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2021-09-05
Biden all’angolo per il caos profughi. Mancano posti letto e finanziamenti
Joe Biden (Ansa)
Il ricollocamento dei rifugiati afgani negli Stati Uniti sta procedendo non senza difficoltà. Secondo The Hill, sono arrivate al momento nel Paese circa 30.000 persone, mentre l'altro ieri il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha reso noto che la cifra sia destinata a raggiungere almeno le 50.000 unità. Ricordiamo che una parte consistente dei rifugiati è costituita da persone che hanno assistito le truppe americane nella loro missione afgana. Ora, alcuni di costoro sono arrivati negli Stati Uniti con uno «special immigrant visa»: un visto che garantisce, cioè, lo status di residente permanente. Dopo un periodo di attesa in alcuni Paesi terzi, i profughi che giungono in territorio statunitense vengono smistati in otto siti militari, dove risultano sottoposti a controlli medici e a procedure burocratiche. Espletati questi processi, i rifugiati vengono affidati alle agenzie di reinsediamento, le quali si occupano di trovare loro un alloggio e un posto di lavoro.
Il punto è che le difficoltà sul campo sono numerose. Innanzitutto, le stesse procedure di accoglienza stanno andando incontro a svariati problemi. A parlarne è stato, l'altro ieri, il sito di Cbs News, che ha individuato alcuni nodi peculiari. In primo luogo: migliaia di afgani starebbero arrivando «senza visti approvati» e risulterebbero per questo destinati a rimanere in un limbo giuridico senza la possibilità di accedere a determinati servizi sociali. In secondo luogo, l'aumento dei rifugiati registratosi negli ultimi giorni avrebbe messo in seria difficoltà le agenzie per il reinsediamento, spingendole a rivolgersi a strutture alberghiere o ai servizi di Airbnb. In terzo luogo, Cbs News ha riferito che gli Stati Uniti non si trovavano a fronteggiare una simile crisi di profughi dai tempi della caduta di Saigon e che al momento «il sistema di reinsediamento dei rifugiati del governo […] non è attrezzato per gestire un improvviso afflusso di sfollati». Un fattore, questo, che ha portato le agenzie a reclutare un maggior numero di volontari e a fare affidamento sulle donazioni.
In tutto ciò, si scorgono anche delle spinose questioni di natura burocratica. Non soltanto la valutazione delle domande di ammissione per chi teme persecuzioni in Afghanistan potrebbe richiedere addirittura degli anni, visto l'esorbitante numero di arretrati che devono affrontare gli Us citizenship and immigration services. Ma non bisogna poi trascurare un ulteriore nodo: non è infatti ancora ben chiaro quale debba essere il destino di coloro che vedranno respinte le proprie domande. Teoricamente dovrebbero essere soggetti a rimpatrio, ma – come notato da Cbs News – l'Immigration and customs enforcement non effettua più voli di espulsione verso l'Afghanistan dalla fine del 2020.
Insomma, la situazione complessiva presenta delle criticità significative. Criticità che, se in parte sono dettate da un'ineludibile situazione di emergenza, in parte sono anche frutto dei ritardi di Joe Biden. In tal senso, lo scorso 18 agosto, il Washington Post riferì che «l'amministrazione ha mostrato poca urgenza pubblica per accelerare i visti per gli afgani, nei mesi precedenti e immediatamente dopo l'annuncio di Biden ad aprile che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le forze statunitensi». Certo: i funzionari dell'attuale amministrazione hanno incolpato Donald Trump per l'ingorgo sui visti. Tuttavia non solo il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha dovuto ammettere che la pandemia abbia contribuito a rallentare le procedure dal 2020, ma – più in generale – andrebbe ricordato che – pur dinanzi a questi evidenti nodi burocratici – Biden abbia continuato a intestardirsi sulla deadline del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Una deadline che, come sottolineato martedì dal professor S. Paul Kapur sul Wall Street Journal, il presidente avrebbe potuto sconfessare.
Ma si staglia anche un problema politico all'orizzonte. La questione dei rifugiati rischia di avere un impatto notevole in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre 2022. Una parte del Partito repubblicano è infatti critica sui ricollocamenti afgani, a partire da Trump. L'ex presidente, che si era mostrato inizialmente aperto ad accogliere quanti avevano assistito le truppe americane, ha sottolineato il rischio di infiltrazioni terroristiche. «Quanti terroristi Joe Biden porterà in America? Non lo sappiamo», ha tuonato. La questione entrerà prevedibilmente nell'imminente campagna elettorale. A tal proposito, Nbc News ha riportato l'altro ieri che, su 30.000 evacuati afgani direttisi negli Stati Uniti, circa 10.000 hanno dovuto essere sottoposti a «ulteriori controlli»: in particolare, un centinaio sono stati segnalati «per possibili legami con i talebani o gruppi terroristici». La situazione complessiva resta quindi delicata. E Biden, oltre ai problemi gestionali, deve sempre più barcamenarsi tra le critiche repubblicane e la sinistra del suo stesso partito, che – a partire da Alexandria Ocasio-Cortez – spinge invece sul pedale dell'accoglienza.
Le fake news di guerra dei talebani
Scorrono i giorni, da quando le forze internazionali hanno lasciato l'Afghanistan e i talebani tentano di dare al mondo un'immagine sicura di sé, di sembrare compatti e pronti ad affrontare le sfide che il nuovo governo si troverà davanti. Attraverso i media, prostrati e minacciati costantemente, hanno tentato di diffondere notizie che potessero avallare questa immagine, ma fino ad oggi sono stati smentiti. Tra le informazioni false messe in circolazione c'era la resa di Ahmad Massoud, il figlio del «leone del Panjshir», che guida la resistenza armata insieme ad ex membri del disciolto esercito afgano e ad ex appartenenti alle forze speciali del passato governo. I talebani, la scorsa notte, avevano sparato colpi in aria per le strade di Kabul, diffondendo poi la storia che si trattasse di festeggiamenti per la fuga di Massoud in Tagikistan. I colpi non solo hanno causato la morte di diverse persone e il ferimento di decine di civili, ma si sono rivelati per quel che erano: l'annuncio di una fake news. Ahmad Massoud, nonostante i problemi in Panjshir dovuti alla mancanza di connessione internet e di elettricità (tagliate dai talebani), è riuscito a comunicare che la resistenza continua e che l'Afghanistan non rinuncerà a lottare. «Le nostre donne a Herat hanno dimostrato che la battaglia per i propri diritti va avanti», ha dichiarato il leader del fronte della resistenza riferendosi alle proteste delle attiviste di Herat. A queste hanno fatto seguito le manifestazioni a Kabul di un gruppo di donne che si è opposto all'idea, lanciata dai talebani, che solo gli uomini possano ricoprire posizioni di rilievo nelle future istituzioni politiche. Anche la protesta della capitale ha smentito i miliziani, secondo i quali la popolazione è ben felice di averli al comando e di essere da loro protetta. Le donne di Kabul sono state minacciate, picchiate e disperse coi lacrimogeni quando hanno tentato di raggiungere l'Arg, il palazzo presidenziale, dopo aver intonato l'inno nazionale dell'ormai ex repubblica destinata a lasciare spazio all'Emirato. Insomma, il percorso dei talebani si mostra tutt'altro che in discesa, tanto è vero che anche l'annuncio del nuovo governo viene costantemente dato per imminente e ogni volta stenta ad arrivare. Le diatribe interne al movimento sono del resto numerose, anche se sui nomi principali non ci dovrebbero essere dubbi. Abdul Ghani Baradar, braccio destro del mullah Omar e fondatore con lui dei talebani, sarà il premier. Baradar sta scalpitando per questo risultato da quando gli Usa lo hanno fatto scarcerare dalle prigioni pakistane nel 2018, facendolo poi saltare direttamente dalla lista dei terroristi stilata dall'Unione europea al tavolo degli accordi di Doha, condotti in Qatar, che hanno portato al disimpegno americano in Afghanistan. Il leader supremo sarà invece Haibatullah Akhundzada, indicato già da tempo come «rahbar», titolo teocratico simile a quello dell'ayatollah Khamenei in Iran. Sull'apparente tranquillità dei talebani, inoltre, aleggia lo spettro dell'Isis-K, il ramo afgano del Daesh. I terroristi del Khorasan, da sempre in lotta contro i talebani per il potere, hanno tenuto a farsi «pubblicità» con il sanguinoso attentato all'aeroporto di Kabul durante le operazioni di evacuazione dei civili. L'intelligence scommette che non esiteranno a mettere la loro firma su nuovi, eclatanti fatti di sangue. Il momento dell'annuncio del nuovo governo potrebbe essere un'occasione propizia per finire di nuovo sotto i riflettori. I talebani hanno cercato di mostrarsi sicuri anche su questo fronte, asserendo di non aver bisogno della cooperazione degli Stati Uniti - offerta dagli stessi Usa - per tenere a bada l'Isis. Di contro, a Kabul è stato ricevuto in pompa magna il comandante dell'Isi (l'intelligence pakistana) Faiz Hamid, che guidava una delegazione di ufficiali pakistani. L'Isi aiuterà i talebani durante la fase di formazione del nuovo governo, segno inequivocabile e tangibile dei legami stretti tra Pakistan e regime, che si sono incontrati anche a Doha per discutere le loro relazioni bilaterali. Intanto la crisi avanza in tutto il Paese. Le difficoltà di accesso al sistema bancario stanno creando recessione e le fabbriche hanno problemi a sostenere le spese quotidiane e gli stipendi degli operai. Molti servizi pubblici hanno smesso di funzionare. Unici segni di apertura vengono dall'aeroporto di Kabul. I voli interni della compagnia nazionale «Ariana» avrebbero ripreso a decollare e nei prossimi giorni si vedrà cosa ne sarà del più importante scalo aereo afgano.
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Il presidente in difficoltà per la gestione dei 30.000 sfollati arrivati in America: il governo è impreparato. Problemi anche per l'approvazione dei visti agli ex collaboratori. Donald Trump attacca: c'è rischio terrorismo.I miliziani inscenano festeggiamenti per la falsa sconfitta del capo della resistenza. Sciolti gli ultimi dubbi sul governo, ma il sistema bancario è rimasto senza liquidità.Lo speciale contiene due articoli.Il ricollocamento dei rifugiati afgani negli Stati Uniti sta procedendo non senza difficoltà. Secondo The Hill, sono arrivate al momento nel Paese circa 30.000 persone, mentre l'altro ieri il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha reso noto che la cifra sia destinata a raggiungere almeno le 50.000 unità. Ricordiamo che una parte consistente dei rifugiati è costituita da persone che hanno assistito le truppe americane nella loro missione afgana. Ora, alcuni di costoro sono arrivati negli Stati Uniti con uno «special immigrant visa»: un visto che garantisce, cioè, lo status di residente permanente. Dopo un periodo di attesa in alcuni Paesi terzi, i profughi che giungono in territorio statunitense vengono smistati in otto siti militari, dove risultano sottoposti a controlli medici e a procedure burocratiche. Espletati questi processi, i rifugiati vengono affidati alle agenzie di reinsediamento, le quali si occupano di trovare loro un alloggio e un posto di lavoro. Il punto è che le difficoltà sul campo sono numerose. Innanzitutto, le stesse procedure di accoglienza stanno andando incontro a svariati problemi. A parlarne è stato, l'altro ieri, il sito di Cbs News, che ha individuato alcuni nodi peculiari. In primo luogo: migliaia di afgani starebbero arrivando «senza visti approvati» e risulterebbero per questo destinati a rimanere in un limbo giuridico senza la possibilità di accedere a determinati servizi sociali. In secondo luogo, l'aumento dei rifugiati registratosi negli ultimi giorni avrebbe messo in seria difficoltà le agenzie per il reinsediamento, spingendole a rivolgersi a strutture alberghiere o ai servizi di Airbnb. In terzo luogo, Cbs News ha riferito che gli Stati Uniti non si trovavano a fronteggiare una simile crisi di profughi dai tempi della caduta di Saigon e che al momento «il sistema di reinsediamento dei rifugiati del governo […] non è attrezzato per gestire un improvviso afflusso di sfollati». Un fattore, questo, che ha portato le agenzie a reclutare un maggior numero di volontari e a fare affidamento sulle donazioni.In tutto ciò, si scorgono anche delle spinose questioni di natura burocratica. Non soltanto la valutazione delle domande di ammissione per chi teme persecuzioni in Afghanistan potrebbe richiedere addirittura degli anni, visto l'esorbitante numero di arretrati che devono affrontare gli Us citizenship and immigration services. Ma non bisogna poi trascurare un ulteriore nodo: non è infatti ancora ben chiaro quale debba essere il destino di coloro che vedranno respinte le proprie domande. Teoricamente dovrebbero essere soggetti a rimpatrio, ma – come notato da Cbs News – l'Immigration and customs enforcement non effettua più voli di espulsione verso l'Afghanistan dalla fine del 2020. Insomma, la situazione complessiva presenta delle criticità significative. Criticità che, se in parte sono dettate da un'ineludibile situazione di emergenza, in parte sono anche frutto dei ritardi di Joe Biden. In tal senso, lo scorso 18 agosto, il Washington Post riferì che «l'amministrazione ha mostrato poca urgenza pubblica per accelerare i visti per gli afgani, nei mesi precedenti e immediatamente dopo l'annuncio di Biden ad aprile che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le forze statunitensi». Certo: i funzionari dell'attuale amministrazione hanno incolpato Donald Trump per l'ingorgo sui visti. Tuttavia non solo il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha dovuto ammettere che la pandemia abbia contribuito a rallentare le procedure dal 2020, ma – più in generale – andrebbe ricordato che – pur dinanzi a questi evidenti nodi burocratici – Biden abbia continuato a intestardirsi sulla deadline del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Una deadline che, come sottolineato martedì dal professor S. Paul Kapur sul Wall Street Journal, il presidente avrebbe potuto sconfessare. Ma si staglia anche un problema politico all'orizzonte. La questione dei rifugiati rischia di avere un impatto notevole in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre 2022. Una parte del Partito repubblicano è infatti critica sui ricollocamenti afgani, a partire da Trump. L'ex presidente, che si era mostrato inizialmente aperto ad accogliere quanti avevano assistito le truppe americane, ha sottolineato il rischio di infiltrazioni terroristiche. «Quanti terroristi Joe Biden porterà in America? Non lo sappiamo», ha tuonato. La questione entrerà prevedibilmente nell'imminente campagna elettorale. A tal proposito, Nbc News ha riportato l'altro ieri che, su 30.000 evacuati afgani direttisi negli Stati Uniti, circa 10.000 hanno dovuto essere sottoposti a «ulteriori controlli»: in particolare, un centinaio sono stati segnalati «per possibili legami con i talebani o gruppi terroristici». La situazione complessiva resta quindi delicata. E Biden, oltre ai problemi gestionali, deve sempre più barcamenarsi tra le critiche repubblicane e la sinistra del suo stesso partito, che – a partire da Alexandria Ocasio-Cortez – spinge invece sul pedale dell'accoglienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-allangolo-per-il-caos-profughi-mancano-posti-letto-e-finanziamenti-2654904860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-fake-news-di-guerra-dei-talebani" data-post-id="2654904860" data-published-at="1630785295" data-use-pagination="False"> Le fake news di guerra dei talebani Scorrono i giorni, da quando le forze internazionali hanno lasciato l'Afghanistan e i talebani tentano di dare al mondo un'immagine sicura di sé, di sembrare compatti e pronti ad affrontare le sfide che il nuovo governo si troverà davanti. Attraverso i media, prostrati e minacciati costantemente, hanno tentato di diffondere notizie che potessero avallare questa immagine, ma fino ad oggi sono stati smentiti. Tra le informazioni false messe in circolazione c'era la resa di Ahmad Massoud, il figlio del «leone del Panjshir», che guida la resistenza armata insieme ad ex membri del disciolto esercito afgano e ad ex appartenenti alle forze speciali del passato governo. I talebani, la scorsa notte, avevano sparato colpi in aria per le strade di Kabul, diffondendo poi la storia che si trattasse di festeggiamenti per la fuga di Massoud in Tagikistan. I colpi non solo hanno causato la morte di diverse persone e il ferimento di decine di civili, ma si sono rivelati per quel che erano: l'annuncio di una fake news. Ahmad Massoud, nonostante i problemi in Panjshir dovuti alla mancanza di connessione internet e di elettricità (tagliate dai talebani), è riuscito a comunicare che la resistenza continua e che l'Afghanistan non rinuncerà a lottare. «Le nostre donne a Herat hanno dimostrato che la battaglia per i propri diritti va avanti», ha dichiarato il leader del fronte della resistenza riferendosi alle proteste delle attiviste di Herat. A queste hanno fatto seguito le manifestazioni a Kabul di un gruppo di donne che si è opposto all'idea, lanciata dai talebani, che solo gli uomini possano ricoprire posizioni di rilievo nelle future istituzioni politiche. Anche la protesta della capitale ha smentito i miliziani, secondo i quali la popolazione è ben felice di averli al comando e di essere da loro protetta. Le donne di Kabul sono state minacciate, picchiate e disperse coi lacrimogeni quando hanno tentato di raggiungere l'Arg, il palazzo presidenziale, dopo aver intonato l'inno nazionale dell'ormai ex repubblica destinata a lasciare spazio all'Emirato. Insomma, il percorso dei talebani si mostra tutt'altro che in discesa, tanto è vero che anche l'annuncio del nuovo governo viene costantemente dato per imminente e ogni volta stenta ad arrivare. Le diatribe interne al movimento sono del resto numerose, anche se sui nomi principali non ci dovrebbero essere dubbi. Abdul Ghani Baradar, braccio destro del mullah Omar e fondatore con lui dei talebani, sarà il premier. Baradar sta scalpitando per questo risultato da quando gli Usa lo hanno fatto scarcerare dalle prigioni pakistane nel 2018, facendolo poi saltare direttamente dalla lista dei terroristi stilata dall'Unione europea al tavolo degli accordi di Doha, condotti in Qatar, che hanno portato al disimpegno americano in Afghanistan. Il leader supremo sarà invece Haibatullah Akhundzada, indicato già da tempo come «rahbar», titolo teocratico simile a quello dell'ayatollah Khamenei in Iran. Sull'apparente tranquillità dei talebani, inoltre, aleggia lo spettro dell'Isis-K, il ramo afgano del Daesh. I terroristi del Khorasan, da sempre in lotta contro i talebani per il potere, hanno tenuto a farsi «pubblicità» con il sanguinoso attentato all'aeroporto di Kabul durante le operazioni di evacuazione dei civili. L'intelligence scommette che non esiteranno a mettere la loro firma su nuovi, eclatanti fatti di sangue. Il momento dell'annuncio del nuovo governo potrebbe essere un'occasione propizia per finire di nuovo sotto i riflettori. I talebani hanno cercato di mostrarsi sicuri anche su questo fronte, asserendo di non aver bisogno della cooperazione degli Stati Uniti - offerta dagli stessi Usa - per tenere a bada l'Isis. Di contro, a Kabul è stato ricevuto in pompa magna il comandante dell'Isi (l'intelligence pakistana) Faiz Hamid, che guidava una delegazione di ufficiali pakistani. L'Isi aiuterà i talebani durante la fase di formazione del nuovo governo, segno inequivocabile e tangibile dei legami stretti tra Pakistan e regime, che si sono incontrati anche a Doha per discutere le loro relazioni bilaterali. Intanto la crisi avanza in tutto il Paese. Le difficoltà di accesso al sistema bancario stanno creando recessione e le fabbriche hanno problemi a sostenere le spese quotidiane e gli stipendi degli operai. Molti servizi pubblici hanno smesso di funzionare. Unici segni di apertura vengono dall'aeroporto di Kabul. I voli interni della compagnia nazionale «Ariana» avrebbero ripreso a decollare e nei prossimi giorni si vedrà cosa ne sarà del più importante scalo aereo afgano.
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.