCarthy raggiunse un accordo parlamentare con i dem per evitare lo shutdown, Biden si lasciò scappare di aver stretto con lui un’altra intesa dietro le quinte sull’Ucraina. Nonostante l’assenza di ulteriori informazioni, quelle parole furono citate dal deputato repubblicano Matt Gaetz tra i pretesti per avviare la mozione di destituzione, che avrebbe poi portato al siluramento di McCarthy il 3 ottobre. Va da sé che, se esisteva un accordo sull’Ucraina tra l’allora Speaker e Biden, un possibile punto di caduta avrebbe potuto essere proprio quello di un taglio agli aiuti civili e di una razionalizzazione di quelli militari. Una serie di elementi che rispecchiano la posizione espressa giovedì da Johnson.
Non è quindi escludibile che sia sotterraneamente in corso un complicato minuetto politico. Biden ha probabilmente intenzione di razionalizzare gli aiuti a Kiev ma vuole dare a intendere di farlo obtorto collo e a causa delle negoziazioni con la Camera repubblicana. Johnson, dal canto suo, deve tenere insieme due esigenze contrastanti: schivare le accuse di isolazionismo e tenere a bada eventuali fronde alla sua destra (anche perché il Gop gode di una maggioranza risicata alla Camera). È forse anche per questo che lo Speaker ha dato il suo endorsement all’indagine per impeachment, avviata a settembre dal predecessore, ai danni del presidente. Probabilmente sempre in quest’ottica va letta la sua richiesta di spacchettamento degli aiuti israeliani da quelli ucraini e l’idea di finanziare i primi attraverso un taglio ai fondi stanziati per l’Agenzia delle entrate americana (una proposta, quest’ultima, che è stata duramente criticata dalla Casa Bianca).
Sull’Ucraina, Biden deve salvaguardare la propria credibilità internazionale e tenere al contempo conto degli umori elettorali. Johnson, dal canto suo, punta a ridurre l’onere per i contribuenti americani e a chiedere una strategia più chiara alla Casa Bianca. In tal senso, entrambi sembrano propensi, sul dossier ucraino, a tagliare gli aiuti civili e a razionalizzare quelli militari, senza però arrivare a bloccare questi ultimi. La ragione è presto detta. Sul tavolo non c’è solo il duello geopolitico con l’asse sino-russo, ma anche la necessità di tutelare l’industria americana della Difesa. Venerdì, Reuters ha riportato che i principali appaltatori del Pentagono, tra cui Lockheed Martin e General Dynamics, hanno visto aumentare considerevolmente le proprie entrate grazie all’invio di armi in Ucraina. Del resto, proprio l’industria della Difesa, al di là di stantii tic veteromarxisti, è considerata parte essenziale della sicurezza nazionale statunitense. Non a caso, la sua tutela gode da sempre di un consenso bipartisan a Washington: un altro aspetto su cui potrebbe basarsi l’eventuale convergenza tra Biden e Johnson.
Gli oligarchi fanno causa alla Ue
Avrebbero dovuto mettere in difficoltà gli oligarchi russi colpendo al cuore le finanze dei sostenitori di Vladimir Putin, invece si stanno rivelando un boomerang. Il congelamento dei beni tenuti in Europa dal gotha russo, infatti, si è tramutato in un flop. Non solo gli oligarchi non hanno esercitato alcuna pressione sul Cremlino, come invece si aspettava la Ue, ma hanno concentrato tutti i loro sforzi nelle battaglie legali per sottrarsi alle sanzioni. E al momento con esiti positivi. La madre del defunto fondatore della compagnia Wagner, Evghenij, la ultra ottantenne Violetta Prigozhina, ha fatto ricorso presso la Corte di giustizia Ue contro le sanzioni e ha vinto con la motivazione che la relazione parentale non può giustificare le restrizioni. Una situazione simile a quella di Nikita Mazepin, pilota di Formula 1, anche lui nel mirino perché figlio di un imprenditore chimico a sua volta sotto sanzioni. La Corte gli ha dato ragione ed è stato riammesso alle gare. Un altro caso, riportato dal Sole24Ore, è quello di Alisher Usmanov, uno dei maggiori imprenditori russi con attività nella metallurgia e nelle telecomunicazioni. Le autorità tedesche gli hanno sequestrato il mega yacht Dilbar ad Amburgo e il miliardario ha fatto ricorso alla Corte costituzionale di Karlsruhe. Intanto un tribunale di Francoforte ha stabilito l’illegittimità delle perquisizioni di beni a lui attribuiti in Germania. Sono esempi di come il meccanismo delle sanzioni fa acqua e presto sui 1.800 nomi (1.600 persone fisiche e 200 entità), inseriti nella lista della Ue e colpiti in vario modo dalle restrizioni, si potrebbero aprire altrettante cause. Aleksandr Shulgin, ex amministratore delegato di Ozon, imprenditore dell’e-commerce nazionale, accusato di essere un grande contribuente delle finanze russe, quindi sostenitore della guerra, ha fatto ricorso alla Corte di giustizia ed è riuscito a farsi cancellare dalla blacklist dei sanzionati. In Italia la mappa dei tesori congelati ai «paperoni russi» è ampia. Secondo una ricostruzione effettuata dal Consorzio europeo di giornalismo con Domani, sono stati sequestrati otto tra yacht e imbarcazioni varie, cinque aerei, otto aziende, una scultura e un centinaio di immobili, tra cui 38 ville. Senza considerare oltre 100.000 metri quadrati di terreni, qualche decina di auto di lusso, alcuni macchinari industriali e centinaia di migliaia di euro depositati su conti correnti. Valore: oltre 2 miliardi di euro. Complessivamente sono il 10% dei beni russi confiscati in Europa. Nella mappa compaiono una proprietà a Cagliari (valore 1,2 milioni di euro) intestata a Musa Bazhaev, imprenditore minerario; un complesso immobiliare (1,6 milioni) a Savona, riconducibile al parlamentare Rifat Shaykhutdinov; una villa (520.000 euro) a Formia di Svetlana Balanova, capo del maggiore gruppo editoriale russo, National Media Group. Poi immobili (valore di 3,6 milioni) in Costa Smeralda e il 50% della Aurora 31 Srl, società proprietaria dell’omonimo albergo a Roma, vicino via Veneto, tutti riconducibili allo storico amico di Putin, Boris Rotenberg, azionista della Gazprom Drilling, ma intestate alla società cipriota Logotax Developments Limited. I beni più preziosi in lista sono due yacht, SY A e Scheherazade, del valore, insieme, di oltre un miliardo di euro. La lista delle imbarcazioni di lusso è lunga: c’è il Lena, 50 milioni di euro, il Lady M, 65 milioni, il D2, quasi 3 milioni di euro. Poi mega ville sui laghi lombardi, nella riviera ligure e in Sardegna. Su questi beni potrebbero scattare cause legali facili da vincere, anche perché in molti casi la proprietà non è diretta ma si nasconde dietro una o più società straniere, spesso in Paesi che tutelano la segretezza societaria. E mentre entrano in gioco gli avvocati, lo Stato paga. Secondo una valutazione di Bloomberg, la manutenzione degli yacht confiscati costa 40 milioni di dollari all’anno.
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Si parla tanto di uno scontro frontale tra il nuovo speaker di destra e il presidente. Ma dietro le quinte i due stanno lavorando a un’intesa per non dare più soldi a pioggia a Kiev, piagata dalla corruzione. I «paperoni» russi hanno presentato ricorso contro il sequestro dei loro beni in Europa. Adesso anche l’Italia potrebbe essere colpita dall’effetto boomerang delle sanzioni. Lo speciale contiene due articoli.Secondo una certa vulgata, il nuovo speaker della Camera statunitense, Mike Johnson, risulterebbe un estremista isolazionista, pronto a mettere i bastoni tra le ruote a Joe Biden soprattutto sulla questione del sostegno all’Ucraina. A prima vista, le cose sembrerebbero stare così. Lo speaker ha reso noto di voler disaccoppiare gli aiuti a Israele da quelli a Kiev: una posizione che, oltre a irritare il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha di fatto contraddetto il recente appello, avanzato da Biden, volto a tenere collegata l’assistenza militare israeliana a quella ucraina. Eppure Johnson e la Casa Bianca sull’Ucraina potrebbero essere più vicini di quanto sembra: un’ipotesi, questa, che potrebbe avere qualche fondamento. «Non possiamo permettere a Vladimir Putin di prevalere in Ucraina perché non credo che si fermerebbe lì», ha detto lo Speaker giovedì, per poi aggiungere: «Abbiamo però una responsabilità, una responsabilità di gestione del prezioso denaro del popolo americano». «Vogliamo responsabilità e obiettivi chiari da parte della Casa Bianca», ha proseguito. A ben vedere, si tratta di una tesi non poi così distante da quella del suo predecessore. L’ex Speaker, Kevin McCarthy, non aveva messo in discussione l’invio di armi a Kiev. Aveva però criticato la politica dell’«assegno in bianco», chiedendo inoltre che la Casa Bianca inserisse il sostegno militare all’Ucraina all’interno di una strategia chiara, oltreché caratterizzata da obiettivi misurabili. E attenzione: la razionalizzazione delle spese per Kiev non è una fissazione soltanto del Gop. Il 2 ottobre, Politico ha rivelato l’esistenza di un documento sensibile del governo americano, secondo cui «i funzionari dell’amministrazione Biden sono molto più preoccupati per la corruzione in Ucraina di quanto ammettano pubblicamente». La stessa testata riferì anche che la Casa Bianca starebbe considerando di subordinare gli aiuti non militari all’adozione di energiche riforme anticorruzione da parte di Kiev. «L’impegno dell’amministrazione Biden a sostenere l’esercito ucraino rimane immutato. Ma i funzionari hanno recentemente chiarito che altre forme di aiuto statunitense sono potenzialmente in pericolo, se l’Ucraina non fa di più per affrontare la corruzione», riportò la Cnn il 3 ottobre. Non va d’altronde trascurato che i conservatori americani sono da tempo critici verso l’assistenza di natura non militare che gli Usa hanno finora fornito all’Ucraina: quell’assistenza non militare che, secondo il Council on Foreign Relations, vale al momento il 39% del supporto statunitense complessivo (3,9 miliardi di dollari in aiuti umanitari e 26 miliardi in aiuti finanziari). Senza trascurare che Biden è in campagna elettorale per la riconferma e che, a inizio ottobre, un sondaggio Ipsos ha registrato un calo del sostegno dei cittadini americani verso l’invio di armamenti all’Ucraina. Ebbene, quando a fine settembre McCarthy raggiunse un accordo parlamentare con i dem per evitare lo shutdown, Biden si lasciò scappare di aver stretto con lui un’altra intesa dietro le quinte sull’Ucraina. Nonostante l’assenza di ulteriori informazioni, quelle parole furono citate dal deputato repubblicano Matt Gaetz tra i pretesti per avviare la mozione di destituzione, che avrebbe poi portato al siluramento di McCarthy il 3 ottobre. Va da sé che, se esisteva un accordo sull’Ucraina tra l’allora Speaker e Biden, un possibile punto di caduta avrebbe potuto essere proprio quello di un taglio agli aiuti civili e di una razionalizzazione di quelli militari. Una serie di elementi che rispecchiano la posizione espressa giovedì da Johnson.Non è quindi escludibile che sia sotterraneamente in corso un complicato minuetto politico. Biden ha probabilmente intenzione di razionalizzare gli aiuti a Kiev ma vuole dare a intendere di farlo obtorto collo e a causa delle negoziazioni con la Camera repubblicana. Johnson, dal canto suo, deve tenere insieme due esigenze contrastanti: schivare le accuse di isolazionismo e tenere a bada eventuali fronde alla sua destra (anche perché il Gop gode di una maggioranza risicata alla Camera). È forse anche per questo che lo Speaker ha dato il suo endorsement all’indagine per impeachment, avviata a settembre dal predecessore, ai danni del presidente. Probabilmente sempre in quest’ottica va letta la sua richiesta di spacchettamento degli aiuti israeliani da quelli ucraini e l’idea di finanziare i primi attraverso un taglio ai fondi stanziati per l’Agenzia delle entrate americana (una proposta, quest’ultima, che è stata duramente criticata dalla Casa Bianca). Sull’Ucraina, Biden deve salvaguardare la propria credibilità internazionale e tenere al contempo conto degli umori elettorali. Johnson, dal canto suo, punta a ridurre l’onere per i contribuenti americani e a chiedere una strategia più chiara alla Casa Bianca. In tal senso, entrambi sembrano propensi, sul dossier ucraino, a tagliare gli aiuti civili e a razionalizzare quelli militari, senza però arrivare a bloccare questi ultimi. La ragione è presto detta. Sul tavolo non c’è solo il duello geopolitico con l’asse sino-russo, ma anche la necessità di tutelare l’industria americana della Difesa. Venerdì, Reuters ha riportato che i principali appaltatori del Pentagono, tra cui Lockheed Martin e General Dynamics, hanno visto aumentare considerevolmente le proprie entrate grazie all’invio di armi in Ucraina. Del resto, proprio l’industria della Difesa, al di là di stantii tic veteromarxisti, è considerata parte essenziale della sicurezza nazionale statunitense. Non a caso, la sua tutela gode da sempre di un consenso bipartisan a Washington: un altro aspetto su cui potrebbe basarsi l’eventuale convergenza tra Biden e Johnson.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-repubblicani-sacrifica-aiuti-allucraina-2666113150.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-oligarchi-fanno-causa-alla-ue" data-post-id="2666113150" data-published-at="1698834767" data-use-pagination="False"> Gli oligarchi fanno causa alla Ue Avrebbero dovuto mettere in difficoltà gli oligarchi russi colpendo al cuore le finanze dei sostenitori di Vladimir Putin, invece si stanno rivelando un boomerang. Il congelamento dei beni tenuti in Europa dal gotha russo, infatti, si è tramutato in un flop. Non solo gli oligarchi non hanno esercitato alcuna pressione sul Cremlino, come invece si aspettava la Ue, ma hanno concentrato tutti i loro sforzi nelle battaglie legali per sottrarsi alle sanzioni. E al momento con esiti positivi. La madre del defunto fondatore della compagnia Wagner, Evghenij, la ultra ottantenne Violetta Prigozhina, ha fatto ricorso presso la Corte di giustizia Ue contro le sanzioni e ha vinto con la motivazione che la relazione parentale non può giustificare le restrizioni. Una situazione simile a quella di Nikita Mazepin, pilota di Formula 1, anche lui nel mirino perché figlio di un imprenditore chimico a sua volta sotto sanzioni. La Corte gli ha dato ragione ed è stato riammesso alle gare. Un altro caso, riportato dal Sole24Ore, è quello di Alisher Usmanov, uno dei maggiori imprenditori russi con attività nella metallurgia e nelle telecomunicazioni. Le autorità tedesche gli hanno sequestrato il mega yacht Dilbar ad Amburgo e il miliardario ha fatto ricorso alla Corte costituzionale di Karlsruhe. Intanto un tribunale di Francoforte ha stabilito l’illegittimità delle perquisizioni di beni a lui attribuiti in Germania. Sono esempi di come il meccanismo delle sanzioni fa acqua e presto sui 1.800 nomi (1.600 persone fisiche e 200 entità), inseriti nella lista della Ue e colpiti in vario modo dalle restrizioni, si potrebbero aprire altrettante cause. Aleksandr Shulgin, ex amministratore delegato di Ozon, imprenditore dell’e-commerce nazionale, accusato di essere un grande contribuente delle finanze russe, quindi sostenitore della guerra, ha fatto ricorso alla Corte di giustizia ed è riuscito a farsi cancellare dalla blacklist dei sanzionati. In Italia la mappa dei tesori congelati ai «paperoni russi» è ampia. Secondo una ricostruzione effettuata dal Consorzio europeo di giornalismo con Domani, sono stati sequestrati otto tra yacht e imbarcazioni varie, cinque aerei, otto aziende, una scultura e un centinaio di immobili, tra cui 38 ville. Senza considerare oltre 100.000 metri quadrati di terreni, qualche decina di auto di lusso, alcuni macchinari industriali e centinaia di migliaia di euro depositati su conti correnti. Valore: oltre 2 miliardi di euro. Complessivamente sono il 10% dei beni russi confiscati in Europa. Nella mappa compaiono una proprietà a Cagliari (valore 1,2 milioni di euro) intestata a Musa Bazhaev, imprenditore minerario; un complesso immobiliare (1,6 milioni) a Savona, riconducibile al parlamentare Rifat Shaykhutdinov; una villa (520.000 euro) a Formia di Svetlana Balanova, capo del maggiore gruppo editoriale russo, National Media Group. Poi immobili (valore di 3,6 milioni) in Costa Smeralda e il 50% della Aurora 31 Srl, società proprietaria dell’omonimo albergo a Roma, vicino via Veneto, tutti riconducibili allo storico amico di Putin, Boris Rotenberg, azionista della Gazprom Drilling, ma intestate alla società cipriota Logotax Developments Limited. I beni più preziosi in lista sono due yacht, SY A e Scheherazade, del valore, insieme, di oltre un miliardo di euro. La lista delle imbarcazioni di lusso è lunga: c’è il Lena, 50 milioni di euro, il Lady M, 65 milioni, il D2, quasi 3 milioni di euro. Poi mega ville sui laghi lombardi, nella riviera ligure e in Sardegna. Su questi beni potrebbero scattare cause legali facili da vincere, anche perché in molti casi la proprietà non è diretta ma si nasconde dietro una o più società straniere, spesso in Paesi che tutelano la segretezza societaria. E mentre entrano in gioco gli avvocati, lo Stato paga. Secondo una valutazione di Bloomberg, la manutenzione degli yacht confiscati costa 40 milioni di dollari all’anno.
La ripartizione dei fondi del Southern Poverty Law Center (Getty Images)
Scusi lei è del Ku Klux Klan? E vuole ritirarsi? Ma come si permette? E lei pure? Ma siete matti? Se voi vi ritirate noi come facciamo a vivere? Immaginiamo lo sgomento per gli attivisti della Ong antirazzista e buonista di Montgomery, in Alabama, di fronte a quei due uomini che volevano deporre cappuccio e tunica bianca. In un attimo hanno visto svanire ricche offerte e donazioni, un business da milioni di dollari. Se quelli del Ku Klux Klan si arrendono saremo ridotti sul lastrico, devono aver pensato i sedicenti nemici del Ku Klux Klan. I professionisti dell’antirazzismo, si sa, hanno bisogno del razzismo per sopravvivere. E così in mancanza di meglio, ecco l’idea geniale e l’offerta indecente: se non vi ritirate vi paghiamo noi. Affare fatto. «1.200 dollari al mese per continuare a essere membri del Ku Klux Klan». Veri razzisti in nome dell’antirazzismo.
Così i due incappucciati hanno ritrovato lo smalto cattivo di un tempo, grazie ovviamente ai soldi dei «buoni». I quali «buoni» non contenti di finanziare due membri del Ku Klux Klan (in codice chiamati F31 e F32), hanno finanziato anche: la pubblicazione di «materiale razzista», altra «letteratura estremista», le manifestazioni suprematiste, i «motociclisti sadici», il Gran Mago del Ku Klux Klan, la creazione di nuove sezioni del Ku Klux Klan, ma soprattutto (badate bene) l’acquisto di tuniche bianche e cappucci per i membri del Ku Klux Klan nonché «il rogo delle croci» del Ku Klux Klan con relativa fornitura di «legna e carburante». Non è straordinario? Il rogo delle croci finanziato dalla Ong antirazzista, legna e carburante compresi. L’antirazzismo è un sentimento che infiamma, si sa. Ma mai avremmo pensato che sarebbe arrivato ad un passo dall’infiammare le case dei neri.
Che ci volete fare? Io lo dico da un pezzo: attenti ai buoni. «Quando ci si dichiara solidali con gli altri in genere è per prendergli qualcosa», diceva Vilfredo Pareto. Ed Ennio Flaiano aggiungeva: «Tutti quelli che rubano, devono far mostra di amare il prossimo e di temere Iddio». Ora, per stare al passo con il tempo, tutti quelli che rubano devono anche mostrarsi antirazzisti. La Ong Splc (Southern poverty law center) di Montgomery in Alabama è infatti sotto accusa per frode, false dichiarazioni e cospirazione finalizzata al riciclaggio di denaro. In pratica chiedeva offerte per combattere il razzismo e con quel denaro invece finanziava i razzisti. Per altro non poco: secondo gli inquirenti dal 2014 al 2023 avrebbe versato nelle casse del Ku Klux Klan la bellezza di 3 milioni di dollari. Tutti soldi dei donatori, che si sono così trasformati in finanziatori dell’estremismo a loro insaputa. Poveretti: pensavano fosse amore invece era il rogo di una croce…
La Ong Splc, per altro, era l’emblema dei buoni in eterna lotta contro i cattivi. Sul suo sito c’erano parole durissime contro il Ku Klux Klan, «antico e famigerato gruppo di odio», pronto ad attaccare non solo gli afroamericani ma anche «ebrei, immigrati e membri della comunità Lgbtq+». Ovviamente, tutta colpa di Donald: «l’agenda anti-immigrazione e anti-diversità dell’amministrazione Trump» rende «l’impero invisibile» del male incappucciato ancora più preoccupante, scrivono infatti i buonisti. E avvertono: guai a «liquidarlo come una reliquia». Le tuniche bianche, infatti, hanno ricominciato «a distribuire volantini e reclutare nuovi membri». Informazione assai precise, in effetti: il Ku Klux Klan ha ricominciato a distribuire volantini e a reclutare nuovi membri, come sostiene l’Ong antirazzista. Peccato che l’abbia fatto con i soldi dell’Ong antirazzista. Da lei finanziato e incoraggiato. Altrimenti, si capisce: se il Ku Klux Klan non si dimostra attivo e pericoloso, chi è che fa donazioni ai gruppi anti Ku Klux Klan? La tattica un filo spregiudicata ha dato però frutti abbondanti: fra il 2010 e il 2023 le entrate di Splc sono infatti aumentate da 38,7 a 129 milioni di dollari. Una crescita del 233%. Poi dici che questi buonisti non sanno difendere i valori…
Forse i valori morali non sono pari ai valori economici, ma pazienza. Di fronte alle nuove e circostanziate accuse del Dipartimento americano della giustizia, la Ong buonista infatti non ha fatto un plissé. Anzi, ha mandato avanti i suoi avvocati per protestare contro la fuga di notizie. «Come è possibile che i giornalisti abbiano avuto una copia non firmata e non timbrata dell’atto d’accusa?», si sono chiesti, manco fossero iper garantisti del Parlamento italiano. L’ufficio del Procuratore del distretto dell’Alabama non ha risposto, per ora. Ma appare evidente che la fuga di notizie, per quanto grave, è pur sempre meno grave delle notizie che sono fuggite. E cioè che un’organizzazione antirazzista ha finanziato con 3 milioni di euro i razzisti del Ku Klux Klan per poter continuare a incassare più donazioni fregando i donatori. E oserei dire che la fuga delle notizie è un bene, in questo caso, altrimenti oggi tante persone perbene continuerebbero a dare soldi a Splc, convinti di finanziare un’opera buona, mentre invece stanno finanziando i motociclisti sadici e il rogo delle croce, legna e combustibile compresi. Piuttosto: siamo sicuri che questo metodo non sia applicato anche da altre associazioni buoniste? Urge indagare. L’allarmismo rende, il business è grande. E si sa che non sempre i ricchi, in nome dell’antirazzismo, fanno donazioni. Ma di sicuro, in nome dell’antirazzismo, le donazioni fanno i ricchi.
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Il premier britannico Keir Starmer (Ansa)
Una morte brutale, che scatenò proteste che dilagarono da Minneapolis a tutti gli States, prima pacifiche e poi violente, organizzate dal movimento Black lives matter, represse assai a fatica dalle forze dell’ordine. Alla Casa Bianca c’era Donald Trump.
Le due vicende sono accomunate da un elemento agghiacciante: sia Nowak che Floyd sono morti sussurrando la frase «I can’t breathe», «non posso respirare», mentre un agente di polizia gli schiaccia il collo con un ginocchio. Le analogie, però, finiscono qui: Floyd fu effettivamente assassinato dall’agente di polizia Derek Chauvin, che lo tenne immobilizzato premendogli sul collo il ginocchio per nove minuti, ammanettato. La polizia era intervenuta su chiamata di un negoziante, che riteneva che Floyd gli avesse rifilato una banconota da 20 dollari falsa per acquistare le sigarette. Chauvin è stato condannato a 22 anni e mezzo di carcere per omicidio colposo di secondo grado e a 21 anni per aver violato i diritti civili di Floyd.
Henry Nowak, invece, non è stato ucciso, lo scorso dicembre, dal ginocchio dell’agente di polizia, premuto sul suo collo (agente che alla implorazione di Nowak, che gli dice di essere stato accoltellato, risponde: «Non credo proprio, amico»). Era stato infatti colpito a morte, poco prima dell’arrivo degli agenti, dal ventitreenne sikh Vickrum Digwa. Condannato pochi giorni fa all’ergastolo, alla polizia aveva detto di essere stato aggredito per motivi razzisti da Nowak: gli agenti gli avevano creduto, prima di rendersi conto della realtà dei fatti. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha scrito su X: «Henry Nowak è morto nello stesso modo in cui muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui e accusato di crimini d'odio che non aveva commesso. Il suo omicidio è tanto tragico quanto esecrabile». A mostrare al mondo intero la diversa reazione di Starmer rispetto ai due casi è stato Elon Musk, che su X ha pubblicato alcuni video, rilanciando un post dell’account End wokeness: «Starmer su Henry Nowak: non sfruttate questa situazione a fini politici», si legge nel testo. E poi: «Starmer su George Floyd», e i video del premier britannico dopo l’omicidio di Minneapolis. «Non posso fermarmi dall’esprimere choc e rabbia», diceva Starmer, «per la morte di George Floyd. L’omicidio di Floyd ha acceso i riflettori sul razzismo che devono subire le persone di colore negli Stati Uniti e non solo, compreso il Regno Unito. Sono sorpreso che il primo ministro non ha ancora detto niente su questo, ma spero che la prossima volta che parlerà col presidente Trump di quanto accaduto». Poi, altro video: «Come voi», dice Starmer, «sono scioccato e arrabbiato per l’omicidio di George Floyd. E la risposta del presidente Trump e delle autorità americane alle proteste pacifiche della gente che chiede giustamente giustizia sono state un affronto all’umanità. È stato acceso un faro su razzismo, discriminazione, sperimentato dalle minoranze nere e dalle comunità etniche negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in tutto il mondo».
Manco a dirlo, nel 2020, il primo ministro britannico era Boris Johnson, e Starmer era all’opposizione. L’attuale inquilino di Downing Street si arrabbia pure, accusando Musk di «fomentare divisioni».
Intanto, dalla Gran Bretagna emerge un altro caso di presunto «razzismo» al contrario. Lo rivela il Telegraph, che intervista Emma Webber, la madre di Barnaby, ucciso da Valdo Calocane, un uomo di colore originario della Guinea Bissau affetto da schizofrenia paranoica nel 2023. Barnaby, 19 anni, fu accoltellato a morte con la sua amica e coetanea Grace O’Malley-Kumar e con il sessantacinquenne Ian Coates a Nottingham. L’assassino cercò anche di ammazzare altre tre persone, investendole con un van, senza riuscirci. Valdo Calocane, scrive il Telegraph, era stato internato quattro volte prima di uccidere Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates.
Le testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta hanno dimostrato che nonostante Calocane avesse precedenti di mancata aderenza terapeutica (mancata assunzione dei farmaci) e di comportamenti violenti, il personale dei servizi di salute mentale si era affidato prevalentemente a contatti telefonici anziché a incontri di persona, adducendo come motivazioni problemi con l’auto e le restrizioni legate al Covid. È stato infine dimesso dai servizi di salute mentale con una schizofrenia non trattata nel settembre 2022, nove mesi prima che ammazzasse tre persone. L’inchiesta ha anche appurato che nel 2020, a seguito di un episodio di violenza, gli esperti di salute mentale avevano deciso di non sottoporre Calocane a trattamento coatto dopo aver preso in considerazione studi secondo cui i giovani uomini di colore erano sovrarappresentati in stato di detenzione.
Una delle ammissioni più scioccanti emerse dall’inchiesta è stata la scoperta di un fascicolo della polizia inviato da un detective veterano nel dicembre 2023, in cui si concludeva che Calocane, nonostante soffrisse di psicosi, era effettivamente in possesso delle sue facoltà mentali e consapevole delle proprie azioni. Nell’inchiesta è emerso che questo fascicolo era stato inserito nell’archivio MG6D, una cartella nascosta per le prove inutilizzate solitamente riservata al materiale più sensibile, prove relative a operazioni antiterrorismo o alla sicurezza nazionale, per esempio. Le famiglie delle vittime di Calocane hanno concluso che questa informazione è stata nascosta perché minava la decisione del Crown prosecution service di accettare una dichiarazione di omicidio colposo. Ma Emma Webber e i familiari delle altre vittime non si arrendono.
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Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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