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2021-09-05
Biden all’angolo per il caos profughi. Mancano posti letto e finanziamenti
Joe Biden (Ansa)
Il ricollocamento dei rifugiati afgani negli Stati Uniti sta procedendo non senza difficoltà. Secondo The Hill, sono arrivate al momento nel Paese circa 30.000 persone, mentre l'altro ieri il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha reso noto che la cifra sia destinata a raggiungere almeno le 50.000 unità. Ricordiamo che una parte consistente dei rifugiati è costituita da persone che hanno assistito le truppe americane nella loro missione afgana. Ora, alcuni di costoro sono arrivati negli Stati Uniti con uno «special immigrant visa»: un visto che garantisce, cioè, lo status di residente permanente. Dopo un periodo di attesa in alcuni Paesi terzi, i profughi che giungono in territorio statunitense vengono smistati in otto siti militari, dove risultano sottoposti a controlli medici e a procedure burocratiche. Espletati questi processi, i rifugiati vengono affidati alle agenzie di reinsediamento, le quali si occupano di trovare loro un alloggio e un posto di lavoro.
Il punto è che le difficoltà sul campo sono numerose. Innanzitutto, le stesse procedure di accoglienza stanno andando incontro a svariati problemi. A parlarne è stato, l'altro ieri, il sito di Cbs News, che ha individuato alcuni nodi peculiari. In primo luogo: migliaia di afgani starebbero arrivando «senza visti approvati» e risulterebbero per questo destinati a rimanere in un limbo giuridico senza la possibilità di accedere a determinati servizi sociali. In secondo luogo, l'aumento dei rifugiati registratosi negli ultimi giorni avrebbe messo in seria difficoltà le agenzie per il reinsediamento, spingendole a rivolgersi a strutture alberghiere o ai servizi di Airbnb. In terzo luogo, Cbs News ha riferito che gli Stati Uniti non si trovavano a fronteggiare una simile crisi di profughi dai tempi della caduta di Saigon e che al momento «il sistema di reinsediamento dei rifugiati del governo […] non è attrezzato per gestire un improvviso afflusso di sfollati». Un fattore, questo, che ha portato le agenzie a reclutare un maggior numero di volontari e a fare affidamento sulle donazioni.
In tutto ciò, si scorgono anche delle spinose questioni di natura burocratica. Non soltanto la valutazione delle domande di ammissione per chi teme persecuzioni in Afghanistan potrebbe richiedere addirittura degli anni, visto l'esorbitante numero di arretrati che devono affrontare gli Us citizenship and immigration services. Ma non bisogna poi trascurare un ulteriore nodo: non è infatti ancora ben chiaro quale debba essere il destino di coloro che vedranno respinte le proprie domande. Teoricamente dovrebbero essere soggetti a rimpatrio, ma – come notato da Cbs News – l'Immigration and customs enforcement non effettua più voli di espulsione verso l'Afghanistan dalla fine del 2020.
Insomma, la situazione complessiva presenta delle criticità significative. Criticità che, se in parte sono dettate da un'ineludibile situazione di emergenza, in parte sono anche frutto dei ritardi di Joe Biden. In tal senso, lo scorso 18 agosto, il Washington Post riferì che «l'amministrazione ha mostrato poca urgenza pubblica per accelerare i visti per gli afgani, nei mesi precedenti e immediatamente dopo l'annuncio di Biden ad aprile che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le forze statunitensi». Certo: i funzionari dell'attuale amministrazione hanno incolpato Donald Trump per l'ingorgo sui visti. Tuttavia non solo il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha dovuto ammettere che la pandemia abbia contribuito a rallentare le procedure dal 2020, ma – più in generale – andrebbe ricordato che – pur dinanzi a questi evidenti nodi burocratici – Biden abbia continuato a intestardirsi sulla deadline del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Una deadline che, come sottolineato martedì dal professor S. Paul Kapur sul Wall Street Journal, il presidente avrebbe potuto sconfessare.
Ma si staglia anche un problema politico all'orizzonte. La questione dei rifugiati rischia di avere un impatto notevole in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre 2022. Una parte del Partito repubblicano è infatti critica sui ricollocamenti afgani, a partire da Trump. L'ex presidente, che si era mostrato inizialmente aperto ad accogliere quanti avevano assistito le truppe americane, ha sottolineato il rischio di infiltrazioni terroristiche. «Quanti terroristi Joe Biden porterà in America? Non lo sappiamo», ha tuonato. La questione entrerà prevedibilmente nell'imminente campagna elettorale. A tal proposito, Nbc News ha riportato l'altro ieri che, su 30.000 evacuati afgani direttisi negli Stati Uniti, circa 10.000 hanno dovuto essere sottoposti a «ulteriori controlli»: in particolare, un centinaio sono stati segnalati «per possibili legami con i talebani o gruppi terroristici». La situazione complessiva resta quindi delicata. E Biden, oltre ai problemi gestionali, deve sempre più barcamenarsi tra le critiche repubblicane e la sinistra del suo stesso partito, che – a partire da Alexandria Ocasio-Cortez – spinge invece sul pedale dell'accoglienza.
Le fake news di guerra dei talebani
Scorrono i giorni, da quando le forze internazionali hanno lasciato l'Afghanistan e i talebani tentano di dare al mondo un'immagine sicura di sé, di sembrare compatti e pronti ad affrontare le sfide che il nuovo governo si troverà davanti. Attraverso i media, prostrati e minacciati costantemente, hanno tentato di diffondere notizie che potessero avallare questa immagine, ma fino ad oggi sono stati smentiti. Tra le informazioni false messe in circolazione c'era la resa di Ahmad Massoud, il figlio del «leone del Panjshir», che guida la resistenza armata insieme ad ex membri del disciolto esercito afgano e ad ex appartenenti alle forze speciali del passato governo. I talebani, la scorsa notte, avevano sparato colpi in aria per le strade di Kabul, diffondendo poi la storia che si trattasse di festeggiamenti per la fuga di Massoud in Tagikistan. I colpi non solo hanno causato la morte di diverse persone e il ferimento di decine di civili, ma si sono rivelati per quel che erano: l'annuncio di una fake news. Ahmad Massoud, nonostante i problemi in Panjshir dovuti alla mancanza di connessione internet e di elettricità (tagliate dai talebani), è riuscito a comunicare che la resistenza continua e che l'Afghanistan non rinuncerà a lottare. «Le nostre donne a Herat hanno dimostrato che la battaglia per i propri diritti va avanti», ha dichiarato il leader del fronte della resistenza riferendosi alle proteste delle attiviste di Herat. A queste hanno fatto seguito le manifestazioni a Kabul di un gruppo di donne che si è opposto all'idea, lanciata dai talebani, che solo gli uomini possano ricoprire posizioni di rilievo nelle future istituzioni politiche. Anche la protesta della capitale ha smentito i miliziani, secondo i quali la popolazione è ben felice di averli al comando e di essere da loro protetta. Le donne di Kabul sono state minacciate, picchiate e disperse coi lacrimogeni quando hanno tentato di raggiungere l'Arg, il palazzo presidenziale, dopo aver intonato l'inno nazionale dell'ormai ex repubblica destinata a lasciare spazio all'Emirato. Insomma, il percorso dei talebani si mostra tutt'altro che in discesa, tanto è vero che anche l'annuncio del nuovo governo viene costantemente dato per imminente e ogni volta stenta ad arrivare. Le diatribe interne al movimento sono del resto numerose, anche se sui nomi principali non ci dovrebbero essere dubbi. Abdul Ghani Baradar, braccio destro del mullah Omar e fondatore con lui dei talebani, sarà il premier. Baradar sta scalpitando per questo risultato da quando gli Usa lo hanno fatto scarcerare dalle prigioni pakistane nel 2018, facendolo poi saltare direttamente dalla lista dei terroristi stilata dall'Unione europea al tavolo degli accordi di Doha, condotti in Qatar, che hanno portato al disimpegno americano in Afghanistan. Il leader supremo sarà invece Haibatullah Akhundzada, indicato già da tempo come «rahbar», titolo teocratico simile a quello dell'ayatollah Khamenei in Iran. Sull'apparente tranquillità dei talebani, inoltre, aleggia lo spettro dell'Isis-K, il ramo afgano del Daesh. I terroristi del Khorasan, da sempre in lotta contro i talebani per il potere, hanno tenuto a farsi «pubblicità» con il sanguinoso attentato all'aeroporto di Kabul durante le operazioni di evacuazione dei civili. L'intelligence scommette che non esiteranno a mettere la loro firma su nuovi, eclatanti fatti di sangue. Il momento dell'annuncio del nuovo governo potrebbe essere un'occasione propizia per finire di nuovo sotto i riflettori. I talebani hanno cercato di mostrarsi sicuri anche su questo fronte, asserendo di non aver bisogno della cooperazione degli Stati Uniti - offerta dagli stessi Usa - per tenere a bada l'Isis. Di contro, a Kabul è stato ricevuto in pompa magna il comandante dell'Isi (l'intelligence pakistana) Faiz Hamid, che guidava una delegazione di ufficiali pakistani. L'Isi aiuterà i talebani durante la fase di formazione del nuovo governo, segno inequivocabile e tangibile dei legami stretti tra Pakistan e regime, che si sono incontrati anche a Doha per discutere le loro relazioni bilaterali. Intanto la crisi avanza in tutto il Paese. Le difficoltà di accesso al sistema bancario stanno creando recessione e le fabbriche hanno problemi a sostenere le spese quotidiane e gli stipendi degli operai. Molti servizi pubblici hanno smesso di funzionare. Unici segni di apertura vengono dall'aeroporto di Kabul. I voli interni della compagnia nazionale «Ariana» avrebbero ripreso a decollare e nei prossimi giorni si vedrà cosa ne sarà del più importante scalo aereo afgano.
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Il presidente in difficoltà per la gestione dei 30.000 sfollati arrivati in America: il governo è impreparato. Problemi anche per l'approvazione dei visti agli ex collaboratori. Donald Trump attacca: c'è rischio terrorismo.I miliziani inscenano festeggiamenti per la falsa sconfitta del capo della resistenza. Sciolti gli ultimi dubbi sul governo, ma il sistema bancario è rimasto senza liquidità.Lo speciale contiene due articoli.Il ricollocamento dei rifugiati afgani negli Stati Uniti sta procedendo non senza difficoltà. Secondo The Hill, sono arrivate al momento nel Paese circa 30.000 persone, mentre l'altro ieri il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha reso noto che la cifra sia destinata a raggiungere almeno le 50.000 unità. Ricordiamo che una parte consistente dei rifugiati è costituita da persone che hanno assistito le truppe americane nella loro missione afgana. Ora, alcuni di costoro sono arrivati negli Stati Uniti con uno «special immigrant visa»: un visto che garantisce, cioè, lo status di residente permanente. Dopo un periodo di attesa in alcuni Paesi terzi, i profughi che giungono in territorio statunitense vengono smistati in otto siti militari, dove risultano sottoposti a controlli medici e a procedure burocratiche. Espletati questi processi, i rifugiati vengono affidati alle agenzie di reinsediamento, le quali si occupano di trovare loro un alloggio e un posto di lavoro. Il punto è che le difficoltà sul campo sono numerose. Innanzitutto, le stesse procedure di accoglienza stanno andando incontro a svariati problemi. A parlarne è stato, l'altro ieri, il sito di Cbs News, che ha individuato alcuni nodi peculiari. In primo luogo: migliaia di afgani starebbero arrivando «senza visti approvati» e risulterebbero per questo destinati a rimanere in un limbo giuridico senza la possibilità di accedere a determinati servizi sociali. In secondo luogo, l'aumento dei rifugiati registratosi negli ultimi giorni avrebbe messo in seria difficoltà le agenzie per il reinsediamento, spingendole a rivolgersi a strutture alberghiere o ai servizi di Airbnb. In terzo luogo, Cbs News ha riferito che gli Stati Uniti non si trovavano a fronteggiare una simile crisi di profughi dai tempi della caduta di Saigon e che al momento «il sistema di reinsediamento dei rifugiati del governo […] non è attrezzato per gestire un improvviso afflusso di sfollati». Un fattore, questo, che ha portato le agenzie a reclutare un maggior numero di volontari e a fare affidamento sulle donazioni.In tutto ciò, si scorgono anche delle spinose questioni di natura burocratica. Non soltanto la valutazione delle domande di ammissione per chi teme persecuzioni in Afghanistan potrebbe richiedere addirittura degli anni, visto l'esorbitante numero di arretrati che devono affrontare gli Us citizenship and immigration services. Ma non bisogna poi trascurare un ulteriore nodo: non è infatti ancora ben chiaro quale debba essere il destino di coloro che vedranno respinte le proprie domande. Teoricamente dovrebbero essere soggetti a rimpatrio, ma – come notato da Cbs News – l'Immigration and customs enforcement non effettua più voli di espulsione verso l'Afghanistan dalla fine del 2020. Insomma, la situazione complessiva presenta delle criticità significative. Criticità che, se in parte sono dettate da un'ineludibile situazione di emergenza, in parte sono anche frutto dei ritardi di Joe Biden. In tal senso, lo scorso 18 agosto, il Washington Post riferì che «l'amministrazione ha mostrato poca urgenza pubblica per accelerare i visti per gli afgani, nei mesi precedenti e immediatamente dopo l'annuncio di Biden ad aprile che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le forze statunitensi». Certo: i funzionari dell'attuale amministrazione hanno incolpato Donald Trump per l'ingorgo sui visti. Tuttavia non solo il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha dovuto ammettere che la pandemia abbia contribuito a rallentare le procedure dal 2020, ma – più in generale – andrebbe ricordato che – pur dinanzi a questi evidenti nodi burocratici – Biden abbia continuato a intestardirsi sulla deadline del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Una deadline che, come sottolineato martedì dal professor S. Paul Kapur sul Wall Street Journal, il presidente avrebbe potuto sconfessare. Ma si staglia anche un problema politico all'orizzonte. La questione dei rifugiati rischia di avere un impatto notevole in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre 2022. Una parte del Partito repubblicano è infatti critica sui ricollocamenti afgani, a partire da Trump. L'ex presidente, che si era mostrato inizialmente aperto ad accogliere quanti avevano assistito le truppe americane, ha sottolineato il rischio di infiltrazioni terroristiche. «Quanti terroristi Joe Biden porterà in America? Non lo sappiamo», ha tuonato. La questione entrerà prevedibilmente nell'imminente campagna elettorale. A tal proposito, Nbc News ha riportato l'altro ieri che, su 30.000 evacuati afgani direttisi negli Stati Uniti, circa 10.000 hanno dovuto essere sottoposti a «ulteriori controlli»: in particolare, un centinaio sono stati segnalati «per possibili legami con i talebani o gruppi terroristici». La situazione complessiva resta quindi delicata. E Biden, oltre ai problemi gestionali, deve sempre più barcamenarsi tra le critiche repubblicane e la sinistra del suo stesso partito, che – a partire da Alexandria Ocasio-Cortez – spinge invece sul pedale dell'accoglienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-allangolo-per-il-caos-profughi-mancano-posti-letto-e-finanziamenti-2654904860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-fake-news-di-guerra-dei-talebani" data-post-id="2654904860" data-published-at="1630785295" data-use-pagination="False"> Le fake news di guerra dei talebani Scorrono i giorni, da quando le forze internazionali hanno lasciato l'Afghanistan e i talebani tentano di dare al mondo un'immagine sicura di sé, di sembrare compatti e pronti ad affrontare le sfide che il nuovo governo si troverà davanti. Attraverso i media, prostrati e minacciati costantemente, hanno tentato di diffondere notizie che potessero avallare questa immagine, ma fino ad oggi sono stati smentiti. Tra le informazioni false messe in circolazione c'era la resa di Ahmad Massoud, il figlio del «leone del Panjshir», che guida la resistenza armata insieme ad ex membri del disciolto esercito afgano e ad ex appartenenti alle forze speciali del passato governo. I talebani, la scorsa notte, avevano sparato colpi in aria per le strade di Kabul, diffondendo poi la storia che si trattasse di festeggiamenti per la fuga di Massoud in Tagikistan. I colpi non solo hanno causato la morte di diverse persone e il ferimento di decine di civili, ma si sono rivelati per quel che erano: l'annuncio di una fake news. Ahmad Massoud, nonostante i problemi in Panjshir dovuti alla mancanza di connessione internet e di elettricità (tagliate dai talebani), è riuscito a comunicare che la resistenza continua e che l'Afghanistan non rinuncerà a lottare. «Le nostre donne a Herat hanno dimostrato che la battaglia per i propri diritti va avanti», ha dichiarato il leader del fronte della resistenza riferendosi alle proteste delle attiviste di Herat. A queste hanno fatto seguito le manifestazioni a Kabul di un gruppo di donne che si è opposto all'idea, lanciata dai talebani, che solo gli uomini possano ricoprire posizioni di rilievo nelle future istituzioni politiche. Anche la protesta della capitale ha smentito i miliziani, secondo i quali la popolazione è ben felice di averli al comando e di essere da loro protetta. Le donne di Kabul sono state minacciate, picchiate e disperse coi lacrimogeni quando hanno tentato di raggiungere l'Arg, il palazzo presidenziale, dopo aver intonato l'inno nazionale dell'ormai ex repubblica destinata a lasciare spazio all'Emirato. Insomma, il percorso dei talebani si mostra tutt'altro che in discesa, tanto è vero che anche l'annuncio del nuovo governo viene costantemente dato per imminente e ogni volta stenta ad arrivare. Le diatribe interne al movimento sono del resto numerose, anche se sui nomi principali non ci dovrebbero essere dubbi. Abdul Ghani Baradar, braccio destro del mullah Omar e fondatore con lui dei talebani, sarà il premier. Baradar sta scalpitando per questo risultato da quando gli Usa lo hanno fatto scarcerare dalle prigioni pakistane nel 2018, facendolo poi saltare direttamente dalla lista dei terroristi stilata dall'Unione europea al tavolo degli accordi di Doha, condotti in Qatar, che hanno portato al disimpegno americano in Afghanistan. Il leader supremo sarà invece Haibatullah Akhundzada, indicato già da tempo come «rahbar», titolo teocratico simile a quello dell'ayatollah Khamenei in Iran. Sull'apparente tranquillità dei talebani, inoltre, aleggia lo spettro dell'Isis-K, il ramo afgano del Daesh. I terroristi del Khorasan, da sempre in lotta contro i talebani per il potere, hanno tenuto a farsi «pubblicità» con il sanguinoso attentato all'aeroporto di Kabul durante le operazioni di evacuazione dei civili. L'intelligence scommette che non esiteranno a mettere la loro firma su nuovi, eclatanti fatti di sangue. Il momento dell'annuncio del nuovo governo potrebbe essere un'occasione propizia per finire di nuovo sotto i riflettori. I talebani hanno cercato di mostrarsi sicuri anche su questo fronte, asserendo di non aver bisogno della cooperazione degli Stati Uniti - offerta dagli stessi Usa - per tenere a bada l'Isis. Di contro, a Kabul è stato ricevuto in pompa magna il comandante dell'Isi (l'intelligence pakistana) Faiz Hamid, che guidava una delegazione di ufficiali pakistani. L'Isi aiuterà i talebani durante la fase di formazione del nuovo governo, segno inequivocabile e tangibile dei legami stretti tra Pakistan e regime, che si sono incontrati anche a Doha per discutere le loro relazioni bilaterali. Intanto la crisi avanza in tutto il Paese. Le difficoltà di accesso al sistema bancario stanno creando recessione e le fabbriche hanno problemi a sostenere le spese quotidiane e gli stipendi degli operai. Molti servizi pubblici hanno smesso di funzionare. Unici segni di apertura vengono dall'aeroporto di Kabul. I voli interni della compagnia nazionale «Ariana» avrebbero ripreso a decollare e nei prossimi giorni si vedrà cosa ne sarà del più importante scalo aereo afgano.
La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.
L’Istat ha diffuso ieri gli ultimi dati sulla produzione industriale. L’Istituto stima una crescita ad aprile dello 0,5% rispetto a marzo e su base annua dell’1,3%. Quindi, per il terzo mese consecutivo si registra un aumento congiunturale. A fare da traino i beni intermedi e quelli strumentali, mentre i dati sono negativi per l’energia e i beni di consumo. Decisamente positivi gli incrementi in ragione d’anno per la produzione di mezzi di trasporto (+17,8%), prodotti farmaceutici (+7,9%), macchinari e attrezzature di alcuni settori. In frenata, invece, il tessile abbigliamento, il legno, la carta e la stampa. Certo non sono cifre da record, ma danno il segno di una produzione industriale che prosegue nel suo cammino di recupero, sostenuta dagli investimenti in macchinari e nei settori più innovativi. In flessione invece la dinamica dei consumi, probabilmente legata all’aumento dei costi dell’energia che assorbe una parte più ampia dei redditi disponibili. Insomma, la traiettoria appare positiva. Da un confronto con l’Europa a 27 sul Pil del primo trimestre del 2026, mentre l’Italia mostra una crescita dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti, l’Ue flette dello 0,1% e l’eurozona dello 0,2%.
Tinte in chiaroscuro caratterizzano anche la relazione che l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha presentato alla Camera sulla politica di Bilancio 2026. Il rapporto illustrato dalla presidente Lilia Cavallari ha sottolineato come la nostra finanza pubblica appaia oggi più solida e credibile ma come sia chiamata, al tempo stesso, anche a fare i conti con le incertezze e le tensioni internazionali e alcuni problemi strutturali interni mai risolti. Secondo l’Upb, la gestione prudente della finanza pubblica negli ultimi anni ha fatto crescere la credibilità del nostro Paese, con un rapporto tra deficit e Pil in diminuzione e con il traguardo di scendere sotto il 3% che appare ormai a portata. Certo, però, si deve essere ben consapevoli dei rischi geopolitici globali e delle tensioni internazionali con cui si manifestano. L’ufficio parlamentare di bilancio conferma una crescita dello 0,5% quest’anno e dello 0,6% nel 2027. Ma i conflitti in essere e le tensioni commerciali che ne conseguono potrebbero ridurre la crescita del Pil italiano tra lo 0,3% (nel 2026) e lo 0,4% (nel 2027).
Un capitolo importante è quello dedicato al Pnrr, la cui implementazione è certamente per l’Italia e per il governo Meloni una indubbia storia di successo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è stato (e continua a essere) un autentico motore per la nostra crescita economica. L’impatto positivo sul Prodotto interno lordo italiano è stimato a circa l’1,8% per il 2026. La sfida è ora quella di trasformare davvero questi importanti fondi straordinari nelle riforme strutturali necessarie e in uno stabile rafforzamento della pubblica amministrazione. Allo stesso modo, ci sono elementi che nel lungo termine potrebbero minacciare la sostenibilità del sistema di welfare e, in particolare, della sanità pubblica. Si tratta dell’invecchiamento della popolazione, che richiede più cure e assistenza, degli effetti negativi dell’inflazione sul potere d’acquisto dei salari e il forte divario tra Nord e Sud. Tutti temi, questi, non da oggi al centro delle politiche di governo, come dimostrano anche i recentissimi rinnovi contrattuali del settore pubblico o le misure per gli investimenti nel Mezzogiorno, come la Zes unica.
D’altra parte, pur tra le difficoltà di quadro complessivo, a confortare sono i risultati nel mercato del lavoro. In aprile gli occupati sono cresciuti di 123.000 unità, pari a +0,5%. Il tasso di occupazione è aumentato dal 62,70% di marzo, al 63,10% in aprile, toccando il suo massimo storico: solo per dare un’idea, il minimo storico del settembre 2013 era invece del 54,20%. Gli occupati sono oltre 24 milioni (24.336.920). Il tasso di disoccupazione è sceso al 5,10% e anche quello giovanile, pur preoccupante, è diminuito di quasi un punto: siamo al 16,90% contro il 17,70% della rilevazione precedente. Finora, con il governo di centrodestra, sono stati creati quasi 1,2 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato, a un ritmo che sfiora i 1.000 nuovi occupati al giorno. Certamente c’è, come sottolinea l’Upb, una situazione non soddisfacente dei salari reali, anche se nel 2025 le retribuzioni contrattuali sono aumentate del 3,1%. Ma soprattutto va rilevato (si veda il grafico in pagina) che i salari orari reali, crollati nel biennio 2021-2022, poi dal 2023 ad oggi hanno visto un significativo recupero, per quanto la strada sia ancora lunga. L’ambizione è quella di continuare su questa via, evitando al tempo stesso rischi inflazionistici.
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