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2018-04-27
Avvoltoi global su Alfie in nome dello ius soli
ANSA
Il caso Alfie ha scoperchiato il disordine morale dell'ideologia globalista. Chi predica il verbo dell'accoglienza, che poi equivale alla deportazione dei popoli e al depauperamento del continente africano, non si scompone se al piccolo Evans, cittadino italiano, le corti britanniche hanno vietato l'espatrio come a un criminale. I cantori dell'immigrazione selvaggia, per i quali la soppressione di Alfie è diventata una questione di principio, si stanno servendo dell'ondata di indignazione che ha sollevato la tragedia del neonato per confezionare un vergognoso spot in favore dello ius soli.
È il caso di Francesco Rocca, presidente della Croce rossa, che commentando la proposta di Angelino Alfano e Marco Minniti di concedere la cittadinanza italiana ad Alfie, ha partorito una grottesca tirata sulle sofferenze dei bambini nel mondo: «Se la vita è correttamente un diritto», ha argomentato Rocca, «dobbiamo ricordarci anche che le vite sono tutte uguali. E allora ci piacerebbe vedere tutti quelli che hanno seguito questi casi di attualità o quelli che hanno incensato il governo per la decisione sulla cittadinanza, fare lo stesso per ogni bambino che vediamo morire o soffrire atrocemente. Invece, molte volte, gli stessi tanto interessati ai temi della cosiddetta bioetica sono quelli che poi voltano le spalle a chi muore in mare, a chi viene bombardato in Yemen on in Siria, a chi viene torturato in Libia, a chi viene trucidato in una delle tante guerre dimenticate nel continente africano». Un ragionamento, a volerlo definire tale, completamente sgangherato. Classico sintomo della patologia dell'universalismo etico, che vorrebbe abbracciare il mondo in un unico afflato, ma ignora l'uomo agonizzante che incontra lungo il cammino.
La tesi strampalata, in sostanza, sembra essere che se non salviamo tutti, soccorrere uno è illegittimo. Tanto più poiché quell'uno patisce le pene, per usare una perifrasi mutuata dall'eugenetica nazista, di una «vita indegna di essere vissuta». È la teoria di Zita Dazzi, giornalista del quotidiano La Repubblica, cui l'intervento dei nostri ministri di Esteri e Interni non è andato proprio giù: «Non converrebbe dare la cittadinanza», ha twittato, «invece che al piccolo Alfie che è praticamente morto, alle migliaia di bambini africani vivi che rischiano di morire mentre attraversano il canale di Sicilia?». Lasciate che i morti stacchino il respiratore ai loro morti. Noi dobbiamo preoccuparci di alimentare il traffico di esseri umani, promuovendo le migrazioni che strappano dalla loro terra intere comunità, assicurano ai mercati globali l'esercito industriale di riserva e provocano conseguenze culturalmente e socialmente devastanti nei Paesi di arrivo. I progressisti amano tanto i bimbi africani, da accanirsi su Alfie, che ha la colpa di aver attirato la nostra compassione.
Era stato proprio il giornale diretto da Mario Calabresi a lanciare l'invereconda strumentalizzazione del piccolo Evans. Michela Marzano, in un articolo che ha scatenato lo sdegno di molti lettori, aveva invocato «l'attribuzione della nazionalità italiana anche a tutti quei ragazzi e quelle ragazze nati in Italia e che, ancora oggi, sono considerati stranieri». Alfie trasformato in uno slogan che manderebbe in visibilio Cécile Kyenge.
Un neonato sofferente, i cui genitori chiedono soltanto il diritto di tentare un'ultima cura ed eventualmente di accompagnarlo con amorevolezza alla sua fine naturale, trattato come un rifiuto che, prima di essere eliminato, merita di diventare bersaglio del livore dei fan dello ius soli. Si può andare a morire nelle cliniche in Svizzera, ma non al Bambino Gesù.
C'è pure chi fa dell'ironia, come Alessandro Capriccioli, consigliere regionale eletto nel Lazio per la lista della rinomata abortista Emma Bonino. Su Facebook, il segretario dei Radicali romani si fa beffe del bimbo che versa «in stato neurovegetativo», chiedendo, se non «la concessione della cittadinanza, molto più modestamente il rilascio di un permesso di soggiorno» ai migranti.
I caritatevoli paladini dell'umanitarismo non reggevano il pensiero che l'Italia offrisse aiuto ad Alfie, ma non si sobbarcasse l'onere di risolvere tutti i mali del pianeta. Tra l'altro, questi predicatori ricolmi di nobili sentimenti dovrebbero spiegarci quante persone il nostro Paese avrebbe lasciato annegare nel Mediterraneo: da sette anni gli italiani sono impegnati in operazioni di pattugliamento e soccorso e, nel nome della solidarietà, hanno lasciato che il canale di Sicilia diventasse zona franca per i traffici delle Ong.
I mondialisti amano l'umanità in astratto, ma sono incapaci di amare l'uomo in concreto. Lo aveva capito Gilbert Keith Chesterton, il quale, notando che umanisti e umanitaristi si professavano atei, qualificò il loro operato con amara ironia: «Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell'umanità, finiscono per combattere la libertà e l'umanità pur di combattere la Chiesa».
Alessandro Rico
Papà Tom scatenato «Siamo degli ostaggi, l’ospedale ci odia Francesco venga qui»
Da quando il sogno di trasferire Alfie all'ospedale Bambino Gesù per essere curato si è spezzato, per colpa di un'altra sentenza negativa da parte dei giudici, l'unico desiderio dei suoi genitori è sempre stato quello di portarlo a casa. «Ci hanno vietato di andare in Italia sfortunatamente», ha detto papà Tom ieri mattina presto, di fronte ai microfoni dei giornalisti riuniti davanti all'Alder Hey Hospital di Liverpool.
«Potremmo spostarlo a Roma più avanti, ma sarebbe la cosa giusta da fare o finiremmo al centro delle critiche? Quello che chiediamo è solo di incontrare i medici e trasferire il piccolo a casa». Secondo il racconto del padre, ormai Alfie non ha più bisogno di cure intensive. Sta nel suo letto, con un litro di ossigeno che va nel suoi polmoni da una fonte esterna e per il resto se la cava. «Qualcuno dice che si tratta di un miracolo, altri lo negano. Per me non è un miracolo, è una diagnosi errata. Ormai sono giorni che è senza la ventilazione automatica e non ci sono stati peggioramenti. Non si è svegliato, è ancora debole. Vogliamo portarlo a casa e continuare a tenerlo in vita». Una posizione che i genitori del piccolo hanno ribadito anche davanti ai medici, che hanno incontrato nel pomeriggio. Al termine dell'incontro, Tom è apparso più conciliante, affermando di voler lavorare con i medici per garantire ad Alfie «la dignità e il conforto di cui ha bisogno». L'uomo ha detto che la famiglia intende «costruire un rapporto» con l'ospedale. Ha poi fatto un appello alla privacy: «Apprezziamo tutto il sostegno che abbiamo ricevuto da tutto il mondo, inclusi i nostri sostenitori italiani e polacchi, che hanno dedicato il loro tempo e supporto alla nostra incredibile lotta. Ora vi chiediamo di tornare alla vita di tutti i giorni e permettere a me, Kate e all'Alder hey di creare una relazione».
Nel corso della giornata, prima del confronto con gli uomini di scienza, Tom Evans aveva parlato molto, di diverse questioni, alternando dichiarazioni serene ad accuse ispirate dal nervosismo e complicate dalla stanchezza di tre giorni senza sonno. Nei momenti più critici aveva detto che «i medici ci odiano perché non siamo come loro», accusandoli di «guardarci dall'alto» e di trattarli da «criminali». Più volte, in compenso, ha confermato la sua riconoscenza al nostro Paese, visto che in questa folle vicenda di malattia, leggi e amore familiare, l'Italia sta giocando un ruolo di primo piano. «Grazie Italia, ti amiamo», ha detto mister Evans, «Alfie fa parte della famiglia italiana, è un pezzo d'Italia. Noi sentiamo di appartenere all'Italia». La cittadinanza che il bimbo ha ricevuto è solo un segno che il consenso e il sostegno da parte del Paese sono forti, come dimostra il fatto che nel pomeriggio di ieri un sostenitore del bimbo ha collocato un Tricolore su un palo della luce davanti all'ospedale. Tom Evans e la sua compagna Kate James guardano Oltremanica con affetto. Anzi, è probabile che in questi giorni di preoccupazione sentano Roma più vicina di Londra, anche se ieri pomeriggio a Westminster, sommersa di cittadini in assetto da protesta pronti a marciare per la città, il deputato Steven Woolfe ha lanciato una campagna per modificare la normativa che riguarda i casi simili a quelli di Alfie o di Charlie Gard. L'idea del parlamentare è di definire una norma che sostenga i genitori nell'affermazione dei loro diritti per la tutela dei figli. Battaglie legali come quella portata avanti dalla famiglia di Charlie Gard lo scorso anno e adesso da quella di Alfie Evans non si dovrebbero ripetere, perchè risultano estenuanti e dolorose, in un contesto di grave malattia infantile che è già di per sè molto pesante.
Legislazione a parte, ieri il papà del bimbo di 23 mesi affetto da una grave malattia neurologica, peraltro mai precisamente diagnosticata, ha fatto appello anche al Pontefice. «Chiedo al Papa di venire qui e vedere quello che sta succedendo», ha detto ad alta voce, con il tono della disperazione, «vieni a vedere come mio figlio è tenuto in ostaggio da questo ospedale. Quello che noi tutti stiamo subendo è sbagliato». L'invito rivolto a Papa Francesco è arrivato dopo che Tom Evans ha ribadito come la resistenza del piccolo paziente abbia stupito anche le infermiere dell'ospedale. «Alfie vive bene, sereno, felice, senza il ventilatore. Mi sembra abbastanza per dimostrare che i medici hanno sbagliato». In mattinata, peraltro, Tom Evans aveva anche lanciato un'accusa pesante all'ospedale, convinto che questa fretta di «terminare» suo figlio dipendesse solo da una questione economica. «Non è una faccenda di costi, non ci devono essere costi, si deve badare solo ad Alfie», ha detto davanti alle telecamere del programma Good Morning Britain, prima che le sue parole venissero rapidamente sfumate, con la rabbia conseguente degli spettatori.
Caterina Belloni
Monsignor MacMahon: «Qui tuteliamo i bambini»
Dopo la sentenza di mercoledì che ribadiva l'indisponibilità dei medici e dei giudici inglesi al trasferimento di Alfie Evans all'ospedale Bambino Gesù, nonché il divieto di mandarlo subito a casa, l'isolamento della famiglia Evans si è fatto ancora più desolante. Anche spiritualmente.
Ormai nella stanza in cui è recluso il piccolo Alfie possono entrare solo il padre e la madre, nemmeno altri famigliari, seppure perquisiti. E poi è stato allontanato definitivamente don Gabriele Brusco, il sacerdote italiano appartenente all'ordine dei Legionari di Cristo che fino a mercoledì sera era ammesso nella stanza dell'ospedale dell'Alder hey.
Ufficialmente richiamato dal parroco londinese dove presta servizio, però le cronache raccontano che al momento di entrare in stanza si sarebbe sentito dire: «Mi hanno dato disposizione di non farla passare. Mi dispiace». Tom, Kate e Alfie, hanno appreso solo al telefono che il loro conforto spirituale se ne andava.
Don Gabriele ha somministrato l'unzione degli infermi e poi il sacramento della cresima ad Alfie, ed era in qualche modo la persona che fisicamente rappresentava il desiderio di papa Francesco di restare accanto alla famiglia. Qualche dubbio su come abbia potuto realizzarsi l'allontanamento di padre Gabriele lo hanno sollevato le considerazioni che il giornale inglese The Tablet ha fatto a margine di alcune dichiarazioni rilasciate dal vescovo di Liverpool, monsignor Malcom MacMahon, dopo che mercoledì ha incontrato il Papa a Roma in seguito alla tradizionale udienza in piazza San Pietro.
«L'unzione di coloro che sono malati o in uno stato di salute grave è offerto per consolare e aiutare, ma anche in base al presupposto che l'individuo abbia peccato in qualche modo». Questa la chiosa giornalistica che seppur formalmente corretta ha tutto il sapore di una bacchettata sulle dita di padre Gabriele. Parole scritte a margine di dichiarazioni dello stesso vescovo che lasciano senza parole. Il pastore della chiesa di Liverpool, quindi colui che dovrebbe essere più vicino ad Alfie e alla sua famiglia, ha dichiarato: «Sono cosciente della compassione che il popolo italiano dimostra in maniera così caratteristica verso chi è nel bisogno, e in questo caso per Alfie. Ma so che i sistemi legali e medici nel Regno Unito sono anche basati sulla compassione e la salvaguardia dei diritti del singolo bambino».
Al Papa il presule si sarebbe però limitato a dire che «i cattolici di Liverpool hanno il cuore spezzato per Alfie e i suoi genitori» e continuano a pregare. Talmente spezzato, verrebbe da dire, che però il vescovo non esita a difendere l'operato di medici e giudici che vedono la morte come unico «best interest» per il bambino. Molto diverse le parole che don Gabriele rilasciava solo un paio di giorni fa a Repubblica. «Rimarrò qui accanto al suo letto», dichiarava il sacerdote, «anche nelle prossime ore e nei prossimi giorni fin quando dalla Santa Sede non riceverò nuove indicazioni. Resto qui come prete e come uomo perché, se fossi stato anche io un padre così come lo è Tom, avrei fatto di tutto per salvare mio figlio senza mai arrendermi anche di fronte alla sentenza di un giudice che non mi sta permettendo di ricevere il sostegno da chi vuol aiutare mio figlio in fin di vita». Sono state nuove indicazioni provenienti dal Vaticano, magari su pressione dei vescovi inglesi, ad allontanare don Gabriele? Quello che sappiamo è che l'ausiliare di Liverpool ha telefonato a padre Gabriele per chiedergli conto della sua presenza lì, e anche l'ausiliare del cardinale di Westminster, Vincent Nichols, si era fatto sentire con una mail al prete italiano. Il Papa dice una cosa e la Chiesa inglese gli fa da controcanto? Non è un bell'esempio di pluriformità della Chiesa, anche perché nel frattempo Alfie respira.
Lorenzo Bertocchi
La polizia inglese minaccia chi contesta sui social

LaPresse
Che nella vicenda del piccolo Alfie Evans la libertà non sia un valore tenuto troppo in considerazione dalle istituzioni britanniche, le quali hanno più volte negato ai genitori del bambino la possibilità di portarlo in Italia per essere assistito, è cosa ormai nota. Meno noto, ma non meno preoccupante, è l'intervento delle forze di polizia inglesi che , per bocca dell'ispettore capo Chris Gibson, hanno preso pubblicamente posizione dichiarando che controlleranno e perseguiranno le «comunicazioni malevole» che sui fatti verranno diffuse. Un avvertimento, postato quello sulla pagina Facebook della Merseyside police, nel quale è stato fatto anche un esplicito richiamo a possibilità di «azioni legali».
Come prevedibile, le reazioni degli utenti alla comunicazione delle polizia di sua maestà - giudicata intimidatoria, se non orwelliana - non si sono fatte attendere. Anzi, se possibile questa presa di posizione ha ulteriormente arroventato gli animi su una vicenda nella quale l'operato degli agenti aveva già suscitato parecchie perplessità. A colpire, nei giorni scorsi, era stata in particolare una foto dell'ingresso dell'Alder hey children hospital, la struttura di Liverpool che ha in cura Alfie, nella quale si poteva in effetti osservare un dispiegamento di forze dell'ordine imponente. Un vero e proprio cordone di agenti che pare duri tutt'ora.
Non solo. Nella serata di lunedì, quando al piccolo Evans è stata sottratta la ventilazione meccanica che da 15 mesi lo aiutava nella respirazione, si è parlato addirittura di una trentina di agenti attivi nel piantonare la sua stanza. Un impiego visto da molti, anche in Italia, come provocatorio e totalmente fuori luogo. Allo stesso modo sta indignando la voce secondo cui gli stessi familiari di Alfie, prima di poterlo visitare, sarebbero da diverse ore oggetto di attente «perquisizioni» finalizzate ad evitare che al bambino venga portato qualsiasi cosa che esuli dalle draconiane indicazioni dei medici dell'Alder hey.
Inoltre, da mercoledì sera, è stato definitivamente allontanato dall'ospedale padre Gabriele, il quale pareva potesse contare, per quanto riguarda la sua presenza, su un'importante copertura diplomatica, e invece è stato richiamato a Londra dal suo parroco in fretta e furia senza aver neppure il tempo, sembra, di salutare i genitori di Alfie, ai quali prestava assistenza spirituale. Comprensibile dunque, alla luce di tutto questo, l'irritazione suscitata dall'avviso della polizia inglese, in risposta al quale centinaia di utenti, stupiti anche dalla genericità del monito - cosa vuol dire «comunicazioni malevole»? - ne hanno alluvionato la pagina Facebook con critiche anche molto accese.
La sensazione maggiormente condivisa è che le istituzioni inglesi, da una parte isolando progressivamente Thomas Evans, l'agguerrito padre di Alfie, e dall'altra con l'esplicita minaccia azioni legali verso tutti coloro che sui social stanno tenendo alta l'attenzione sul caso, vogliano far spegnere i riflettori da giorni ininterrottamente accesi sull'Alder hey, le cui posizioni sono state peraltro ripetutamente sposate dalla magistratura. Più che di un avvertimento vero e proprio, quello della Merseyside police sarebbe dunque una mossa strategica finalizzata a distogliere l'attenzione dal piccolo Alfie Evans. Questo perché se il suo caso, sotto il profilo giudiziario, pare chiuso, a livello mediatico è invece tutt'ora più aperto che mai; e c'è da scommettere che la cosa dia un certo fastidio.
Giuliano Guzzo
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Sinistra scatenata contro il piccolo britannico: ironie e paragoni insensati con la cittadinanza agli immigrati la fanno da padrone. Dopo giornalisti e politici, persino il presidente della Croce rossa prende spunto dalle cronache per fare uno spot all'accoglienza. Il papà durissimo, poi l'incontro con i dottori e la svolta: «Chiediamo rispetto e silenzio, ora costruiamo un rapporto». Il vescovo di Liverpool ha più fede nei medici e nei giudici che nel Papa. E le forze dell'ordine avvertono: «Controlliamo tutte le comunicazioni malevole in Rete, si rischiano azioni legali». Lo speciale contiene quattro articoli. Il caso Alfie ha scoperchiato il disordine morale dell'ideologia globalista. Chi predica il verbo dell'accoglienza, che poi equivale alla deportazione dei popoli e al depauperamento del continente africano, non si scompone se al piccolo Evans, cittadino italiano, le corti britanniche hanno vietato l'espatrio come a un criminale. I cantori dell'immigrazione selvaggia, per i quali la soppressione di Alfie è diventata una questione di principio, si stanno servendo dell'ondata di indignazione che ha sollevato la tragedia del neonato per confezionare un vergognoso spot in favore dello ius soli. È il caso di Francesco Rocca, presidente della Croce rossa, che commentando la proposta di Angelino Alfano e Marco Minniti di concedere la cittadinanza italiana ad Alfie, ha partorito una grottesca tirata sulle sofferenze dei bambini nel mondo: «Se la vita è correttamente un diritto», ha argomentato Rocca, «dobbiamo ricordarci anche che le vite sono tutte uguali. E allora ci piacerebbe vedere tutti quelli che hanno seguito questi casi di attualità o quelli che hanno incensato il governo per la decisione sulla cittadinanza, fare lo stesso per ogni bambino che vediamo morire o soffrire atrocemente. Invece, molte volte, gli stessi tanto interessati ai temi della cosiddetta bioetica sono quelli che poi voltano le spalle a chi muore in mare, a chi viene bombardato in Yemen on in Siria, a chi viene torturato in Libia, a chi viene trucidato in una delle tante guerre dimenticate nel continente africano». Un ragionamento, a volerlo definire tale, completamente sgangherato. Classico sintomo della patologia dell'universalismo etico, che vorrebbe abbracciare il mondo in un unico afflato, ma ignora l'uomo agonizzante che incontra lungo il cammino. La tesi strampalata, in sostanza, sembra essere che se non salviamo tutti, soccorrere uno è illegittimo. Tanto più poiché quell'uno patisce le pene, per usare una perifrasi mutuata dall'eugenetica nazista, di una «vita indegna di essere vissuta». È la teoria di Zita Dazzi, giornalista del quotidiano La Repubblica, cui l'intervento dei nostri ministri di Esteri e Interni non è andato proprio giù: «Non converrebbe dare la cittadinanza», ha twittato, «invece che al piccolo Alfie che è praticamente morto, alle migliaia di bambini africani vivi che rischiano di morire mentre attraversano il canale di Sicilia?». Lasciate che i morti stacchino il respiratore ai loro morti. Noi dobbiamo preoccuparci di alimentare il traffico di esseri umani, promuovendo le migrazioni che strappano dalla loro terra intere comunità, assicurano ai mercati globali l'esercito industriale di riserva e provocano conseguenze culturalmente e socialmente devastanti nei Paesi di arrivo. I progressisti amano tanto i bimbi africani, da accanirsi su Alfie, che ha la colpa di aver attirato la nostra compassione. Era stato proprio il giornale diretto da Mario Calabresi a lanciare l'invereconda strumentalizzazione del piccolo Evans. Michela Marzano, in un articolo che ha scatenato lo sdegno di molti lettori, aveva invocato «l'attribuzione della nazionalità italiana anche a tutti quei ragazzi e quelle ragazze nati in Italia e che, ancora oggi, sono considerati stranieri». Alfie trasformato in uno slogan che manderebbe in visibilio Cécile Kyenge. Un neonato sofferente, i cui genitori chiedono soltanto il diritto di tentare un'ultima cura ed eventualmente di accompagnarlo con amorevolezza alla sua fine naturale, trattato come un rifiuto che, prima di essere eliminato, merita di diventare bersaglio del livore dei fan dello ius soli. Si può andare a morire nelle cliniche in Svizzera, ma non al Bambino Gesù. C'è pure chi fa dell'ironia, come Alessandro Capriccioli, consigliere regionale eletto nel Lazio per la lista della rinomata abortista Emma Bonino. Su Facebook, il segretario dei Radicali romani si fa beffe del bimbo che versa «in stato neurovegetativo», chiedendo, se non «la concessione della cittadinanza, molto più modestamente il rilascio di un permesso di soggiorno» ai migranti. I caritatevoli paladini dell'umanitarismo non reggevano il pensiero che l'Italia offrisse aiuto ad Alfie, ma non si sobbarcasse l'onere di risolvere tutti i mali del pianeta. Tra l'altro, questi predicatori ricolmi di nobili sentimenti dovrebbero spiegarci quante persone il nostro Paese avrebbe lasciato annegare nel Mediterraneo: da sette anni gli italiani sono impegnati in operazioni di pattugliamento e soccorso e, nel nome della solidarietà, hanno lasciato che il canale di Sicilia diventasse zona franca per i traffici delle Ong. I mondialisti amano l'umanità in astratto, ma sono incapaci di amare l'uomo in concreto. Lo aveva capito Gilbert Keith Chesterton, il quale, notando che umanisti e umanitaristi si professavano atei, qualificò il loro operato con amara ironia: «Uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell'umanità, finiscono per combattere la libertà e l'umanità pur di combattere la Chiesa». 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Quello che chiediamo è solo di incontrare i medici e trasferire il piccolo a casa». Secondo il racconto del padre, ormai Alfie non ha più bisogno di cure intensive. Sta nel suo letto, con un litro di ossigeno che va nel suoi polmoni da una fonte esterna e per il resto se la cava. «Qualcuno dice che si tratta di un miracolo, altri lo negano. Per me non è un miracolo, è una diagnosi errata. Ormai sono giorni che è senza la ventilazione automatica e non ci sono stati peggioramenti. Non si è svegliato, è ancora debole. Vogliamo portarlo a casa e continuare a tenerlo in vita». Una posizione che i genitori del piccolo hanno ribadito anche davanti ai medici, che hanno incontrato nel pomeriggio. Al termine dell'incontro, Tom è apparso più conciliante, affermando di voler lavorare con i medici per garantire ad Alfie «la dignità e il conforto di cui ha bisogno». L'uomo ha detto che la famiglia intende «costruire un rapporto» con l'ospedale. Ha poi fatto un appello alla privacy: «Apprezziamo tutto il sostegno che abbiamo ricevuto da tutto il mondo, inclusi i nostri sostenitori italiani e polacchi, che hanno dedicato il loro tempo e supporto alla nostra incredibile lotta. Ora vi chiediamo di tornare alla vita di tutti i giorni e permettere a me, Kate e all'Alder hey di creare una relazione». Nel corso della giornata, prima del confronto con gli uomini di scienza, Tom Evans aveva parlato molto, di diverse questioni, alternando dichiarazioni serene ad accuse ispirate dal nervosismo e complicate dalla stanchezza di tre giorni senza sonno. Nei momenti più critici aveva detto che «i medici ci odiano perché non siamo come loro», accusandoli di «guardarci dall'alto» e di trattarli da «criminali». Più volte, in compenso, ha confermato la sua riconoscenza al nostro Paese, visto che in questa folle vicenda di malattia, leggi e amore familiare, l'Italia sta giocando un ruolo di primo piano. «Grazie Italia, ti amiamo», ha detto mister Evans, «Alfie fa parte della famiglia italiana, è un pezzo d'Italia. Noi sentiamo di appartenere all'Italia». La cittadinanza che il bimbo ha ricevuto è solo un segno che il consenso e il sostegno da parte del Paese sono forti, come dimostra il fatto che nel pomeriggio di ieri un sostenitore del bimbo ha collocato un Tricolore su un palo della luce davanti all'ospedale. Tom Evans e la sua compagna Kate James guardano Oltremanica con affetto. Anzi, è probabile che in questi giorni di preoccupazione sentano Roma più vicina di Londra, anche se ieri pomeriggio a Westminster, sommersa di cittadini in assetto da protesta pronti a marciare per la città, il deputato Steven Woolfe ha lanciato una campagna per modificare la normativa che riguarda i casi simili a quelli di Alfie o di Charlie Gard. L'idea del parlamentare è di definire una norma che sostenga i genitori nell'affermazione dei loro diritti per la tutela dei figli. Battaglie legali come quella portata avanti dalla famiglia di Charlie Gard lo scorso anno e adesso da quella di Alfie Evans non si dovrebbero ripetere, perchè risultano estenuanti e dolorose, in un contesto di grave malattia infantile che è già di per sè molto pesante. Legislazione a parte, ieri il papà del bimbo di 23 mesi affetto da una grave malattia neurologica, peraltro mai precisamente diagnosticata, ha fatto appello anche al Pontefice. «Chiedo al Papa di venire qui e vedere quello che sta succedendo», ha detto ad alta voce, con il tono della disperazione, «vieni a vedere come mio figlio è tenuto in ostaggio da questo ospedale. Quello che noi tutti stiamo subendo è sbagliato». L'invito rivolto a Papa Francesco è arrivato dopo che Tom Evans ha ribadito come la resistenza del piccolo paziente abbia stupito anche le infermiere dell'ospedale. «Alfie vive bene, sereno, felice, senza il ventilatore. Mi sembra abbastanza per dimostrare che i medici hanno sbagliato». In mattinata, peraltro, Tom Evans aveva anche lanciato un'accusa pesante all'ospedale, convinto che questa fretta di «terminare» suo figlio dipendesse solo da una questione economica. «Non è una faccenda di costi, non ci devono essere costi, si deve badare solo ad Alfie», ha detto davanti alle telecamere del programma Good Morning Britain, prima che le sue parole venissero rapidamente sfumate, con la rabbia conseguente degli spettatori. 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E poi è stato allontanato definitivamente don Gabriele Brusco, il sacerdote italiano appartenente all'ordine dei Legionari di Cristo che fino a mercoledì sera era ammesso nella stanza dell'ospedale dell'Alder hey. Ufficialmente richiamato dal parroco londinese dove presta servizio, però le cronache raccontano che al momento di entrare in stanza si sarebbe sentito dire: «Mi hanno dato disposizione di non farla passare. Mi dispiace». Tom, Kate e Alfie, hanno appreso solo al telefono che il loro conforto spirituale se ne andava. Don Gabriele ha somministrato l'unzione degli infermi e poi il sacramento della cresima ad Alfie, ed era in qualche modo la persona che fisicamente rappresentava il desiderio di papa Francesco di restare accanto alla famiglia. Qualche dubbio su come abbia potuto realizzarsi l'allontanamento di padre Gabriele lo hanno sollevato le considerazioni che il giornale inglese The Tablet ha fatto a margine di alcune dichiarazioni rilasciate dal vescovo di Liverpool, monsignor Malcom MacMahon, dopo che mercoledì ha incontrato il Papa a Roma in seguito alla tradizionale udienza in piazza San Pietro. «L'unzione di coloro che sono malati o in uno stato di salute grave è offerto per consolare e aiutare, ma anche in base al presupposto che l'individuo abbia peccato in qualche modo». Questa la chiosa giornalistica che seppur formalmente corretta ha tutto il sapore di una bacchettata sulle dita di padre Gabriele. Parole scritte a margine di dichiarazioni dello stesso vescovo che lasciano senza parole. Il pastore della chiesa di Liverpool, quindi colui che dovrebbe essere più vicino ad Alfie e alla sua famiglia, ha dichiarato: «Sono cosciente della compassione che il popolo italiano dimostra in maniera così caratteristica verso chi è nel bisogno, e in questo caso per Alfie. Ma so che i sistemi legali e medici nel Regno Unito sono anche basati sulla compassione e la salvaguardia dei diritti del singolo bambino». Al Papa il presule si sarebbe però limitato a dire che «i cattolici di Liverpool hanno il cuore spezzato per Alfie e i suoi genitori» e continuano a pregare. Talmente spezzato, verrebbe da dire, che però il vescovo non esita a difendere l'operato di medici e giudici che vedono la morte come unico «best interest» per il bambino. Molto diverse le parole che don Gabriele rilasciava solo un paio di giorni fa a Repubblica. «Rimarrò qui accanto al suo letto», dichiarava il sacerdote, «anche nelle prossime ore e nei prossimi giorni fin quando dalla Santa Sede non riceverò nuove indicazioni. Resto qui come prete e come uomo perché, se fossi stato anche io un padre così come lo è Tom, avrei fatto di tutto per salvare mio figlio senza mai arrendermi anche di fronte alla sentenza di un giudice che non mi sta permettendo di ricevere il sostegno da chi vuol aiutare mio figlio in fin di vita». Sono state nuove indicazioni provenienti dal Vaticano, magari su pressione dei vescovi inglesi, ad allontanare don Gabriele? Quello che sappiamo è che l'ausiliare di Liverpool ha telefonato a padre Gabriele per chiedergli conto della sua presenza lì, e anche l'ausiliare del cardinale di Westminster, Vincent Nichols, si era fatto sentire con una mail al prete italiano. Il Papa dice una cosa e la Chiesa inglese gli fa da controcanto? Non è un bell'esempio di pluriformità della Chiesa, anche perché nel frattempo Alfie respira. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/avvoltoi-global-su-alfie-in-nome-dello-ius-soli-2563602717.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-polizia-inglese-minaccia-chi-contesta-sui-social" data-post-id="2563602717" data-published-at="1776013148" data-use-pagination="False"> La polizia inglese minaccia chi contesta sui social LaPresse Che nella vicenda del piccolo Alfie Evans la libertà non sia un valore tenuto troppo in considerazione dalle istituzioni britanniche, le quali hanno più volte negato ai genitori del bambino la possibilità di portarlo in Italia per essere assistito, è cosa ormai nota. Meno noto, ma non meno preoccupante, è l'intervento delle forze di polizia inglesi che , per bocca dell'ispettore capo Chris Gibson, hanno preso pubblicamente posizione dichiarando che controlleranno e perseguiranno le «comunicazioni malevole» che sui fatti verranno diffuse. Un avvertimento, postato quello sulla pagina Facebook della Merseyside police, nel quale è stato fatto anche un esplicito richiamo a possibilità di «azioni legali». Come prevedibile, le reazioni degli utenti alla comunicazione delle polizia di sua maestà - giudicata intimidatoria, se non orwelliana - non si sono fatte attendere. Anzi, se possibile questa presa di posizione ha ulteriormente arroventato gli animi su una vicenda nella quale l'operato degli agenti aveva già suscitato parecchie perplessità. A colpire, nei giorni scorsi, era stata in particolare una foto dell'ingresso dell'Alder hey children hospital, la struttura di Liverpool che ha in cura Alfie, nella quale si poteva in effetti osservare un dispiegamento di forze dell'ordine imponente. Un vero e proprio cordone di agenti che pare duri tutt'ora. Non solo. Nella serata di lunedì, quando al piccolo Evans è stata sottratta la ventilazione meccanica che da 15 mesi lo aiutava nella respirazione, si è parlato addirittura di una trentina di agenti attivi nel piantonare la sua stanza. Un impiego visto da molti, anche in Italia, come provocatorio e totalmente fuori luogo. Allo stesso modo sta indignando la voce secondo cui gli stessi familiari di Alfie, prima di poterlo visitare, sarebbero da diverse ore oggetto di attente «perquisizioni» finalizzate ad evitare che al bambino venga portato qualsiasi cosa che esuli dalle draconiane indicazioni dei medici dell'Alder hey. Inoltre, da mercoledì sera, è stato definitivamente allontanato dall'ospedale padre Gabriele, il quale pareva potesse contare, per quanto riguarda la sua presenza, su un'importante copertura diplomatica, e invece è stato richiamato a Londra dal suo parroco in fretta e furia senza aver neppure il tempo, sembra, di salutare i genitori di Alfie, ai quali prestava assistenza spirituale. Comprensibile dunque, alla luce di tutto questo, l'irritazione suscitata dall'avviso della polizia inglese, in risposta al quale centinaia di utenti, stupiti anche dalla genericità del monito - cosa vuol dire «comunicazioni malevole»? - ne hanno alluvionato la pagina Facebook con critiche anche molto accese. La sensazione maggiormente condivisa è che le istituzioni inglesi, da una parte isolando progressivamente Thomas Evans, l'agguerrito padre di Alfie, e dall'altra con l'esplicita minaccia azioni legali verso tutti coloro che sui social stanno tenendo alta l'attenzione sul caso, vogliano far spegnere i riflettori da giorni ininterrottamente accesi sull'Alder hey, le cui posizioni sono state peraltro ripetutamente sposate dalla magistratura. Più che di un avvertimento vero e proprio, quello della Merseyside police sarebbe dunque una mossa strategica finalizzata a distogliere l'attenzione dal piccolo Alfie Evans. Questo perché se il suo caso, sotto il profilo giudiziario, pare chiuso, a livello mediatico è invece tutt'ora più aperto che mai; e c'è da scommettere che la cosa dia un certo fastidio. Giuliano Guzzo
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Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
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Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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