
Sotto inchiesta gestione della pandemia e mancata zona rossa a Bergamo. Dopo tre anni chiamati a rispondere l’ex premier e il suo ministro, il governatore lombardo Attilio Fontana, l’ex assessore Giulio Gallera e la squadra di Cts e Iss: Silvio Brusaferro, Angelo Borrelli, Franco Locatelli e Agostino Miozzo.
In un Paese normale, dopo 188.000 morti di pandemia, molti sprechi e altrettante dimostrazioni di inefficienza, sarebbe stato normale aprire un’inchiesta per accertare le responsabilità. Ma assolutamente doveroso sarebbe stato anche che l’autorità politica, quella che fin dall’inizio della diffusione del virus rassicurò gli italiani, dicendo che le misure adottate allontanavano dal nostro Paese qualsiasi rischio, prendesse atto del proprio fallimento e rassegnasse le dimissioni. Al contrario, abbiamo assistito a un presidente del Consiglio che ha fatto qualsiasi cosa, anche le capriole, pur di rimanere al proprio posto. Peggio ancora ha fatto l’allora ministro della Salute, il quale ha resistito sulla poltrona oltre ogni limite, cacciato solo dal voto degli italiani.
Sì, sarebbe stato normale, dopo una pandemia che aveva mietuto decine di migliaia di vittime, una drammatica dimostrazione dell’impreparazione del Servizio sanitario nazionale e una disgustosa prova di come l’apparato statale possa essere infiltrato dai profittatori, scandagliare ogni atto e ogni decisione con un’indagine. Ma i 5 stelle e la sinistra, ai tempi al governo, si sono opposti in ogni modo, respingendo l’idea di una commissione d’inchiesta che potesse fare chiarezza. Conte, Speranza, i molti esperti che con sicumera si sono succeduti per due anni davanti al video, alla sola idea di dover rispondere a domande che non fossero quelle dei conduttori dei talk show erano atterriti. Così, finora, non abbiamo potuto conoscere quel che è davvero accaduto nel marzo del 2020 e quanti errori e sprechi siano stati commessi.
Con il nuovo Parlamento speravamo che, alla fine, si facesse una commissione con poteri speciali, visto che in questo Paese si sono istituite commissioni su tutto, anche sulle condizioni meteorologiche. Ma anche dopo la sconfitta del 25 settembre, grillini e compagni hanno fatto muro, impedendo gli accertamenti e proponendo una sfilata dei soli esperti, ma non davanti a un’istituzione con poteri della magistratura. Risultato, di rinvio in rinvio siamo arrivati a oggi, quando la Procura di Bergamo - che da tempo aveva aperto un fascicolo - ha chiuso l’inchiesta, formalizzando l’avviso di garanzia per una ventina di persone.
Dell’elenco fanno parte l’ex avvocato del popolo e il suo ministro della Salute, oltre al presidente della Lombardia e il suo assessore. Un’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna e dunque, occorre chiarirlo, nessuno può essere considerato colpevole. Tuttavia, una cosa è certa. Finalmente si comincia ad aprire gli occhi per cercare di capire che cosa è successo nel nostro Paese nel marzo di tre anni fa, cercando di accertare le responsabilità.
Si tratta di un inizio, ma credo sia dovuto nei confronti di quelle 188.000 vittime. Un avvio di inchiesta che, certo, non dovrà fermarsi qui, ai venti avvisi di garanzia, ma dovrà avere un seguito. La maggioranza di centrodestra si è impegnata a istituire la commissione d’inchiesta sul Covid e, anche se in ritardo, credo che siano in molti ad aspettare che la promessa si trasformi in realtà. Sono tante le cose da chiarire, a cominciare dalle ragioni che hanno portato alla limitazione delle libertà costituzionali in tema di vaccini per finire alla consistenza dei cosiddetti effetti collaterali, che una parte politica ha voluto cancellare, etichettando le molte richieste di aiuto delle persone colpite dalle conseguenze dei vaccini come fantasie.
Certo, l’inchiesta di Bergamo non chiarirà tutto, ma diciamo che si tratta della prima volta che un faro viene acceso su ciò che è successo in questo Paese. Un primo passo.

















