L'asse tra India ed Emirati può aprire una frattura nel mondo sunnita

La visita del presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a Nuova Delhi va ben oltre il protocollo e le consuete relazioni bilaterali. È un segnale politico preciso, una scelta strategica che va letta anche per ciò che lascia fuori. In una fase di profonda ridefinizione degli equilibri in Medio Oriente e nel Mar Rosso, il rafforzamento dell’asse tra India ed Emirati si configura come un’alternativa netta a un altro progetto che sta prendendo forma: un accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, che Riyadh e Islamabad puntano ad allargare a Egitto e Turchia, con l’obiettivo di costruire una vasta coalizione sunnita a forte trazione militare.
Non si tratta di sfumature diplomatiche, ma di due modelli opposti di sicurezza regionale. Da un lato, l’intesa tra India ed Emirati si fonda su interessi concreti e condivisi: la protezione delle rotte marittime, la sicurezza delle infrastrutture energetiche, la cooperazione tecnologica e lo scambio di intelligence. Un’alleanza pragmatica, priva di connotazioni ideologiche, che punta alla stabilità. Dall’altro lato, l’asse tra Arabia Saudita e Pakistan risponde a una logica diversa. Islamabad porta in dote un apparato militare consolidato e, soprattutto, il deterrente nucleare. Riyadh garantisce risorse finanziarie, peso politico e ambizioni di leadership nel mondo sunnita. L’eventuale ingresso di Egitto e Turchia trasformerebbe questa intesa in un blocco confessionale armato, con possibili effetti destabilizzanti ben oltre la Penisola Arabica.
Il vero terreno di confronto è il Mar Rosso, ormai al centro delle tensioni globali. Gli attacchi alle navi commerciali, l’instabilità dello Yemen e la pressione indiretta dell’Iran hanno dimostrato quanto questa rotta sia diventata strategica. Per l’India si tratta di un passaggio vitale, perché una parte rilevante del suo commercio con l’Europa transita da lì. Gli Emirati, snodo logistico di primo piano, non possono permettersi che il Mar Rosso venga trasformato in un teatro di scontro ideologico. L’asse India–Emirati mira a garantire la libertà di navigazione e a ridurre la tensione. Una coalizione sunnita allargata, invece, rischierebbe di accentuare la militarizzazione di uno dei choke point più delicati del commercio mondiale.
C’è poi un attore che osserva con particolare attenzione questa dinamica: Israele. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione tra Emirati e Israele su difesa, tecnologia e intelligence si è consolidata, e l’India si è progressivamente inserita in questo quadro, soprattutto sul piano della sicurezza marittima e dei sistemi di difesa avanzati. A Gerusalemme, l’ipotesi di una coalizione sunnita che includa Pakistan e Turchia viene guardata con preoccupazione, non tanto per un conflitto immediato quanto per la legittimazione regionale di attori apertamente ostili a Israele, come Ankara. In questo contesto, il rapporto tra India ed Emirati assume il ruolo di contrappeso strategico.
Nuova Delhi gioca una partita diversa rispetto agli altri attori regionali. Non esporta ideologie, non costruisce alleanze su base religiosa e non persegue leadership confessionali. La sua politica estera è guidata da interessi economici, dalla sicurezza delle rotte e dalla ricerca di stabilità. La scelta degli Emirati di rafforzare il legame con l’India invia anche un messaggio implicito a Riyadh: non tutto il mondo sunnita è disposto a seguire una deriva sempre più militarizzata e identitaria.
Ecco quindi che la visita di Mohamed bin Zayed a Nuova Delhi può segnare una linea di frattura nel Medio Oriente contemporaneo, in una regione dove storicamente l’ambiguità è una scelta tattica.






