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2023-02-05
Ci serve un fondo Ue anti Lagarde per non far raddoppiare le rate
Le famiglie italiane indebitate sono circa 6,8 milioni su un totale di 25. Poco più di 3,3 milioni sono quelle che pagano un mutuo. L’altra metà circa è indebitata anche per le spese correnti: il cosiddetto credito al consumo. Parliamo, secondo i dati pubblicati ieri dalla Fabi, il sindacato bancario, di un valore annuale di 256 miliardi. Questa è la fascia più colpita dalle scelte di politica monetaria della Bce e del governatore Christine Lagarde. Quattro esempi.
1 Le rate dei vecchi mutui a tasso variabile sono cresciute del 43%: vuol dire che chi pagava 500 euro al mese, oggi ne paga 715, cioè 215 in più. E, con le scelte dello scorso 2 febbraio di portare i tassi al 3%, ci saranno altri rialzi.
2 I nuovi mutui a tasso variabile potrebbero arrivare, a breve, in media, al 3,4% (dallo 0,6% di fine 2021). «Vuol dire», scrive la Fabi, «che per un prestito da 150.000 euro della durata di 20 anni la rata mensile sarà di 872 euro, ben 206 euro in più (+31%) rispetto a un anno fa».
Fin qui la batosta sui mutui. Peggio se si tracciano i costi del debito al consumo. Alla fine del 2021, il tasso d’interesse medio era dell’8,1%, alla luce della decisione dello scorso 2 febbraio potrebbe arrivare all’11,3%. Anche qui altri due esempi di effetti diretti delle scelte della Lagarde.
3 Per acquistare un’automobile da 25.000 interamente a rate, con un finanziamento da 10 anni, il costo totale passa da 37.426 euro a 42.986 euro, con una differenza complessiva di 5.560 euro.
4 Per acquistare una lavatrice da 750 euro interamente a rate, con un finanziamento da 5 anni, il costo totale passa da 942 a 1.022 euro, con una differenza di 81 euro, l’8,6% in più.
Bastano questi quattro esempi per comprendere l’effetto sulla vita quotidiana delle persone. Perché nel frattempo l’inflazione non accenna a diminuire e dopo la crisi energetica i prezzi della grande distribuzione resteranno alti per via della crisi delle materie prime. Non è un caso che anche Ignazio Visco, dal palcoscenico del Forex, abbia ribadito che «l’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria», aggiungendo che «Ciampi affermava che la stabilità monetaria è una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Il senso è che in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, «autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale».
Al di là del politichese, anche da Visco emergono le prime critiche. Ciò che non viene detto apertamente è che rispetto al passato in questi mesi l’autonomia della Banca centrale non si può più considerare tale. Il mandato specifico della Bce, la gestione dell’inflazione, è stato surclassato da un nuovo mandato di natura prettamente politica. La Bce - come Bruxelles - opera per la transizione ecologica. Per spingere l’economia del Vecchio Continente in una direzione precisa e deformare le attuali filiere produttive. Numerosi esponenti del mondo finanziario l’hanno detto chiaramente, sostenendo che l’inflazione elevata aiuterà a far sì che la transizione sia più celere.
Non basta quindi criticare la Bce e le mosse che portano a bruciare ricchezza e disponibilità finanziaria. I governi devono intervenire su Bruxelles e sulla Bce ponendo una condizione fondamentale. Nessuna scelta di politica monetaria va presa senza prima aver chiuso un accordo europeo sul fondo di sviluppo che miri a rilanciare interi settori produttivi.
Il tentativo di creare il fondo non è da valutare soltanto nella chiave di contrasto all’enorme massa di incentivi messi a terra dalla Casa Bianca, ma va visto anche con l’obiettivo di bilanciare sui vari Paesi membri dell’Ue l’effetto delle scelte della Bce e in generale dell’inflazione. Se i due binari non vanno avanti in parallelo, chi come noi non ha alcun bazooka da sparare si troverà a pagare l’inflazione generata dalla Germania, per fare un esempio concreto. A quanto risulta alla Verità, le prossime mosse coordinata dal governo Meloni dovrebbero essere quelle di avviare con la Spagna una bozza iniziale di lavoro per poi allargare il tavolo a un’altra dozzina di nazioni. Quindi non accordi in base al colore dei governi, ma in base alle necessità monetarie da condividere. Se invece si va avanti ad attendere Commissione e Consiglio, il rischio è quello del price cap sul gas: un meccanismo che funziona solo quando non serve. E intanto le famiglie spendono senza che le imprese riescano a produrre ricchezza.
Monito di Visco alla Bce: «Cautela»
«L’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria». Il messaggio è stato lanciato ieri a Milano dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, in chiusura del suo intervento davanti alla platea del congresso degli operatori finanziari Assiom Forex. Evocando anche le considerazioni finali sul 1981 di uno dei suoi predecessori, Carlo Azeglio Ciampi, che quarant’anni fa ricordava come la stabilità monetaria sia «una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Era vero allora nel nostro Paese, ha dunque sottolineato Visco, ed «è vero oggi nell’area dell’euro: in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale». Tradotto: la Bce non può continuare a muoversi su una gamba sola. Va trovato un nuovo equilibrio per gestire questo momento complicato. Ci vuole equilibrio fra il rischio di attenuare l’azione di controllo dei prezzi attraverso l’aumento dei tassi lasciando l’inflazione troppo alta a lungo, incidendo cosi sulle aspettative e sulla stabilità, e quello di fare troppo con gli aumenti, con possibili cadute del reddito e dell’occupazione, compromettendo la stabilità finanziaria. Dopo l’ultimo aumento di mezzo punto ne arriverà un altro di pari importo a marzo. Dopo, ha sottolineato Visco, occorrerà procedere valutando volta per volta gli indicatori, a partire dall’inflazione, visti i suoi mutevoli scenari. E bisogna farlo con grande attenzione, ha poi proseguito il governatore a proposito dei difetti di comunicazione ai mercati e all’opinione pubblica che si sono purtroppo registrati. Il rischio, ci permettiamo di aggiungere, è però anche quello di cadere in un ossimoro come quando nell’intervento di ieri al Forex si legge che «l’azione restrittiva può ora proseguire con la giusta cautela, valutando con attenzione le implicazioni per l’economia e le prospettive d’inflazione delle misure già adottate». Insomma, va bene l’equilibrio ma di certo l’austerità non può essere espansiva.
Ma torniamo al discorso di ieri. Secondo Visco, in Italia la politica di bilancio può continuare a mitigare gli effetti dei rincari dell’energia redistribuendo risorse, «con interventi mirati e temporanei, a favore delle famiglie e delle imprese più colpite». Questo però «dovrebbe avvenire attraverso una redistribuzione tra percettori di reddito, tanto da lavoro quanto da capitale, e senza ricadute sulle future generazioni». Quanto alla situazione finanziaria delle famiglie, che pure risente del peggioramento delle prospettive economiche, «si mantengono nel complesso circoscritti. Nell’ultimo decennio il debito è rimasto sostanzialmente stabile, poco sopra il 40% del Pil. L’incremento dell’incidenza dei mutui negli anni passati ha riguardato in particolare quelli a tasso fisso; nel corso del 2022 sono invece andati aumentando quelli a tasso variabile, fino a rappresentare, per l’accresciuta onerosità dei finanziamenti a tasso fisso, la maggioranza delle nuove erogazioni, anche se è cresciuta la quota dei mutui con un massimale al tasso applicabile, una tendenza che contribuisce ad attenuare l’impatto dei rialzi dei tassi», ha spiegato Visco. Ricordando che come per le imprese, anche per le famiglie un ulteriore fattore di attenuazione dei rischi è rappresentato dall’ampia disponibilità di attività liquide: lo scorso settembre i depositi e il circolante superavano 1.600 miliardi. «In prospettiva, le risorse accumulate appaiono in grado di sostenere la capacità delle famiglie di onorare gli impegni finanziari anche in uno scenario avverso caratterizzato da riduzioni del reddito reale e incrementi dei tassi di interesse significativamente più elevati di quelli attesi», ha aggiunto il governatore.
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Più di 3 milioni di famiglie sono in difficoltà. I vecchi mutui sono cresciuti del 43%, comprare auto o lavatrici è sempre più difficile. Se non si interviene per bilanciare i deficit, Francoforte colpirà ancora di più gli italiani.Il governatore della Banca d’Italia invita a non puntare solo sulle politiche monetarie. «Giusto lottare contro l’inflazione, ma vanno valutate le implicazioni sull’economia».Lo speciale contiene due articoli.Le famiglie italiane indebitate sono circa 6,8 milioni su un totale di 25. Poco più di 3,3 milioni sono quelle che pagano un mutuo. L’altra metà circa è indebitata anche per le spese correnti: il cosiddetto credito al consumo. Parliamo, secondo i dati pubblicati ieri dalla Fabi, il sindacato bancario, di un valore annuale di 256 miliardi. Questa è la fascia più colpita dalle scelte di politica monetaria della Bce e del governatore Christine Lagarde. Quattro esempi. 1 Le rate dei vecchi mutui a tasso variabile sono cresciute del 43%: vuol dire che chi pagava 500 euro al mese, oggi ne paga 715, cioè 215 in più. E, con le scelte dello scorso 2 febbraio di portare i tassi al 3%, ci saranno altri rialzi. 2 I nuovi mutui a tasso variabile potrebbero arrivare, a breve, in media, al 3,4% (dallo 0,6% di fine 2021). «Vuol dire», scrive la Fabi, «che per un prestito da 150.000 euro della durata di 20 anni la rata mensile sarà di 872 euro, ben 206 euro in più (+31%) rispetto a un anno fa».Fin qui la batosta sui mutui. Peggio se si tracciano i costi del debito al consumo. Alla fine del 2021, il tasso d’interesse medio era dell’8,1%, alla luce della decisione dello scorso 2 febbraio potrebbe arrivare all’11,3%. Anche qui altri due esempi di effetti diretti delle scelte della Lagarde.3 Per acquistare un’automobile da 25.000 interamente a rate, con un finanziamento da 10 anni, il costo totale passa da 37.426 euro a 42.986 euro, con una differenza complessiva di 5.560 euro.4 Per acquistare una lavatrice da 750 euro interamente a rate, con un finanziamento da 5 anni, il costo totale passa da 942 a 1.022 euro, con una differenza di 81 euro, l’8,6% in più.Bastano questi quattro esempi per comprendere l’effetto sulla vita quotidiana delle persone. Perché nel frattempo l’inflazione non accenna a diminuire e dopo la crisi energetica i prezzi della grande distribuzione resteranno alti per via della crisi delle materie prime. Non è un caso che anche Ignazio Visco, dal palcoscenico del Forex, abbia ribadito che «l’onere di affrontare i molteplici risvolti di questa crisi non può ricadere, come è avvenuto spesso in passato, sulla sola politica monetaria», aggiungendo che «Ciampi affermava che la stabilità monetaria è una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Il senso è che in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, «autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale».Al di là del politichese, anche da Visco emergono le prime critiche. Ciò che non viene detto apertamente è che rispetto al passato in questi mesi l’autonomia della Banca centrale non si può più considerare tale. Il mandato specifico della Bce, la gestione dell’inflazione, è stato surclassato da un nuovo mandato di natura prettamente politica. La Bce - come Bruxelles - opera per la transizione ecologica. Per spingere l’economia del Vecchio Continente in una direzione precisa e deformare le attuali filiere produttive. Numerosi esponenti del mondo finanziario l’hanno detto chiaramente, sostenendo che l’inflazione elevata aiuterà a far sì che la transizione sia più celere.Non basta quindi criticare la Bce e le mosse che portano a bruciare ricchezza e disponibilità finanziaria. I governi devono intervenire su Bruxelles e sulla Bce ponendo una condizione fondamentale. Nessuna scelta di politica monetaria va presa senza prima aver chiuso un accordo europeo sul fondo di sviluppo che miri a rilanciare interi settori produttivi.Il tentativo di creare il fondo non è da valutare soltanto nella chiave di contrasto all’enorme massa di incentivi messi a terra dalla Casa Bianca, ma va visto anche con l’obiettivo di bilanciare sui vari Paesi membri dell’Ue l’effetto delle scelte della Bce e in generale dell’inflazione. Se i due binari non vanno avanti in parallelo, chi come noi non ha alcun bazooka da sparare si troverà a pagare l’inflazione generata dalla Germania, per fare un esempio concreto. A quanto risulta alla Verità, le prossime mosse coordinata dal governo Meloni dovrebbero essere quelle di avviare con la Spagna una bozza iniziale di lavoro per poi allargare il tavolo a un’altra dozzina di nazioni. Quindi non accordi in base al colore dei governi, ma in base alle necessità monetarie da condividere. Se invece si va avanti ad attendere Commissione e Consiglio, il rischio è quello del price cap sul gas: un meccanismo che funziona solo quando non serve. 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Evocando anche le considerazioni finali sul 1981 di uno dei suoi predecessori, Carlo Azeglio Ciampi, che quarant’anni fa ricordava come la stabilità monetaria sia «una responsabilità comune, un bene mai definitivamente acquisito». Era vero allora nel nostro Paese, ha dunque sottolineato Visco, ed «è vero oggi nell’area dell’euro: in una fase di forte incertezza le scelte di tutti gli attori, autorità europee, governi nazionali e parti sociali, devono essere tra loro coerenti, tenendo conto del contributo che l’azione di ciascuno fornisce al risultato finale». Tradotto: la Bce non può continuare a muoversi su una gamba sola. Va trovato un nuovo equilibrio per gestire questo momento complicato. Ci vuole equilibrio fra il rischio di attenuare l’azione di controllo dei prezzi attraverso l’aumento dei tassi lasciando l’inflazione troppo alta a lungo, incidendo cosi sulle aspettative e sulla stabilità, e quello di fare troppo con gli aumenti, con possibili cadute del reddito e dell’occupazione, compromettendo la stabilità finanziaria. Dopo l’ultimo aumento di mezzo punto ne arriverà un altro di pari importo a marzo. Dopo, ha sottolineato Visco, occorrerà procedere valutando volta per volta gli indicatori, a partire dall’inflazione, visti i suoi mutevoli scenari. E bisogna farlo con grande attenzione, ha poi proseguito il governatore a proposito dei difetti di comunicazione ai mercati e all’opinione pubblica che si sono purtroppo registrati. Il rischio, ci permettiamo di aggiungere, è però anche quello di cadere in un ossimoro come quando nell’intervento di ieri al Forex si legge che «l’azione restrittiva può ora proseguire con la giusta cautela, valutando con attenzione le implicazioni per l’economia e le prospettive d’inflazione delle misure già adottate». Insomma, va bene l’equilibrio ma di certo l’austerità non può essere espansiva. Ma torniamo al discorso di ieri. Secondo Visco, in Italia la politica di bilancio può continuare a mitigare gli effetti dei rincari dell’energia redistribuendo risorse, «con interventi mirati e temporanei, a favore delle famiglie e delle imprese più colpite». Questo però «dovrebbe avvenire attraverso una redistribuzione tra percettori di reddito, tanto da lavoro quanto da capitale, e senza ricadute sulle future generazioni». Quanto alla situazione finanziaria delle famiglie, che pure risente del peggioramento delle prospettive economiche, «si mantengono nel complesso circoscritti. Nell’ultimo decennio il debito è rimasto sostanzialmente stabile, poco sopra il 40% del Pil. L’incremento dell’incidenza dei mutui negli anni passati ha riguardato in particolare quelli a tasso fisso; nel corso del 2022 sono invece andati aumentando quelli a tasso variabile, fino a rappresentare, per l’accresciuta onerosità dei finanziamenti a tasso fisso, la maggioranza delle nuove erogazioni, anche se è cresciuta la quota dei mutui con un massimale al tasso applicabile, una tendenza che contribuisce ad attenuare l’impatto dei rialzi dei tassi», ha spiegato Visco. Ricordando che come per le imprese, anche per le famiglie un ulteriore fattore di attenuazione dei rischi è rappresentato dall’ampia disponibilità di attività liquide: lo scorso settembre i depositi e il circolante superavano 1.600 miliardi. «In prospettiva, le risorse accumulate appaiono in grado di sostenere la capacità delle famiglie di onorare gli impegni finanziari anche in uno scenario avverso caratterizzato da riduzioni del reddito reale e incrementi dei tassi di interesse significativamente più elevati di quelli attesi», ha aggiunto il governatore.
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Romano Prodi e Massimo D'Alema (Ansa)
Scherzando - ma non troppo - potremmo dire che se esistesse il Partito cinese d’Italia, sigla Pcd’I con tanto di suggestiva rievocazione storica, la sua sede potrebbe tranquillamente trovarsi di fronte all’ambasciata francese, in piazza Farnese a Roma: tra lettere in mandarino, schermi di produzione orientale e pile della rivista della Fondazione Italianieuropei. E se davvero esistesse questo fantomatico partito, il Partito cinese d’Italia, Massimo D’Alema ne sarebbe, senza dubbio, il segretario onorario. Mentre Romano Prodi avrebbe tutti i titoli per sedersi sulla poltrona di presidente.
La lunga marcia della sinistra italiana verso Pechino, in fondo è iniziata diverso tempo fa, quando molti ex compagni dovettero prendere atto del crollo dell’Unione Sovietica e cercare altrove un altro punto cardinale a cui appendere la giacca ideologica. Non è un caso che, con l’Ulivo, proprio D’Alema e Prodi, siano diventati nel tempo fra i più zelanti sponsor italiani della Cina. Ognuno con il suo stile: sfacciato, elegante, e vagamente altezzoso il primo, curiale, felpato e con pensosa tigna il secondo. Va dato atto alla diplomazia del Dragone di aver trovato la formula per farli andare d’accordo. Romano Prodi coltiva rapporti con Pechino da anni. Lo dimostrò già quando la Fondazione Agnelli decise di investire in Cina: l’ex presidente della Commissione europea fece da sherpa istituzionale, portando a casa una cattedra nella prestigiosa università Agnelli Chair of Italian Culture, gestita dal China-Europe Philanthropy Innovation Research Center dell’Università di Pechino. Già allora molti si chiesero perché, considerando che, se era del tutto naturale che un’azienda di automotive investisse in Cina alla ricerca di ingegneri e nuovi mercati, era invece assai meno naturale affidarsi proprio a Prodi per aprire certe porte.
La popolarità del Professore nella nazione che ormai ha svestito da tempo i panni dell’economia emergente, non si misura soltanto nei suoi frequenti rendez vous orientali. Diversi anni fa, in un articolo pubblicato in prima pagina dal quotidiano di punta China Daily, Prodi veniva indicato come figura di riferimento di Dagong, l’agenzia di rating cinese che da anni tenta di insidiare il predominio di colossi statunitensi come Standard & Poor’s e Moody’s. Un’investitura quasi imperiale.
I rapporti di D’Alema con Pechino, invece, hanno contorni ancora più politici - e forse anche più spregiudicati. Ce lo ricordiamo lo scorso anno partecipante alla parata di Pechino con tanti leader di regimi tutt’altro che democratici. Per giustificare la sua presenza in quel contesto parlò del popolo cinese come soggetto «fondamentale per la sconfitta del nazismo e del fascismo». Frase apparsa a molti non solo infelice, ma anche storicamente assai discutibile. Il contributo militare cinese alla guerra contro il nazifascismo in Europa fu marginale, mentre quella tribuna popolata da autocrati globali, trasmetteva ben altri messaggi che non quelli della pace e della libertà.
Ma quella di D’Alema non è certo una simpatia improvvisa. Da anni l’ex leader post-comunista strizza l’occhio a Pechino, sia per motivi ideologici sia, come sottolineano alcuni osservatori, per ragioni economiche.
Attraverso la società di consulenza DL&M Advisor, attiva nei processi di internazionalizzazione verso i mercati esteri, compreso quello cinese, e tramite la fondazione della società Silk Road Wines, dedita all’esportazione di vino italiano in Cina, D’Alema ha costruito rapporti significativi con ambienti vicini al Partito comunista cinese. Già in passato aveva partecipato al Forum internazionale sulla democrazia organizzato proprio dal comitato centrale del Pcc. Non stupisce, quindi, la sua presenza in prima fila nella tribuna d’onore. Forse stupisce il cambiamento politico, quando all’indomani del dramma delle Torri gemelle, lo stesso D’Alema spiegava ad una sinistra riluttante che il nuovo orizzonte strategico dell’Occidente era Washington. Oggi quell’uomo appare lontanissimo, quasi irriconoscibile.
Sia chiaro, nello scenario geopolitico mondiale è doveroso guardare con attenzione a una potenza come la Cina, destinata ad un ruolo sempre più centrale sulla scena politica internazionale. Nessuno mette in discussione il peso economico, politico e strategico di Pechino. Ma proprio per questo sorprende il silenzio quasi reverenziale di certi politici e intellettuali italiani davanti a un sistema che continua a fare a pugni con la democrazia e i diritti umani, sia all’interno dei propri confini sia in un continente, come quello africano, dove ha una presenza sempre più invasiva.
Ecco, sarebbe utile che ogni tanto, oltre a omaggiare e magnificare il ruolo globale della Repubblica popolare cinese, qualcuno ricordasse anche questi aspetti che spesso e volentieri vengono usati dalla sinistra nel nostro Paese per polemizzare con il governo italiano, ma che altrove invece sono colpevolmente silenziati.
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Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)
Ci si attende che il capo del Cremlino e Xi discuteranno di vari temi: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran passando per i rapporti con gli Stati Uniti. In particolare, il consigliere di Putin, Yury Ushakov, ha affermato che i due leader promuoveranno l’«instaurazione di un mondo multipolare», nonché «un nuovo tipo di relazioni internazionali». Ma cerchiamo di entrare maggiormente nel dettaglio.
Per quanto riguarda la questione ucraina, la guerra si sta protraendo ormai da oltre quattro anni. Secondo quanto riferito dal Financial Times, Xi, durante il suo recente incontro con Trump, avrebbe dichiarato che lo zar potrebbe pentirsi di aver invaso l’Ucraina. Il governo cinese, ieri, ha ufficialmente smentito, non senza imbarazzo, questa rivelazione. Tuttavia, qualora l’affermazione fosse stata realmente pronunciata, ciò dimostrerebbe un crescente fastidio da parte di Pechino per il protrarsi del conflitto in Ucraina. Putin, dal canto suo, ha bisogno di rafforzare i legami con Xi proprio per rafforzare la sua posizione negoziale in vista di eventuali colloqui diplomatici sulla crisi ucraina. Passando poi all’Iran, sia Mosca che la Repubblica popolare intrattengono stretti legami con il regime khomeinista. Xi e Putin sperano che Trump finisca con l’impantanarsi. Al contempo, però, temono la crescente pressione a cui è sottoposta la Repubblica islamica. Dopo la caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024, entrambi non possono permettersi di perdere un altro alleato mediorientale.
Un ulteriore dossier sul tavolo sarà quello energetico. Anche per far fronte alle sanzioni occidentali, lo zar spera di ottenere dal presidente cinese il via libera per la realizzazione del gasdotto Power of Siberia 2, che incrementerebbe decisamente l’export di gas russo verso la Cina. Tuttavia, come sottolineato ieri da Cnbc, la Repubblica popolare, almeno finora, non ha avuto fretta di approvare questo progetto. Senza dubbio, i due presidenti affronteranno anche la questione commerciale, per intensificare i rapporti economici tra Mosca e Pechino. «Le regolari visite reciproche e i colloqui ad alto livello tra Russia e Cina sono una parte importante e integrante dei nostri sforzi congiunti per promuovere l’intera gamma delle relazioni tra i nostri due Paesi e liberare il loro potenziale davvero illimitato», ha affermato ieri Putin, secondo la Tass. E poi emerge ovviamente il rapporto con gli Stati Uniti. Stando al Financial Times, Trump avrebbe intenzione di proporre un fronte comune con Mosca e Pechino contro la Corte penale internazionale. Tuttavia, più in generale, le tre potenze stanno effettuando un complicato minuetto, ciascuna con le proprie debolezze.
Trump rischia seriamente il pantano in Iran, mentre la Corte Suprema degli Stati Uniti gli ha bocciato parte della politica sui dazi. Xi, dal canto suo, mira a intestarsi il ruolo di kingmaker diplomatico, ospitando il presidente russo e quello americano nel giro di pochi giorni. Tuttavia, il leader cinese inizia, al contempo, ad avvertire la pressione della crisi di Hormuz, mentre l’economia della Repubblica popolare continua a riscontrare problemi di consumo interno. Senza poi trascurare la significativa perdita d’influenza geopolitica di Pechino sull’America Latina nell’ultimo anno e mezzo. Putin, infine, è preoccupato dal protrarsi della guerra in Ucraina e, davanti alla Cina, nutre sentimenti contrastanti: da una parte punta a rafforzare i legami con Xi per avere più potere contrattuale verso Kiev e l’Occidente; dall’altra, ha paura che l’abbraccio con il Dragone diventi soffocante, spingendo Mosca verso una progressiva subordinazione nei confronti di Pechino. Inoltre, se è vero che la Russia ha tratto alcuni benefici economico-energetici dalla crisi di Hormuz, dall’altra parte, lo zar, dopo la caduta di Assad, sta facendo fatica a recuperare influenza nella regione mediorientale. È anche per questo che sta cercando da tempo di ritagliarsi un ruolo di mediazione tra Washington e Teheran.
Insomma, tutti e tre i presidenti sono alle prese con delle serie difficoltà: difficoltà che il burrascoso quadro internazionale rischia di incrementare ulteriormente. Non è allora improbabile che i viaggi di Trump e Putin a Pechino, così come la loro telefonata di fine aprile vadano inseriti in una cornice più ampia: quella di una sorta di Jalta 2.0. Spinti proprio dai rispettivi problemi, i tre leader potrebbero cercare di puntare a un accordo per tentare di ridurre l’instabilità globale: un accordo di cui, chissà, potrebbero aver iniziato a parlare già l’anno scorso Trump e Putin ad Anchorage (del resto, sarà un caso, ma ieri anche il presidente americano ha smentito la notizia secondo cui Xi gli avrebbe detto che lo zar si sarebbe pentito di invadere l’Ucraina). Questo non significa che una eventuale intesa disinnescherebbe la competizione geopolitica tra Washington e Pechino. Potrebbe però «razionalizzarla», inserendola su binari più specifici e meno caotici. Sia chiaro: non sappiamo con certezza se questo progetto stia realmente bollendo in pentola. L’unica cosa certa al momento è la totale inconsistenza geopolitica e diplomatica dell’Ue. Una Ue che, mentre le potenze trattano e competono, viene sistematicamente lasciata fuori dalla porta. Senza peso né strategia.
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