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2021-02-10
Beppe Grillo vede i sorci «green». Ora prova a disinnescare Rousseau
Beppe Grillo (Samantha Zucchi/Insidefoto/Mondadori Portfolio via Getty Images)
Se si potesse scommettere sull'esito della votazione su Rousseau, il «sì» al governo Draghi da parte degli iscritti al M5s pagherebbe poco: i big pentastellati, tutti schierati a favore dell'ingresso nell'esecutivo, sono moderatamente ottimisti sul via libera definitivo, così come vuole Beppe Grillo, che ieri, a sorpresa, ha partecipato alle consultazioni con il «professore». Eppure, non c'è la matematica certezza che il fronte del «no», che chiede l'astensione sul voto di fiducia, capitanato da Alessandro Di Battista, sia sconfitto in partenza. Domani alle 13 conosceremo il risultato della consultazione, che inizia oggi alla stessa ora (salvo rinvii decisi all'ultimo minuto, dato che ieri in serata il Movimento ha comunicato che servono più elementi per decidere), consultazione voluta da Davide Casaleggio e Vito Crimi, e accettata dal gotha M5s, che in questo modo conta di ridurre, in caso di vittoria dei «sì», la fronda dei dissidenti al Senato.
Lo stesso Crimi, al termine dell'incontro tra M5s e Draghi, durato un'infinità, quasi un'ora e mezza, invoglia gli iscritti a procedere sul cammino: «Abbiamo ribadito l'importanza del reddito di cittadinanza», dice il reggente del M5s, «e abbiamo avuto la rassicurazione che oggi più che mai è necessario rafforzare le misure di sostegno e creare misure universali che abbiano al proprio interno misure di ammortizzatori sociali e sussidi. La cosa a cui tenevamo di più è che l'azione di governo avesse come pilastro la transizione energetica e ambientale. Abbiamo insistito», sottolinea Crimi, «sull'idea di un super ministero che coordini tutti gli investimenti indirizzati in politiche che mettano l'ambiente come filtro dell'attività. Abbiamo avuto rassicurazioni sul fatto che si stia immaginando quale sia l'assetto istituzionale che possa adeguarsi a questo approccio. E Draghi ha raccontato che è andato a verificare l'esperienza francese sul super ministero per le politiche ambientali. Il Mes», dice ancora Crimi, «non è stato minimamente elencato».
Parola d'ordine: rassicurare, ammorbidire, rendere potabile per gli iscritti e i militanti l'ingresso nel governo Draghi. Idea che continua a essere combattuta da Di Battista: «A me darebbe fastidio», attacca il Dibba, intervistato da Andrea Scanzi proprio mentre Crimi parla alla Camera, «vedere ministri e sottosegretari seduti in un governo vicino a Forza Italia. Mi auguro che questa scelta non si farà: se si dovesse fare rifletterò su cosa fare io. Credo che la possibilità di vederci sedere al tavolo con Fi sia una ragione in più per astenersi. Riconosco, da non eletto», sottolinea Di Battista, «le posizioni dei parlamentari, ritengo per questo che l'opzione dell'astensione sia ragionevole».
Lo scontro ora è sul quesito che verrà sottoposto agli attivisti: «Chiedo formalmente al capo politico», scrive su Facebook la senatrice dissidente Barbara Lezzi, «che tra i quesiti previsti sul governo Draghi, sia compresa anche l'opzione dell'astensione». La stessa Lezzi, insieme a Di Battista e a una ventina di parlamentari, ieri sera ha partecipato a un evento su Zoom organizzato da un consigliere regionale grillino della Campania intitolato «V-day 2021-No governo Draghi».
Clima teso, dunque, in casa M5s, e come se non bastasse a far fibrillare i pentastellati ci si mette Giuseppe Conte. «Ora ci prendiamo il M5s»: questo il grido di battaglia che sale dall'entourage di Giuseppi, rimasto politicamente a spasso con i suoi collaboratori. La megalomania dell'ex premier e del suo staff, però, sta portando l'ex avvocato del popolo a sbagliare un'altra volta tutte le mosse. «Essendo stato presidente del Consiglio», rivela un parlamentare di primo piano del M5s, «Conte considera tutto una diminutio. Non ha voluto fare il ministro, non ha voluto fare il candidato a sindaco di Roma. Tentenna anche sull'ingresso nel direttivo collegiale del M5s, che prenderà il via se gli iscritti approveranno la modifica allo statuto».
E che vuole fare? «Il capo politico del M5s», aggiunge la fonte, «ma ha paura che in una votazione on line Alessandro Di Battista lo sconfigga. I suoi fedelissimi lo pompano, ma lui è indeciso a tutto e rischia di sparire». Errare è umano, perseverare è Giuseppi: sembra di essere tornati ai tempi in cui il premier ciuffato pensava di attrarre eserciti di senatori dall'opposizione, con il miraggio di una candidatura nel suo partito. Come è finita lo sappiamo tutti: i «responsabili per Conte» stanno sfilando in processione da Mario Draghi. Pure l'idea di candidare l'ex premier alle suppletive della primavera prossima a Siena, nel collegio della Camera lasciato libero da Pier Carlo Padoan, che si è dimesso da deputato del Pd per assumere la guida di Unicredit, è tramontata. Sono arrivati pesanti «no grazie», non solo quello scontato di Maria Elena Boschi e quello prevedibile del sindaco di Firenze Dario Nardella, ma pure quello, ben più pesante del segretario regionale toscano del Pd, Simona Bonafè. «Rispetteremo l'autonomia dei territori», ha chiosato il segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Provaci ancora, Giuseppi.
Declinano flat tax e bonus a pioggia. Priorità ai vaccini e all'educazione
È arrivato alle quattro e mezza di ieri pomeriggio, il momento clou delle consultazioni di Mario Draghi. Quando cioè Silvio Berlusconi, autore di un vero e proprio blitz aereo dalla Provenza a Ciampino, ha trovato l'ex presidente della Bce ad accoglierlo (e a salutarlo porgendogli il gomito) per ringraziarlo di aver voluto essere presente all'incontro. Ma a prescindere dalla sorpresa Berlusconi, la seconda giornata dell'ultimo giro di consultazioni di Draghi, si presentava come quella decisiva, poiché il denso programma di incontri prevedeva i faccia a faccia con le forze politiche più importanti, con una maggiore definizione del tipo di coinvolgimento di questi ultimi nel nascituro esecutivo e, soprattutto, ulteriori elementi sul programma che il premier incaricato ha in mente. Elementi che sono puntualmente affluiti e, assieme a quelli filtrati il giorno prima grazie alle «gole profonde» dei partiti più piccoli, hanno contribuito a comporre un quadro che, seppure parziale, inizia a essere indicativo.
Ieri è stato il giorno del fisco, poiché le dichiarazioni dei rappresentanti dei partiti incontrati da Draghi sono state, sia in chiaro che off the records, convergenti su alcuni punti fermi. A partire da un certo scetticismo sull'introduzione della flat tax, a beneficio della permanenza della progressività delle imposte e di una vigorosa lotta all'evasione. Alla fine degli incontri della mattinata era già filtrato l'intendimento di Draghi di rimodulare le aliquote senza discuterne la progressività, come poi ha palesato la leader di Fdi, Giorgia Meloni, non senza una punta di rammarico: «Draghi immagina che le tasse non aumenteranno», ha affermato la Meloni, «è una buona notizia, ma immagina un sistema fiscale improntato alla progressività, il che immagino escluda la flat tax e questo mi dispiace». Sullo stesso argomento, nel fronte di chi sosterrà il governo Draghi, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si è mostrato invece soddisfatto: «Condividiamo», ha detto, «la progressività fiscale, il rifiuto di proporre nuove tasse, il rifiuto della cultura dei condoni e attenzione alla fiscalità sul lavoro».
Anche sul lavoro, gli interlocutori di Draghi hanno riferito che il premier incaricato ha intenzione di procedere a una razionalizzazione dei sussidi sul lavoro (e in generale a rivedere la politica dei bonus a pioggia), puntando maggiormente sugli investimenti per le aziende, mentre ha ribadito quanto aveva già detto alle delegazioni dei «piccoli», insistendo sull'accelerazione della campagna vaccinale grazie a un call center e a una piattaforma digitale nazionale (aggiungendo che ci saranno «novità positive» dall'Ue) e collegandosi all'argomento principe del primo giorno di consultazioni (l'estensione del calendario scolastico per recuperare i giorni persi), con l'indicazione del personale docente quale categoria prioritaria per la somministrazione dei vaccini (a proposito di insegnanti: l'impegno è quello di assegnare tutte le cattedre entro settembre). Draghi, stando alle parole del senatore del Maie Ricardo Merlo, ha anche ribadito la necessità di riformare la giustizia e la Pubblica amministrazione.
Sul fronte politico, in attesa del voto online degli iscritti del M5s, monta il malumore all'interno di Leu, tanto che il deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha già fatto sapere di non essere disponibile ad appoggiare il nuovo esecutivo se questo sarà sostenuto anche dalla Lega: «Ritengo», ha detto, «che sostenere un governo nel quale ci fossero ministri della Lega sarebbe assai difficile, io non ci sarei».
Oggi, a chiudere, sarà il turno delle parti sociali e degli enti locali, dopodiché Draghi potrebbe salire al Colle per sciogliere la riserva già in serata. A quel punto, l'indicazione della lista dei ministri e il successivo giuramento potrebbero avvenire tra domani e venerdì, per consentire al nuovo presidente del Consiglio di illustrare il programma in Parlamento e incassare la fiducia all'inizio della prossima settimana.
La Meloni dice no, ma tende la mano
«Ci limitiamo a un confronto franco sui contenuti. La nostra posizione è immutata: Fdi non voterà la fiducia al governo Draghi, ma faremo opposizione responsabile e patriottica». Lo ha spiegato la leader, Giorgia Meloni, dopo un'ora di colloquio con il premier incaricato. Presenti i capigruppo di Camera e Senato, Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani.
Fdi resta così l'unico partito a non appoggiare il nuovo esecutivo dell'ex governatore della Bce, ma dalla Meloni è arrivata una netta apertura di credito, visto che ha assicurato che in caso di provvedimenti condivisi e utili per il Paese prevarrà il senso di responsabilità. Non solo, prima di decidere sull'astensione o meno, la presidente di Fratelli d'Italia andrà a vedere le carte di Mario Draghi: «Aspettiamo il quadro completo: squadra di governo e programma articolato». Una posizione più dialogante che segue la lettera inviata alla Verità, in dialogo con il direttore, Maurizio Belpietro, che suggeriva alla leader di non arroccarsi su posizioni pregiudiziali: «Con il centrodestra unito è più facile che il centrosinistra sia diviso».
Dopo l'incontro a Palazzo Chigi, la Meloni ha rivelato di aver fatto recapitare lunedì all'ex presidente della Bce alcuni dossier in cui sono contenute le proposte e le idee di Fratelli d'Italia: «Certamente non mi aspettavo che Draghi li leggesse di notte. Ci ha detto che li ha iniziati a leggere e credo che questo sia un cambio di passo rispetto al governo Conte». Tra le proposte, l'abolizione del cashback e della lotteria degli scontrini, ma soprattutto la discontinuità con il passato. «Mi auguro che quando formerà il governo, voglia dire basta al metodo di limitare la libertà delle persone a colpi di dpcm. Abbiamo chiesto di riaprire tutte le attività con il rispetto dei protocolli per la sicurezza soprattutto degli anziani; di investire sul lavoro e abbiamo portato la proposta del più assumi e meno paghi».
La presidente del partito che ha raccolto il testimone di Alleanza nazionale, ha ricordato che Fdi si asterrà alle votazioni per il Recovery plan e con Draghi ha affrontato anche il tema della riforma fiscale: «Lui immagina che le tasse non aumenteranno e pensa a un sistema fiscale improntato alla progressività, il che penso escluda la flat tax e mi dispiace».
Nei dossier di Fdi anche la pandemia e la gestione commissariale: «Draghi è molto attento alla questione dei vaccini, credo che l'idea bizzarra di spendere 400.000 euro per ogni padiglione vaccinale sia qualcosa su cui il nuovo governo mi piacerebbe prenda le distanze».
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Il comico si presenta a sorpresa a Roma. Però i malumori interni restano e Barbara Lezzi lancia il V day contro l'ex banchiere. Sul voto online il M5s prende tempo. Vito Crimi: «Ora superministero dell'Ambiente e niente Mes».L'agenda Draghi secondo i partiti: fisco progressivo e uno scatto sulla profilassi.La leader di Fdi esclude la fiducia però valuta l'astensione e promette: «Saremo utili». Poi loda Super Mario: «Ha letto le proposte. Adesso basta dpcm, cashback e lotterie».Lo speciale contiene tre articoli.Se si potesse scommettere sull'esito della votazione su Rousseau, il «sì» al governo Draghi da parte degli iscritti al M5s pagherebbe poco: i big pentastellati, tutti schierati a favore dell'ingresso nell'esecutivo, sono moderatamente ottimisti sul via libera definitivo, così come vuole Beppe Grillo, che ieri, a sorpresa, ha partecipato alle consultazioni con il «professore». Eppure, non c'è la matematica certezza che il fronte del «no», che chiede l'astensione sul voto di fiducia, capitanato da Alessandro Di Battista, sia sconfitto in partenza. Domani alle 13 conosceremo il risultato della consultazione, che inizia oggi alla stessa ora (salvo rinvii decisi all'ultimo minuto, dato che ieri in serata il Movimento ha comunicato che servono più elementi per decidere), consultazione voluta da Davide Casaleggio e Vito Crimi, e accettata dal gotha M5s, che in questo modo conta di ridurre, in caso di vittoria dei «sì», la fronda dei dissidenti al Senato. Lo stesso Crimi, al termine dell'incontro tra M5s e Draghi, durato un'infinità, quasi un'ora e mezza, invoglia gli iscritti a procedere sul cammino: «Abbiamo ribadito l'importanza del reddito di cittadinanza», dice il reggente del M5s, «e abbiamo avuto la rassicurazione che oggi più che mai è necessario rafforzare le misure di sostegno e creare misure universali che abbiano al proprio interno misure di ammortizzatori sociali e sussidi. La cosa a cui tenevamo di più è che l'azione di governo avesse come pilastro la transizione energetica e ambientale. Abbiamo insistito», sottolinea Crimi, «sull'idea di un super ministero che coordini tutti gli investimenti indirizzati in politiche che mettano l'ambiente come filtro dell'attività. Abbiamo avuto rassicurazioni sul fatto che si stia immaginando quale sia l'assetto istituzionale che possa adeguarsi a questo approccio. E Draghi ha raccontato che è andato a verificare l'esperienza francese sul super ministero per le politiche ambientali. Il Mes», dice ancora Crimi, «non è stato minimamente elencato». Parola d'ordine: rassicurare, ammorbidire, rendere potabile per gli iscritti e i militanti l'ingresso nel governo Draghi. Idea che continua a essere combattuta da Di Battista: «A me darebbe fastidio», attacca il Dibba, intervistato da Andrea Scanzi proprio mentre Crimi parla alla Camera, «vedere ministri e sottosegretari seduti in un governo vicino a Forza Italia. Mi auguro che questa scelta non si farà: se si dovesse fare rifletterò su cosa fare io. Credo che la possibilità di vederci sedere al tavolo con Fi sia una ragione in più per astenersi. Riconosco, da non eletto», sottolinea Di Battista, «le posizioni dei parlamentari, ritengo per questo che l'opzione dell'astensione sia ragionevole». Lo scontro ora è sul quesito che verrà sottoposto agli attivisti: «Chiedo formalmente al capo politico», scrive su Facebook la senatrice dissidente Barbara Lezzi, «che tra i quesiti previsti sul governo Draghi, sia compresa anche l'opzione dell'astensione». La stessa Lezzi, insieme a Di Battista e a una ventina di parlamentari, ieri sera ha partecipato a un evento su Zoom organizzato da un consigliere regionale grillino della Campania intitolato «V-day 2021-No governo Draghi». Clima teso, dunque, in casa M5s, e come se non bastasse a far fibrillare i pentastellati ci si mette Giuseppe Conte. «Ora ci prendiamo il M5s»: questo il grido di battaglia che sale dall'entourage di Giuseppi, rimasto politicamente a spasso con i suoi collaboratori. La megalomania dell'ex premier e del suo staff, però, sta portando l'ex avvocato del popolo a sbagliare un'altra volta tutte le mosse. «Essendo stato presidente del Consiglio», rivela un parlamentare di primo piano del M5s, «Conte considera tutto una diminutio. Non ha voluto fare il ministro, non ha voluto fare il candidato a sindaco di Roma. Tentenna anche sull'ingresso nel direttivo collegiale del M5s, che prenderà il via se gli iscritti approveranno la modifica allo statuto». E che vuole fare? «Il capo politico del M5s», aggiunge la fonte, «ma ha paura che in una votazione on line Alessandro Di Battista lo sconfigga. I suoi fedelissimi lo pompano, ma lui è indeciso a tutto e rischia di sparire». Errare è umano, perseverare è Giuseppi: sembra di essere tornati ai tempi in cui il premier ciuffato pensava di attrarre eserciti di senatori dall'opposizione, con il miraggio di una candidatura nel suo partito. Come è finita lo sappiamo tutti: i «responsabili per Conte» stanno sfilando in processione da Mario Draghi. Pure l'idea di candidare l'ex premier alle suppletive della primavera prossima a Siena, nel collegio della Camera lasciato libero da Pier Carlo Padoan, che si è dimesso da deputato del Pd per assumere la guida di Unicredit, è tramontata. Sono arrivati pesanti «no grazie», non solo quello scontato di Maria Elena Boschi e quello prevedibile del sindaco di Firenze Dario Nardella, ma pure quello, ben più pesante del segretario regionale toscano del Pd, Simona Bonafè. «Rispetteremo l'autonomia dei territori», ha chiosato il segretario del Pd, Nicola Zingaretti. 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Ma a prescindere dalla sorpresa Berlusconi, la seconda giornata dell'ultimo giro di consultazioni di Draghi, si presentava come quella decisiva, poiché il denso programma di incontri prevedeva i faccia a faccia con le forze politiche più importanti, con una maggiore definizione del tipo di coinvolgimento di questi ultimi nel nascituro esecutivo e, soprattutto, ulteriori elementi sul programma che il premier incaricato ha in mente. Elementi che sono puntualmente affluiti e, assieme a quelli filtrati il giorno prima grazie alle «gole profonde» dei partiti più piccoli, hanno contribuito a comporre un quadro che, seppure parziale, inizia a essere indicativo. Ieri è stato il giorno del fisco, poiché le dichiarazioni dei rappresentanti dei partiti incontrati da Draghi sono state, sia in chiaro che off the records, convergenti su alcuni punti fermi. A partire da un certo scetticismo sull'introduzione della flat tax, a beneficio della permanenza della progressività delle imposte e di una vigorosa lotta all'evasione. Alla fine degli incontri della mattinata era già filtrato l'intendimento di Draghi di rimodulare le aliquote senza discuterne la progressività, come poi ha palesato la leader di Fdi, Giorgia Meloni, non senza una punta di rammarico: «Draghi immagina che le tasse non aumenteranno», ha affermato la Meloni, «è una buona notizia, ma immagina un sistema fiscale improntato alla progressività, il che immagino escluda la flat tax e questo mi dispiace». Sullo stesso argomento, nel fronte di chi sosterrà il governo Draghi, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si è mostrato invece soddisfatto: «Condividiamo», ha detto, «la progressività fiscale, il rifiuto di proporre nuove tasse, il rifiuto della cultura dei condoni e attenzione alla fiscalità sul lavoro». Anche sul lavoro, gli interlocutori di Draghi hanno riferito che il premier incaricato ha intenzione di procedere a una razionalizzazione dei sussidi sul lavoro (e in generale a rivedere la politica dei bonus a pioggia), puntando maggiormente sugli investimenti per le aziende, mentre ha ribadito quanto aveva già detto alle delegazioni dei «piccoli», insistendo sull'accelerazione della campagna vaccinale grazie a un call center e a una piattaforma digitale nazionale (aggiungendo che ci saranno «novità positive» dall'Ue) e collegandosi all'argomento principe del primo giorno di consultazioni (l'estensione del calendario scolastico per recuperare i giorni persi), con l'indicazione del personale docente quale categoria prioritaria per la somministrazione dei vaccini (a proposito di insegnanti: l'impegno è quello di assegnare tutte le cattedre entro settembre). Draghi, stando alle parole del senatore del Maie Ricardo Merlo, ha anche ribadito la necessità di riformare la giustizia e la Pubblica amministrazione. Sul fronte politico, in attesa del voto online degli iscritti del M5s, monta il malumore all'interno di Leu, tanto che il deputato di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha già fatto sapere di non essere disponibile ad appoggiare il nuovo esecutivo se questo sarà sostenuto anche dalla Lega: «Ritengo», ha detto, «che sostenere un governo nel quale ci fossero ministri della Lega sarebbe assai difficile, io non ci sarei». Oggi, a chiudere, sarà il turno delle parti sociali e degli enti locali, dopodiché Draghi potrebbe salire al Colle per sciogliere la riserva già in serata. A quel punto, l'indicazione della lista dei ministri e il successivo giuramento potrebbero avvenire tra domani e venerdì, per consentire al nuovo presidente del Consiglio di illustrare il programma in Parlamento e incassare la fiducia all'inizio della prossima settimana. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/beppe-grillo-vede-i-sorci-green-ora-prova-a-disinnescare-rousseau-2650419177.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-meloni-dice-no-ma-tende-la-mano" data-post-id="2650419177" data-published-at="1612901912" data-use-pagination="False"> La Meloni dice no, ma tende la mano «Ci limitiamo a un confronto franco sui contenuti. La nostra posizione è immutata: Fdi non voterà la fiducia al governo Draghi, ma faremo opposizione responsabile e patriottica». Lo ha spiegato la leader, Giorgia Meloni, dopo un'ora di colloquio con il premier incaricato. Presenti i capigruppo di Camera e Senato, Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani. Fdi resta così l'unico partito a non appoggiare il nuovo esecutivo dell'ex governatore della Bce, ma dalla Meloni è arrivata una netta apertura di credito, visto che ha assicurato che in caso di provvedimenti condivisi e utili per il Paese prevarrà il senso di responsabilità. Non solo, prima di decidere sull'astensione o meno, la presidente di Fratelli d'Italia andrà a vedere le carte di Mario Draghi: «Aspettiamo il quadro completo: squadra di governo e programma articolato». Una posizione più dialogante che segue la lettera inviata alla Verità, in dialogo con il direttore, Maurizio Belpietro, che suggeriva alla leader di non arroccarsi su posizioni pregiudiziali: «Con il centrodestra unito è più facile che il centrosinistra sia diviso». Dopo l'incontro a Palazzo Chigi, la Meloni ha rivelato di aver fatto recapitare lunedì all'ex presidente della Bce alcuni dossier in cui sono contenute le proposte e le idee di Fratelli d'Italia: «Certamente non mi aspettavo che Draghi li leggesse di notte. Ci ha detto che li ha iniziati a leggere e credo che questo sia un cambio di passo rispetto al governo Conte». Tra le proposte, l'abolizione del cashback e della lotteria degli scontrini, ma soprattutto la discontinuità con il passato. «Mi auguro che quando formerà il governo, voglia dire basta al metodo di limitare la libertà delle persone a colpi di dpcm. Abbiamo chiesto di riaprire tutte le attività con il rispetto dei protocolli per la sicurezza soprattutto degli anziani; di investire sul lavoro e abbiamo portato la proposta del più assumi e meno paghi». La presidente del partito che ha raccolto il testimone di Alleanza nazionale, ha ricordato che Fdi si asterrà alle votazioni per il Recovery plan e con Draghi ha affrontato anche il tema della riforma fiscale: «Lui immagina che le tasse non aumenteranno e pensa a un sistema fiscale improntato alla progressività, il che penso escluda la flat tax e mi dispiace». Nei dossier di Fdi anche la pandemia e la gestione commissariale: «Draghi è molto attento alla questione dei vaccini, credo che l'idea bizzarra di spendere 400.000 euro per ogni padiglione vaccinale sia qualcosa su cui il nuovo governo mi piacerebbe prenda le distanze».
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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