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2025-03-10
Sarcofagi, ciotole e una stele. Dietro ai tesori di Behrens una rete di trafficanti d’arte
(Ansa)
Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie.
Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite.
L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito.
Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».
Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.
Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato.
Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».
L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati
Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione.
Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni.
In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023.
Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina».
Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti
Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti.
Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto».
Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia.
Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso.
Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte.
Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie
Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.
Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti.
La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
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Il misterioso marinaio che avrebbe accumulato fortune viaggiando nel Mediterraneo è solo una favoletta ben orchestrata per occultare il contrabbando di antichità egizie.I carabinieri per la tutela del patrimonio culturale usano un algoritmo che individua e confronta i reperti messi in vendita sul Web. Incrocia le foto sui social con quelle presenti nella banca dati dei beni sottratti.Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.Lo speciale contiene quattro articoli.Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie. Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite. L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito. Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato. Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lintelligenza-artificiale-sarruola-per-scovare-i-manufatti-trafugati" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione. Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni. In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023. Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-capolavoro-fiammingo-fatto-sparire-dai-servizi-segreti" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti. Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto». Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia. Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso. Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="cooperazione-col-nemico-usa-ceramiche-e-altri-pezzi-pregiati-tornano-a-pechino-le-41-reliquie" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte. Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti. La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
Nel giro di un decennio la Turchia ha smontato pezzo dopo pezzo il proprio apparato di sicurezza e giustizia. Epurazioni, promozioni per fedeltà politica e corruzione ad alti livelli hanno ridotto polizia, intelligence e magistratura a istituzioni più utili alla stabilità del potere che alla tenuta dello Stato. È in questo contesto – segnato dalla leadership di Recep Tayyip Erdogan e dall’alleanza con l’ultranazionalista Mhp – che, secondo Nordic Monitor, è maturata una nuova generazione di reti mafiose: più giovani, più mobili, più armate e soprattutto ormai proiettate in Europa. Il salto di qualità è duplice. Da un lato queste bande operano su tutto lo spettro criminale: droga, riciclaggio, estorsioni, contrabbando di armi. Dall’altro hanno esportato all’estero il proprio modello: faide interne, omicidi su commissione, intimidazioni pubbliche e struttura quasi paramilitare. La cronaca europea degli ultimi anni – tra agguati, arresti e sequestri di arsenali – racconta un fenomeno che non può più essere letto come semplice «delinquenza d’importazione». È la proiezione esterna di un degrado istituzionale interno.
Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando l’Akp riuscì a sopravvivere alle grandi inchieste per corruzione che avevano lambito la cerchia del premier di allora, Erdogan. Quelle indagini chiamavano in causa personaggi collegati a un promotore iraniano già sanzionato dagli Usa e a un ex finanziatore saudita di Al-Qaeda. Dopo il 2016, col «golpe di cartone» usato da Erdogan come acceleratore della purga nello Stato turco, lo smantellamento divenne sistematico: decine di migliaia di ufficiali, pm, giudici e analisti furono licenziati o incarcerati e rimpiazzati da fedelissimi spesso privi di esperienza e autonomia. E così figure allontanate in passato per legami con la criminalità organizzata sono state persino reintegrate e collocate in posizioni sensibili di controllo su polizia e tribunali.
In parallelo, Ankara ha tollerato – e talvolta usato – circuiti criminali come strumenti informali di pressione. Nordic Monitor cita due nomi diventati simbolici: Alaaddin Çakici, boss mafioso condannato, e Sedat Peker, figura emblematica dei rapporti tra politica, intimidazione e sottobosco criminale. Il risultato, sul piano sociale, è un bacino di reclutamento quasi infinito: giovani senza prospettive, spesso provenienti dalle periferie più povere di Istanbul, attratti da denaro facile, status e identità di gruppo. È da qui che spuntano clan con nomi presi dall’immaginario pop – Daltonlar, Casperlar, Red Kits, Çirkinler – aggregati flessibili ma feroci, capaci di trasformare i social in vetrina di potere. Su TikTok, Instagram e Telegram ostentano armi, lanciano minacce e costruiscono reputazioni. Il reclutamento include minorenni. Tra le sigle più note, il gruppo di Baris Boyun, nato nell’area di Beyoglu-Kasımpaşa a Istanbul. Boyun – oggi detenuto in Italia – è descritto come uno dei capi più temuti, con una rete accusata di omicidi e «servizi» per altre organizzazioni internazionali. A questa galassia viene collegato l’assassinio del boss serbo Jovan Vukotić, leader del cartello Škaljari, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Istanbul nel settembre 2022 da sicari in moto. Il «contratto», secondo l’accusa turca, avrebbe avuto un valore di 1,5 milioni di euro. Boyun, che rivendica identità curda e alevita, è al centro di una battaglia sull’estradizione e – sempre secondo Nordic Monitor – affronta anche contestazioni in Italia.
Un atto d’accusa recente contro il gruppo di Istanbul avrebbe rivelato l’uso di 40 minorenni tra 15 e 18 anni come sicari e manovalanza per estorsioni e raid armati. Molti sarebbero adolescenti siriani e azeri portati in città e spinti a sparare con promesse di denaro o minacce. Le ragazze, in alcuni casi, sarebbero state usate per filmare gli attacchi o adescare le vittime. Sul fronte rivale emergono i Dalton, guidati da Berat Can Gökdemir, curdo della provincia di Batman. Inizialmente vicino a Boyun, si sarebbe poi separato dopo una rottura. Nordic Monitor segnala che Gökdemir si troverebbe in Russia. I Dalton sono citati anche per l’attacco al consolato iracheno a Şişli (Istanbul) nel marzo 2025, presentato come rappresaglia dopo l’arresto in Iraq di Ahmet Mustafa Timo, detto «Timocan», e il suo trasferimento in Turchia. Nella rete compaiono anche arresti e rimpatri: Sinan Memi fermato a Varsavia (settembre 2024) ed estradato; Atakan Avci, condannato a 30 anni per droga, catturato a Sofia (novembre 2024). Il dossier allarga poi il quadro all’estero: a maggio 2025 i Dalton vengono indicati anche in relazione a un attacco armato contro agenti dell’intelligence greca a Salonicco durante una sorveglianza; Atene avrebbe arrestato sei cittadini turchi e sequestrato un deposito di armi. E ancora: nel settembre 2023 sei uomini della rete di Boyun furono uccisi ad Artemida, nei pressi di Atene, in un’agguato attribuito a Dalton o Red Kits.
I Red Kits sarebbero guidati da Ferhat Delen, curdo di Mardin, e vengono descritti come evoluzione di una rete nata dagli ultras del Fenerbahçe ( serie A turca) e trasformata in gang. Delen è accusato di aver orchestrato sparatorie contro capi ultras come Cem Gölbaşi e Ibrahim Gümüş, sopravvissuti. Secondo Nordic Monitor, anche lui si nasconderebbe in Grecia.
Tra i gruppi più spietati troviamo i Casper, emersi dopo un attacco notturno davanti a un ospedale di Bahçelievler, con colpi esplosi contro l’edificio per colpire un rivale ferito: feriti un poliziotto, due gendarmi, una guardia e un civile. La leadership viene attribuita a Ismail Atiz, detto «Hamuş», anch’egli di Mardin: arrestato in Germania a luglio, poi rilasciato e nuovamente fermato in Italia. Nel mosaico rientra anche il gruppo di Emrah Ayverdi, in faida con la fazione Boyun, con episodi come l’attacco con granate contro una sala matrimoni nel quartiere Eyüp. Accanto alle gang «brandizzate», ci sono clan familiari: i Bayrolar (quattro fratelli, molti all’estero) e i Baygaralar guidati dal latitante Ramazan Baygara, legato a omicidi di alto profilo, tra cui quello del vicepreside di una scuola a Tuzla.
Il punto, però, è l’Europa. La Spagna viene indicata come nuova piattaforma operativa: costa mediterranea, affitti brevi, mobilità Schengen, turismo e un ecosistema criminale già rodato tra riciclaggio e armi. Il 3 agosto 2025 a Torrevieja (Alicante) è stato ucciso Caner Koçer, figura del clan Dalton: un omicidio attribuito ai Casper per indebolire la leadership. Tre i sospetti fermati, tra cui Burak Bulut, entrato in Spagna con un’auto rubata in Francia. Poche settimane dopo, il 31 ottobre 2025, la polizia intercetta vicino Torrevieja un veicolo con targa francese e un carico di Kalashnikov: armi riconducibili a Mensur Gümüş, leader dei Çirkinler, poi arrestato con due complici. Segnali che certificano la trasformazione della Spagna: non più rifugio, ma la retrovia di una guerra tra clan. Come osserva Nordic Monitor la sicurezza europea sta subendo le conseguenze del collasso istituzionale turco. Bande digitali, giovanissime, armate e transnazionali sono ormai un problema strutturale. Non solo criminalità organizzata, ma un indicatore di come la fragilità di uno Stato possa diventare una minaccia esportabile.
Arsenali e clandestini. L’Italia è usata come base logistica
L’Italia non è più soltanto un territorio di passaggio per la criminalità straniera. Negli ultimi anni è diventata una retrovia operativa stabile per una nuova generazione di gruppi criminali turchi, strutture fluide e violente che agiscono su scala europea e che utilizzano il nostro Paese come base logistica, finanziaria e di copertura. Le inchieste giudiziarie più recenti mostrano un salto di qualità: non bande marginali, ma organizzazioni armate, capaci di muovere armi da guerra, droga e uomini lungo direttrici che collegano la Turchia ai Balcani, all’Europa centrale e al Mediterraneo.
Gli arresti disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano lo scorso 17 dicembre, si inseriscono in questo quadro. Al centro di uno dei fascicoli più delicati c’è Baris Boyun (arrestato a Viterbo nel 2024 e che è in carcere con il 41 bis dal 2024), indicato dagli inquirenti come figura di vertice di una rete accusata di associazione per delinquere armata, traffico internazionale di armi, droga, riciclaggio, falsificazione di documenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’organizzazione che, secondo l’accusa, non avrebbe avuto come obiettivo l’Italia in sé, ma avrebbe scelto il territorio italiano come piattaforma sicura da cui pianificare e sostenere attività criminali destinate a colpire altrove. Le carte giudiziarie raccontano un modello ormai consolidato che non è non sfuggito al ministero degli Interni e ai vertici del comparto sicurezza. Le azioni più violente – omicidi, attentati, regolamenti di conti – vengono progettate o consumate fuori dai confini nazionali, mentre in Italia restano le funzioni meno visibili ma decisive: l’approvvigionamento delle armi, il transito dei fondi, la protezione dei latitanti, l’organizzazione degli spostamenti. È una strategia già vista con altre mafie transnazionali, ma qui assume una dimensione particolarmente allarmante per la quantità e la qualità dell’armamento intercettato e per la capacità di muoversi rapidamente tra diversi Paesi europei.
Un primo campanello d’allarme era suonato già nel 2024, quando un’indagine partita dal Nord Italia aveva portato a una serie di arresti di cittadini turchi collegati a omicidi commessi in altri Stati europei. In quel caso, l’Italia emergeva come luogo di rifugio e riorganizzazione, non come teatro della violenza. Lo stesso schema ritorna oggi: depositi improvvisati, abitazioni di copertura, strutture ricettive utilizzate per nascondere armi e uomini. In almeno un episodio recente nel Lazio, gli investigatori hanno sequestrato armi e materiali che fanno pensare a una faida criminale importata, con radici in Turchia ma ramificazioni operative sul nostro territorio.
La domanda che attraversa tutte le inchieste è sempre la stessa: perché l’Italia? La risposta non è ideologica, ma pragmatica. L’Italia offre snodi logistici strategici, una posizione geografica centrale, collegamenti rapidi con i Balcani e l’Europa occidentale, e una lunga esperienza – anche criminale – che produce zone grigie facilmente sfruttabili. Le reti turche non paiono interessate a un controllo diretto del territorio, né a entrare in conflitto con le mafie storiche. Puntano piuttosto a inserirsi nei vuoti, a utilizzare l’infrastruttura esistente per i propri scopi, mantenendo un profilo basso sul piano della violenza locale. Sul fondo rimane un elemento politicamente sensibile, ma sempre più presente nelle analisi investigative: il legame tra l’espansione di queste organizzazioni e il progressivo indebolimento delle istituzioni in Turchia. Epurazioni, corruzione e collusioni hanno creato un contesto in cui settori della criminalità organizzata hanno potuto rafforzarsi e proiettarsi all’estero. Non è un’accusa formale allo Stato turco, ma una dinamica già vista in altri contesti: quando i controlli interni si allentano, il crimine si internazionalizza. La mafia turca, a differenza delle organizzazioni tradizionali, non cerca mai il consenso sociale e non ha bisogno di radicamento culturale. È una criminalità pragmatica, mobile, ben armata, che ragiona per reti e non per territori. Ed è proprio questa caratteristica a renderla difficile da intercettare e, allo stesso tempo, estremamente pericolosa. Gli arresti delle ultime settimane dimostrano che l’attenzione delle procure è alta, ma mostrano anche un dato inquietante: l’Italia rischia di essere percepita sempre più come un retroterra sicuro per guerre criminali combattute altrove. Una condizione che, se sottovalutata, può trasformare una base logistica silenziosa in un problema di sicurezza nazionale. I reati, scrive il procuratore di Milano Marcello Viola, «sono tutti finalizzati a destabilizzare gli assetti dello Stato turco e a creare allarme sociale anche in Europa».
A rendere il quadro ancora più critico è la dimensione europea del fenomeno. Le indagini italiane si intrecciano sempre più spesso con dossier aperti in Germania, Olanda, Belgio e nei Paesi scandinavi, dove gli stessi nomi e le stesse sigle riemergono in contesti diversi. Le reti criminali turche dimostrano una notevole capacità di adattamento: cambiano Paese, mutano gli assetti, sfruttano i vuoti normativi e la lentezza delle cooperazioni giudiziarie. In questo scenario, l’Italia non è un’eccezione ma un anello strategico. Un dettaglio, nelle informative, torna con insistenza: la centralità dei «servizi» collaterali, quelli che non sparano ma rendono possibile tutto il resto. Appartamenti intestati a prestanome, auto a noleggio pagate in contanti, telefoni e sim intestate a soggetti di comodo, money transfer spezzettati in micro-trasferimenti, società usa-e-getta utili a giustificare flussi di cassa e spostamenti. È la normalità apparente che protegge l’eccezione criminale. E poi c’è il capitolo delle armi: non soltanto pistole, ma disponibilità di materiale che suggerisce la volontà di reggere uno scontro, di intimidire, di imporre disciplina interna. Quando una rete così si appoggia a un territorio, anche senza «fare guerra» in casa, lascia tracce. Il punto è intercettarle prima che diventino sistema.
«I killer offrono i loro servizi su Telegram»
Elisa Garfagna studia i fenomeni criminali e terroristici sul web.
Che cosa fanno i mafiosi turchi sui social network?
«Oggi le reti criminali turche non si nascondono più nell’ombra, ma hanno invaso il mondo digitale trasformando le app di messaggistica in veri e propri marketplace della violenza. Sulle piattaforme crittografate si vendono omicidi, estorsioni e traffico di droga con una sfrontatezza disarmante. Il loro obiettivo principale è la propaganda: usano i social per adescare i giovanissimi, ostentando una vita fatta di auto di lusso, mazzette di contanti e armi pesanti, dipingendo il crimine come l’unica via d’uscita per ottenere rispetto e potere. La vera svolta però è l’arruolamento: certi canali chiedono agli aspiranti killer di inviare un curriculum vitae dettagliato, specificando le proprie “competenze” nel mondo del malaffare».
Quali sono le piattaforme preferite ?
«Il quartier generale di questa malavita 2.0 è senza dubbio Telegram. La protezione offerta dalla crittografia ha permesso la proliferazione di canali dai nomi agghiaccianti come “Il posto del sicario” (Tetikçi Mekanı) o “Squadra di assassini” (Suikast Timi). Questi spazi funzionano come club privati: sono comunità chiuse dove si entra solo con il via libera dell’amministratore, come accade per il gruppo “Tetikçi Nsth”, nato appena nel novembre 2024. Questa precisa struttura rende quasi impossibile il lavoro di infiltrazione e monitoraggio per polizie e investigatori».
Ci sono casi conosciuti di minori ingaggiati per compiere crimini?
«Purtroppo non è solo un sospetto, ma una strategia ben precisa e in forte crescita: solo nel 2024 si è registrato un aumento del 13% dei sospettati minorenni. Le gang approfittano del codice penale turco, che permette agli under 18 di godere di sconti di pena fino al 75%. Un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica è quello del ventunenne Görkem Mete: nel maggio 2025 ha confessato di aver accettato un “contratto” via Telegram per 250.000 lire, volando fino a Cipro del Nord per crivellare di colpi un’auto, il tutto mentre riceveva istruzioni in tempo reale via chat dai suoi mandanti in Turchia».
È vero che offrono omicidi su commissione, e quanto costano?
«La realtà supera la finzione di un romanzo criminale! Questi gruppi pubblicizzano “servizi di esecuzione professionale” con slogan che sembrano pubblicitari, tipo “Kralına bir gece suikast” ovvero “Un attentato al re in una notte” promettendo esecuzioni notturne impeccabili. Il listino prezzi per un omicidio a Istanbul oscilla solitamente tra i 2 e i 3 milioni di lire turche, circa 60-90.000 dollari. Per chi ha meno budget, esistono opzioni più economiche che partono da 200.000 lire (7.000 dollari), e la normalizzazione è tale che in alcuni canali vengono proposti persino pagamenti a rate per finanziare un delitto».
Quali altri servizi pubblicizzano?
«Il catalogo del crimine è vasto. Si possono commissionare incendi dolosi per 350 dollari o sparatorie intimidatorie contro uffici per 1.400 dollari. Telegram è anche la corsia preferenziale per i trafficanti di uomini: gruppi con migliaia di iscritti offrono rotte verso l’Italia o la Germania a circa 4.500 euro a testa. Il prezzo raddoppia per i latitanti o chi ha il passaporto bloccato dalla magistratura, arrivando a oltre 10.000 euro. Sotto nomi di facciata come “servizi di corriere”, si nascondono poi il traffico di droga e complessi servizi di “protezione” mafiosa».
Perché le piattaforme non bloccano questi gruppi?
«Il problema è digitale e sociale al tempo stesso. L’anonimato digitale permette ai criminali di incassare il denaro e far sparire l’account in pochi secondi, rendendo inutili tutte le segnalazioni. Ma a pesare è soprattutto la cornice sociale turca: con una disoccupazione giovanile che tocca il 15,1% e un sistema dove la carriera dipende dalla fedeltà politica a Recep Tayyip Erdogan piuttosto che dal merito, moltissimi giovani finiscono per vedere in queste vetrine digitali della morte l’unica possibilità concreta di guadagno e di riscatto».
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L'economista Gabriele Guzzi. Nel riquadro il suo libro «Eurosuicidio»
Nell’ultimo decennio di critiche all’euro ne sono state mosse tante, penso per esempio al premio Nobel Joseph Stiglitz. In Italia il principale precursore è stato Alberto Bagnai, poi approdato tra le file della Lega. Che debito ha nei confronti di questi autori?
«Il mio libro parte proprio dal fatto che esiste uno iato abissale tra le conclusioni cui è giunta la teoria economica più importante a livello internazionale e il dibattito pubblico egemone. Vuole essere una sintesi nuova di tanti contributi a me precedenti, almeno dal 1970, con l’aggiunta di tre elementi: una nuova ricostruzione storica sul fallimento strutturale dell’Ue, una riflessione filosofico-politica - altrove carente o del tutto assente - e un aggiornamento rispetto alla crisi delle istituzioni europee degli ultimi anni, dall’inizio della guerra in Ucraina, che ha reso impossibili da negare tutti i difetti originari dell’Ue».
Ciononostante, in Italia è ancora un tabù mettere in discussione l’euro. Si ripete che siamo stati noi a non saperne sfruttare i vantaggi…
«Il declino economico che ha vissuto l’Italia all’interno dell’Unione europea non ha paragoni nella storia del capitalismo moderno. Una nazione che cresceva a tassi molto elevati, con industrie in settori ad alta tecnologia, inserita nelle catene globali del valore… Un’economia capitalistica avanzata che interrompe quasi improvvisamente il suo percorso di crescita non ha eguali nel capitalismo moderno. E questo declino è cominciato esattamente con il processo di integrazione monetaria. Vuol dire che è tutta colpa dell’euro? No, ma l’euro si è andato a sommare a difetti già presenti che, però, non ci impedivano di crescere più della Germania, della Francia, del Regno Unito e persino degli Stati Uniti in alcuni anni».
Che cosa è successo?
«Che le principali fonti di domanda aggregata sono state bloccate dall’adesione al progetto europeo. Abbiamo fatto austerità più di tutti, privatizzato più di tutti, precarizzato il lavoro più di tutti. E perdere le leve di politica monetaria, per un’economia che aveva vissuto prima alti tassi di inflazione, ha prodotto un peggioramento della competitività internazionale. Che poi, come noto, è stata recuperata attraverso un processo di deflazione salariale. L’Italia è cresciuta così poco perché è stata la più brava della classe, perché è stata la più europeista di tutte, perché ha seguito le indicazioni di policy in praticamente tutti gli ambiti della vita collettiva, dall’industria alla sanità, al lavoro, alle politiche fiscali. E ora dovremmo essere ancora più preoccupati, perché l’Ue sta ampliando i poteri non solo sulla moneta ma anche sull’esercito, facendo persino più danni».
Eppure la maggior parte della classe dirigente invoca «più Europa».
«Qui tocchiamo la questione filosofico-politica e spirituale che esplicito nel libro: a mio avviso si deve parlare di una teologia politica dell’euro. Non bastano le ragioni economiche, il conflitto di classe e la postura geopolitica, tutti elementi reali, a spiegare questa adesione acritica e dogmatica delle élite italiane al processo di integrazione. L’Ue è stato un grande strumento di accentramento di ricchezza; è stato un modo per esplicitare la nostra adesione al consesso occidentale, perché l’Italia era stata fino agli anni Ottanta un Paese troppo importante ma anche troppo imprevedibile; ha introdotto un vincolo esterno, come esplicitato dai Guido Carli, i Mario Draghi e i Ciampi, per modificare surrettiziamente la Costituzione; ma è stato anche un sostituto religioso-politico di una classe dirigente in crisi di identità. D’altronde i due partiti che avevano guidato dialetticamente la Prima Repubblica, Pci e Dc, affrontavano una crisi definitiva proprio negli anni in cui l’integrazione accelerò. Quelle tradizioni avevano sempre avuto un riferimento spirituale, rivoluzionario, chiamiamolo escatologico-messianico: entrati in crisi i loro riferimenti, hanno preso l’euro e l’Ue come un feticcio per ridarsi una legittimità interna senza affrontare i problemi. Ecco perché l’Unione europea è così un indicibile in Italia rispetto ad altri Paesi: perché noi non ci siamo avvicinati con razionalità e realismo, ma con il dogmatismo e l’entusiasmo dei neoconvertiti».
Un altro grande leitmotiv dell’apologetica europeista è che i salari non sono cresciuti perché si è arenata la produttività. Recentemente, però, perfino Francesco Giavazzi ha ammesso che la svalutazione del lavoro spinge gli imprenditori a investire meno in tecnologia e puntare più su produzioni ad alta intensità di lavoro.
«La teoria economica post-keynesiana insegna che la domanda aggregata incide sulla crescita non solo nel breve ma anche nel lungo periodo, quindi anche sulle dinamiche di produttività. Ci si arriva con il buon senso: l’ampiezza della domanda rappresenta sostanzialmente un incentivo a investire. Quindi il blocco della domanda può avere causato o concausato la conversione strutturale dell’economia italiana dai settori ad alto investimento tecnologico a quelli che richiedono pochi investimenti ma hanno bassissima produttività. Poi non dimentichiamoci che l’integrazione europea ha richiesto la privatizzazione dell’Iri, che più di tutti faceva ricerca e sviluppo. Siamo nell’epoca delle “conversioni senza pentimento”: i membri dell’establishment incominciano ad affermare cose di buonsenso, senza però dirci come mai nei 30 anni precedenti hanno pensato, dichiarato e fatto l’esatto opposto. È un bene che la verità si riveli, ma non bisogna dimenticare. Ecco, il mio libro vorrebbe contribuire a mettere in ordine i fatti, poi ognuno la può pensare come vuole».
Nel tempo l’Ue è diventata un problema anche per il mondo?
«L’Unione europea è un grossissimo problema innanzitutto per sé stessa. L’Eurosuicidio, per 30 anni un fenomeno principalmente italiano, ora si sta diffondendo anche ad altri grandi Paesi: la Francia sta affrontando un bivio di natura costituzionale, come noi nel 1992, tra il vincolo interno e il vincolo esterno, tra la repubblica e Maastricht; la Germania sta pagando 30 anni di impostazione neomercantilista e ordoliberale su cui ha sì guadagnato, grazie all’euro, ma costringendo la propria economia a una carenza di investimenti per rimanere competitiva. Per dieci anni ha venduto le merci ai Paesi del Sud Europa, e per i successivi 15 alla Cina e agli Stati Uniti. Gli Usa a un certo punto si sono stufati di essere i loro compratori di ultima istanza e la Cina ha investito molto e ora le macchine se le produce in casa. Quindi anche la Germania, che aveva tratto vantaggio dall’euro, ora sta pagando dazio per la propria cecità».
A proposito di oblio della storia, gli ultimi due riarmi tedeschi hanno portato ad altrettante guerre mondiali. È evidente che l’obiettivo ora sia invertire la crisi dell’industria teutonica, resa possibile anche dall’euro. Qui la lettura filosofico spirituale si trasforma in angoscia...
«Forse occorre introdurre anche qualche elemento psichiatrico, perché questa vocazione suicidaria, dall’industria alla guerra in Ucraina, si spiega solo se noi assumiamo la categoria di un cambio di epoca, di un disfacimento delle ideologie che hanno fondato l’Unione. È un tempo di passaggio, quindi molto pericoloso, ma potenzialmente anche fecondo e positivo. La fine di questa grande fase neoliberale combacia nel nostro continente con la fine dell’Ue».
Quanto durerà l’agonia?
«Giorgio Ruffolo diceva che il capitalismo ha i secoli contati, io invece credo che l’Unione europea non arrivi all’ambito dei secoli. Allo stesso tempo, però, queste classi dirigenti faranno di tutto per negare ulteriormente la realtà e protrarre il più possibile la fine, che coincide con la loro».
Che dovrebbe fare l’Italia, attendere o agire per prima?
«Io credo che in Italia oggi manchino i presupposti per una vera azione politica: per una disfunzione istituzionale la politica democratica non è in grado di esercitare pienamente i suoi mandati. Questo è un punto che a mio avviso qualunque governo e qualunque Parlamento, di destra o di sinistra, devono urgentemente affrontare. Altrimenti non penso sia possibile affrontare la fine dell’Ue. Allo stesso tempo, bisogna considerare quanto accade negli altri Paesi: certamente la Francia ma ancora di più la Germania avranno nei prossimi anni molti elementi di divergenza forti con l’Ue, dal riarmo alla conflittualità con la Russia. La postura italiana della “vigile attesa” ha una sua plausibilità, ma neanche può essere una giustificazione. Bisogna comunque prepararsi a un mondo che è cambiato e allo scenario, sempre più probabile, della dissoluzione dell’Ue».
Tra le righe di questo discorso c’è il Quirinale?
«È ovvio che negli ultimi 15 anni il Quirinale, cui già la nostra Costituzione affida poteri importanti, ha assunto un peso politico crescente. Più che l’elezione del prossimo presidente, credo sia fondamentale un riordino istituzionale nel rapporto tra Quirinale, governo e Parlamento: una priorità per chi vuole porre la sovranità democratica al centro della sua agenda».
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