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2024-08-21
Biden esce umiliato anche dalla Convention
Joe Biden (Ansa)
La melassa mediatica a reti unificate vi sta ripetendo che la Convention dem in corso a Chicago è bellissima, che il Partito democratico è unito attorno a Kamala Harris e che Joe Biden è uno statista, fattosi generosamente da parte per il bene del partito stesso. Tutto molto interessante. Peccato però che omettano di raccontarvi l’altra faccia della medaglia.
Sì, perché, al di là della retorica, il primo giorno di Convention ha di fatto cercato di cancellare ciò che non può essere cancellato: vale a dire l’estrema opacità con cui Biden è stato silurato e meccanicamente sostituito dalla sua vice. Non a caso, il discorso, che il presidente ha tenuto l’altro ieri sera, commuovendosi, si è rivelato un capolavoro di incoerenza. «Ricordo di essere stato troppo giovane per il Senato perché non avevo ancora 30 anni, e troppo vecchio per rimanere presidente», ha dichiarato. Per poi aggiungere: «Tutti questi discorsi su quanto sono arrabbiato con tutte le persone che hanno detto che avrei dovuto ritirarmi non sono veri». Eppure, il 24 luglio scorso, parlando per la prima volta dopo l’annuncio del proprio addio elettorale, aveva affermato: «Credo che il mio curriculum da presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero tutti un secondo mandato». Era invece l’8 luglio, quando Biden aveva inviato una lettera ai parlamentari dem, in cui si rifiutava di fare un passo indietro, rivendicando di aver vinto le primarie con 14 milioni di voti. «Come possiamo sostenere la democrazia nella nostra nazione se la ignoriamo nel nostro stesso partito?», aveva scritto polemicamente. Del resto, è stato lo stesso Biden, dieci giorni fa, ad ammettere alla Cbs di aver subito pressioni interne per mollare. E, guarda caso, pur avendo parlato l’altro ieri alla Convention, non vi parteciperà più, evitando di essere presente soprattutto domani sera, quando la Harris pronuncerà il discorso di accettazione della nomination.
Insomma, è ben difficile che le parole proferite lunedì dal presidente riescano a mascherare l’opacità della sua sostituzione con la Harris: stridono infatti chiaramente con le affermazioni che lui stesso ha fatto fino a pochi giorni fa. Come se non bastasse, alcuni fedelissimi di Biden non hanno gradito che il suo discorso, originariamente previsto in prima serata, sia stato fatto slittare a notte fonda. Quello andato in scena lunedì non è stato quindi un «passaggio del testimone»: è stata semmai l’umiliazione di un uomo anziano e in lacrime, sconfitto da una manovra di palazzo del suo stesso partito, in barba al voto di 14 milioni di persone. Quella di Biden lunedì è stata, in altre parole, una pantomima a cui neanche lui credeva.
Del resto, basta dare un occhio ai principali oratori della Convention dem per rendersi conto di chi comanda davvero nell’Asinello: lunedì ha parlato Hillary Clinton, mentre ieri ha fatto altrettanto Barack Obama. Oggi sono inoltre attesi gli interventi di Bill Clinton e Nancy Pelosi. Parliamo dei soliti nomi che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nel Partito democratico. Alle primarie dem del 2016, i sostenitori di Bernie Sanders lamentarono favoritismi pro Clinton. Quattro anni dopo, Biden vinse la nomination contro lo stesso Sanders, anche perché si era mosso dietro le quinte per aiutarlo. L’ex presidente dem, che secondo Politico non nutriva grande stima per il suo vice di un tempo, voleva innanzitutto fermare il senatore del Vermont, pensando che la presidenza Biden sarebbe stata di «transizione». Quello che non aveva previsto è stata la resistenza dei familiari del presidente, che ha portato allo scontro sotterraneo degli scorsi mesi.
Ma non è tutto. La Convention dem sta anche certificando le spaccature in seno alla sinistra americana. Alcuni delegati pro Pal del Minnesota hanno protestato, dando le spalle a Biden, mentre parlava. In secondo luogo, gli estremisti filopalestinesi hanno tenuto delle manifestazioni a Chicago. In particolare, l’altro ieri si è registrato un corteo di varie migliaia di persone (20.000 secondo gli organizzatori, 6.000 per la polizia): nell’occasione, una parte dei dimostranti ha abbattuto una recinzione di sicurezza, spingendo le forze dell’ordine a intervenire. Almeno quattro persone sono finite in manette, mentre altre due erano già state arrestate domenica. Queste proteste dimostrano il fallimento della strategia della Harris che, per settimane, ha cercato di blandire i radicali pro Pal: prima ha evitato di partecipare al discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, poi ha scelto come vice Tim Walz, preferendolo al più in gamba Josh Shapiro, storicamente inviso ai filopalestinesi. Nonostante questo appeasement, la Harris non solo non è riuscita a evitare le manifestazioni a Chicago, ma si è anche ritrovata contestata dai pro Pal in Arizona e Michigan. Non una buona notizia per la vicepresidente, visto che a novembre i filopalestinesi potrebbero risultare decisivi in Stati in bilico, come la Georgia e lo stesso Michigan. Il Partito dem continua a dare sfoggio di unità. Ma gli scricchiolii si stanno facendo sempre più numerosi. E attenzione: lunedì Chauncey McLean, presidente del Super Pac pro Harris future forward, ha ammesso che, per la candidata dem, i sondaggi riservati «sono molto meno rosei» di quelli pubblici.
La Clinton fissa le priorità dei dem: «Kamala ripristinerà l’aborto»
«Kamala si preoccupa dei bambini e delle famiglie, si preoccupa dell’America. E sì, ripristinerà i diritti all’aborto in tutto il Paese». Hillary Clinton, tornata sul palco della Convention nazionale democratica otto anni dopo aver accettato la nomination presidenziale del suo partito, ha parlato in sostegno della Harris e dell’interruzione di gravidanza. «Abbiamo entrambe iniziato come giovani avvocati aiutando bambini abusati e trascurati», ha ricordato l’ex candidata. «Quel tipo di lavoro cambia una persona. Quei bambini ti restano dentro. Kamala porta con sé le speranze di ogni bambino che ha protetto, di ogni famiglia che ha aiutato, di ogni comunità che ha servito. Quindi, come presidente, ci sosterrà e sarà una combattente per noi».
Non certo combatterà per il diritto dei bambini di venire al mondo. Le due democratiche condividono decenni di lotta pro aborto e di appoggio a Planned parenthood, presente per due giorni a Chicago con una clinica mobile che ha offerto gratuitamente pillola abortiva e vasectomia. Nel giugno del 2016, dopo aver ricevuto la nomination, la ex first lady e segretario di Stato tenne un discorso ai componenti dell’Action fund (Ppaf) della multinazionale dell’aborto affermando: «Sono orgogliosa di sostenere Planned parenthood da molto tempo. E come presidente, vi sosterrò sempre».
Aggiunse: «Perché so che da un secolo lavorate per garantire che le donne, gli uomini e i giovani che contano su di voi possano vivere la loro vita migliore: in salute, in sicurezza e liberi di seguire i loro sogni». Sogni di completo egoismo, appunto, avulsi da ogni senso del dovere, della responsabilità, del rispetto per l’essere umano. La Clinton promise: «Non ci limiteremo a rompere quel soffitto di cristallo più alto e più duro. Abbatteremo tutte le barriere che frenano le donne e le famiglie».
Sempre in quell’occasione disse: «Voglio ringraziare la mia amica e la vostra coraggiosa leader, Cecile Richards», allora presidente di Planned parenthood, incarico che lasciò nel 2018 dopo 12 anni al comando della multinazionale dell’aborto. Durante il suo mandato, il colosso della «salute femminile» praticò 3,5 milioni aborti grazie a fondi pubblici milionari.
La Clinton, che nel 2005 assieme alla senatrice Patty Murray aveva bloccato la conferma di Lester M. Crawford a commissario della Fda perché indugiava a rendere disponibile senza ricetta il contraccettivo di emergenza, noto anche come Piano B, tenne a precisare che Cecile «è davvero come un’altra grande americana, sua madre, Ann Richards (ex governatrice del Texas, ndr) che era una mia amica. Vorrei solo che Ann fosse qui a vedere queste elezioni».
La figlia maggiore di Cecile, Lily Adams, divenne la direttrice delle comunicazioni della campagna presidenziale del 2016 della Clinton e nel 2019 entrò nell’ufficio dell’allora senatrice statunitense Kamala Harris. Di recente è stata vice segretario assistente principale presso l’ufficio Affari pubblici del tesoro. Se la candidata dem venisse eletta, nel suo team è data per certa la presenza della Adams come direttore della comunicazione.
Quando nel 2015 scoppiò lo scandalo dei video girati dagli attivisti pro life David Daleiden e Sandra Merritt, in cui si vedono manager Planned parenthood discutere di vendita di organi fetali, dopo aborti dove l’unica attenzione era quella di avere tessuti «freschi e intatti», l’allora procuratore generale della California, Kamala Harris, «scelse di concentrare la sua indagine su Daleiden e i suoi soci piuttosto che su Planned parenthood, scrisse Lifenews.
E la Clinton, in un’intervista rilasciata al New Hampshire Union Leader prese sì le distanze. «Ho visto le foto e ovviamente le trovo inquietanti», ma si è affrettò a ribadire il suo supporto all’organizzazione: «Planned parenthood per più di un secolo ha fatto un ottimo lavoro per le donne».
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All’evento dell’Asinello il presidente sceglie frasi di circostanza: «Non è vero che sono arrabbiato». Ma dopo il siluramento la ferita è aperta e lo slittamento del discorso a notte fonda è l’ennesimo sgarro. I pro Pal gli danno le spalle e «Sleepy Joe» se ne va in lacrime.L’ex first lady Hillary Clinton sostiene Planned parenthood, coinvolta nello scandalo degli organi fetali.Lo speciale contiene due articoli.La melassa mediatica a reti unificate vi sta ripetendo che la Convention dem in corso a Chicago è bellissima, che il Partito democratico è unito attorno a Kamala Harris e che Joe Biden è uno statista, fattosi generosamente da parte per il bene del partito stesso. Tutto molto interessante. Peccato però che omettano di raccontarvi l’altra faccia della medaglia. Sì, perché, al di là della retorica, il primo giorno di Convention ha di fatto cercato di cancellare ciò che non può essere cancellato: vale a dire l’estrema opacità con cui Biden è stato silurato e meccanicamente sostituito dalla sua vice. Non a caso, il discorso, che il presidente ha tenuto l’altro ieri sera, commuovendosi, si è rivelato un capolavoro di incoerenza. «Ricordo di essere stato troppo giovane per il Senato perché non avevo ancora 30 anni, e troppo vecchio per rimanere presidente», ha dichiarato. Per poi aggiungere: «Tutti questi discorsi su quanto sono arrabbiato con tutte le persone che hanno detto che avrei dovuto ritirarmi non sono veri». Eppure, il 24 luglio scorso, parlando per la prima volta dopo l’annuncio del proprio addio elettorale, aveva affermato: «Credo che il mio curriculum da presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero tutti un secondo mandato». Era invece l’8 luglio, quando Biden aveva inviato una lettera ai parlamentari dem, in cui si rifiutava di fare un passo indietro, rivendicando di aver vinto le primarie con 14 milioni di voti. «Come possiamo sostenere la democrazia nella nostra nazione se la ignoriamo nel nostro stesso partito?», aveva scritto polemicamente. Del resto, è stato lo stesso Biden, dieci giorni fa, ad ammettere alla Cbs di aver subito pressioni interne per mollare. E, guarda caso, pur avendo parlato l’altro ieri alla Convention, non vi parteciperà più, evitando di essere presente soprattutto domani sera, quando la Harris pronuncerà il discorso di accettazione della nomination. Insomma, è ben difficile che le parole proferite lunedì dal presidente riescano a mascherare l’opacità della sua sostituzione con la Harris: stridono infatti chiaramente con le affermazioni che lui stesso ha fatto fino a pochi giorni fa. Come se non bastasse, alcuni fedelissimi di Biden non hanno gradito che il suo discorso, originariamente previsto in prima serata, sia stato fatto slittare a notte fonda. Quello andato in scena lunedì non è stato quindi un «passaggio del testimone»: è stata semmai l’umiliazione di un uomo anziano e in lacrime, sconfitto da una manovra di palazzo del suo stesso partito, in barba al voto di 14 milioni di persone. Quella di Biden lunedì è stata, in altre parole, una pantomima a cui neanche lui credeva. Del resto, basta dare un occhio ai principali oratori della Convention dem per rendersi conto di chi comanda davvero nell’Asinello: lunedì ha parlato Hillary Clinton, mentre ieri ha fatto altrettanto Barack Obama. Oggi sono inoltre attesi gli interventi di Bill Clinton e Nancy Pelosi. Parliamo dei soliti nomi che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nel Partito democratico. Alle primarie dem del 2016, i sostenitori di Bernie Sanders lamentarono favoritismi pro Clinton. Quattro anni dopo, Biden vinse la nomination contro lo stesso Sanders, anche perché si era mosso dietro le quinte per aiutarlo. L’ex presidente dem, che secondo Politico non nutriva grande stima per il suo vice di un tempo, voleva innanzitutto fermare il senatore del Vermont, pensando che la presidenza Biden sarebbe stata di «transizione». Quello che non aveva previsto è stata la resistenza dei familiari del presidente, che ha portato allo scontro sotterraneo degli scorsi mesi. Ma non è tutto. La Convention dem sta anche certificando le spaccature in seno alla sinistra americana. Alcuni delegati pro Pal del Minnesota hanno protestato, dando le spalle a Biden, mentre parlava. In secondo luogo, gli estremisti filopalestinesi hanno tenuto delle manifestazioni a Chicago. In particolare, l’altro ieri si è registrato un corteo di varie migliaia di persone (20.000 secondo gli organizzatori, 6.000 per la polizia): nell’occasione, una parte dei dimostranti ha abbattuto una recinzione di sicurezza, spingendo le forze dell’ordine a intervenire. Almeno quattro persone sono finite in manette, mentre altre due erano già state arrestate domenica. Queste proteste dimostrano il fallimento della strategia della Harris che, per settimane, ha cercato di blandire i radicali pro Pal: prima ha evitato di partecipare al discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, poi ha scelto come vice Tim Walz, preferendolo al più in gamba Josh Shapiro, storicamente inviso ai filopalestinesi. Nonostante questo appeasement, la Harris non solo non è riuscita a evitare le manifestazioni a Chicago, ma si è anche ritrovata contestata dai pro Pal in Arizona e Michigan. Non una buona notizia per la vicepresidente, visto che a novembre i filopalestinesi potrebbero risultare decisivi in Stati in bilico, come la Georgia e lo stesso Michigan. Il Partito dem continua a dare sfoggio di unità. Ma gli scricchiolii si stanno facendo sempre più numerosi. E attenzione: lunedì Chauncey McLean, presidente del Super Pac pro Harris future forward, ha ammesso che, per la candidata dem, i sondaggi riservati «sono molto meno rosei» di quelli pubblici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-esce-umiliato-dalla-convention-2668999135.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-clinton-fissa-le-priorita-dei-dem-kamala-ripristinera-laborto" data-post-id="2668999135" data-published-at="1724241278" data-use-pagination="False"> La Clinton fissa le priorità dei dem: «Kamala ripristinerà l’aborto» «Kamala si preoccupa dei bambini e delle famiglie, si preoccupa dell’America. E sì, ripristinerà i diritti all’aborto in tutto il Paese». Hillary Clinton, tornata sul palco della Convention nazionale democratica otto anni dopo aver accettato la nomination presidenziale del suo partito, ha parlato in sostegno della Harris e dell’interruzione di gravidanza. «Abbiamo entrambe iniziato come giovani avvocati aiutando bambini abusati e trascurati», ha ricordato l’ex candidata. «Quel tipo di lavoro cambia una persona. Quei bambini ti restano dentro. Kamala porta con sé le speranze di ogni bambino che ha protetto, di ogni famiglia che ha aiutato, di ogni comunità che ha servito. Quindi, come presidente, ci sosterrà e sarà una combattente per noi». Non certo combatterà per il diritto dei bambini di venire al mondo. Le due democratiche condividono decenni di lotta pro aborto e di appoggio a Planned parenthood, presente per due giorni a Chicago con una clinica mobile che ha offerto gratuitamente pillola abortiva e vasectomia. Nel giugno del 2016, dopo aver ricevuto la nomination, la ex first lady e segretario di Stato tenne un discorso ai componenti dell’Action fund (Ppaf) della multinazionale dell’aborto affermando: «Sono orgogliosa di sostenere Planned parenthood da molto tempo. E come presidente, vi sosterrò sempre». Aggiunse: «Perché so che da un secolo lavorate per garantire che le donne, gli uomini e i giovani che contano su di voi possano vivere la loro vita migliore: in salute, in sicurezza e liberi di seguire i loro sogni». Sogni di completo egoismo, appunto, avulsi da ogni senso del dovere, della responsabilità, del rispetto per l’essere umano. La Clinton promise: «Non ci limiteremo a rompere quel soffitto di cristallo più alto e più duro. Abbatteremo tutte le barriere che frenano le donne e le famiglie». Sempre in quell’occasione disse: «Voglio ringraziare la mia amica e la vostra coraggiosa leader, Cecile Richards», allora presidente di Planned parenthood, incarico che lasciò nel 2018 dopo 12 anni al comando della multinazionale dell’aborto. Durante il suo mandato, il colosso della «salute femminile» praticò 3,5 milioni aborti grazie a fondi pubblici milionari. La Clinton, che nel 2005 assieme alla senatrice Patty Murray aveva bloccato la conferma di Lester M. Crawford a commissario della Fda perché indugiava a rendere disponibile senza ricetta il contraccettivo di emergenza, noto anche come Piano B, tenne a precisare che Cecile «è davvero come un’altra grande americana, sua madre, Ann Richards (ex governatrice del Texas, ndr) che era una mia amica. Vorrei solo che Ann fosse qui a vedere queste elezioni». La figlia maggiore di Cecile, Lily Adams, divenne la direttrice delle comunicazioni della campagna presidenziale del 2016 della Clinton e nel 2019 entrò nell’ufficio dell’allora senatrice statunitense Kamala Harris. Di recente è stata vice segretario assistente principale presso l’ufficio Affari pubblici del tesoro. Se la candidata dem venisse eletta, nel suo team è data per certa la presenza della Adams come direttore della comunicazione. Quando nel 2015 scoppiò lo scandalo dei video girati dagli attivisti pro life David Daleiden e Sandra Merritt, in cui si vedono manager Planned parenthood discutere di vendita di organi fetali, dopo aborti dove l’unica attenzione era quella di avere tessuti «freschi e intatti», l’allora procuratore generale della California, Kamala Harris, «scelse di concentrare la sua indagine su Daleiden e i suoi soci piuttosto che su Planned parenthood, scrisse Lifenews. E la Clinton, in un’intervista rilasciata al New Hampshire Union Leader prese sì le distanze. «Ho visto le foto e ovviamente le trovo inquietanti», ma si è affrettò a ribadire il suo supporto all’organizzazione: «Planned parenthood per più di un secolo ha fatto un ottimo lavoro per le donne».
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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