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2018-06-05
Bastone e carota: tasse alle imprese giù ma più contributi per le pensioni
ANSA
- Per copirire Ape social e quota 100, si tratta sui costi per le imprese. Il governo pensa di far ricadere sulle aziende parte delle uscite anticipate istituendo un fondo di solidarietà sul modello bancario prelevando lo 0,3% sul lordo in busta paga. Anticipo pensionistico destinato a sparire.
- L'incentivo della flat tax: imposte giù dal 2019. La Lega vuol fare sul serio sulla riduzione delle tasse, la burocrazia ministeriale pone problemi di coperture. L'anno prossimo si partirebbe con le imprese. Il Pd fa sapere: «Già fatto da Matteo Renzi». Dibattito sullo «sconto» per le famiglie: più facile partire dal 2020.
Lo speciale contiene due articoli
La posizione leghista sulle pensioni prende forma. A buttare lì qualche dettaglio in più è l'ex sottosegretario al Welfare ai tempi di Silvio Berlusconi, Alberto Brambilla. Innanzitutto in termini di costi. Modificare la legge Fornero secondo l'esponente del Carroccio costerà 5 miliardi di euro all'anno e non 20 come sostiene il numero uno dell'Inps, Tito Boeri. «L'idea di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni e 36 di contributi, oppure 41 anni di contributi a prescindere dall'età (purché si escludano i contributi figurativi)», spiega in un'intervista l'esperto di pensioni leghista, «permetterà di superare lo scalone Fornero».
Ovviamente lo schema prevede tanti altri gradini. Perché non basta girare la spesa pubblica e invertirla. La popolazione invecchia e la produttività non cresce. Sul modello bastone e carota, il governo pensa di far ricadere sulle aziende una parte delle uscite anticipate. L'idea sarebbe quella di istituire per le diverse categorie produttive un fondo di solidarietà sul modello bancario. Ovvero alimentare i panieri pensionistici con il prelievo dello 0,3% sul lordo versato in busta paga. Senza contare che l'Ape social sarebbe destinata a sparire. Il che consentirebbe un minore esborso annuale di circa 1,5 miliardi all'anno. Al tempo stesso, verrebbero penalizzati tutti coloro che arrivano a fine corsa lavorativa con grande impegno fisico. In discussione anche Opzione donna, che vedrebbe uno spostamento della stanghetta per il ritiro dalla fascia attiva almeno due anni più in là nel tempo. L'ipotesi leghista troverebbe già una posizione contraria nel fronte dei 5 stelle che vorrebbe sostenere le categorie dei lavoratori usurati. Secondo quanto risulta alla Verità, la posizione grillina dovrebbe però essere di mera facciata perché il partito di Luigi Di Maio ha la necessità di portare a casa il reddito di cittadinanza. Sarebbe dunque disposto a barattare talune garanzie pensionistiche a favore della promessa elettorale che gli ha garantito i voti del Sud. Il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo ieri ha insistito apertamente sul reddito di cittadinanza e sulla pensione di cittadinanza, ma prima di arrivare a queste misure servirà tempo e la loro previsione potrà avvenire semmai con la legge di Bilancio in autunno. Sull'alleggerimento della legge Fornero, invece, soprattutto la Lega (ma anche i 5 stelle) spinge per fare presto e dare un segnale fin dalle settimane a venire. Da qui il pressing per inserire in un decreto legge ad hoc, da varare tra fine giugno e inizi luglio, un primo pacchetto di interventi specifici: tutti quelli descritti sopra che in comune hanno l'accresciuto ruolo dei privati.
Il governo non parla in alcun caso di taglio al cuneo fiscale, ma semplicemente di intervenire sulle tasse dirette con l'obiettivo di creare una Flat tax dedicata alle imprese. In pratica da un lato si lima il prelievo e dall'altra si carica la contribuzione previdenziale ancor più sulle spalle delle aziende. Tertium non datur. A meno che non si voglia sforare il deficit previsto. Ma quest'anno sembra da escludere, dal momento che la manovra di ottobre dovrà trovare circa 15 miliardi per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare che dal prossimo gennaio aumenti l'Iva.
C'è poi un enorme capitolo relativo ai contratti di lavoro. Le dichiarazioni di ieri rientrano ancora tutte nel post campagna elettorale. A sentire parlare Luigi Di Maio, ogni tanto si ha l'impressione che i toni siano ancora quelli dell'opposizione. Anche Brambilla nella l'intervista rilasciata a Repubblica ha buttato sul tavolo alcune tematiche senza tirare le fila.
Quanto al Jobs act, ha dichiarato l'esponente leghista, «ha cose buone, ma va destrutturato. Bisogna scendere da 1.000 pagine a un nuovo Statuto del lavoro di 30-40. Poi ridurre la precarietà, cancellando il decreto Poletti. Non toccherei l'articolo 18. Ma ripristinerei i voucher da 10 euro, limitati ai settori originari: agricoltura, babysitting, giardinaggio, pulizie. Fisserei il salario minimo orario a 9 euro. E abolirei gli sgravi sulle assunzioni dei giovani che non funzionano». Siamo curiosi di capire quale sarà l'approccio alle politiche attive di inserimento. Di Maio ha annunciato di voler riunire tutti i presidenti di Regione per discutere dei centri per l'impiego (che dipendono dagli enti locali). Come verranno modificati non è ancora dato sapere. Di certo Garanzia giovani non ha funzionato e gli ultimi interventi a base di incentivi fiscali hanno finito con il minare il praticantato unico schema ben congegnato, perché prevede investimenti di lungo termine e vere scommesse sulla professionalità dei singoli lavoratori.
Claudio Antonelli
La carota della flat tax: imposte giù dal 2019
La giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche sulla flat tax, ha chiarito due cose. La prima: il governo Lega-M5s si è dato un orizzonte temporale di lungo respiro, tanto è vero che la modulazione della flat tax è già scadenzata sui prossimi due-tre anni. La seconda: la Lega fa sul serio sulla riduzione delle tasse, i cervelloni del Carroccio stanno lavorando giorno e notte per mettere a punto la strategia giusta per concretizzare il cavallo di battaglia di Matteo Salvini in campagna elettorale e per superare le obiezioni e le perplessità dell'apparato burocratico, il cui sostegno è indispensabile per tradurre in provvedimenti di governo le proposte contenute nel «contratto».
Giovedì e venerdì scorso, in particolare, stando a indiscrezioni attendibili, lo staff del «premier ombra» Giancarlo Giorgetti avrebbe preso contatto con il Dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio, il cosiddetto «Dagl», santuario di Nostra Signora Burocrazia. Gli uomini di Giorgetti avrebbero informato il Dagl della volontà ferrea di aprire al più presto il capitolo flat tax del contratto di governo, ricevendo risposte cortesi quanto rigide: «Ci vogliono le coperture».
Ieri, tre autorevolissimi economisti del Carroccio, Alberto Bagnai, Armando Siri e Claudio Borghi, hanno animato il dibattito su questo delicatissimo fronte. Ospite di Agorà su Rai 3, Alberto Bagnai ha lanciato il classico sasso nello stagno: «Mi sembra», ha detto il parlamentare della Lega, «che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall'anno prossimo, il 2019, e poi a partire dal secondo anno, dal 2020, si prevede di applicarla alle famiglie. Peraltro parlare di flat tax diventa improprio perché implicherebbe una aliquota unica, invece dalla mediazione con il M5s è emerso un modello con due scaglioni di reddito. L'Italia è in una situazione di gravissima crisi economica, nel 2021 il reddito pro capite sarà quello del 2003. Il ricorso al deficit per stimolare l'economia», ha sottolineato Bagnai, «riteniamo che possa essere accettato in sede europea».
Dunque, il taglio delle tasse per le imprese è la priorità assoluta della Lega di governo. La possibilità di ricorrere al deficit è stata oggetto anche dei primi colloqui informali con la burocrazia di Palazzo Chigi. Sforbiciare le tasse sulle imprese consentirà agli imprenditori di assumere e investire, mettendo in circolazione denaro fresco, destinato a far aumentare i consumi e, quindi, in prospettiva, a far entrare più soldi nelle casse dello Stato. Le parole di Bagnai hanno provocato una sventagliata di critiche da parte della sinistra, che ha accusato l'economista del Carroccio di fare marcia indietro e, udite udite, di copiare quanto fatto dal governo guidato da Matteo Renzi. «Sulla flat tax», ha scritto il reggente del Pd, Maurizio Martina, su Twitter, «continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)». Numerosi anche gli attacchi da parte di Forza Italia, in particolare sul presunto «rinvio» della flat tax per le famiglie. Quelli del Pd, dimenticano un piccolo dettaglio: se è vero che l'Ires è stata portata al 24%, la flat tax prevede che l'aliquota scenda al 15% per i redditi fino a 80mila euro e al 20% per quelli superiori. Quindi, il taglio delle tasse per le imprese previsto dalla Lega e dal M5s è sostanzioso.
Non solo: anche il presunto «rinvio della flat tax per le famiglie», denunciato dalle opposizioni è tutt'altro che inevitabile. La discussione è in pieno svolgimento, come dimostra quanto affermato da Armando Siri, altro esponente della Lega: «Non è vero», ha detto Siri ad Affaritaliani.it, «che dal prossimo anno la flat tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire», ha spiegato Siri, «con degli step: il sistema è diverso perché la flat tax per le imprese c'è già e noi la estendiamo anche a società di persone, partite iva e così via. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800.000 imprese. Fino ad oggi», ha precisato Siri, «solo le società di capitali hanno la flat tax. Poi per le famiglie cominceremo già dal 2019 con dei parametri che andranno a perfezionarsi nel 2020 fino a completarla».
In sostanza, al di là delle schermaglie da talk show, quello che è certo è che la Lega non ha perso un solo istante, e vuole assolutamente varare il taglio delle tasse già con la prossima legge di Stabilità. «La cosa più semplice», ha sintetizzato un altro autorevole economista della Lega, Claudio Borghi, a Sky, «è la riduzione dell'Ires alle imprese e l'estensione alle partite Iva. Cambiare completamente il fisco non è cosa da poco, siamo a giugno e non abbiamo ancora la fiducia e non ci sono ancora le commissioni parlamentari».
Carlo Tarallo
Per copirire Ape social e quota 100, si tratta sui costi per le imprese. Il governo pensa di far ricadere sulle aziende parte delle uscite anticipate istituendo un fondo di solidarietà sul modello bancario prelevando lo 0,3% sul lordo in busta paga. Anticipo pensionistico destinato a sparire.L'incentivo della flat tax: imposte giù dal 2019. La Lega vuol fare sul serio sulla riduzione delle tasse, la burocrazia ministeriale pone problemi di coperture. L'anno prossimo si partirebbe con le imprese. Il Pd fa sapere: «Già fatto da Matteo Renzi». Dibattito sullo «sconto» per le famiglie: più facile partire dal 2020.Lo speciale contiene due articoliLa posizione leghista sulle pensioni prende forma. A buttare lì qualche dettaglio in più è l'ex sottosegretario al Welfare ai tempi di Silvio Berlusconi, Alberto Brambilla. Innanzitutto in termini di costi. Modificare la legge Fornero secondo l'esponente del Carroccio costerà 5 miliardi di euro all'anno e non 20 come sostiene il numero uno dell'Inps, Tito Boeri. «L'idea di mandare in pensione chi ha almeno 64 anni e 36 di contributi, oppure 41 anni di contributi a prescindere dall'età (purché si escludano i contributi figurativi)», spiega in un'intervista l'esperto di pensioni leghista, «permetterà di superare lo scalone Fornero». Ovviamente lo schema prevede tanti altri gradini. Perché non basta girare la spesa pubblica e invertirla. La popolazione invecchia e la produttività non cresce. Sul modello bastone e carota, il governo pensa di far ricadere sulle aziende una parte delle uscite anticipate. L'idea sarebbe quella di istituire per le diverse categorie produttive un fondo di solidarietà sul modello bancario. Ovvero alimentare i panieri pensionistici con il prelievo dello 0,3% sul lordo versato in busta paga. Senza contare che l'Ape social sarebbe destinata a sparire. Il che consentirebbe un minore esborso annuale di circa 1,5 miliardi all'anno. Al tempo stesso, verrebbero penalizzati tutti coloro che arrivano a fine corsa lavorativa con grande impegno fisico. In discussione anche Opzione donna, che vedrebbe uno spostamento della stanghetta per il ritiro dalla fascia attiva almeno due anni più in là nel tempo. L'ipotesi leghista troverebbe già una posizione contraria nel fronte dei 5 stelle che vorrebbe sostenere le categorie dei lavoratori usurati. Secondo quanto risulta alla Verità, la posizione grillina dovrebbe però essere di mera facciata perché il partito di Luigi Di Maio ha la necessità di portare a casa il reddito di cittadinanza. Sarebbe dunque disposto a barattare talune garanzie pensionistiche a favore della promessa elettorale che gli ha garantito i voti del Sud. Il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo ieri ha insistito apertamente sul reddito di cittadinanza e sulla pensione di cittadinanza, ma prima di arrivare a queste misure servirà tempo e la loro previsione potrà avvenire semmai con la legge di Bilancio in autunno. Sull'alleggerimento della legge Fornero, invece, soprattutto la Lega (ma anche i 5 stelle) spinge per fare presto e dare un segnale fin dalle settimane a venire. Da qui il pressing per inserire in un decreto legge ad hoc, da varare tra fine giugno e inizi luglio, un primo pacchetto di interventi specifici: tutti quelli descritti sopra che in comune hanno l'accresciuto ruolo dei privati.Il governo non parla in alcun caso di taglio al cuneo fiscale, ma semplicemente di intervenire sulle tasse dirette con l'obiettivo di creare una Flat tax dedicata alle imprese. In pratica da un lato si lima il prelievo e dall'altra si carica la contribuzione previdenziale ancor più sulle spalle delle aziende. Tertium non datur. A meno che non si voglia sforare il deficit previsto. Ma quest'anno sembra da escludere, dal momento che la manovra di ottobre dovrà trovare circa 15 miliardi per sterilizzare le clausole di salvaguardia ed evitare che dal prossimo gennaio aumenti l'Iva. C'è poi un enorme capitolo relativo ai contratti di lavoro. Le dichiarazioni di ieri rientrano ancora tutte nel post campagna elettorale. A sentire parlare Luigi Di Maio, ogni tanto si ha l'impressione che i toni siano ancora quelli dell'opposizione. Anche Brambilla nella l'intervista rilasciata a Repubblica ha buttato sul tavolo alcune tematiche senza tirare le fila. Quanto al Jobs act, ha dichiarato l'esponente leghista, «ha cose buone, ma va destrutturato. Bisogna scendere da 1.000 pagine a un nuovo Statuto del lavoro di 30-40. Poi ridurre la precarietà, cancellando il decreto Poletti. Non toccherei l'articolo 18. Ma ripristinerei i voucher da 10 euro, limitati ai settori originari: agricoltura, babysitting, giardinaggio, pulizie. Fisserei il salario minimo orario a 9 euro. E abolirei gli sgravi sulle assunzioni dei giovani che non funzionano». Siamo curiosi di capire quale sarà l'approccio alle politiche attive di inserimento. Di Maio ha annunciato di voler riunire tutti i presidenti di Regione per discutere dei centri per l'impiego (che dipendono dagli enti locali). Come verranno modificati non è ancora dato sapere. Di certo Garanzia giovani non ha funzionato e gli ultimi interventi a base di incentivi fiscali hanno finito con il minare il praticantato unico schema ben congegnato, perché prevede investimenti di lungo termine e vere scommesse sulla professionalità dei singoli lavoratori.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bastone-e-carote-flattax-fornero-2575176048.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-carota-della-flat-tax-imposte-giu-dal-2019" data-post-id="2575176048" data-published-at="1766768753" data-use-pagination="False"> La carota della flat tax: imposte giù dal 2019 La giornata di ieri, caratterizzata dalle polemiche sulla flat tax, ha chiarito due cose. La prima: il governo Lega-M5s si è dato un orizzonte temporale di lungo respiro, tanto è vero che la modulazione della flat tax è già scadenzata sui prossimi due-tre anni. La seconda: la Lega fa sul serio sulla riduzione delle tasse, i cervelloni del Carroccio stanno lavorando giorno e notte per mettere a punto la strategia giusta per concretizzare il cavallo di battaglia di Matteo Salvini in campagna elettorale e per superare le obiezioni e le perplessità dell'apparato burocratico, il cui sostegno è indispensabile per tradurre in provvedimenti di governo le proposte contenute nel «contratto». Giovedì e venerdì scorso, in particolare, stando a indiscrezioni attendibili, lo staff del «premier ombra» Giancarlo Giorgetti avrebbe preso contatto con il Dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio, il cosiddetto «Dagl», santuario di Nostra Signora Burocrazia. Gli uomini di Giorgetti avrebbero informato il Dagl della volontà ferrea di aprire al più presto il capitolo flat tax del contratto di governo, ricevendo risposte cortesi quanto rigide: «Ci vogliono le coperture». Ieri, tre autorevolissimi economisti del Carroccio, Alberto Bagnai, Armando Siri e Claudio Borghi, hanno animato il dibattito su questo delicatissimo fronte. Ospite di Agorà su Rai 3, Alberto Bagnai ha lanciato il classico sasso nello stagno: «Mi sembra», ha detto il parlamentare della Lega, «che ci sia un accordo sul fatto di far partire la flat tax sui redditi di impresa a partire dall'anno prossimo, il 2019, e poi a partire dal secondo anno, dal 2020, si prevede di applicarla alle famiglie. Peraltro parlare di flat tax diventa improprio perché implicherebbe una aliquota unica, invece dalla mediazione con il M5s è emerso un modello con due scaglioni di reddito. L'Italia è in una situazione di gravissima crisi economica, nel 2021 il reddito pro capite sarà quello del 2003. Il ricorso al deficit per stimolare l'economia», ha sottolineato Bagnai, «riteniamo che possa essere accettato in sede europea». Dunque, il taglio delle tasse per le imprese è la priorità assoluta della Lega di governo. La possibilità di ricorrere al deficit è stata oggetto anche dei primi colloqui informali con la burocrazia di Palazzo Chigi. Sforbiciare le tasse sulle imprese consentirà agli imprenditori di assumere e investire, mettendo in circolazione denaro fresco, destinato a far aumentare i consumi e, quindi, in prospettiva, a far entrare più soldi nelle casse dello Stato. Le parole di Bagnai hanno provocato una sventagliata di critiche da parte della sinistra, che ha accusato l'economista del Carroccio di fare marcia indietro e, udite udite, di copiare quanto fatto dal governo guidato da Matteo Renzi. «Sulla flat tax», ha scritto il reggente del Pd, Maurizio Martina, su Twitter, «continua la presa in giro degli italiani da parte di Lega e M5s. Sulle imprese fanno finta di non sapere che abbiamo già fatto noi: Ires (dal 27,5 al 24%) e Iri (al 24% per le Pmi)». Numerosi anche gli attacchi da parte di Forza Italia, in particolare sul presunto «rinvio» della flat tax per le famiglie. Quelli del Pd, dimenticano un piccolo dettaglio: se è vero che l'Ires è stata portata al 24%, la flat tax prevede che l'aliquota scenda al 15% per i redditi fino a 80mila euro e al 20% per quelli superiori. Quindi, il taglio delle tasse per le imprese previsto dalla Lega e dal M5s è sostanzioso. Non solo: anche il presunto «rinvio della flat tax per le famiglie», denunciato dalle opposizioni è tutt'altro che inevitabile. La discussione è in pieno svolgimento, come dimostra quanto affermato da Armando Siri, altro esponente della Lega: «Non è vero», ha detto Siri ad Affaritaliani.it, «che dal prossimo anno la flat tax entrerà in vigore solo per le imprese, ma ci sarà anche per le famiglie. Poi tutto sarà a regime per il 2020. Si deve partire», ha spiegato Siri, «con degli step: il sistema è diverso perché la flat tax per le imprese c'è già e noi la estendiamo anche a società di persone, partite iva e così via. È una riforma storica perché viene trasferito a 5 milioni di operatori quello che oggi è solo per 800.000 imprese. Fino ad oggi», ha precisato Siri, «solo le società di capitali hanno la flat tax. Poi per le famiglie cominceremo già dal 2019 con dei parametri che andranno a perfezionarsi nel 2020 fino a completarla». In sostanza, al di là delle schermaglie da talk show, quello che è certo è che la Lega non ha perso un solo istante, e vuole assolutamente varare il taglio delle tasse già con la prossima legge di Stabilità. «La cosa più semplice», ha sintetizzato un altro autorevole economista della Lega, Claudio Borghi, a Sky, «è la riduzione dell'Ires alle imprese e l'estensione alle partite Iva. Cambiare completamente il fisco non è cosa da poco, siamo a giugno e non abbiamo ancora la fiducia e non ci sono ancora le commissioni parlamentari». Carlo Tarallo
Secondo i calcoli di Facile.it, il 2025 si chiuderà con un calo di circa 50 euro per la rata mensile di un mutuo variabile standard, scesa da 666 euro di inizio anno a circa 617 euro. Un movimento coerente con il progressivo rientro delle componenti di costo indicizzate (Euribor) e con l’aspettativa di stabilizzazione di breve periodo.
Sul versante dei mutui a tasso fisso, il 2025 è stato invece caratterizzato da un lieve aumento dei costi per i nuovi mutuatari, in larga parte legato alla risalita dell’indice IRS (il riferimento tipico per i fissi). A gennaio 2025 l’IRS a 25 anni è stato in media pari a 2,4%; nell’ultimo mese è arrivato al 3,1%. L’effetto, almeno parziale, si è trasferito sulle nuove offerte: per un finanziamento standard la rata risulta oggi più alta di circa 40 euro rispetto a inizio anno.
«Il 2025 è stato un anno positivo sul fronte dei tassi dei mutui: i variabili sono scesi a seguito dei tagli della Bce, mentre i fissi, seppur in lieve aumento, offrono comunque buone condizioni per chi vuole tutelarsi da possibili futuri aumenti di rata. Oggi, quindi, l’aspirante mutuatario può godere di un’ampia offerta di soluzioni: scegliere il tasso variabile significa partire con una rata più contenuta, ma il vantaggio economico iniziale può essere ritenuto da molti ancora non sufficiente per giustificare il rischio connesso a questo tipo di finanziamento. Per chi non è disposto a rischiare, invece, i fissi garantiscono comunque condizioni favorevoli, oltre alla certezza che la rata resti uguale per tutte la durata del mutuo. Non esiste in assoluto una soluzione giusta o sbagliata, la scelta va presa da ciascun richiedente secondo le proprie caratteristiche; un consulente esperto può essere d’aiuto per valutare pregi e difetti di ciascuna proposta e identificare quella più adatta», spiegano gli esperti di Facile.it
Guardando in avanti, un’indicazione operativa sui variabili arriva dai Futures sugli Euribor (aggiornati al 10 dicembre 2025): per il 2026 non vengono prezzate grandi variazioni. L’Euribor a 3 mesi, oggi sotto il 2,1%, è atteso su livelli simili anche nel prossimo anno.
«In questo momento il mercato non prevede ulteriori tagli da parte della BCE nel 2026 e al netto di qualche piccola oscillazione al rialzo verso fine anno, nei prossimi 12 mesi le rate dovrebbero rimanere tendenzialmente stabili», continuano gli esperti di Facile.it
Lo snodo resta l’inflazione: se dovesse tornare ad accelerare, non si potrebbero escludere nuove mosse restrittive della Bce, con un impatto immediato sugli indici e quindi sulle rate dei variabili. Più difficile, invece, «leggere» i fissi: finché i rendimenti dei titoli europei resteranno in salita, è complicato immaginare una traiettoria diversa per gli Irs e, a cascata, per i mutui collegati.
Per chi deve scegliere adesso, lo scenario è nettamente diverso rispetto a inizio anno. Nel 2025, il tasso variabile è tornato mediamente più conveniente. Secondo l’analisi** di Facile.it sulle migliori offerte online, per un mutuo da 126.000 euro in 25 anni (LTV 70%) i variabili partono da un TAN del 2,54%, con rata di 554,5 euro. A parità di profilo, i fissi partono da un TAN del 3,10%, con rata di 604 euro: circa 50 euro in più al mese.
«Scegliere oggi un tasso variabile significa partire con una rata più contenuta, ma il vantaggio economico iniziale può essere ritenuto da molti ancora non sufficiente per giustificare il rischio connesso a questo tipo di finanziamento. Per chi non è disposto a rischiare, invece, i fissi garantiscono comunque condizioni favorevoli, oltre alla certezza che la rata resti uguale per tutte la durata del mutuo. Non esiste in assoluto una soluzione giusta o sbagliata, la scelta va presa da ciascun richiedente secondo le proprie caratteristiche; un consulente esperto può essere d’aiuto per valutare pregi e difetti di ciascuna proposta e identificare quella più adatta», concludono gli esperti di Facile.it.
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Brahim Diaz esulta dopo aver segnato un gol durante la partita inaugurale della 35ª Coppa d'Africa tra Marocco e Comore allo stadio Prince Moulay Abdellah di Rabat (Getty Images)
Serve a spostare l’immaginario: non più periferia, non più frontiera, ma piattaforma. Il governo marocchino non lo nasconde. «La Coppa d’Africa è una prova generale per il Mondiale 2030 e un simbolo della nostra capacità di organizzare eventi globali con standard elevati», ha dichiarato recentemente un portavoce del governo di Rabat, sottolineando l’utilizzo dello sport come leva di soft power e di consolidamento di immagine internazionale. Il re Mohammed VI ha insistito pubblicamente sul ruolo dello sport come strumento di dialogo e cooperazione regionale, definendo iniziative come Afcon e il Mondiale 2030 parte integrante della «strategia marocchina di apertura e modernizzazione». Questa visione è stata ripresa anche dai media di Stato come elemento di legittimazione politica e di promozione dell’identità nazionale. I numeri aiutano a capire la traiettoria. Il Marocco conta oggi circa 37 milioni di abitanti e una crescita demografica relativamente contenuta dell’1 per cento annuo circa, molto più bassa rispetto a molte economie subsahariane.
Questo rallentamento demografico consente una pianificazione a medio-lungo termine più sostenibile. Sul piano economico, il pil ha superato i 140 miliardi di dollari nel 2023, con un pil pro capite attorno ai 3.700 dollari, superiore a molti Paesi dell’Africa subsahariana e stabile negli ultimi anni. Il calcio entra qui. La Coppa d’Africa diventa una vetrina perché cade in un momento preciso. Il Paese è nel pieno di un ciclo di investimenti pubblici legati a grandi eventi. Strade, aeroporti, linee ferroviarie ad alta velocità, stadi. Secondo stime ufficiali, tra infrastrutture sportive e opere collegate il Marocco ha messo sul piatto investimenti nell’ordine di oltre 21 miliardi di dirham — quasi 2 miliardi di euro — per modernizzare stadi e città in vista di Afcon 2025 e del Mondiale 2030. Questa spinta è percepita anche a livello diplomatico.
Nel corso degli ultimi anni Rabat ha promosso nuove alleanze economiche in Africa occidentale, con piani di investimento in energia, telecomunicazioni e infrastrutture. La Coppa d’Africa è intesa come un elemento di “soft power” che attraversa i confini: non solo uno spettacolo sportivo, ma un’occasione per creare reti di relazioni, far visita a delegazioni internazionali e mostrare un’immagine di stabilità e apertura. Il messaggio è rivolto prima di tutto al continente africano. Il Marocco si propone come modello alternativo: africano per storia e geografia, ma sempre più occidentale per governance, modelli economici e partner strategici. “Lo sport è parte integrante della nostra politica estera e interna”, ha detto un consigliere politico marocchino parlando della Coppa d’Africa come di un evento che rafforza l’influenza regionale di Rabat. La Coppa d’Africa serve anche a rafforzare una narrativa interna. Il Paese viene da anni di riforme graduali, non sempre popolari, tra cui la promozione di miglioramenti nei servizi pubblici. Il consenso passa anche dalla capacità di offrire orgoglio nazionale e visibilità internazionale.
Dopo il quarto posto al Mondiale 2022, la nazionale è diventata un moltiplicatore emotivo, un simbolo di successo collettivo. Ma non mancano le critiche. In un anno segnato da proteste giovanili e richieste di maggiori investimenti in sanità ed educazione, alcuni osservatori ricordano che infrastrutture sportive e servizi sociali competono per risorse limitate. «Vogliamo ospedali, non stadi» è stato lo slogan di manifestazioni che hanno investito diverse città marocchine nei mesi scorsi, sottolineando il rischio di disallineamento tra spesa per eventi e bisogni sociali. Nel contesto internazionale il torneo assume un ulteriore significato. La Coppa d’Africa 2025 arriva pochi anni prima del Mondiale 2030, che il Marocco ospiterà insieme a Spagna e Portogallo. Non come semplice partecipante, ma come Paese co-organizzatore, una delle prime volte che un Paese africano riveste questo ruolo congiunto nel calcio globale. Il Marocco conta di vincere la Coppa D'Africa. Il risultato sportivo conterà. Ma conterà meno del messaggio lasciato. Rabat vuole usare il calcio per ribadire che il centro può spostarsi, che l’Africa non è solo luogo di risorse e problemi, ma anche piattaforma, regia e snodo geopolitico. E nel 2030, quando il mondo guarderà lo stesso pallone rimbalzare tra Europa e Africa, quella storia sarà già stata scritta.
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Chen Zhi
Dall’immobiliare al fintech, fino al cuore delle truffe online: a 37 anni il fondatore del Prince Group è accusato da Stati Uniti e Regno Unito di aver costruito dalla Cambogia un impero criminale basato su frodi digitali, riciclaggio e sfruttamento di manodopera. Tra cittadinanze comprate, rapporti con il potere politico e miliardi congelati in criptovalute, il ritratto di un magnate oggi scomparso dai radar.
A trentasette anni appena compiuti, Chen Zhi viene indicato dagli inquirenti come l’architetto occulto di una gigantesca macchina di frodi digitali, descritta come un sistema criminale costruito sullo sfruttamento sistematico delle vittime. L’aspetto giovanile, il volto quasi infantile e la barba curata contrastano con l’immagine dell’uomo che, in pochissimo tempo, avrebbe accumulato una ricchezza smisurata. Nell’ottobre scorso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti lo ha formalmente incriminato, accusandolo di aver orchestrato dalla Cambogia un colossale schema di truffe in criptovalute, capace di sottrarre miliardi di dollari a persone sparse in tutto il mondo. Parallelamente, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato il sequestro di circa 14 miliardi di dollari in bitcoin riconducibili, secondo le autorità, alla sua rete: il più imponente congelamento di asset digitali mai registrato. Sul sito ufficiale del suo conglomerato, la Cambodian Prince Group, Chen Zhi viene presentato come un imprenditore rispettato e un benefattore di primo piano, capace di trasformare l’azienda in uno dei gruppi più influenti del Paese, allineato – si legge – ai parametri internazionali. Interpellata per un commento, la società non ha rilasciato dichiarazioni. Resta dunque aperta la domanda centrale: chi è davvero Chen Zhi, l’uomo che secondo le accuse avrebbe costruito un impero fondato sulle truffe online?
Originario della provincia cinese del Fujian, nella parte sud-orientale del Paese, Chen Zhi avrebbe mosso i primi passi imprenditoriali nel settore dei giochi online, con risultati tutt’altro che eclatanti. Tra il 2010 e il 2011 si trasferì in Cambogia, inserendosi in un mercato immobiliare allora in piena ebollizione. Il suo arrivo coincise con l’esplosione di una bolla speculativa alimentata dall’afflusso di capitali cinesi e dalla disponibilità di ampie porzioni di territorio sottratte alle comunità locali e finite nelle mani di figure politicamente ben introdotte. Una parte consistente di quei fondi derivava dall’espansione internazionale dei progetti infrastrutturali cinesi legati alla Belt and Road Initiative, mentre altri capitali provenivano da investitori privati alla ricerca di sbocchi meno costosi rispetto al mercato immobiliare cinese, ormai surriscaldato. A questo si aggiunse l’aumento vertiginoso del turismo proveniente dalla Cina.
Phnom Penh cambiò volto in pochi anni: il profilo urbano, un tempo dominato da edifici coloniali bassi e color ocra, lasciò spazio a una distesa di torri in vetro e acciaio. Ancora più drastica fu la metamorfosi di Sihanoukville, ex località balneare tranquilla, trasformata in un polo di casinò, hotel di lusso e complessi residenziali. Qui confluirono non solo turisti e investitori, ma anche giocatori d’azzardo, spinti dal divieto di gioco vigente in Cina. In questo contesto, la rapida ascesa di Chen Zhi apparve fuori scala. Nel 2014 ottenne la cittadinanza cambogiana, rinunciando a quella cinese, un passaggio che gli consentì di intestarsi direttamente terreni e proprietà, a fronte di un contributo minimo di 250 mila dollari allo Stato. L’origine dei suoi capitali rimase però opaca. Nel 2019, aprendo un conto bancario sull’Isola di Man, dichiarò di aver ricevuto due milioni di dollari da uno zio non meglio identificato per avviare la sua prima operazione immobiliare. Nessuna prova documentale è mai emersa a sostegno di questa versione.
Il Prince Group nacque ufficialmente nel 2015, quando Chen Zhi aveva soltanto 27 anni, con un focus iniziale sul real estate. Tre anni dopo ottenne una licenza bancaria per creare la Prince Bank. Nello stesso periodo acquisì la cittadinanza cipriota, in cambio di un investimento di almeno 2,5 milioni di dollari, aprendo così le porte dell’Unione Europea. Successivamente ottenne anche il passaporto di Vanuatu. Nel giro di pochi anni il gruppo si espanse in settori sempre più diversi: compagnie aeree, centri commerciali di fascia alta, hotel a cinque stelle e progetti faraonici come la cosiddetta “Baia delle Luci”, una eco-città dal valore stimato di 16 miliardi di dollari. Nel 2020 Chen Zhi ha ricevuto dal sovrano cambogiano il titolo onorifico di “Neak Oknha”, il più elevato riconoscimento del Paese, riservato a chi effettua donazioni significative al governo.
In quella fase, ha consolidato relazioni politiche di altissimo livello: consigliere del ministro dell’Interno Sar Kheng, partner d’affari del figlio Sar Sokha, e collaboratore diretto di Hun Sen e, successivamente, di Hun Manet dopo la sua ascesa alla guida del governo nel 2023. I media locali lo hanno celebrato come mecenate, lodando il finanziamento di borse di studio e le donazioni durante l’emergenza Covid. Nonostante ciò, Chen Zhi è rimasto una figura schiva, poco incline alle apparizioni pubbliche. Secondo il giornalista Jack Adamovic Davies, autore di una lunga inchiesta su di lui, chi lo ha incontrato lo descrive come una persona pacata, educata e capace di esercitare un’autorità silenziosa. Una discrezione che, col senno di poi, potrebbe aver contribuito a schermarlo da attenzioni indesiderate. Il punto di svolta arriva nel 2019, con il crollo della bolla immobiliare a Sihanoukville. Il settore del gioco d’azzardo online attirò organizzazioni criminali cinesi, scatenando violenti conflitti tra bande e allontanando i turisti. Sotto la pressione di Pechino, il governo cambogiano vietò il gioco online nell’agosto di quell’anno. Centinaia di migliaia di cittadini cinesi lasciarono la città, e interi complessi residenziali rimasero vuoti. Eppure, nonostante il tracollo, Chen Zhi ha continuato ad comprare beni di lusso e a espandere il proprio raggio d’azione. Secondo le autorità occidentali, avrebbe investito decine di milioni in immobili a Londra, New York, jet privati, yacht e opere d’arte, tra cui un dipinto attribuito a Picasso.
Per Stati Uniti e Regno Unito, l’origine di questa ricchezza risiede nell’industria criminale più redditizia dell’Asia contemporanea: la frode online, alimentata da traffico di esseri umani e sofisticati sistemi di riciclaggio. Le sanzioni imposte colpiscono oltre cento società e numerosi individui legati al Prince Group, descrivendo una rete globale di società di comodo e portafogli digitali usati per occultare i flussi finanziari. Al centro delle accuse figurano complessi come il Golden Fortune Science and Technology Park, vicino al confine vietnamita, dove – secondo testimonianze raccolte – lavoratori provenienti da diversi Paesi sarebbero stati trattenuti con la forza e costretti a perpetrare truffe informatiche. Oggi, dopo l’annuncio delle sanzioni, banche e governi regionali prendono le distanze dal gruppo. Le autorità cambogiane cercano di rassicurare i risparmiatori, mentre Singapore e Thailandia avviano verifiche sulle attività locali. Resta però difficile immaginare un netto distacco dell’élite di Phnom Penh da un uomo con cui i legami sono stati così stretti per anni. Di Chen Zhi, intanto, si sono perse le tracce. L’uomo che fino a poco tempo fa figurava tra i più influenti del Paese sembra essersi dissolto, lasciando dietro di sé un intreccio di potere, denaro e accuse che ora scuote l’intera Cambogia.
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Sempre la storia dimostra che questo tipo di progresso tecnologico è spesso seguito dallo sviluppo di contromisure, non a caso stiamo assistendo alla comparsa di armi anti-drone, queste sia di tipo convenzionale, con un proiettile che viene sparato contro di essi, ma anche del tipo a energia concentrata, ovvero laser. L’evidenza però è che l'uso dei droni abbia cambiato la natura della guerra, con la zona in cui le forze di terra sono vulnerabili ad attacchi letali da parte di mezzi a pilotaggio remoto che si estende tra dieci e sedici chilometri dietro la linea del fronte. Ciò ha reso trincee, posizioni fortificate e veicoli blindati molto più vulnerabili di quanto non lo fossero in precedenza, costringendo l’industria a sviluppare nuovi tipi di protezioni da installare a bordo. Così se inizialmente i droni hanno dimostrato il loro valore nelle operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione, poi in quello di effettori d’attacco, ora costituiscono anche una forza di difesa restando comunque utili per la raccolta di informazioni in tempo reale e per fornire consapevolezza della situazione del campo di battaglia, come anche a supporto della pianificazione e del comando, nel controllo e nella comunicazione come nell'avvistamento dell'artiglieria.
Un colpo deve costare meno di un proiettile
Uno dei problemi da risolvere per praticare un vero contrasto ai droni sono i costi: un sistema laser, oltre che costoso è anche difficilmente trasportabile e resta comunque vulnerabile a eventuali attacchi, dunque in Ucraina vengono usate le infinitamente più economiche reti che riducono l'efficacia dei droni imbrigliandone le eliche. La Marina britannica ha recentemente annunciato che impiegherà un'arma a energia diretta denominata DragonFire, sistema che come detto, sebbene presenti delle limitazioni, come il costo iniziale, le dimensioni, la necessità di alimentazione elettrica e il fatto di dover avere il bersaglio in vista per colpirlo, a ogni colpo costa soltanto l’equivalente di 12 euro. L’alternativa è usare la radiofrequenza, ovvero un’onda radio, che però in quanto a limitazioni si discosta di poco dall’altro: presenta l’indubbio vantaggio di poter colpire più bersagli contemporaneamente, ma non può distinguere tra i bersagli che ingaggia quali sono amici e quali nemici. Tradotto: nessun mezzo amico può volare quando viene usato tale sistema. Non si risolve il problema neppure con effettori come piccoli missili, che costerebbero più di altri droni: esistono, sia chiaro, ma se per neutralizzare un oggetto del valore di qualche migliaio di dollari se ne impiega uno che costa qualche milione, come è avvenuto nel Mar Rosso durante i primi attacchi dei ribelli Houthi alle navi commerciali, le contromisure si rivelano insostenibili.
Un nuovo problema, costruirli in fretta
A parte l’Ucraina, l’Iran e la Cina, nessuna altra nazione è in grado di produrre droni in modo sufficientemente rapido e puntuale per usarli in modo massiccio. Inoltre, l’evoluzione dei droni stessi è tanto rapida che nessuna forza armata può permettersi di tenere in magazzino un arsenale di unità che invecchierebbero in pochi mesi. Ciò ha creato una vulnerabilità critica nelle catene di approvvigionamento delle componenti dei droni, in particolare la dipendenza dell'Occidente da parti e materiali di origine cinese che presentano ovvi rischi per continuità di fornitura, possibili intrusioni software e quindi pericolo per conflitti futuri.
Un rebus tra materiali, costi e normative green
Per risolvere la situazione occorre una nuova corsa alla produzione protetta basandola sulla cooperazione internazionale, costruendo solide alleanze per la produzione di droni tra i membri della Nato concentrandosi sulla produzione coordinata e sempre sull'innovazione. Il tutto per realizzare catene di approvvigionamento sovrane: investire nella produzione nazionale di componenti critici, inclusi semiconduttori e sensori, per ridurre la dipendenza da materiali di origine asiatica. Ciò perché oltre Pechino, si è anche persa la certezza della continuità di produzione proveniente da Taiwan. Un altro metodo è standardizzare la produzione di droni concentrandosi sulla produzione scalabile. La chiamano resilienza ma si tratta di sicurezza della catena di approvvigionamento, partendo dal disporre di una riserva di terre rare e di materiali definiti critici. Questa strategia è però resa ancor più difficile dall’applicazione di severe direttive ecologiche da parte dell’Unione europea e degli Usa, dove già talune produzioni non possono essere più fatte con taluni materiali, con il risultato che un numero significativo di componenti risulta oggi non rispondente alle caratteristiche di quelli precedenti. Lo sa bene chi progetta, sempre più in lotta con dichiarazioni per le normative Reach, che comprende migliaia di sostanze chimiche in vari prodotti inclusi abbigliamento, mobili, ed elettronica), e RoHs, la specifica per i dispositivi elettrici ed elettronici che limita le sostanze pericolose come piombo, mercurio, cadmio e altre per proteggere l’ambiente. E si sa che la guerra non è certo ecologica.
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