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2023-02-05
Ci serve un fondo Ue anti Lagarde per non far raddoppiare le rate
Le famiglie italiane indebitate sono circa 6,8 milioni su un totale di 25. Poco più di 3,3 milioni sono quelle che pagano un mutuo. L’altra metà circa è indebitata anche per le spese correnti: il cosiddetto credito al consumo. Parliamo, secondo i dati pubblicati ieri dalla Fabi, il sindacato bancario, di un valore annuale di 256 miliardi. Questa è la fascia più colpita dalle scelte di politica monetaria della Bce e del governatore Christine Lagarde. Quattro esempi.
1 Le rate dei vecchi mutui a tasso variabile sono cresciute del 43%: vuol dire che chi pagava 500 euro al mese, oggi ne paga 715, cioè 215 in più. E, con le scelte dello scorso 2 febbraio di portare i tassi al 3%, ci saranno altri rialzi.
2 I nuovi mutui a tasso variabile potrebbero arrivare, a breve, in media, al 3,4% (dallo 0,6% di fine 2021). «Vuol dire», scrive la Fabi, «che per un prestito da 150.000 euro della durata di 20 anni la rata mensile sarà di 872 euro, ben 206 euro in più (+31%) rispetto a un anno fa».
Fin qui la batosta sui mutui. Peggio se si tracciano i costi del debito al consumo. Alla fine del 2021, il tasso d’interesse medio era dell’8,1%, alla luce della decisione dello scorso 2 febbraio potrebbe arrivare all’11,3%. Anche qui altri due esempi di effetti diretti delle scelte della Lagarde.
3 Per acquistare un’automobile da 25.000 interamente a rate, con un finanziamento da 10 anni, il costo totale passa da 37.426 euro a 42.986 euro, con una differenza complessiva di 5.560 euro.
4 Per acquistare una lavatrice da 750 euro interamente a rate, con un finanziamento da 5 anni, il costo totale passa da 942 a 1.022 euro, con una differenza di 81 euro, l’8,6% in più.
Bastano questi quattro esempi per comprendere l’effetto sulla vita quotidiana delle persone. Perché nel frattempo l’inflazione non accenna a diminuire e dopo la crisi energetica i prezzi della grande distribuzione resteranno alti per via della crisi delle materie prime. Non è un caso che anche Ignazio Visco, dal palcoscenico del Forex, abbia ribadito che «l’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria», aggiungendo che «Ciampi affermava che la stabilità monetaria è una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Il senso è che in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, «autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale».
Al di là del politichese, anche da Visco emergono le prime critiche. Ciò che non viene detto apertamente è che rispetto al passato in questi mesi l’autonomia della Banca centrale non si può più considerare tale. Il mandato specifico della Bce, la gestione dell’inflazione, è stato surclassato da un nuovo mandato di natura prettamente politica. La Bce - come Bruxelles - opera per la transizione ecologica. Per spingere l’economia del Vecchio Continente in una direzione precisa e deformare le attuali filiere produttive. Numerosi esponenti del mondo finanziario l’hanno detto chiaramente, sostenendo che l’inflazione elevata aiuterà a far sì che la transizione sia più celere.
Non basta quindi criticare la Bce e le mosse che portano a bruciare ricchezza e disponibilità finanziaria. I governi devono intervenire su Bruxelles e sulla Bce ponendo una condizione fondamentale. Nessuna scelta di politica monetaria va presa senza prima aver chiuso un accordo europeo sul fondo di sviluppo che miri a rilanciare interi settori produttivi.
Il tentativo di creare il fondo non è da valutare soltanto nella chiave di contrasto all’enorme massa di incentivi messi a terra dalla Casa Bianca, ma va visto anche con l’obiettivo di bilanciare sui vari Paesi membri dell’Ue l’effetto delle scelte della Bce e in generale dell’inflazione. Se i due binari non vanno avanti in parallelo, chi come noi non ha alcun bazooka da sparare si troverà a pagare l’inflazione generata dalla Germania, per fare un esempio concreto. A quanto risulta alla Verità, le prossime mosse coordinata dal governo Meloni dovrebbero essere quelle di avviare con la Spagna una bozza iniziale di lavoro per poi allargare il tavolo a un’altra dozzina di nazioni. Quindi non accordi in base al colore dei governi, ma in base alle necessità monetarie da condividere. Se invece si va avanti ad attendere Commissione e Consiglio, il rischio è quello del price cap sul gas: un meccanismo che funziona solo quando non serve. E intanto le famiglie spendono senza che le imprese riescano a produrre ricchezza.
Monito di Visco alla Bce: «Cautela»
«L’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria». Il messaggio è stato lanciato ieri a Milano dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in chiusura del suo intervento davanti alla platea del congresso degli operatori finanziari Assiom Forex. Evocando anche le considerazioni finali sul 1981 di uno dei suoi predecessori, Carlo Azeglio Ciampi, che quarant’anni fa ricordava come la stabilità monetaria sia «una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Era vero allora nel nostro Paese, ha dunque sottolineato Visco, ed «è vero oggi nell’area dell’euro: in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale». Tradotto: la Bce non può continuare a muoversi su una gamba sola. Va trovato un nuovo equilibrio per gestire questo momento complicato. Ci vuole equilibrio fra il rischio di attenuare l’azione di controllo dei prezzi attraverso l’aumento dei tassi lasciando l’inflazione troppo alta a lungo, incidendo cosi sulle aspettative e sulla stabilità, e quello di fare troppo con gli aumenti, con possibili cadute del reddito e dell’occupazione, compromettendo la stabilità finanziaria. Dopo l’ultimo aumento di mezzo punto ne arriverà un altro di pari importo a marzo. Dopo, ha sottolineato Visco, occorrerà procedere valutando volta per volta gli indicatori, a partire dall’inflazione, visti i suoi mutevoli scenari. E bisogna farlo con grande attenzione, ha poi proseguito il governatore a proposito dei difetti di comunicazione ai mercati e all’opinione pubblica che si sono purtroppo registrati. Il rischio, ci permettiamo di aggiungere, è però anche quello di cadere in un ossimoro come quando nell’intervento di ieri al Forex si legge che «l’azione restrittiva può ora proseguire con la giusta cautela, valutando con attenzione le implicazioni per l’economia e le prospettive d’inflazione delle misure già adottate». Insomma, va bene l’equilibrio ma di certo l’austerità non può essere espansiva.
Ma torniamo al discorso di ieri. Secondo Visco, in Italia la politica di bilancio può continuare a mitigare gli effetti dei rincari dell’energia redistribuendo risorse, «con interventi mirati e temporanei, a favore delle famiglie e delle imprese più colpite». Questo però «dovrebbe avvenire attraverso una redistribuzione tra percettori di reddito, tanto da lavoro quanto da capitale, e senza ricadute sulle future generazioni». Quanto alla situazione finanziaria delle famiglie, che pure risente del peggioramento delle prospettive economiche, «si mantengono nel complesso circoscritti. Nell’ultimo decennio il debito è rimasto sostanzialmente stabile, poco sopra il 40% del Pil. L’incremento dell’incidenza dei mutui negli anni passati ha riguardato in particolare quelli a tasso fisso; nel corso del 2022 sono invece andati aumentando quelli a tasso variabile, fino a rappresentare, per l’accresciuta onerosità dei finanziamenti a tasso fisso, la maggioranza delle nuove erogazioni, anche se è cresciuta la quota dei mutui con un massimale al tasso applicabile, una tendenza che contribuisce ad attenuare l’impatto dei rialzi dei tassi», ha spiegato Visco. Ricordando che come per le imprese, anche per le famiglie un ulteriore fattore di attenuazione dei rischi è rappresentato dall’ampia disponibilità di attività liquide: lo scorso settembre i depositi e il circolante superavano 1.600 miliardi. «In prospettiva, le risorse accumulate appaiono in grado di sostenere la capacità delle famiglie di onorare gli impegni finanziari anche in uno scenario avverso caratterizzato da riduzioni del reddito reale e incrementi dei tassi di interesse significativamente più elevati di quelli attesi», ha aggiunto il governatore.
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Più di 3 milioni di famiglie sono in difficoltà. I vecchi mutui sono cresciuti del 43%, comprare auto o lavatrici è sempre più difficile. Se non si interviene per bilanciare i deficit, Francoforte colpirà ancora di più gli italiani.Il governatore della Banca d’Italia invita a non puntare solo sulle politiche monetarie. «Giusto lottare contro l’inflazione, ma vanno valutate le implicazioni sull’economia».Lo speciale contiene due articoli.Le famiglie italiane indebitate sono circa 6,8 milioni su un totale di 25. Poco più di 3,3 milioni sono quelle che pagano un mutuo. L’altra metà circa è indebitata anche per le spese correnti: il cosiddetto credito al consumo. Parliamo, secondo i dati pubblicati ieri dalla Fabi, il sindacato bancario, di un valore annuale di 256 miliardi. Questa è la fascia più colpita dalle scelte di politica monetaria della Bce e del governatore Christine Lagarde. Quattro esempi. 1 Le rate dei vecchi mutui a tasso variabile sono cresciute del 43%: vuol dire che chi pagava 500 euro al mese, oggi ne paga 715, cioè 215 in più. E, con le scelte dello scorso 2 febbraio di portare i tassi al 3%, ci saranno altri rialzi. 2 I nuovi mutui a tasso variabile potrebbero arrivare, a breve, in media, al 3,4% (dallo 0,6% di fine 2021). «Vuol dire», scrive la Fabi, «che per un prestito da 150.000 euro della durata di 20 anni la rata mensile sarà di 872 euro, ben 206 euro in più (+31%) rispetto a un anno fa».Fin qui la batosta sui mutui. Peggio se si tracciano i costi del debito al consumo. Alla fine del 2021, il tasso d’interesse medio era dell’8,1%, alla luce della decisione dello scorso 2 febbraio potrebbe arrivare all’11,3%. Anche qui altri due esempi di effetti diretti delle scelte della Lagarde.3 Per acquistare un’automobile da 25.000 interamente a rate, con un finanziamento da 10 anni, il costo totale passa da 37.426 euro a 42.986 euro, con una differenza complessiva di 5.560 euro.4 Per acquistare una lavatrice da 750 euro interamente a rate, con un finanziamento da 5 anni, il costo totale passa da 942 a 1.022 euro, con una differenza di 81 euro, l’8,6% in più.Bastano questi quattro esempi per comprendere l’effetto sulla vita quotidiana delle persone. Perché nel frattempo l’inflazione non accenna a diminuire e dopo la crisi energetica i prezzi della grande distribuzione resteranno alti per via della crisi delle materie prime. Non è un caso che anche Ignazio Visco, dal palcoscenico del Forex, abbia ribadito che «l’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria», aggiungendo che «Ciampi affermava che la stabilità monetaria è una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Il senso è che in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, «autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale».Al di là del politichese, anche da Visco emergono le prime critiche. Ciò che non viene detto apertamente è che rispetto al passato in questi mesi l’autonomia della Banca centrale non si può più considerare tale. Il mandato specifico della Bce, la gestione dell’inflazione, è stato surclassato da un nuovo mandato di natura prettamente politica. La Bce - come Bruxelles - opera per la transizione ecologica. Per spingere l’economia del Vecchio Continente in una direzione precisa e deformare le attuali filiere produttive. Numerosi esponenti del mondo finanziario l’hanno detto chiaramente, sostenendo che l’inflazione elevata aiuterà a far sì che la transizione sia più celere.Non basta quindi criticare la Bce e le mosse che portano a bruciare ricchezza e disponibilità finanziaria. I governi devono intervenire su Bruxelles e sulla Bce ponendo una condizione fondamentale. Nessuna scelta di politica monetaria va presa senza prima aver chiuso un accordo europeo sul fondo di sviluppo che miri a rilanciare interi settori produttivi.Il tentativo di creare il fondo non è da valutare soltanto nella chiave di contrasto all’enorme massa di incentivi messi a terra dalla Casa Bianca, ma va visto anche con l’obiettivo di bilanciare sui vari Paesi membri dell’Ue l’effetto delle scelte della Bce e in generale dell’inflazione. Se i due binari non vanno avanti in parallelo, chi come noi non ha alcun bazooka da sparare si troverà a pagare l’inflazione generata dalla Germania, per fare un esempio concreto. A quanto risulta alla Verità, le prossime mosse coordinata dal governo Meloni dovrebbero essere quelle di avviare con la Spagna una bozza iniziale di lavoro per poi allargare il tavolo a un’altra dozzina di nazioni. Quindi non accordi in base al colore dei governi, ma in base alle necessità monetarie da condividere. Se invece si va avanti ad attendere Commissione e Consiglio, il rischio è quello del price cap sul gas: un meccanismo che funziona solo quando non serve. E intanto le famiglie spendono senza che le imprese riescano a produrre ricchezza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aumento-rate-tassi-bce-2659373473.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="monito-di-visco-alla-bce-cautela" data-post-id="2659373473" data-published-at="1675578403" data-use-pagination="False"> Monito di Visco alla Bce: «Cautela» «L’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria». Il messaggio è stato lanciato ieri a Milano dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in chiusura del suo intervento davanti alla platea del congresso degli operatori finanziari Assiom Forex. Evocando anche le considerazioni finali sul 1981 di uno dei suoi predecessori, Carlo Azeglio Ciampi, che quarant’anni fa ricordava come la stabilità monetaria sia «una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Era vero allora nel nostro Paese, ha dunque sottolineato Visco, ed «è vero oggi nell’area dell’euro: in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale». Tradotto: la Bce non può continuare a muoversi su una gamba sola. Va trovato un nuovo equilibrio per gestire questo momento complicato. Ci vuole equilibrio fra il rischio di attenuare l’azione di controllo dei prezzi attraverso l’aumento dei tassi lasciando l’inflazione troppo alta a lungo, incidendo cosi sulle aspettative e sulla stabilità, e quello di fare troppo con gli aumenti, con possibili cadute del reddito e dell’occupazione, compromettendo la stabilità finanziaria. Dopo l’ultimo aumento di mezzo punto ne arriverà un altro di pari importo a marzo. Dopo, ha sottolineato Visco, occorrerà procedere valutando volta per volta gli indicatori, a partire dall’inflazione, visti i suoi mutevoli scenari. E bisogna farlo con grande attenzione, ha poi proseguito il governatore a proposito dei difetti di comunicazione ai mercati e all’opinione pubblica che si sono purtroppo registrati. Il rischio, ci permettiamo di aggiungere, è però anche quello di cadere in un ossimoro come quando nell’intervento di ieri al Forex si legge che «l’azione restrittiva può ora proseguire con la giusta cautela, valutando con attenzione le implicazioni per l’economia e le prospettive d’inflazione delle misure già adottate». Insomma, va bene l’equilibrio ma di certo l’austerità non può essere espansiva. Ma torniamo al discorso di ieri. Secondo Visco, in Italia la politica di bilancio può continuare a mitigare gli effetti dei rincari dell’energia redistribuendo risorse, «con interventi mirati e temporanei, a favore delle famiglie e delle imprese più colpite». Questo però «dovrebbe avvenire attraverso una redistribuzione tra percettori di reddito, tanto da lavoro quanto da capitale, e senza ricadute sulle future generazioni». Quanto alla situazione finanziaria delle famiglie, che pure risente del peggioramento delle prospettive economiche, «si mantengono nel complesso circoscritti. Nell’ultimo decennio il debito è rimasto sostanzialmente stabile, poco sopra il 40% del Pil. L’incremento dell’incidenza dei mutui negli anni passati ha riguardato in particolare quelli a tasso fisso; nel corso del 2022 sono invece andati aumentando quelli a tasso variabile, fino a rappresentare, per l’accresciuta onerosità dei finanziamenti a tasso fisso, la maggioranza delle nuove erogazioni, anche se è cresciuta la quota dei mutui con un massimale al tasso applicabile, una tendenza che contribuisce ad attenuare l’impatto dei rialzi dei tassi», ha spiegato Visco. Ricordando che come per le imprese, anche per le famiglie un ulteriore fattore di attenuazione dei rischi è rappresentato dall’ampia disponibilità di attività liquide: lo scorso settembre i depositi e il circolante superavano 1.600 miliardi. «In prospettiva, le risorse accumulate appaiono in grado di sostenere la capacità delle famiglie di onorare gli impegni finanziari anche in uno scenario avverso caratterizzato da riduzioni del reddito reale e incrementi dei tassi di interesse significativamente più elevati di quelli attesi», ha aggiunto il governatore.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».