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2022-10-07
Per Biden si profila una batosta elettorale
Joe Biden (Ansa)
Joe Biden è in difficoltà. A un mese dalle elezioni di metà mandato, che si terranno l’8 novembre, il Partito democratico americano comincia a dare segnali di nervosismo e debolezza. Se durante l’estate l’Asinello era risalito nei sondaggi, negli ultimi dieci giorni la situazione ha iniziato a capovolgersi. Secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, nelle intenzioni di voto generali i repubblicani sono tornati in vantaggio a partire dal 26 settembre. Sia chiaro: si tratta di uno stacco minimo (inferiore all’1%). Tuttavia questo sorpasso a circa un mese dalle elezioni rappresenta un campanello d’allarme significativo per i democratici, che speravano in una rimonta in grande stile, cavalcando quasi esclusivamente la questione dell’aborto. Una scommessa piuttosto azzardata, visto che solitamente le elezioni di metà mandato (in cui si rinnova la totalità della Camera e un terzo del Senato e si eleggono alcune decine di governatori locali) risultano storicamente una tornata che vede al centro altri argomenti (a partire da quelli legati alla sfera economica).
E attenzione: perché l’asinello si trova in difficoltà anche al di là delle intenzioni di voto generiche. Si prenda la corsa per il fondamentale seggio senatoriale della Pennsylvania: qui, fino a dieci giorni fa, veniva dato in significativo vantaggio il candidato dem John Fetterman sul rivale repubblicano Mehmet Oz: un vantaggio che tuttavia gli ultimi sondaggi stanno dando in netto calo. Dagli 11 punti di luglio, lo stacco al momento oscilla tra i quattro e i sei. Per non parlare della Florida, dove il governatore repubblicano uscente, Ron DeSantis, è dato avanti di ben 11 punti rispetto allo sfidante dem, Charlie Crist. Guai per Biden arrivano anche dall’elettorato cattolico: una recente rilevazione Ewtn News ha rivelato che, secondo il 58% dei cattolici, l’inquilino della Casa Bianca non dovrebbe ricandidarsi nel 2024. Il dato è interessante non solo perché Biden è il secondo presidente cattolico della storia americana, ma anche perché spesso negli Stati Uniti l’orientamento politico dei fedeli alla Chiesa di Roma anticipa i risultati elettorali. Ricordiamo che, alle presidenziali del 2020, Biden - sebbene d’un soffio - conquistò il voto della maggioranza dei cattolici.
Ma da che cosa derivano le difficoltà dem? A forza di concentrarsi su aborto e ambientalismo, la grande stampa ha finito con l’ignorare altri dossier: nodi che stanno venendo al pettine. Già ai tempi delle midterm del 2018 l’immigrazione clandestina costituì un tema di primaria rilevanza. Un argomento che risulta da sempre un vero e proprio tallone d’Achille per l’amministrazione Biden. Nell’anno fiscale appena concluso si è non a caso registrato il record storico di arrivi di immigrati irregolari alla frontiera meridionale (oltre 2 milioni). Una situazione disastrosa: non solo si stanno verificando significativi problemi in materia di traffico di droga, ma - come rilevato ad agosto dai vertici dell’Fbi - emergono anche potenziali rischi sul piano della sicurezza (a partire dal terrorismo). In un simile quadro, la Casa Bianca ha dovuto difficoltosamente barcamenarsi tra i democratici centristi (che invocano misure più aspre) e quelli di sinistra (che, al contrario, spingono per un aperturismo ancor maggiore). Senza poi dimenticare il conclamato fallimento di Kamala Harris che, nel marzo 2021, era stata scelta da Biden per fronteggiare la crisi migratoria a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: Paesi che hanno invece boicottato il Summit of the Americas, tenutosi in California lo scorso giugno.
Un altro problema per Biden è la sua proposta di intervenire sul debito studentesco. Era fine agosto quando annunciò l’intenzione di cancellare fino a 20.000 dollari di debito studentesco per circa 40 milioni di americani: un provvedimento costosissimo e in larga parte demagogico, oltre che esposto a una valanga di ricorsi legali. Ebbene, la Casa Bianca ha già dovuto ridimensionare la proposta originaria, mentre il New York Times ha detto la settimana scorsa che il piano sta attirando, oltre alle cause legali, «truffe e confusione». Non è quindi escluso che le difficoltà dei dem siano dettate (anche) dalla delusione dell’elettorato su questo fronte. Un’ulteriore questione che vede l’Asinello piuttosto debole è quella dell’ordine pubblico. Una rilevazione di Politico, pubblicata mercoledì scorso riferisce che, secondo il 74% degli americani, la criminalità violenta è in aumento. Lo stesso sondaggio indica inoltre come il 44% degli elettori ritenga i repubblicani più affidabili per affrontare questo problema, a fronte di un 37% che sul tema predilige i dem. Non è quindi un caso che l’Elefantino stia battendo molto sulla linea «law and order».
A oggi, l’ipotesi più probabile è che i repubblicani conquistino la Camera e che i dem tengano il Senato. Uno scenario che, qualora si verificasse, si configurerebbe come un incubo per il presidente, il quale, oltre a ritrovarsi proverbiale anatra zoppa, rischierebbe anche un processo di impeachment. Dovrebbe essere quindi più cauto chi preconizza che il prossimo governo di centrodestra italiano avrà dei problemi a causa dell’ostilità ideologica di Biden. Fdi vanta strette relazioni con i repubblicani: contatti che, dopo le midterm, potrebbero tornare molto utili a un esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Lo sfregio dell’Opec fa cadere un’altra tegola sulla Casa Bianca
Se c’è uno spettro che sta agitando in queste ore i sonni di Joe Biden: è quello del caro energia. Mercoledì, l’Opec plus ha annunciato di voler ridurre la produzione di petrolio di 2 milioni di barili al giorno: una mossa che rischia di comportare un notevole incremento del costo della benzina negli Stati Uniti poco prima delle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre. Ricordiamo che il presidente americano ha combattuto per circa un anno contro il caro benzina: una situazione che aveva contribuito ad azzoppare significativamente la sua popolarità, fin quando non si era verificato un abbassamento dei prezzi nel corso dell’estate.
Ora, la tempistica scelta dall’Opec rischia di rimetterlo nei guai, zavorrando la campagna elettorale dei democratici, che, come notato da Politico, vedono il caro energia come una spada di Damocle sul proprio futuro elettorale. Non a caso, secondo la Cnn, la Casa Bianca aveva effettuato notevoli pressioni per scongiurare questo scenario: uno scenario che, alla fine, si è comunque concretizzato. Segno che i rapporti tra Biden e l’Arabia Saudita continuano a essere tesi. Riad non ha del resto mai digerito i tentativi dell’attuale presidente di rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano, mentre Mohammad bin Salman si è progressivamente avvicinato a Russia e Cina negli scorsi mesi. Forse non a caso, l’altro ieri il Washington Post riferiva che questo taglio della produzione favorisce di fatto Mosca.
Contrariamente a Donald Trump, Biden non è stato in grado di preservare l’influenza statunitense sul Medio Oriente, entrando in rotta di collisione con alleati storici, come Israele e la stessa Arabia Saudita. Una situazione di cui adesso paga le conseguenze anche a livello interno. Certo: la Casa Bianca ha reagito severamente alla notizia del taglio, minacciando di rilanciare al Congresso il disegno di legge chiamato Nopec, che consentirebbe di intentare cause antitrust ai Paesi esportatori di petrolio. Il punto è che non è chiaro quanto questa minaccia sia effettivamente credibile. Muoversi su un simile piano creerebbe incertezze legali ed esporrebbe soprattutto gli Stati Uniti al rischio di perdere ulteriore influenza sul Medio Oriente a vantaggio di Mosca e Pechino. Biden avrebbe forse fatto meglio a evitare politiche ambientaliste ideologizzate, investendo sin da subito sull’autonomia energetica. Non solo: avrebbe forse dovuto anche continuare a seguire i binari diplomatici tracciati da Trump in Medio Oriente, anziché fissarsi con il rilancio dell’accordo iraniano (un rilancio che irrita sauditi e israeliani e che, al contempo, fa paradossalmente felice il Cremlino, garantendogli potenzialmente danarosi contratti nel settore dell’energia nucleare).
D’altronde, Biden è talmente disperato in vista delle midterm che, secondo il Wall Street Journal, avrebbe intenzione di allentare le sanzioni contro il Venezuela: l’idea sarebbe quella di consentire a Chevron di riprendere le estrazioni petrolifere nel Paese e di spingere Nicolás Maduro ad avviare delle trattative con l’opposizione. Ora, sebbene la Casa Bianca abbia detto che la sua «politica delle sanzioni contro il Venezuela rimane invariata», la rivelazione del Wall Street Journal ha del paradossale. Se Biden veramente puntasse a un tale obiettivo, negozierebbe da una posizione di debolezza, favorendo uno stretto alleato della Russia, che è anche una spietata dittatura. Un bizzarro vicolo cieco per un presidente che aveva promesso la lotta alle autocrazie.
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I repubblicani sono in vantaggio nei sondaggi sul voto di metà mandato dell’8 novembre: probabile la loro vittoria alla Camera. Pesano l’ostilità dei cattolici per la campagna pro aborto, la criminalità, l’immigrazione illegale e i pasticci sui prestiti studenteschi.Con il taglio alla produzione di petrolio, la benzina aumenterà a ridosso delle urne.Lo speciale contiene due articoli.Joe Biden è in difficoltà. A un mese dalle elezioni di metà mandato, che si terranno l’8 novembre, il Partito democratico americano comincia a dare segnali di nervosismo e debolezza. Se durante l’estate l’Asinello era risalito nei sondaggi, negli ultimi dieci giorni la situazione ha iniziato a capovolgersi. Secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics, nelle intenzioni di voto generali i repubblicani sono tornati in vantaggio a partire dal 26 settembre. Sia chiaro: si tratta di uno stacco minimo (inferiore all’1%). Tuttavia questo sorpasso a circa un mese dalle elezioni rappresenta un campanello d’allarme significativo per i democratici, che speravano in una rimonta in grande stile, cavalcando quasi esclusivamente la questione dell’aborto. Una scommessa piuttosto azzardata, visto che solitamente le elezioni di metà mandato (in cui si rinnova la totalità della Camera e un terzo del Senato e si eleggono alcune decine di governatori locali) risultano storicamente una tornata che vede al centro altri argomenti (a partire da quelli legati alla sfera economica). E attenzione: perché l’asinello si trova in difficoltà anche al di là delle intenzioni di voto generiche. Si prenda la corsa per il fondamentale seggio senatoriale della Pennsylvania: qui, fino a dieci giorni fa, veniva dato in significativo vantaggio il candidato dem John Fetterman sul rivale repubblicano Mehmet Oz: un vantaggio che tuttavia gli ultimi sondaggi stanno dando in netto calo. Dagli 11 punti di luglio, lo stacco al momento oscilla tra i quattro e i sei. Per non parlare della Florida, dove il governatore repubblicano uscente, Ron DeSantis, è dato avanti di ben 11 punti rispetto allo sfidante dem, Charlie Crist. Guai per Biden arrivano anche dall’elettorato cattolico: una recente rilevazione Ewtn News ha rivelato che, secondo il 58% dei cattolici, l’inquilino della Casa Bianca non dovrebbe ricandidarsi nel 2024. Il dato è interessante non solo perché Biden è il secondo presidente cattolico della storia americana, ma anche perché spesso negli Stati Uniti l’orientamento politico dei fedeli alla Chiesa di Roma anticipa i risultati elettorali. Ricordiamo che, alle presidenziali del 2020, Biden - sebbene d’un soffio - conquistò il voto della maggioranza dei cattolici. Ma da che cosa derivano le difficoltà dem? A forza di concentrarsi su aborto e ambientalismo, la grande stampa ha finito con l’ignorare altri dossier: nodi che stanno venendo al pettine. Già ai tempi delle midterm del 2018 l’immigrazione clandestina costituì un tema di primaria rilevanza. Un argomento che risulta da sempre un vero e proprio tallone d’Achille per l’amministrazione Biden. Nell’anno fiscale appena concluso si è non a caso registrato il record storico di arrivi di immigrati irregolari alla frontiera meridionale (oltre 2 milioni). Una situazione disastrosa: non solo si stanno verificando significativi problemi in materia di traffico di droga, ma - come rilevato ad agosto dai vertici dell’Fbi - emergono anche potenziali rischi sul piano della sicurezza (a partire dal terrorismo). In un simile quadro, la Casa Bianca ha dovuto difficoltosamente barcamenarsi tra i democratici centristi (che invocano misure più aspre) e quelli di sinistra (che, al contrario, spingono per un aperturismo ancor maggiore). Senza poi dimenticare il conclamato fallimento di Kamala Harris che, nel marzo 2021, era stata scelta da Biden per fronteggiare la crisi migratoria a livello diplomatico con i Paesi del Centro America: Paesi che hanno invece boicottato il Summit of the Americas, tenutosi in California lo scorso giugno. Un altro problema per Biden è la sua proposta di intervenire sul debito studentesco. Era fine agosto quando annunciò l’intenzione di cancellare fino a 20.000 dollari di debito studentesco per circa 40 milioni di americani: un provvedimento costosissimo e in larga parte demagogico, oltre che esposto a una valanga di ricorsi legali. Ebbene, la Casa Bianca ha già dovuto ridimensionare la proposta originaria, mentre il New York Times ha detto la settimana scorsa che il piano sta attirando, oltre alle cause legali, «truffe e confusione». Non è quindi escluso che le difficoltà dei dem siano dettate (anche) dalla delusione dell’elettorato su questo fronte. Un’ulteriore questione che vede l’Asinello piuttosto debole è quella dell’ordine pubblico. Una rilevazione di Politico, pubblicata mercoledì scorso riferisce che, secondo il 74% degli americani, la criminalità violenta è in aumento. Lo stesso sondaggio indica inoltre come il 44% degli elettori ritenga i repubblicani più affidabili per affrontare questo problema, a fronte di un 37% che sul tema predilige i dem. Non è quindi un caso che l’Elefantino stia battendo molto sulla linea «law and order».A oggi, l’ipotesi più probabile è che i repubblicani conquistino la Camera e che i dem tengano il Senato. Uno scenario che, qualora si verificasse, si configurerebbe come un incubo per il presidente, il quale, oltre a ritrovarsi proverbiale anatra zoppa, rischierebbe anche un processo di impeachment. Dovrebbe essere quindi più cauto chi preconizza che il prossimo governo di centrodestra italiano avrà dei problemi a causa dell’ostilità ideologica di Biden. Fdi vanta strette relazioni con i repubblicani: contatti che, dopo le midterm, potrebbero tornare molto utili a un esecutivo guidato da Giorgia Meloni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-elezioni-sconfitta-2658409460.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-sfregio-dellopec-fa-cadere-unaltra-tegola-sulla-casa-bianca" data-post-id="2658409460" data-published-at="1665136319" data-use-pagination="False"> Lo sfregio dell’Opec fa cadere un’altra tegola sulla Casa Bianca Se c’è uno spettro che sta agitando in queste ore i sonni di Joe Biden: è quello del caro energia. Mercoledì, l’Opec plus ha annunciato di voler ridurre la produzione di petrolio di 2 milioni di barili al giorno: una mossa che rischia di comportare un notevole incremento del costo della benzina negli Stati Uniti poco prima delle elezioni di metà mandato del prossimo 8 novembre. Ricordiamo che il presidente americano ha combattuto per circa un anno contro il caro benzina: una situazione che aveva contribuito ad azzoppare significativamente la sua popolarità, fin quando non si era verificato un abbassamento dei prezzi nel corso dell’estate. Ora, la tempistica scelta dall’Opec rischia di rimetterlo nei guai, zavorrando la campagna elettorale dei democratici, che, come notato da Politico, vedono il caro energia come una spada di Damocle sul proprio futuro elettorale. Non a caso, secondo la Cnn, la Casa Bianca aveva effettuato notevoli pressioni per scongiurare questo scenario: uno scenario che, alla fine, si è comunque concretizzato. Segno che i rapporti tra Biden e l’Arabia Saudita continuano a essere tesi. Riad non ha del resto mai digerito i tentativi dell’attuale presidente di rilanciare l’accordo sul nucleare iraniano, mentre Mohammad bin Salman si è progressivamente avvicinato a Russia e Cina negli scorsi mesi. Forse non a caso, l’altro ieri il Washington Post riferiva che questo taglio della produzione favorisce di fatto Mosca. Contrariamente a Donald Trump, Biden non è stato in grado di preservare l’influenza statunitense sul Medio Oriente, entrando in rotta di collisione con alleati storici, come Israele e la stessa Arabia Saudita. Una situazione di cui adesso paga le conseguenze anche a livello interno. Certo: la Casa Bianca ha reagito severamente alla notizia del taglio, minacciando di rilanciare al Congresso il disegno di legge chiamato Nopec, che consentirebbe di intentare cause antitrust ai Paesi esportatori di petrolio. Il punto è che non è chiaro quanto questa minaccia sia effettivamente credibile. Muoversi su un simile piano creerebbe incertezze legali ed esporrebbe soprattutto gli Stati Uniti al rischio di perdere ulteriore influenza sul Medio Oriente a vantaggio di Mosca e Pechino. Biden avrebbe forse fatto meglio a evitare politiche ambientaliste ideologizzate, investendo sin da subito sull’autonomia energetica. Non solo: avrebbe forse dovuto anche continuare a seguire i binari diplomatici tracciati da Trump in Medio Oriente, anziché fissarsi con il rilancio dell’accordo iraniano (un rilancio che irrita sauditi e israeliani e che, al contempo, fa paradossalmente felice il Cremlino, garantendogli potenzialmente danarosi contratti nel settore dell’energia nucleare). D’altronde, Biden è talmente disperato in vista delle midterm che, secondo il Wall Street Journal, avrebbe intenzione di allentare le sanzioni contro il Venezuela: l’idea sarebbe quella di consentire a Chevron di riprendere le estrazioni petrolifere nel Paese e di spingere Nicolás Maduro ad avviare delle trattative con l’opposizione. Ora, sebbene la Casa Bianca abbia detto che la sua «politica delle sanzioni contro il Venezuela rimane invariata», la rivelazione del Wall Street Journal ha del paradossale. Se Biden veramente puntasse a un tale obiettivo, negozierebbe da una posizione di debolezza, favorendo uno stretto alleato della Russia, che è anche una spietata dittatura. Un bizzarro vicolo cieco per un presidente che aveva promesso la lotta alle autocrazie.
Leone XIV (Ansa)
Il documento, dedicato alla «custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza artificiale», reca la datadel 15 maggio, il giorno in cui sono caduti i 135 anni dalla promulgazione della Rerum Novarum di Leone XIII: è a lui che Robert Francis Prevost ha voluto ispirarsi nella scelta del nome, perché, come il predecessore, sente di doversi impegnare nella questione sociale dell’epoca contemporanea. Tanto che ha appena approvato l’istituzione della Commissione interdicasteriale incaricata di seguire il dossier IA. Così, se Benedetto XVI si opponeva alla «dittatura del relativismo», lui combatte la dittatura degli algoritmi.
L’enciclica sarà presentata lunedì prossimo nell’Aula del Sinodo. Sarà presente il pontefice in persona, insieme ai cardinali Víctor Manuel Fernández (prefetto della Fede) e Michael Czerny (prefetto per il Servizio allo sviluppo umano integrale); alla professoressa Anna Dowlands, teologa della Durham University, nel Regno Unito; a Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, il volto «buono» dell’IA; e alla professoressa Leocadie Lushombo, docente di teologica politica della Jesuit school of theology di Santa Clara, in California. La conclusione sarà affidata al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin. E al termine dell’evento, il vicario di Cristo impartirà la benedizione.
È ragionevole aspettarsi che il testo riprenda le argomentazioni di Quo vadis, humanitas?, il documento della Commissione teologica internazionale uscito il 4 marzo. Lo scritto presentava un’ampia disamina delle insidie collegate al rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale generale, suscettibile di rendere «incontrollabili e quindi ingovernabili» le dinamiche economiche, politiche e persino militari, oltre che di schiudere perniciosi orizzonti alle pratiche di «controllo sociale», nonché di privare la democrazia dei «legami solidali» che ne costituiscono il nutrimento. Centrale era l’invito a non liquidare i poveri in quanto meri «danni collaterali» del progresso e a tenere presente la «dignità infinita» della persona, contro le derive transumane e postumane.
D’altronde, già il 10 maggio 2025, a due giorni dalla sua elezione, al Collegio cardinalizio, Prevost spiegò che la Chiesa era chiamata ad affrontare gli effetti di «un’altra rivoluzione industriale e gli sviluppi dell’Intelligenza artificiale». Lo scorso gennaio, nel suo messaggio per la sessantesima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, il Papa americano ha ricordato che quella umana non è «una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo». E ha segnalato che addirittura «gran parte dell’industria creativa» è in pericolo, con «i capolavori del genio umano» che vengono «ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine», destinate a soppiantare i prodotti dell’arte e della fantasia.
Le trappole di quello che Leone chiamava «affidamento ingenuamente acritico all’Intelligenza artificiale», «“oracolo” di ogni consiglio», emergono, proprio in questi giorni, da un dettaglio sulle amministrative francesi: un’inchiesta del think tank Terra Nova ha svelato che, alle elezioni municipali di marzo, un francese su sei ha fatto ricorso all’IA per decidere quale candidato votare. Il 7% vi ha trovato solo una conferma delle proprie preferenze; ma il 5%, sotto la sua influenza, ha cambiato parere; e il 4%, privo di un’opinione, se l’è fatta suggerire dal cervellone elettronico. Sono cifre piccole, che però offrono un assaggio della gigantesca transizione che stiamo attraversando: se l’IA contribuirà a definire i contorni della coscienza collettiva, diventerà cruciale portare alla luce il reticolo di interessi che si cela dietro la fornitura dei servizi digitali. E operare affinché la logica algoritmica sia messa al servizio del bene comune, piuttosto che del tornaconto di pochi miliardari e delle potenze imperiali. Il vaglio critico del «potere computazionale» è esattamente il compito che, nel suo ultimo saggio, La nuova logica del dominio, affida all’etica delle tecnologie padre Paolo Benanti, dirigente dell’Osservatorio sull’Intelligenza artificiale istituito dal ministero del Lavoro.
A subire l’impatto più devastante dal perfezionamento e dalla diffusione pervasiva dell’IA sarà il lavoro. Tanto che lo stesso Elon Musk ha sentito il bisogno di rispondere alle proiezioni che prevedono la cancellazione di 300 milioni di impieghi nel mondo, proponendo un «alto reddito universale» che compensi la disoccupazione.
Il pontefice ha ben presente questa piaga. E avverte l’urgenza di tutelare i minori dai tranelli dei modelli linguistici robotici, capaci di «imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione». Ma nel mondo sdoppiato delle tecnologie basate sui dati, la persona diventa secondaria; a chi governa questa «forza invisibile» interessa solo il nostro simulacro digitale.
E poi c’è la guerra: Leone ne ha appena parlato nel suo discorso alla Sapienza, paventando che l’applicazione dell’IA in ambito bellico peggiori «la tragicità dei conflitti» e deresponsabilizzi «le scelte umane». Forse, per l’annientamento non serve un Terminator. A «terminarci» siamo già bravi da soli.
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Mario Delpini (Ansa)
Si può: tutto questo accade a Milano, dove la diocesi ha presentato nei giorni scorsi il progetto del Monastero ambrosiano firmato da Stefano Boeri, «la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di Mind, il Milano innovation district, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015. Nel 2023 era stata lanciata una Call for ideas, così la chiamano, che aveva coinvolto realtà ecclesiali, istituzioni, centri di ricerca e studi di architettura: l’obiettivo, decidere che cosa realizzare in quell’area. Da allora, Stefano Boeri ha preso il largo e ha firmato il progetto finale benedetto anche dall’arcivescovo, Mario Delpini, e che si estenderà nell’area all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, in un’area che entro il 2030 (anno in cui è prevista la realizzazione del Monastero) ospiterà circa 70.000 persone tra residenti, lavoratori e studenti. Questo Monastero «avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica». Cinque le mini strutture abitative che ospiteranno i monaci del futuro. Gli altri spazi vedranno la presenza di un Chiostro delle religioni, un Giardino delle religioni, «dove le diverse tradizioni monoteiste presenti a Milano sono richiamate simbolicamente attraverso le essenze vegetali», e una Biblioteca delle religioni.
Boeri ha spiegato che il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 metri quadri, 1.100 dei quali destinati agli spazi aperti. La chiesa vera e propria avrà un impianto trigono e potrà accogliere 300-350 fedeli. Ipotizzando la capienza massima, secondo le linee guida ufficiali per la progettazione di nuove chiese pubblicate dall’Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici, l’aula dell’assemblea sarà grande circa 350 metri quadri. A questa bisogna aggiungere il presbiterio (circa 50 mq), i vani accessorio (atri, corridoi, bagni, depositi: altri 150 mq), la sacrestia (30 mq): si arriva così a poco meno di 600 mq di sola chiesa, poco meno di un quinto dello spazio interessato dall’intervento. Forse un po’ pochino, visto che dovrebbe essere anche la chiesa di riferimenti dell’attiguo quartiere di Cascina Merlata, nuovo di zecca, popoloso ma privo di strutture religiose. Costo stimato? «Edificare nuovi centri parrocchiali», ha ricordato monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, «costa fra i 5 e i 6 milioni di euro. Il Monastero ambrosiano non costerà di meno». I soldi saranno saranno reperiti attraverso una raccolta fondi.
Sui social, i fedeli non hanno preso bene il progetto. C’è chi dubita della funzionalità della struttura per ospitare celebrazioni sacre, chi si chiede «Ma sempre Boeri?», chi (tantissimi) sottolinea che, invece di costruirne uno nuovo, la Curia dovrebbe badare ai numerosi monasteri chiusi o che stanno chiudendo e che rischiano di rovinarsi (e qui il grande accusato è proprio l’arcivescovo Delpini). La domanda, infine, che molti si pongono è: quale è la ratio di una diocesi che finanzia un centro per il sincretismo religioso? Non dovrebbe annunciare Cristo invece di mischiare la fede cristiana con il resto del mondo? Il monastero medievale, al quale quello «ambrosiano» si richiama, era il pilastro della società di allora. Nella visione boeriana, la chiesa è messa in un angolo, lo spazio viene fagocitato dalla mescolanza della fede cristiana con gli altri credo. Lo stesso Boeri, nel rispondere a un commento particolarmente critico di un utente su Facebook che si domandava «Chi dovrebbe usufruire di una simile costruzione?», ha risposto: «Cittadini e fedeli di fedi diverse».
E c’è un altro fattore, da considerare: non è che l’idea del Monastero ambrosiano arrivi troppo tardi? Il 30 gennaio 2022 monsignor Luigi Stucchi, allora collaboratore del vicario episcopale per la vita consacrata della Diocesi di Milano, sottolineava il calo generale delle vocazioni per le congregazioni religiose. Il «monastero contemporaneo, manca dei pilastri fondamentali di un monastero: non è un baluardo della fede. Rischia di essere solo un Bosco orizzontale».
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Ecco #DimmiLaVerità del 19 maggio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Cisint sottolinea i rischi della islamizzazione.
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Stavolta l’allarme è assai più serio di quanto accaduto con la «infection boat», la nave da crociera Hondius arrivata ieri nel porto di Rotterdam e dove a bordo si era sviluppato il focolaio di Hantavirus. L’Oms, come si legge nel bollettino ufficiale, «ha dichiarato, il 17 maggio, un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale per l’epidemia di malattia da virus ebola causata dalla variante Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda».
Il focolaio si è sviluppato nella zona di confine tra Uganda e Sud Sudan, una delle aree più povere e depresse del mondo, ed è già passato in Congo dove questa è la diciassettesima epidemia di un virus insidiosissimo. Il governo congolese ha già preso misure di contenimento. Ma l’interrogativo che più preoccupa è: se si estende il contagio come contrastarlo? Questo ceppo di Ebola, scoperto nel 2007 anche se è lievemente meno letale con un’incidenza del 50% di mortalità rispetto alla variante Zaire che arriva fino al 90% di decessi, non ha nessun vaccino per contrastarlo né alcuna terapia: avvenuto il contagio si possono solo contenere gli effetti e sperare che il sistema immunitario faccia il suo lavoro. Questo però mette in evidenza come l’industria dei vaccini sia più attenta al mercato che alla salute. Anche nel caso dell’Hantavirus si è detto che in nove mesi si poteva arrivare al siero per contrastarlo, adottando come parametro i tempi per la puntura anti Covid. La verità è che l’Hantavirus è stato studiato e l’antidoto c’è, ma non è stato mai ultimato perché non ha mercato.
Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ammesso che ci sono «notevoli incertezze sul numero reale di persone infette e sulla diffusione geografica». Le cifre attestano 246 casi sospetti con 80 decessi sospetti e 8 casi confermati, oltre a due decessi in Uganda e a un focolaio di almeno 80 contagi in Sud Sudan. Secondo le autorità congolesi, i morti in realtà sarebbero 95 e i contagiati 400. A queste cifre va aggiunto quanto riferiscono i Cdc americani: sei operatori sanitari statunitensi esposti al contagio. Sempre i Centers for disease control and prevention di Atlanta, sia pure parlando di rischio basso per la popolazione statunitense, hanno attivato le procedure d’emergenza e per il rimpatrio dei sei contagiati hanno predisposto un primo trasferimento in una base militare in Germania. L’ambasciata Usa a Kinshasa ha contestualmente vietato i viaggi nella provincia dell’Ituri, l’epicentro del focolaio. Da quel che si è saputo la paziente zero sarebbe un’infermiera del Congo che ha accusato la malattia dal 24 aprile. Per stessa ammissione dell’Oms, essendo così rara al variante Bundibugyo, la ricerca scientifica ed economica si è concentrata quasi interamente sul ceppo Zaire di Ebola, per il quale ora esistono vaccini e farmaci efficaci, lasciando un vuoto di ricerca per questa specie. Tedros Adhanom Ghebreyesus ha anche precisato che «l’emergenza sanitaria internazionale è comunque uno dei livelli di allerta più alti, secondo solo alla pandemia». Come detto, al momento non ci sono cure. Gli unici provvedimenti terapeutici applicabili una volta che si manifestano i sintomi (febbre alta e forti dolori muscolari, vomito e diarrea, emorragie interne ed esterne) sono reidratazione aggressiva, supporto emodinamico e gestione dei sintomi con farmaci per il dolore, per la febbre e gli antiemetici. Il contagio avviene solo con contatti diretti con infetti, scambio di sangue e fluidi organici.
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