- Mentre le aule cadono a pezzi, il Pnrr punta tutto sul digitale L’insegnante perderebbe la sua centralità, ed è un problema.
- Il linguista Massimo Arcangeli: «L’eccesso di tecnologia danneggia il senso critico, l’ho riscontrato con la didattica a distanza».
- Il docente di Pedagogia Adolfo Scotto di Luzio : «Si cerca l’innovazione a tutti i costi senza pensare ai pericoli. I veri beneficiari saranno le aziende».
Lo speciale contiene tre articoli
Addio vecchia lavagna. Nella scuola 4.0 ci saranno mega schermi in 3D, gli studenti saranno forniti di visori che li accompagneranno attraverso le lezioni digitali e al posto dell’insegnante di chimica o del prof di inglese, ci sarà una sorta di avatar. Il tutto all’interno di un’aula specifica dotata di strumenti all’avanguardia.
Benvenuti nell’intelligenza artificiale pronta ad entrare nelle aule scolastiche. La rivoluzione digitale dovrebbe avvenire proprio da quest’anno. Il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, prevede la Scuola 4.0. Così mentre i presidi sono alle prese con la quadratura del cerchio degli organici, tra supplenti da recuperare per colmare le carenze del personale di ruolo, i cantieri aperti per riparare infiltrazioni d’acqua, cambiare gli infissi, sistemare alla meglio le aule e le palestre, organizzare le mense, devono vedersela pure con i progetti della digitalizzazione. Si parla di aule immersive, laboratori di realtà aumentata ma nessuno sa bene quali saranno i reali cambiamenti e soprattutto le implicazioni sulla didattica e l’apprendimento. Il precedente delle lezioni da remoto durante la pandemia non ha prodotto risultati che dovrebbero incoraggiare a seguire la strada della sostituzione degli insegnanti con le macchine. Eppure pare che prevalga la dittatura delle mode, senza se e senza ma. Le prove Invalsi hanno dimostrato gli esiti disastrosi dell’insegnamento fuori dalle aule. Due quattordicenni su cinque sono risultati fermi alle competenze da quinta elementare e uno studente su tre tra quelli che hanno affrontato la maturità, era fermo al livello della terza media. Perdite di apprendimento maggiori per l’italiano e la matematica. La mancanza del rapporto con l’insegnamento ha inciso profondamente nella preparazione. Eppure si va avanti negando il ruolo centrale del docente. Le nuove tecnologie sono la moda del momento e guai a chi solleva una voce critica. Per la digitalizzazione degli istituti scolastici e della didattica in classe, il Pnrr prevede 2,1 miliardi di euro che dovranno essere impiegati per acquistare strumenti tecnologici, ammodernare le aule, creare nuovi laboratori e formare gli insegnanti.
L’obiettivo del progetto Scuola 4.0 è di trasformare le classi tradizionali in ambienti innovativi di apprendimento e creare laboratori per le professioni digitali del futuro. Chissà se qualcuno ha detto agli esperti di tale progetto che in tante aule ci sono infiltrazioni d’acqua e che gli infissi delle finestre sono talmente vetusti da far passare i rumori dell’esterno e gli spifferi d’aria.
Alla realizzazione dell’obiettivo del Pnrr dovranno pensare le scuole che entro il prossimo 30 settembre devono presentare i progetti relativi ai costi di studio. I fondi sono ripartiti in base alla grandezza della scuola quindi circa il 30% degli istituti avrà più di 250mila euro, il 28% avrà tra i 150 e i 250mila euro e il 42% avrà meno di 150 mila euro. Le regioni che hanno ricevuto il maggior numero di risorse sono quelle più grandi come la Lombardia, la Campania, la Sicilia, il Lazio e la Puglia. In coda invece regioni come Friuli Venezia Giulia, Umbria, Molise, Basilicata e Valle d’Aosta.
C’è poi il tema della formazione degli insegnanti. Se ne occuperanno il ministero dell’Istruzione e le aziende fornitrici degli strumenti digitali. Un esercito di formatori sono pronti per il nuovo business che per le aziende non si ferma qui. Le nuove macchine richiedono un aggiornamento continuo così come personale sempre al passo con le novità. Sarà interessante vedere come gli istituti e con quali risorse faranno fronte alle nuove spese o si trasformeranno in depositi di strumenti obsoleti.
Il progetto prevede che tutto sia pronto per fine 2024. Due i percorsi: il primo è denominato Classrooms e prevede la trasformazione digitale delle classi. Il ministero dell’Istruzione ne vuole realizzare 100mila. Il secondo è il Labs, ed è destinato alle scuole superiori per l’allestimento di laboratori all’avanguardia per le professioni digitali.
Quegli istituti in grado di cavalcare questa innovazione tecnologica potrebbero fare il pieno di iscrizioni, contando sul maggiore appeal da parte di famiglie e alunni. Un tempo era il prestigio di una scuola per la preparazione degli insegnanti, che faceva la differenza. Ora, a quanto pare, basterebbe avere un laboratorio in più.
Al bando hanno aderito praticamente tutti gli istituti (non sia mai mostrarsi poco in linea con le mode) ma non senza problemi, visto che scrivere un progetto in chiave digitale non è semplice e richiede una macchina organizzativa per la ricerca dei formatori e delle aziende che le scuole al momento hanno impegnato in altre priorità: vedesi la copertura delle cattedre con i docenti di ruolo e i supplenti. Ma a quanto pare questi «problemucci» sono passati in secondo piano. Secondo uno studio condotto dall’Osservatorio sulla transizione digitale del mondo della scuola di Aura Immersive, il 96,7% dei dirigenti scolastici e degli insegnanti partecipa al bando «Scuola 4.0» anche se solo il 12,3% delle scuole ritiene di avere il personale formato per gestire una innovazione così importante.
In questa euforia per le nuove tecnologie mancano gli studi critici sull’impatto che avrebbe togliere all’insegnante la centralità. Secondo gli esperti da noi interpellati c’è il rischio di una omologazione della preparazione oltre a un impoverimento. Affidare sempre più alle macchine la crescita nelle conoscenze, comprimendo lo spazio per il confronto con il docente, lo sviluppo del pensiero critico, rischia di creare soggetti culturalmente deboli. Il linguaggio dei social ha cambiato il modo di esprimersi delle nuove generazioni, sempre più carente di profondità. Dall’esperienza dei docenti emerge che chi esce dal ciclo scolastico superiore ha spesso difficoltà perfino ad interpretare un testo e a sostenere un contraddittorio.
Non è inoltre dato sapere se le tecnologie saranno applicate e come alle materie umanistiche.
E infine: siamo sicuri che mentre le aule cadono a pezzi e ogni anno c’è il balletto delle cattedre, siano le lavagne in 3D e i visori, la vera priorità?
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >