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Fabio Sartorelli, musicologo e mattatore della rassegna In controluce al Teatro Duse di Bologna, ci parla del suono dell’amore (e degli amori) nelle opere di Mozart. Dalle avventure di Don Giovanni fino al Flauto magico, passando dalla folle giornata delle Nozze di Figaro.
Nichi Vendola (Ansa)
È trascorso troppo tempo: l’ex governatore esce dal procedimento. All’epoca dell’inchiesta sul polo industriale, fu intercettato mentre faceva ironia su un reporter maltrattato per le domande sui dati oncologici.
Per l’ex governatore pugliese Nichi Vendola la prescrizione è stata più veloce della verità giudiziaria. E, con la sua posizione, dal processo ribattezzato «Ambiente svenduto», che gli era costato 3 anni e 6 mesi prima che una Corte d’appello decidesse che era tutto da rifare, trasferendo il fascicolo da Taranto a Potenza, escono dalle aule di udienza anche le famose, intercettate, risate sulle domande per i tumori.
Non con un’assoluzione nel merito, né con una sentenza che certifichi che il fatto non sussiste. Ma con un «non luogo a procedere per intervenuta prescrizione». Lo ha deciso, ieri, la Corte d’assise di Potenza, presieduta da Marcello Rotondi, durante la terza udienza dibattimentale. Per l’ex presidente della Regione Puglia e altri 14 imputati, stando alla giustizia, il tempo è scaduto. D’altra parte, tenere in vita un procedimento enorme, con 350 parti civili (che poi sono diventate 280), esploso come uno dei più devastanti processi ambientali italiani e ripartito da zero dopo l’annullamento della sentenza di primo grado, non era facile. Dentro quei faldoni c’erano i quartieri rossi di polvere minerale, le ciminiere diventate orizzonte obbligatorio, la conta dei tumori, gli operai sul filo che divideva il loro futuro tra stipendio e salute. I 270 anni di carcere complessivi per i 26 condannati del primo processo (risalente al 31 maggio 2021) sono evaporati per un vizio che sembra uscito da un manuale di cavillistica giudiziaria: la presenza di due giudici onorari tra le parti civili (che al momento della costituzione avevano pure già dismesso le funzioni esercitate in quel distretto). Un dettaglio procedurale al quale, però, la Corte d’Assise d’Appello di Taranto ha dato un peso notevole, tanto da averlo considerato sufficiente per cancellare tutto il primo giudizio. E, così, il processo-monstre (nel palazzo di giustizia di Potenza per ospitare imputati, difensori e parti civili è stato necessario collegare tre diverse aule in videoconferenza), presentato all’epoca come la Norimberga ambientale italiana, è stato risucchiato nelle sabbie mobili della procedura. Nonostante il calendario serrato col quale i giudici potentini hanno cercato di tenere in pista i faldoni giunti dalla Puglia, infatti, altri 14 imputati, oltre a Vendola, prendono l’uscita laterale e lasciano definitivamente l’aula. Il Codacons, che ha annunciato di valutare la possibilità di procedere in sede civile contro l’ex governatore, ha cercato di aggrapparsi a una consolazione: «L’unica nota positiva è che la prescrizione non consiste in un riconoscimento di innocenza e si verifica poiché ci è voluto troppo tempo per svolgere il processo». E il tempo è il cuore di questa vicenda simbolo di una doppia paralisi italiana: quella industriale, per una delle fabbriche più contestate del Paese, e quella giudiziaria, per una macchina processuale che è stata capace di divorare reati gravissimi. Come la concussione, accusa che veniva contestata a Vendola, leader della sinistra radicale e ambientalista. Finché non sono arrivate le intercettazioni. E quel passaggio sui tumori, nell’estate del 2010 (ma diventato pubblico nel 2013), destinato a inseguirlo per sempre: mentre era al telefono con Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, commentò di aver riso di gusto («complimenti, io e il mio capo di gabinetto siamo stati a ridere per un quarto d’ora») quando lo stesso Archinà aveva strappato il microfono dalle mani di un giornalista che stava facendo a Emilio Riva alcune domande sull’incidenza delle malattie. Una «scena fantastica», la definì l’ex presidente pugliese. E per qualche istante l’attenzione si spostò dalla questione giudiziaria a quella politica. Ma Archinà era considerato dagli inquirenti uno dei principali artefici delle presunte attività illecite del polo siderurgico tarantino. «Dica a Riva che il presidente non si è defilato», assicurò Vendola ad Archinà proprio durante quella chiacchierata. E finì sul registro degli indagati per concussione, in concorso proprio con Archinà, per ipotizzate pressioni esercitate sul direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, orientate ad ammorbidire un report sui dati ambientali legati all’inquinamento attribuito all’Ilva. Vendola non si dimise (né per le risate né per le accuse). E tentò un’arrampicata sostenendo che non stava certo ridendo delle morti per i tumori ma del gesto di Archinà di fronte al giornalista. L’unico a cui ha chiesto scusa. Una posizione che diventò politicamente imbarazzante quando la Procura tarantina dispose il sequestro degli impianti. E raggiunse livelli critici quando scattarono gli arresti per sette persone, Archinà compreso, accusato di aver elargito una mazzetta a un consulente tecnico della Procura. Da quel momento l’Ilva non fu più soltanto una fabbrica. Diventò il romanzo nero dell’industrialismo italiano. Con vagoni di documentazione investigativa passati già attraverso una quantità impressionante di stazioni giudiziarie: indagine, rinvio a giudizio, primo dibattimento, sentenza di condanna, appello, annullamento totale del processo, trasferimento da Taranto a Potenza, nuova udienza preliminare, nuovo rinvio a giudizio e nuova ripartenza davanti alla Corte d’assise lucana. A ogni stazione è sceso qualcuno. All’ultima è toccato a Vendola e al suo bagaglio di imbarazzanti intercettazioni. Ma, ricorda il Codacons, «uscire da un processo contenente accuse così gravi con una sentenza di prescrizione fa riflettere, anche perché esiste un istituto apposito che consente all’imputato di rinunciare alla prescrizione, percorrendo la strada della ricerca dell’assoluzione piena, nel merito. In questo caso, almeno per ora, non è stato così». Vendola si era già autoassolto, definendo, all’epoca, la sua condanna a Taranto «una mostruosità giuridica». Ora alla sbarra restano 16 imputati e tre società. Ma il terminal del primo grado è ancora lontano.
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2026-05-23
Meloni «grazia» Renzi per i poster «fascisti». Ma la sinistra sbraita: «Elogia Almirante»
Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier chiude la querelle con Iv: «Ho altro a cui pensare». Il Pd riesuma bugie sul missino. E scorda i «suoi» repubblichini.
Non possiamo fare a meno di immaginarla, Giorgia Meloni, che per distrarsi dalla tentazione di accendere una sigaretta (pare stia cercando di smettere di fumare, coraggio) e per distrarre l’attenzione dai temi dell’economia, alla vigilia del voto amministrativo, si inventa il diversivo del giorno: «Facciamo un bel post su Almirante, recuperiamo un po’ di voti identitari e vediamo se la sinistra ci casca».
Detto fatto, la Meloni pubblica il post e la sinistra ci casca: «Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giorgio Almirante», scrive sui social Giorgia Meloni, «il mio pensiero va a una figura che ha segnato profondamente la storia della destra italiana. Di lui restano il carattere, la forza delle idee, l’amore per l’Italia e una concezione della politica vissuta con passione, dignità e rispetto. Un ricordo che continua a vivere nel percorso della destra italiana e nella memoria di una comunità politica che, ancora oggi, non si risparmia, per aggiungere il proprio pezzo di cammino, con coraggio e determinazione». A sinistra, dicevamo, abboccano: «Sui suoi profili social», scrive l’ex ministro dem Andrea Orlando, «Giorgia Meloni rivendica la continuità con il percorso politico di Giorgio Almirante. Un percorso iniziato con la redazione della rivista La difesa della razza, passando per i repubblichini di Salò, fucilando partigiani, intrecciandosi poi con la stagione delle trame nere e dell’estremismo neofascista. Un bel percorso davvero!». Vale la pena ricordare che la storia del «fucilatore di partigiani», pubblicata nel 1971 da Unità e Manifesto, provocò una denuncia per diffamazione ai due giornali da parte di Almirante: la causa si concluse con una sentenza che assolse i giornalisti ma scagionò anche l’ex leader del Msi dall’accusa. Non solo: si dimenticano le esperienze di icone della sinistra come Dario Fo (che aderì alla Repubblica di Salò), Giorgio Bocca e Giorgio Napolitano (che aderirono ai Gruppi universitari fascisti).
La figura di Giorgio Almirante, l’uomo che riportò la destra italiana post fascista nell’alveo della democrazia, non ha bisogno di essere riabilitata: come ricorda il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «a sinistra coloro che criticano la sua memoria o la fiamma dimenticano che al suo funerale vennero Pajetta e Nilde Iotti. La Rai, in quel periodo in cui l’Msi era nettamente all’opposizione, trasmise in diretta il suo funerale. Non capisco perché», aggiunge La Russa, «passando il tempo, le valutazioni peggiorino invece di trovare un vero rispetto per gli avversari». Lo stesso Almirante, nel 1984, partecipò a sorpresa ai funerali di Enrico Berlinguer, in via delle Botteghe Oscure, accolto da Gian Carlo Pajetta. Almirante e Berlinguer, si apprese in seguito, si incontravano segretamente, tra il 1978 e il 1979, all’ultimo piano di Montecitorio, probabilmente per tentare insieme di arginare il terrorismo politico, e per scambiarsi idee e conoscenze su mandanti e trame. Viene da chiedersi, piuttosto, cosa penserebbe oggi Almirante dei politici che hanno sostituito la tensione ideale della destra con il desiderio di potere e agiatezza: «Un ladro va messo in galera. Se il ladro è uno dei nostri deve avere l’ergastolo», diceva; questa parte della sua lezione non la ricorda più nessuno.
Oltre al ricordo di Almirante, Giorgia Meloni ieri ha scritto una sfiziosa lettera alla Stampa, per smentire la notizia che la voleva furibonda per la campagna per il 2 per mille di Italia viva presso le principali stazioni ferroviarie italiane: manifesti in stile Ventennio con la scritta «Quando c’era lei» e poi diverse conclusioni: «I treni arrivavano in ritardo», «La spesa si pagava di più», «Si pagavano più tasse» e così via. «Gentile direttore», scrive la Meloni alla Stampa, «sono costretta a smentire, ancora una volta, il contenuto di un articolo pubblicato dal suo giornale. Il giornalista ha scritto di una Meloni “furibonda” e di richieste di “spiegazioni” rivolte dalla presidenza del Consiglio al ministero dei Trasporti per la campagna realizzata da Italia viva sul 2 per mille e diffusa nelle grandi stazioni ferroviarie italiane. Non è vero che la campagna di Italia viva mi ha irritato, così come non è vero che qualcuno a Palazzo Chigi abbia chiesto spiegazioni al Mit. Anzi, devo dire che ho trovato la campagna molto efficace dal punto di vista comunicativo e l’ho detto direttamente a chi l’ha ideata, cioè Matteo Renzi. D’altronde», sfotte Giorgia, «“C’era lei” perché dopo che c’è stato “lui”, quasi nessuno lo ha più votato. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia. Leggo, inoltre, che qualcuno avrebbe chiesto di modificare la campagna di Italia viva. Non so se sia vero e non ho gli elementi per dirlo, perché mi occupo di tante cose ma grazie a Dio non degli spazi pubblicitari nelle stazioni, ma a scanso di equivoci mi permetto di suggerire a chi ha questa responsabilità che la campagna di Italia viva non dovrebbe essere toccata e dovrebbe proseguire così com’è».
La conferma di una nostra intima convinzione: intorno alla Meloni c’è qualcuno più realista del re, o meglio più premierista del premier, che finisce per danneggiarne l’azione. Del resto, la rovina di Benedetto Croce sono stati i crociani…
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Matteo Salvini (Ansa)
Salvini fa come i club di calcio e convoca la squadra per due giorni a giugno. L’obiettivo: serrare i ranghi in vista delle partite al Nord e del pericolo Vannacci. Il generale replica all’ennesimo veto: «Così la destra perde consensi». Calderoli: esecutivo fino a scadenza.
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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