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2021-09-05
Biden all’angolo per il caos profughi. Mancano posti letto e finanziamenti
Joe Biden (Ansa)
Il ricollocamento dei rifugiati afgani negli Stati Uniti sta procedendo non senza difficoltà. Secondo The Hill, sono arrivate al momento nel Paese circa 30.000 persone, mentre l'altro ieri il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha reso noto che la cifra sia destinata a raggiungere almeno le 50.000 unità. Ricordiamo che una parte consistente dei rifugiati è costituita da persone che hanno assistito le truppe americane nella loro missione afgana. Ora, alcuni di costoro sono arrivati negli Stati Uniti con uno «special immigrant visa»: un visto che garantisce, cioè, lo status di residente permanente. Dopo un periodo di attesa in alcuni Paesi terzi, i profughi che giungono in territorio statunitense vengono smistati in otto siti militari, dove risultano sottoposti a controlli medici e a procedure burocratiche. Espletati questi processi, i rifugiati vengono affidati alle agenzie di reinsediamento, le quali si occupano di trovare loro un alloggio e un posto di lavoro.
Il punto è che le difficoltà sul campo sono numerose. Innanzitutto, le stesse procedure di accoglienza stanno andando incontro a svariati problemi. A parlarne è stato, l'altro ieri, il sito di Cbs News, che ha individuato alcuni nodi peculiari. In primo luogo: migliaia di afgani starebbero arrivando «senza visti approvati» e risulterebbero per questo destinati a rimanere in un limbo giuridico senza la possibilità di accedere a determinati servizi sociali. In secondo luogo, l'aumento dei rifugiati registratosi negli ultimi giorni avrebbe messo in seria difficoltà le agenzie per il reinsediamento, spingendole a rivolgersi a strutture alberghiere o ai servizi di Airbnb. In terzo luogo, Cbs News ha riferito che gli Stati Uniti non si trovavano a fronteggiare una simile crisi di profughi dai tempi della caduta di Saigon e che al momento «il sistema di reinsediamento dei rifugiati del governo […] non è attrezzato per gestire un improvviso afflusso di sfollati». Un fattore, questo, che ha portato le agenzie a reclutare un maggior numero di volontari e a fare affidamento sulle donazioni.
In tutto ciò, si scorgono anche delle spinose questioni di natura burocratica. Non soltanto la valutazione delle domande di ammissione per chi teme persecuzioni in Afghanistan potrebbe richiedere addirittura degli anni, visto l'esorbitante numero di arretrati che devono affrontare gli Us citizenship and immigration services. Ma non bisogna poi trascurare un ulteriore nodo: non è infatti ancora ben chiaro quale debba essere il destino di coloro che vedranno respinte le proprie domande. Teoricamente dovrebbero essere soggetti a rimpatrio, ma – come notato da Cbs News – l'Immigration and customs enforcement non effettua più voli di espulsione verso l'Afghanistan dalla fine del 2020.
Insomma, la situazione complessiva presenta delle criticità significative. Criticità che, se in parte sono dettate da un'ineludibile situazione di emergenza, in parte sono anche frutto dei ritardi di Joe Biden. In tal senso, lo scorso 18 agosto, il Washington Post riferì che «l'amministrazione ha mostrato poca urgenza pubblica per accelerare i visti per gli afgani, nei mesi precedenti e immediatamente dopo l'annuncio di Biden ad aprile che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le forze statunitensi». Certo: i funzionari dell'attuale amministrazione hanno incolpato Donald Trump per l'ingorgo sui visti. Tuttavia non solo il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha dovuto ammettere che la pandemia abbia contribuito a rallentare le procedure dal 2020, ma – più in generale – andrebbe ricordato che – pur dinanzi a questi evidenti nodi burocratici – Biden abbia continuato a intestardirsi sulla deadline del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Una deadline che, come sottolineato martedì dal professor S. Paul Kapur sul Wall Street Journal, il presidente avrebbe potuto sconfessare.
Ma si staglia anche un problema politico all'orizzonte. La questione dei rifugiati rischia di avere un impatto notevole in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre 2022. Una parte del Partito repubblicano è infatti critica sui ricollocamenti afgani, a partire da Trump. L'ex presidente, che si era mostrato inizialmente aperto ad accogliere quanti avevano assistito le truppe americane, ha sottolineato il rischio di infiltrazioni terroristiche. «Quanti terroristi Joe Biden porterà in America? Non lo sappiamo», ha tuonato. La questione entrerà prevedibilmente nell'imminente campagna elettorale. A tal proposito, Nbc News ha riportato l'altro ieri che, su 30.000 evacuati afgani direttisi negli Stati Uniti, circa 10.000 hanno dovuto essere sottoposti a «ulteriori controlli»: in particolare, un centinaio sono stati segnalati «per possibili legami con i talebani o gruppi terroristici». La situazione complessiva resta quindi delicata. E Biden, oltre ai problemi gestionali, deve sempre più barcamenarsi tra le critiche repubblicane e la sinistra del suo stesso partito, che – a partire da Alexandria Ocasio-Cortez – spinge invece sul pedale dell'accoglienza.
Le fake news di guerra dei talebani
Scorrono i giorni, da quando le forze internazionali hanno lasciato l'Afghanistan e i talebani tentano di dare al mondo un'immagine sicura di sé, di sembrare compatti e pronti ad affrontare le sfide che il nuovo governo si troverà davanti. Attraverso i media, prostrati e minacciati costantemente, hanno tentato di diffondere notizie che potessero avallare questa immagine, ma fino ad oggi sono stati smentiti. Tra le informazioni false messe in circolazione c'era la resa di Ahmad Massoud, il figlio del «leone del Panjshir», che guida la resistenza armata insieme ad ex membri del disciolto esercito afgano e ad ex appartenenti alle forze speciali del passato governo. I talebani, la scorsa notte, avevano sparato colpi in aria per le strade di Kabul, diffondendo poi la storia che si trattasse di festeggiamenti per la fuga di Massoud in Tagikistan. I colpi non solo hanno causato la morte di diverse persone e il ferimento di decine di civili, ma si sono rivelati per quel che erano: l'annuncio di una fake news. Ahmad Massoud, nonostante i problemi in Panjshir dovuti alla mancanza di connessione internet e di elettricità (tagliate dai talebani), è riuscito a comunicare che la resistenza continua e che l'Afghanistan non rinuncerà a lottare. «Le nostre donne a Herat hanno dimostrato che la battaglia per i propri diritti va avanti», ha dichiarato il leader del fronte della resistenza riferendosi alle proteste delle attiviste di Herat. A queste hanno fatto seguito le manifestazioni a Kabul di un gruppo di donne che si è opposto all'idea, lanciata dai talebani, che solo gli uomini possano ricoprire posizioni di rilievo nelle future istituzioni politiche. Anche la protesta della capitale ha smentito i miliziani, secondo i quali la popolazione è ben felice di averli al comando e di essere da loro protetta. Le donne di Kabul sono state minacciate, picchiate e disperse coi lacrimogeni quando hanno tentato di raggiungere l'Arg, il palazzo presidenziale, dopo aver intonato l'inno nazionale dell'ormai ex repubblica destinata a lasciare spazio all'Emirato. Insomma, il percorso dei talebani si mostra tutt'altro che in discesa, tanto è vero che anche l'annuncio del nuovo governo viene costantemente dato per imminente e ogni volta stenta ad arrivare. Le diatribe interne al movimento sono del resto numerose, anche se sui nomi principali non ci dovrebbero essere dubbi. Abdul Ghani Baradar, braccio destro del mullah Omar e fondatore con lui dei talebani, sarà il premier. Baradar sta scalpitando per questo risultato da quando gli Usa lo hanno fatto scarcerare dalle prigioni pakistane nel 2018, facendolo poi saltare direttamente dalla lista dei terroristi stilata dall'Unione europea al tavolo degli accordi di Doha, condotti in Qatar, che hanno portato al disimpegno americano in Afghanistan. Il leader supremo sarà invece Haibatullah Akhundzada, indicato già da tempo come «rahbar», titolo teocratico simile a quello dell'ayatollah Khamenei in Iran. Sull'apparente tranquillità dei talebani, inoltre, aleggia lo spettro dell'Isis-K, il ramo afgano del Daesh. I terroristi del Khorasan, da sempre in lotta contro i talebani per il potere, hanno tenuto a farsi «pubblicità» con il sanguinoso attentato all'aeroporto di Kabul durante le operazioni di evacuazione dei civili. L'intelligence scommette che non esiteranno a mettere la loro firma su nuovi, eclatanti fatti di sangue. Il momento dell'annuncio del nuovo governo potrebbe essere un'occasione propizia per finire di nuovo sotto i riflettori. I talebani hanno cercato di mostrarsi sicuri anche su questo fronte, asserendo di non aver bisogno della cooperazione degli Stati Uniti - offerta dagli stessi Usa - per tenere a bada l'Isis. Di contro, a Kabul è stato ricevuto in pompa magna il comandante dell'Isi (l'intelligence pakistana) Faiz Hamid, che guidava una delegazione di ufficiali pakistani. L'Isi aiuterà i talebani durante la fase di formazione del nuovo governo, segno inequivocabile e tangibile dei legami stretti tra Pakistan e regime, che si sono incontrati anche a Doha per discutere le loro relazioni bilaterali. Intanto la crisi avanza in tutto il Paese. Le difficoltà di accesso al sistema bancario stanno creando recessione e le fabbriche hanno problemi a sostenere le spese quotidiane e gli stipendi degli operai. Molti servizi pubblici hanno smesso di funzionare. Unici segni di apertura vengono dall'aeroporto di Kabul. I voli interni della compagnia nazionale «Ariana» avrebbero ripreso a decollare e nei prossimi giorni si vedrà cosa ne sarà del più importante scalo aereo afgano.
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Il presidente in difficoltà per la gestione dei 30.000 sfollati arrivati in America: il governo è impreparato. Problemi anche per l'approvazione dei visti agli ex collaboratori. Donald Trump attacca: c'è rischio terrorismo.I miliziani inscenano festeggiamenti per la falsa sconfitta del capo della resistenza. Sciolti gli ultimi dubbi sul governo, ma il sistema bancario è rimasto senza liquidità.Lo speciale contiene due articoli.Il ricollocamento dei rifugiati afgani negli Stati Uniti sta procedendo non senza difficoltà. Secondo The Hill, sono arrivate al momento nel Paese circa 30.000 persone, mentre l'altro ieri il segretario alla Sicurezza interna, Alejandro Mayorkas, ha reso noto che la cifra sia destinata a raggiungere almeno le 50.000 unità. Ricordiamo che una parte consistente dei rifugiati è costituita da persone che hanno assistito le truppe americane nella loro missione afgana. Ora, alcuni di costoro sono arrivati negli Stati Uniti con uno «special immigrant visa»: un visto che garantisce, cioè, lo status di residente permanente. Dopo un periodo di attesa in alcuni Paesi terzi, i profughi che giungono in territorio statunitense vengono smistati in otto siti militari, dove risultano sottoposti a controlli medici e a procedure burocratiche. Espletati questi processi, i rifugiati vengono affidati alle agenzie di reinsediamento, le quali si occupano di trovare loro un alloggio e un posto di lavoro. Il punto è che le difficoltà sul campo sono numerose. Innanzitutto, le stesse procedure di accoglienza stanno andando incontro a svariati problemi. A parlarne è stato, l'altro ieri, il sito di Cbs News, che ha individuato alcuni nodi peculiari. In primo luogo: migliaia di afgani starebbero arrivando «senza visti approvati» e risulterebbero per questo destinati a rimanere in un limbo giuridico senza la possibilità di accedere a determinati servizi sociali. In secondo luogo, l'aumento dei rifugiati registratosi negli ultimi giorni avrebbe messo in seria difficoltà le agenzie per il reinsediamento, spingendole a rivolgersi a strutture alberghiere o ai servizi di Airbnb. In terzo luogo, Cbs News ha riferito che gli Stati Uniti non si trovavano a fronteggiare una simile crisi di profughi dai tempi della caduta di Saigon e che al momento «il sistema di reinsediamento dei rifugiati del governo […] non è attrezzato per gestire un improvviso afflusso di sfollati». Un fattore, questo, che ha portato le agenzie a reclutare un maggior numero di volontari e a fare affidamento sulle donazioni.In tutto ciò, si scorgono anche delle spinose questioni di natura burocratica. Non soltanto la valutazione delle domande di ammissione per chi teme persecuzioni in Afghanistan potrebbe richiedere addirittura degli anni, visto l'esorbitante numero di arretrati che devono affrontare gli Us citizenship and immigration services. Ma non bisogna poi trascurare un ulteriore nodo: non è infatti ancora ben chiaro quale debba essere il destino di coloro che vedranno respinte le proprie domande. Teoricamente dovrebbero essere soggetti a rimpatrio, ma – come notato da Cbs News – l'Immigration and customs enforcement non effettua più voli di espulsione verso l'Afghanistan dalla fine del 2020. Insomma, la situazione complessiva presenta delle criticità significative. Criticità che, se in parte sono dettate da un'ineludibile situazione di emergenza, in parte sono anche frutto dei ritardi di Joe Biden. In tal senso, lo scorso 18 agosto, il Washington Post riferì che «l'amministrazione ha mostrato poca urgenza pubblica per accelerare i visti per gli afgani, nei mesi precedenti e immediatamente dopo l'annuncio di Biden ad aprile che gli Stati Uniti avrebbero ritirato le forze statunitensi». Certo: i funzionari dell'attuale amministrazione hanno incolpato Donald Trump per l'ingorgo sui visti. Tuttavia non solo il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha dovuto ammettere che la pandemia abbia contribuito a rallentare le procedure dal 2020, ma – più in generale – andrebbe ricordato che – pur dinanzi a questi evidenti nodi burocratici – Biden abbia continuato a intestardirsi sulla deadline del 31 agosto per il ritiro definitivo delle truppe statunitensi dall'Afghanistan. Una deadline che, come sottolineato martedì dal professor S. Paul Kapur sul Wall Street Journal, il presidente avrebbe potuto sconfessare. Ma si staglia anche un problema politico all'orizzonte. La questione dei rifugiati rischia di avere un impatto notevole in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre 2022. Una parte del Partito repubblicano è infatti critica sui ricollocamenti afgani, a partire da Trump. L'ex presidente, che si era mostrato inizialmente aperto ad accogliere quanti avevano assistito le truppe americane, ha sottolineato il rischio di infiltrazioni terroristiche. «Quanti terroristi Joe Biden porterà in America? Non lo sappiamo», ha tuonato. La questione entrerà prevedibilmente nell'imminente campagna elettorale. A tal proposito, Nbc News ha riportato l'altro ieri che, su 30.000 evacuati afgani direttisi negli Stati Uniti, circa 10.000 hanno dovuto essere sottoposti a «ulteriori controlli»: in particolare, un centinaio sono stati segnalati «per possibili legami con i talebani o gruppi terroristici». La situazione complessiva resta quindi delicata. E Biden, oltre ai problemi gestionali, deve sempre più barcamenarsi tra le critiche repubblicane e la sinistra del suo stesso partito, che – a partire da Alexandria Ocasio-Cortez – spinge invece sul pedale dell'accoglienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-allangolo-per-il-caos-profughi-mancano-posti-letto-e-finanziamenti-2654904860.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-fake-news-di-guerra-dei-talebani" data-post-id="2654904860" data-published-at="1630785295" data-use-pagination="False"> Le fake news di guerra dei talebani Scorrono i giorni, da quando le forze internazionali hanno lasciato l'Afghanistan e i talebani tentano di dare al mondo un'immagine sicura di sé, di sembrare compatti e pronti ad affrontare le sfide che il nuovo governo si troverà davanti. Attraverso i media, prostrati e minacciati costantemente, hanno tentato di diffondere notizie che potessero avallare questa immagine, ma fino ad oggi sono stati smentiti. Tra le informazioni false messe in circolazione c'era la resa di Ahmad Massoud, il figlio del «leone del Panjshir», che guida la resistenza armata insieme ad ex membri del disciolto esercito afgano e ad ex appartenenti alle forze speciali del passato governo. I talebani, la scorsa notte, avevano sparato colpi in aria per le strade di Kabul, diffondendo poi la storia che si trattasse di festeggiamenti per la fuga di Massoud in Tagikistan. I colpi non solo hanno causato la morte di diverse persone e il ferimento di decine di civili, ma si sono rivelati per quel che erano: l'annuncio di una fake news. Ahmad Massoud, nonostante i problemi in Panjshir dovuti alla mancanza di connessione internet e di elettricità (tagliate dai talebani), è riuscito a comunicare che la resistenza continua e che l'Afghanistan non rinuncerà a lottare. «Le nostre donne a Herat hanno dimostrato che la battaglia per i propri diritti va avanti», ha dichiarato il leader del fronte della resistenza riferendosi alle proteste delle attiviste di Herat. A queste hanno fatto seguito le manifestazioni a Kabul di un gruppo di donne che si è opposto all'idea, lanciata dai talebani, che solo gli uomini possano ricoprire posizioni di rilievo nelle future istituzioni politiche. Anche la protesta della capitale ha smentito i miliziani, secondo i quali la popolazione è ben felice di averli al comando e di essere da loro protetta. Le donne di Kabul sono state minacciate, picchiate e disperse coi lacrimogeni quando hanno tentato di raggiungere l'Arg, il palazzo presidenziale, dopo aver intonato l'inno nazionale dell'ormai ex repubblica destinata a lasciare spazio all'Emirato. Insomma, il percorso dei talebani si mostra tutt'altro che in discesa, tanto è vero che anche l'annuncio del nuovo governo viene costantemente dato per imminente e ogni volta stenta ad arrivare. Le diatribe interne al movimento sono del resto numerose, anche se sui nomi principali non ci dovrebbero essere dubbi. Abdul Ghani Baradar, braccio destro del mullah Omar e fondatore con lui dei talebani, sarà il premier. Baradar sta scalpitando per questo risultato da quando gli Usa lo hanno fatto scarcerare dalle prigioni pakistane nel 2018, facendolo poi saltare direttamente dalla lista dei terroristi stilata dall'Unione europea al tavolo degli accordi di Doha, condotti in Qatar, che hanno portato al disimpegno americano in Afghanistan. Il leader supremo sarà invece Haibatullah Akhundzada, indicato già da tempo come «rahbar», titolo teocratico simile a quello dell'ayatollah Khamenei in Iran. Sull'apparente tranquillità dei talebani, inoltre, aleggia lo spettro dell'Isis-K, il ramo afgano del Daesh. I terroristi del Khorasan, da sempre in lotta contro i talebani per il potere, hanno tenuto a farsi «pubblicità» con il sanguinoso attentato all'aeroporto di Kabul durante le operazioni di evacuazione dei civili. L'intelligence scommette che non esiteranno a mettere la loro firma su nuovi, eclatanti fatti di sangue. Il momento dell'annuncio del nuovo governo potrebbe essere un'occasione propizia per finire di nuovo sotto i riflettori. I talebani hanno cercato di mostrarsi sicuri anche su questo fronte, asserendo di non aver bisogno della cooperazione degli Stati Uniti - offerta dagli stessi Usa - per tenere a bada l'Isis. Di contro, a Kabul è stato ricevuto in pompa magna il comandante dell'Isi (l'intelligence pakistana) Faiz Hamid, che guidava una delegazione di ufficiali pakistani. L'Isi aiuterà i talebani durante la fase di formazione del nuovo governo, segno inequivocabile e tangibile dei legami stretti tra Pakistan e regime, che si sono incontrati anche a Doha per discutere le loro relazioni bilaterali. Intanto la crisi avanza in tutto il Paese. Le difficoltà di accesso al sistema bancario stanno creando recessione e le fabbriche hanno problemi a sostenere le spese quotidiane e gli stipendi degli operai. Molti servizi pubblici hanno smesso di funzionare. Unici segni di apertura vengono dall'aeroporto di Kabul. I voli interni della compagnia nazionale «Ariana» avrebbero ripreso a decollare e nei prossimi giorni si vedrà cosa ne sarà del più importante scalo aereo afgano.
Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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