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2024-08-21
Biden esce umiliato anche dalla Convention
Joe Biden (Ansa)
La melassa mediatica a reti unificate vi sta ripetendo che la Convention dem in corso a Chicago è bellissima, che il Partito democratico è unito attorno a Kamala Harris e che Joe Biden è uno statista, fattosi generosamente da parte per il bene del partito stesso. Tutto molto interessante. Peccato però che omettano di raccontarvi l’altra faccia della medaglia.
Sì, perché, al di là della retorica, il primo giorno di Convention ha di fatto cercato di cancellare ciò che non può essere cancellato: vale a dire l’estrema opacità con cui Biden è stato silurato e meccanicamente sostituito dalla sua vice. Non a caso, il discorso, che il presidente ha tenuto l’altro ieri sera, commuovendosi, si è rivelato un capolavoro di incoerenza. «Ricordo di essere stato troppo giovane per il Senato perché non avevo ancora 30 anni, e troppo vecchio per rimanere presidente», ha dichiarato. Per poi aggiungere: «Tutti questi discorsi su quanto sono arrabbiato con tutte le persone che hanno detto che avrei dovuto ritirarmi non sono veri». Eppure, il 24 luglio scorso, parlando per la prima volta dopo l’annuncio del proprio addio elettorale, aveva affermato: «Credo che il mio curriculum da presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero tutti un secondo mandato». Era invece l’8 luglio, quando Biden aveva inviato una lettera ai parlamentari dem, in cui si rifiutava di fare un passo indietro, rivendicando di aver vinto le primarie con 14 milioni di voti. «Come possiamo sostenere la democrazia nella nostra nazione se la ignoriamo nel nostro stesso partito?», aveva scritto polemicamente. Del resto, è stato lo stesso Biden, dieci giorni fa, ad ammettere alla Cbs di aver subito pressioni interne per mollare. E, guarda caso, pur avendo parlato l’altro ieri alla Convention, non vi parteciperà più, evitando di essere presente soprattutto domani sera, quando la Harris pronuncerà il discorso di accettazione della nomination.
Insomma, è ben difficile che le parole proferite lunedì dal presidente riescano a mascherare l’opacità della sua sostituzione con la Harris: stridono infatti chiaramente con le affermazioni che lui stesso ha fatto fino a pochi giorni fa. Come se non bastasse, alcuni fedelissimi di Biden non hanno gradito che il suo discorso, originariamente previsto in prima serata, sia stato fatto slittare a notte fonda. Quello andato in scena lunedì non è stato quindi un «passaggio del testimone»: è stata semmai l’umiliazione di un uomo anziano e in lacrime, sconfitto da una manovra di palazzo del suo stesso partito, in barba al voto di 14 milioni di persone. Quella di Biden lunedì è stata, in altre parole, una pantomima a cui neanche lui credeva.
Del resto, basta dare un occhio ai principali oratori della Convention dem per rendersi conto di chi comanda davvero nell’Asinello: lunedì ha parlato Hillary Clinton, mentre ieri ha fatto altrettanto Barack Obama. Oggi sono inoltre attesi gli interventi di Bill Clinton e Nancy Pelosi. Parliamo dei soliti nomi che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nel Partito democratico. Alle primarie dem del 2016, i sostenitori di Bernie Sanders lamentarono favoritismi pro Clinton. Quattro anni dopo, Biden vinse la nomination contro lo stesso Sanders, anche perché si era mosso dietro le quinte per aiutarlo. L’ex presidente dem, che secondo Politico non nutriva grande stima per il suo vice di un tempo, voleva innanzitutto fermare il senatore del Vermont, pensando che la presidenza Biden sarebbe stata di «transizione». Quello che non aveva previsto è stata la resistenza dei familiari del presidente, che ha portato allo scontro sotterraneo degli scorsi mesi.
Ma non è tutto. La Convention dem sta anche certificando le spaccature in seno alla sinistra americana. Alcuni delegati pro Pal del Minnesota hanno protestato, dando le spalle a Biden, mentre parlava. In secondo luogo, gli estremisti filopalestinesi hanno tenuto delle manifestazioni a Chicago. In particolare, l’altro ieri si è registrato un corteo di varie migliaia di persone (20.000 secondo gli organizzatori, 6.000 per la polizia): nell’occasione, una parte dei dimostranti ha abbattuto una recinzione di sicurezza, spingendo le forze dell’ordine a intervenire. Almeno quattro persone sono finite in manette, mentre altre due erano già state arrestate domenica. Queste proteste dimostrano il fallimento della strategia della Harris che, per settimane, ha cercato di blandire i radicali pro Pal: prima ha evitato di partecipare al discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, poi ha scelto come vice Tim Walz, preferendolo al più in gamba Josh Shapiro, storicamente inviso ai filopalestinesi. Nonostante questo appeasement, la Harris non solo non è riuscita a evitare le manifestazioni a Chicago, ma si è anche ritrovata contestata dai pro Pal in Arizona e Michigan. Non una buona notizia per la vicepresidente, visto che a novembre i filopalestinesi potrebbero risultare decisivi in Stati in bilico, come la Georgia e lo stesso Michigan. Il Partito dem continua a dare sfoggio di unità. Ma gli scricchiolii si stanno facendo sempre più numerosi. E attenzione: lunedì Chauncey McLean, presidente del Super Pac pro Harris future forward, ha ammesso che, per la candidata dem, i sondaggi riservati «sono molto meno rosei» di quelli pubblici.
La Clinton fissa le priorità dei dem: «Kamala ripristinerà l’aborto»
«Kamala si preoccupa dei bambini e delle famiglie, si preoccupa dell’America. E sì, ripristinerà i diritti all’aborto in tutto il Paese». Hillary Clinton, tornata sul palco della Convention nazionale democratica otto anni dopo aver accettato la nomination presidenziale del suo partito, ha parlato in sostegno della Harris e dell’interruzione di gravidanza. «Abbiamo entrambe iniziato come giovani avvocati aiutando bambini abusati e trascurati», ha ricordato l’ex candidata. «Quel tipo di lavoro cambia una persona. Quei bambini ti restano dentro. Kamala porta con sé le speranze di ogni bambino che ha protetto, di ogni famiglia che ha aiutato, di ogni comunità che ha servito. Quindi, come presidente, ci sosterrà e sarà una combattente per noi».
Non certo combatterà per il diritto dei bambini di venire al mondo. Le due democratiche condividono decenni di lotta pro aborto e di appoggio a Planned parenthood, presente per due giorni a Chicago con una clinica mobile che ha offerto gratuitamente pillola abortiva e vasectomia. Nel giugno del 2016, dopo aver ricevuto la nomination, la ex first lady e segretario di Stato tenne un discorso ai componenti dell’Action fund (Ppaf) della multinazionale dell’aborto affermando: «Sono orgogliosa di sostenere Planned parenthood da molto tempo. E come presidente, vi sosterrò sempre».
Aggiunse: «Perché so che da un secolo lavorate per garantire che le donne, gli uomini e i giovani che contano su di voi possano vivere la loro vita migliore: in salute, in sicurezza e liberi di seguire i loro sogni». Sogni di completo egoismo, appunto, avulsi da ogni senso del dovere, della responsabilità, del rispetto per l’essere umano. La Clinton promise: «Non ci limiteremo a rompere quel soffitto di cristallo più alto e più duro. Abbatteremo tutte le barriere che frenano le donne e le famiglie».
Sempre in quell’occasione disse: «Voglio ringraziare la mia amica e la vostra coraggiosa leader, Cecile Richards», allora presidente di Planned parenthood, incarico che lasciò nel 2018 dopo 12 anni al comando della multinazionale dell’aborto. Durante il suo mandato, il colosso della «salute femminile» praticò 3,5 milioni aborti grazie a fondi pubblici milionari.
La Clinton, che nel 2005 assieme alla senatrice Patty Murray aveva bloccato la conferma di Lester M. Crawford a commissario della Fda perché indugiava a rendere disponibile senza ricetta il contraccettivo di emergenza, noto anche come Piano B, tenne a precisare che Cecile «è davvero come un’altra grande americana, sua madre, Ann Richards (ex governatrice del Texas, ndr) che era una mia amica. Vorrei solo che Ann fosse qui a vedere queste elezioni».
La figlia maggiore di Cecile, Lily Adams, divenne la direttrice delle comunicazioni della campagna presidenziale del 2016 della Clinton e nel 2019 entrò nell’ufficio dell’allora senatrice statunitense Kamala Harris. Di recente è stata vice segretario assistente principale presso l’ufficio Affari pubblici del tesoro. Se la candidata dem venisse eletta, nel suo team è data per certa la presenza della Adams come direttore della comunicazione.
Quando nel 2015 scoppiò lo scandalo dei video girati dagli attivisti pro life David Daleiden e Sandra Merritt, in cui si vedono manager Planned parenthood discutere di vendita di organi fetali, dopo aborti dove l’unica attenzione era quella di avere tessuti «freschi e intatti», l’allora procuratore generale della California, Kamala Harris, «scelse di concentrare la sua indagine su Daleiden e i suoi soci piuttosto che su Planned parenthood, scrisse Lifenews.
E la Clinton, in un’intervista rilasciata al New Hampshire Union Leader prese sì le distanze. «Ho visto le foto e ovviamente le trovo inquietanti», ma si è affrettò a ribadire il suo supporto all’organizzazione: «Planned parenthood per più di un secolo ha fatto un ottimo lavoro per le donne».
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All’evento dell’Asinello il presidente sceglie frasi di circostanza: «Non è vero che sono arrabbiato». Ma dopo il siluramento la ferita è aperta e lo slittamento del discorso a notte fonda è l’ennesimo sgarro. I pro Pal gli danno le spalle e «Sleepy Joe» se ne va in lacrime.L’ex first lady Hillary Clinton sostiene Planned parenthood, coinvolta nello scandalo degli organi fetali.Lo speciale contiene due articoli.La melassa mediatica a reti unificate vi sta ripetendo che la Convention dem in corso a Chicago è bellissima, che il Partito democratico è unito attorno a Kamala Harris e che Joe Biden è uno statista, fattosi generosamente da parte per il bene del partito stesso. Tutto molto interessante. Peccato però che omettano di raccontarvi l’altra faccia della medaglia. Sì, perché, al di là della retorica, il primo giorno di Convention ha di fatto cercato di cancellare ciò che non può essere cancellato: vale a dire l’estrema opacità con cui Biden è stato silurato e meccanicamente sostituito dalla sua vice. Non a caso, il discorso, che il presidente ha tenuto l’altro ieri sera, commuovendosi, si è rivelato un capolavoro di incoerenza. «Ricordo di essere stato troppo giovane per il Senato perché non avevo ancora 30 anni, e troppo vecchio per rimanere presidente», ha dichiarato. Per poi aggiungere: «Tutti questi discorsi su quanto sono arrabbiato con tutte le persone che hanno detto che avrei dovuto ritirarmi non sono veri». Eppure, il 24 luglio scorso, parlando per la prima volta dopo l’annuncio del proprio addio elettorale, aveva affermato: «Credo che il mio curriculum da presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero tutti un secondo mandato». Era invece l’8 luglio, quando Biden aveva inviato una lettera ai parlamentari dem, in cui si rifiutava di fare un passo indietro, rivendicando di aver vinto le primarie con 14 milioni di voti. «Come possiamo sostenere la democrazia nella nostra nazione se la ignoriamo nel nostro stesso partito?», aveva scritto polemicamente. Del resto, è stato lo stesso Biden, dieci giorni fa, ad ammettere alla Cbs di aver subito pressioni interne per mollare. E, guarda caso, pur avendo parlato l’altro ieri alla Convention, non vi parteciperà più, evitando di essere presente soprattutto domani sera, quando la Harris pronuncerà il discorso di accettazione della nomination. Insomma, è ben difficile che le parole proferite lunedì dal presidente riescano a mascherare l’opacità della sua sostituzione con la Harris: stridono infatti chiaramente con le affermazioni che lui stesso ha fatto fino a pochi giorni fa. Come se non bastasse, alcuni fedelissimi di Biden non hanno gradito che il suo discorso, originariamente previsto in prima serata, sia stato fatto slittare a notte fonda. Quello andato in scena lunedì non è stato quindi un «passaggio del testimone»: è stata semmai l’umiliazione di un uomo anziano e in lacrime, sconfitto da una manovra di palazzo del suo stesso partito, in barba al voto di 14 milioni di persone. Quella di Biden lunedì è stata, in altre parole, una pantomima a cui neanche lui credeva. Del resto, basta dare un occhio ai principali oratori della Convention dem per rendersi conto di chi comanda davvero nell’Asinello: lunedì ha parlato Hillary Clinton, mentre ieri ha fatto altrettanto Barack Obama. Oggi sono inoltre attesi gli interventi di Bill Clinton e Nancy Pelosi. Parliamo dei soliti nomi che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nel Partito democratico. Alle primarie dem del 2016, i sostenitori di Bernie Sanders lamentarono favoritismi pro Clinton. Quattro anni dopo, Biden vinse la nomination contro lo stesso Sanders, anche perché si era mosso dietro le quinte per aiutarlo. L’ex presidente dem, che secondo Politico non nutriva grande stima per il suo vice di un tempo, voleva innanzitutto fermare il senatore del Vermont, pensando che la presidenza Biden sarebbe stata di «transizione». Quello che non aveva previsto è stata la resistenza dei familiari del presidente, che ha portato allo scontro sotterraneo degli scorsi mesi. Ma non è tutto. La Convention dem sta anche certificando le spaccature in seno alla sinistra americana. Alcuni delegati pro Pal del Minnesota hanno protestato, dando le spalle a Biden, mentre parlava. In secondo luogo, gli estremisti filopalestinesi hanno tenuto delle manifestazioni a Chicago. In particolare, l’altro ieri si è registrato un corteo di varie migliaia di persone (20.000 secondo gli organizzatori, 6.000 per la polizia): nell’occasione, una parte dei dimostranti ha abbattuto una recinzione di sicurezza, spingendo le forze dell’ordine a intervenire. Almeno quattro persone sono finite in manette, mentre altre due erano già state arrestate domenica. Queste proteste dimostrano il fallimento della strategia della Harris che, per settimane, ha cercato di blandire i radicali pro Pal: prima ha evitato di partecipare al discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, poi ha scelto come vice Tim Walz, preferendolo al più in gamba Josh Shapiro, storicamente inviso ai filopalestinesi. Nonostante questo appeasement, la Harris non solo non è riuscita a evitare le manifestazioni a Chicago, ma si è anche ritrovata contestata dai pro Pal in Arizona e Michigan. Non una buona notizia per la vicepresidente, visto che a novembre i filopalestinesi potrebbero risultare decisivi in Stati in bilico, come la Georgia e lo stesso Michigan. Il Partito dem continua a dare sfoggio di unità. Ma gli scricchiolii si stanno facendo sempre più numerosi. E attenzione: lunedì Chauncey McLean, presidente del Super Pac pro Harris future forward, ha ammesso che, per la candidata dem, i sondaggi riservati «sono molto meno rosei» di quelli pubblici.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-esce-umiliato-dalla-convention-2668999135.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-clinton-fissa-le-priorita-dei-dem-kamala-ripristinera-laborto" data-post-id="2668999135" data-published-at="1724241278" data-use-pagination="False"> La Clinton fissa le priorità dei dem: «Kamala ripristinerà l’aborto» «Kamala si preoccupa dei bambini e delle famiglie, si preoccupa dell’America. E sì, ripristinerà i diritti all’aborto in tutto il Paese». Hillary Clinton, tornata sul palco della Convention nazionale democratica otto anni dopo aver accettato la nomination presidenziale del suo partito, ha parlato in sostegno della Harris e dell’interruzione di gravidanza. «Abbiamo entrambe iniziato come giovani avvocati aiutando bambini abusati e trascurati», ha ricordato l’ex candidata. «Quel tipo di lavoro cambia una persona. Quei bambini ti restano dentro. Kamala porta con sé le speranze di ogni bambino che ha protetto, di ogni famiglia che ha aiutato, di ogni comunità che ha servito. Quindi, come presidente, ci sosterrà e sarà una combattente per noi». Non certo combatterà per il diritto dei bambini di venire al mondo. Le due democratiche condividono decenni di lotta pro aborto e di appoggio a Planned parenthood, presente per due giorni a Chicago con una clinica mobile che ha offerto gratuitamente pillola abortiva e vasectomia. Nel giugno del 2016, dopo aver ricevuto la nomination, la ex first lady e segretario di Stato tenne un discorso ai componenti dell’Action fund (Ppaf) della multinazionale dell’aborto affermando: «Sono orgogliosa di sostenere Planned parenthood da molto tempo. E come presidente, vi sosterrò sempre». Aggiunse: «Perché so che da un secolo lavorate per garantire che le donne, gli uomini e i giovani che contano su di voi possano vivere la loro vita migliore: in salute, in sicurezza e liberi di seguire i loro sogni». Sogni di completo egoismo, appunto, avulsi da ogni senso del dovere, della responsabilità, del rispetto per l’essere umano. La Clinton promise: «Non ci limiteremo a rompere quel soffitto di cristallo più alto e più duro. Abbatteremo tutte le barriere che frenano le donne e le famiglie». Sempre in quell’occasione disse: «Voglio ringraziare la mia amica e la vostra coraggiosa leader, Cecile Richards», allora presidente di Planned parenthood, incarico che lasciò nel 2018 dopo 12 anni al comando della multinazionale dell’aborto. Durante il suo mandato, il colosso della «salute femminile» praticò 3,5 milioni aborti grazie a fondi pubblici milionari. La Clinton, che nel 2005 assieme alla senatrice Patty Murray aveva bloccato la conferma di Lester M. Crawford a commissario della Fda perché indugiava a rendere disponibile senza ricetta il contraccettivo di emergenza, noto anche come Piano B, tenne a precisare che Cecile «è davvero come un’altra grande americana, sua madre, Ann Richards (ex governatrice del Texas, ndr) che era una mia amica. Vorrei solo che Ann fosse qui a vedere queste elezioni». La figlia maggiore di Cecile, Lily Adams, divenne la direttrice delle comunicazioni della campagna presidenziale del 2016 della Clinton e nel 2019 entrò nell’ufficio dell’allora senatrice statunitense Kamala Harris. Di recente è stata vice segretario assistente principale presso l’ufficio Affari pubblici del tesoro. Se la candidata dem venisse eletta, nel suo team è data per certa la presenza della Adams come direttore della comunicazione. Quando nel 2015 scoppiò lo scandalo dei video girati dagli attivisti pro life David Daleiden e Sandra Merritt, in cui si vedono manager Planned parenthood discutere di vendita di organi fetali, dopo aborti dove l’unica attenzione era quella di avere tessuti «freschi e intatti», l’allora procuratore generale della California, Kamala Harris, «scelse di concentrare la sua indagine su Daleiden e i suoi soci piuttosto che su Planned parenthood, scrisse Lifenews. E la Clinton, in un’intervista rilasciata al New Hampshire Union Leader prese sì le distanze. «Ho visto le foto e ovviamente le trovo inquietanti», ma si è affrettò a ribadire il suo supporto all’organizzazione: «Planned parenthood per più di un secolo ha fatto un ottimo lavoro per le donne».
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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