A Transatlantico il senatore e responsabile economico della Lega interviene a tutto tondo: manovra, reddito di cittadinanza, ecobonus, delega e riscossione fiscale.
A Transatlantico il senatore e responsabile economico della Lega interviene a tutto tondo: manovra, reddito di cittadinanza, ecobonus, delega e riscossione fiscale.
Il presidente della Romania Ilie Bolojan (Ansa)
Il premier Bolojan, che era andato al potere grazie all’annullamento delle elezioni vinte da un candidato ostile a Bruxelles, non ha più la maggioranza. Gli sono state fatali le politiche di austerità volute proprio dall’Unione. I socialisti brigano per evitare le urne.
Avevano tanto brigato per far vincere in Romania il «loro» candidato europeista e ostile a Putin, e ora i socialisti europei devono ricominciare daccapo: il liberale Ilie Bolojan è stato sfiduciato ieri dal Parlamento con una maggioranza assolutamente trasversale formata da forze di destra e dai socialisti democratici che pure erano nella maggioranza.
La colpa? Le politiche del governo all’insegna dell’austerità, esattamente come voleva Bruxelles. Peccato che la cura da cavallo stesse già facendo montare la protesta dei lavoratori: e così, prima di vedere la Romania paralizzata da scioperi e proteste di piazza, la democrazia parlamentare ha sfiduciato il premier e tutto il governo dopo nemmeno un anno di operatività. Decisivo è stato il Partito socialista che pure aveva già «avvisato» il premier chiedendo poco tempo fa le sue dimissioni e ritirando i propri ministri in polemica con le «riforme» economiche che stavano aggravando le condizioni del Paese. Intanto nei sondaggi avanza Alleanza per l’Unione dei rumeni (Aur) di George Simion, che spera di guidare il governo di Bucarest.
Forse proprio per questo i socialisti del Pse provano a difendere il risultato delle elezioni: «Subito un governo europeista con un nuovo leader del Partito socialista democratico», hanno dichiarato per scongiurare l’ipotesi - mai avvenuta precedentemente - di elezioni anticipate, e puntando a un governo di minoranza per fermare l’avanzare della destra. Qualcuno ricorderà che a Bruxelles avevano brigato parecchio per arrivare all’esito di un governo filo Ue e che rompesse i legami con la Russia. Così, una sentenza senza precedenti della Corte costituzionale romena aveva cancellato l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali del 2024, vinto dal candidato Calin Georgescu, considerato di estrema destra e filoputinano. Dopo quella clamorosa decisione, Georgescu (che, ribadiamo, era stato scelto dal popolo) venne arrestato e liberato solo quando ebbero la certezza di averlo estromesso dalle elezioni bis. Eliminato il competitor, fu agevole per Bolojan vincere le elezioni contro il delfino di Georgescu, Simion, e governare. Peccato per lui che la cura imposta da Bruxelles non coincidesse con gli interessi nazionali e il sentimento popolare: così una duplice mozione di sfiducia ha messo premier ed Europa in fuorigioco.
Sarà interessante vedere cosa s’inventeranno le Von der Leyen e i Dombrovskis della situazione, pretoriani convinti delle ricette della euro-casa, le stesse che stanno impedendo per esempio al governo italiano quella elasticità che servirebbe per aiutare famiglie e imprese. Il Pse, dicevamo, spinge per riaffidare il governo a «mani amiche», ammesso che riesca a superare l’esame del Parlamento e soprattutto il malcontento dei romeni. «La Romania ha bisogno di chiarezza, stabilità e una leadership che dia risultati ai suoi cittadini», ha dichiarato il segretario generale del Pse, Giacomo Filibeck. «Un governo pienamente operativo è essenziale per garantire i finanziamenti europei, assicurare la continuità istituzionale, proteggere i posti di lavoro, salvaguardare la coesione sociale e rispondere alle continue pressioni sul costo della vita». Vedremo se l’indicazione che arriva dall’Unione basterà a trovare un’intesa. O se invece il clima contro Bruxelles in Romania rimetterà in pista la destra, come abbiamo visto recentemente in Bulgaria, dove ha trionfato l’ex presidente bulgaro Rumen Radev con il 44,7%, puntando su un programma in opposizione alle indicazioni della Commissione Von der Leyen e con aperture, specie sull’energia, alla Russia di Putin. Una vittoria che ha mobiliato un numero enorme di elettori. Radev, al contrario di Bolojan, si è opposto fin da subito alle indicazioni della Ue proponendo, oltre al contrasto alla corruzione, protezione per le fasce più deboli dall’inflazione e opposizione al sostegno militare ed economico all’Ucraina: «Ogni risorsa serve al mio popolo». Durerà? Il consenso è indubbio, bisogna vedere se dall’Europa non partiranno macchinazioni. A maggior ragione ora che in Romania tutto è tornato in alto mare.
Quel che è accaduto servirà da campanello d’allarme sull’efficacia sociale del rigorismo miope della Commissione? Vale soprattutto in questi giorni di grande difficoltà per i conflitti: come si fa a pensare che i cittadini possano accettare un indebitamento degli Stati membri per comprare armi ma non per far fronte ai rincari energetici? Persino un realista come il nostro ministro Giorgetti spinge per uno scostamento di bilancio: figuriamoci se i cittadini ancor più in difficoltà di Romania e Bulgaria non premiano programmi euroscettici. L’affanno di Bruxelles affinché a Bucarest arrivasse un filo-europeista contro quel «fascista» di Georgescu non ha garantito il risultato: oggi in Romania quella destra che cacciata dalla porta può rientrare dalla finestra.
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(Getty Images)
L’Unione europea, mentre investe 20 miliardi per affrancarsi dalle tecnologie estere, ingaggia la big tech americana (nella lista nera di Trump) per testare la sicurezza delle banche.
Mentre tratta con Washington sui dazi e rivendica una sempre più urgente autonomia tecnologica, l’Unione europea apre un canale diretto con una delle aziende simbolo dell’Intelligenza artificiale americana (peraltro «nemica» di Donald Trump).
E il paradosso è evidente: Bruxelles rischia di trasformarsi in una cavia per tecnologie sviluppate Oltreoceano proprio mentre prova, almeno sulla carta, a emanciparsene. In queste ore, infatti, sono in corso contatti con Anthropic per sottoporre banche e imprese europee ai test del suo nuovo modello. «In effetti ci sono contatti con Anthropic», ha confermato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, spiegando che la società americana ha già illustrato alla Commissione Ue le «capacità e i rischi informatici» dello strumento. L’obiettivo dichiarato è offrire alle aziende europee «la possibilità di effettuare questi test di resilienza informatica». Ma dietro la formula tecnica affiora una questione ben più politica: chi controlla davvero le tecnologie che garantiscono la sicurezza del sistema finanziario? Il modello in questione, noto come Mythos, è in grado di individuare vulnerabilità anche sconosciute nei sistemi informatici, le cosiddette «falle zero-day». Una capacità che lo rende prezioso per rafforzare la cybersicurezza delle banche, ma anche estremamente pericoloso. Non a caso, lo stesso Dombrovskis ha ammesso che «esistono preoccupazioni circa un potenziale uso improprio» di Mythos e che «l’utilizzo di questo modello è strettamente controllato».
È proprio questo il nodo: l’accesso limitato al sistema e la concentrazione della tecnologia nelle mani di pochi attori americani alimentano i timori delle autorità europee. Il rischio è che, senza un coinvolgimento diretto, il sistema finanziario del Vecchio continente resti esposto a minacce difficili da prevedere. Da qui la spinta dei ministri dell’Eurogruppo ad aprire un dialogo, anche a costo di accettare una posizione di evidente subordinazione. «Non credo che possiamo permetterci il lusso di non cercare di stabilire canali di comunicazione con gli Stati Uniti», ha ammesso il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, sottolineando come tecnologie di questo tipo richiedano «quadri di governance internazionale» proprio mentre il multilateralismo appare sempre più fragile. Tradotto: l’Europa non è in grado, almeno per ora, di fare da sola. Tra l’altro, proprio mentre discute con una big tech americana per testare la sicurezza delle proprie infrastrutture, Bruxelles porta avanti un ambizioso piano da 20 miliardi di euro per costruire gigafactory dedicate all’Intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di creare un ecosistema autonomo. Un progetto che, però, sconta ritardi, incertezze e soprattutto l’assenza di veri campioni industriali in grado di competere con i colossi statunitensi. È un bel cortocircuito strategico: da un lato, si investono risorse ingenti per inseguire una sovranità tecnologica che, però, appare ancora lontana; dall’altro, si finisce per affidarsi proprio a quelle tecnologie straniere da cui ci si vorrebbe affrancare.
La questione, in ogni caso, resta aperta. I ministri delle Finanze torneranno a discuterne nei prossimi incontri, consapevoli che «i modelli di intelligenza artificiale di frontiera si stanno evolvendo rapidamente e potrebbero presto presentare sfide di natura potenzialmente sistemica», come ha avvertito ancora Pierrakakis. La partita, insomma, è appena iniziata. Ma il rischio è che l’Europa la giochi, ancora una volta, più da spettatrice - o da cavia - che da protagonista.
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Evaristo Beccalossi (Ansa)
È morto a 69 anni Evaristo Beccalossi, simbolo nerazzurro tra anni Settanta e Ottanta. Talento puro e uomo autentico, non il più vincente né il più celebrato, Brera lo soprannominò «Driblossi», mentre l'avvocato Prisco disse che «il pallone giocava con lui». Iconico l'episodio del doppio rigore sbagliato con lo Slovan Bratislava.
Bandiera dell’Inter e icona del calcio italiano fra gli anni Settanta e Ottanta. Nella notte tra martedì 5 maggio e mercoledì 6, Evaristo Beccalossi se n’è andato. Aveva 69 anni, e ne avrebbe compiuti 70 tra pochi giorni.
Un'emorragia cerebrale a gennaio 2025, con 47 giorni di coma e una lunga riabilitazione a Brescia, nella sua città, protetto dai familiari, dagli amici e da qualche compagno di squadra che non l’ha mai abbandonato. Come Alessandro Altobelli, sempre presente anche nei momenti più difficili.
Era uno dei numeri 10 più amati, e non solo dai tifosi nerazzurri. Non uno dei più vincenti né uno dei più celebrati dalla critica. Ma un calciatore di indubbio talento, e un uomo di straordinaria simpatia e autenticità.
Alcuni calciatori si ricordano per i trofei. Altri, invece, per quello che erano e per le emozioni che trasmettevano. Il Becca – così veniva chiamato – faceva parte della seconda categoria, anche se di trofei ne aveva vinti, eccome. Con l'Inter dal 1978 al 1984 216 presenze, 37 reti, uno scudetto nel 1979-80 sotto la guida tecnica di Eugenio Bersellini, una Coppa Italia nel 1981-82, le semifinali di Coppa dei Campioni nel 1980-81. I tifosi dell’Inter ricordano in particolare una doppietta nel derby vinto 2-0 il 28 ottobre 1979, decisivo per l’esito finale vittorioso di quel campionato. Lo incitavano, cantando a squarciagola: «Evaristo, Evaristo, non lo ferma neanche Cristo». Il mitico giornalista sportivo Gianni Brera lo aveva spiritosamente soprannominato «Driblossi», a testimonianza delle sue rare doti tecniche. Persino l’avvocato Peppino Prisco, storico dirigente e vicepresidente dell’Inter, lo aveva così poeticamente elogiato: «Lui non giocava con il pallone, era il pallone che giocava con lui. Lui non lo calciava, l'accarezzava riempiendolo di coccole».
Ma la scena che lo ha reso immortale non è una rete o un trofeo, quanto piuttosto un curioso aneddoto di una domenica di Coppa delle Coppe. 15 settembre 1982, l’Inter affrontava a San Siro lo Slovan Bratislava. Durante la partita, Beccalossi sbagliò un rigore. Poi, sette minuti dopo, altro rigore per i nerazzurri. Il Becca si presentò di nuovo sul dischetto, pensando di rimediare all’errore. Il comico Paolo Rossi, grande tifoso nerazzurro, ha fatto di questo episodio un monologo che il tempo non ha consumato. «Lo tiro io», disse fieramente Beccalossi. E risbagliò. Era quello, il Becca. Un uomo capace di prendersi le responsabilità, di sbagliare due volte di fila davanti a tutto uno stadio e di non spostarsi di un centimetro.
«Ci sembra impossibile, Evaristo era uno di noi»: comincia così il comunicato dell'Inter, che lo saluta a pochi giorni dalla conquista del 21° scudetto. Il club ricorda i riccioli che ciondolavano sulle spalle, l'era Bersellini, il tifo che lo aveva eletto a simbolo di quegli anni. La sua incrollabile fede nerazzurra è tutta racchiusa in questa frase, che risale a una recente intervista: «La cosa più bella era che il popolo interista si identificava in noi».
Dopo il calcio, aveva lavorato come opinionista televisivo, poi come capo delegazione delle giovanili della Federcalcio. È sempre rimasto nel mondo che lo aveva reso grande, e che lui amava alla follia. Fino al triste e prematuro epilogo, che non ne cancella la grandezza ma ne rafforza il ricordo.
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Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
Una violenta scossa con epicentro in Carnia seminò morte e distruzione in meno di un minuto, con 990 morti e migliaia di feriti. La gestione dei soccorsi e la ricostruzione furono un esempio unico di efficienza e solidarietà tra civili, militari e istituzioni.
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L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
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