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2025-03-10
Sarcofagi, ciotole e una stele. Dietro ai tesori di Behrens una rete di trafficanti d’arte
(Ansa)
Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie.
Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite.
L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito.
Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».
Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.
Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato.
Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».
L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati
Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione.
Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni.
In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023.
Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina».
Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti
Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti.
Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto».
Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia.
Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso.
Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte.
Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie
Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.
Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti.
La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
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Il misterioso marinaio che avrebbe accumulato fortune viaggiando nel Mediterraneo è solo una favoletta ben orchestrata per occultare il contrabbando di antichità egizie.I carabinieri per la tutela del patrimonio culturale usano un algoritmo che individua e confronta i reperti messi in vendita sul Web. Incrocia le foto sui social con quelle presenti nella banca dati dei beni sottratti.Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.Lo speciale contiene quattro articoli.Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie. Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite. L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito. Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato. Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lintelligenza-artificiale-sarruola-per-scovare-i-manufatti-trafugati" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione. Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni. In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023. Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-capolavoro-fiammingo-fatto-sparire-dai-servizi-segreti" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti. Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto». Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia. Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso. Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="cooperazione-col-nemico-usa-ceramiche-e-altri-pezzi-pregiati-tornano-a-pechino-le-41-reliquie" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte. Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti. La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatti, la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale» (Gonzague de Reynold). Riassunto in parole povere, l’Europa o è cristiana o non è. In realtà questa affermazione si estende a tutte le nazioni cristiane, dalle Americhe all’Australia, quindi il riassunto è: tutto l’Occidente cristiano o è cristiano o si dissolve come civiltà. L’unica via di uscita al nostro suicidio è ricristianizzare l’Occidente.
Il suicidio dell’Occidente è cominciato con l’illuminismo, il primo atto della scristianizzazione. Una volta creato un vuoto, una volta cacciato Cristo dalla storia, la storia si riempie di altro, per esempio il comunismo sovietico e il nazismo tedesco. Nel saggio Novecento. Il secolo del male (Lindau), Alain Besançon li definisce «gemelli eterozigoti». Il ’68 nasce dalla scristianizzazione e scristianizza ulteriormente, riempiendo il vuoto con la promiscuità sessuale, le aggressioni alla famiglia, il diritto all’assassinio del bimbo in stadio prenatale, la rivolta permanente. L’esoterismo riempie il vuoto, insieme alla psicologia, spesso associati. L’esoterismo è la versione colta della superstizione, la riedizione dell’eresia gnostica, a cominciare dal New Age. A sostituire il cristianesimo sia culturalmente che demograficamente ora abbiamo l’islam. I file Epstein stanno sconvolgendo il mondo, anzi, peggio, non lo stanno sconvolgendo, non sta succedendo nemmeno l’1% di quello che dovrebbe succedere, tanto più che sono stati desecretati solo i file meno sconvolgenti. Il mondo scopre che i signori del mondo sono criminali della peggior specie e anche troppo idioti da capire che se sei uno dei signori del mondo non devi metterti in condizione di essere ricattabile. Possiamo parlare serenamente di Satana? Satana ha preso il posto lasciato vuoto dalla scristianizzazione. Cosa sono i file Epstein se non qualcosa di satanico, quell’ufficiale darsi a Satana cominciato dall’illuminista Marchese di Sade, che aveva affermato che, una volta tolto Dio, l’etica non ha più senso. Quindi dobbiamo cristianizzare, unica strada per la salvezza del mondo, per la salvezza di un possibile futuro e soprattutto per la salvezza delle nostre anime, che esisteranno ancora anche quando l’universo sarà finito.
Per questo è così importante il film Sacro Cuore ed è così importante che venga anche in Italia. Sacro Cuore è un documentario che non si guarda soltanto: si attraversa, come si attraversa una terra ignota e amichevole. Guardare il film è un viaggio potente, poetico e coraggioso nel mistero più profondo della fede cristiana, capace di scuotere anche i cuori più distanti e di riaccendere la fiamma sopita di chi aveva smesso di credere. Firmato da un gruppo di cineasti giovani ma ispirati, Sacro Cuore esplora il simbolismo millenario del Cuore di Gesù come sorgente d’amore, di riparazione e di misericordia. Il film getta uno sguardo profondo sulla nostra sete di senso, di perdono, di appartenenza. Ogni testimonianza è un frammento di luce che ferisce la superficie dell’indifferenza contemporanea. Il cammino di Sacro Cuore non è stato facile. In Francia, Paese di straordinaria tradizione cattolica ma anche di un cosiddetto laicismo rigidissimo con il cristianesimo e acquiescente con l’islam, il documentario ha incontrato un muro di silenzio e un vero e proprio boicottaggio. Diverse sale hanno ritirato la programmazione a pochi giorni dall’uscita, alcuni media si sono rifiutati di parlarne, e i canali televisivi pubblici hanno chiuso le porte a qualsiasi forma di promozione. Il film evidentemente fa paura: troppo esplicito nel suo messaggio spirituale, troppo lontano da un certo conformismo culturale. Ma il pubblico, ancora una volta, ha smentito i pregiudizi.
La storia comincia nel XVII secolo. Fu una donna, umile e nascosta, a ricevere la chiamata a rivelare questo abisso d’amore: Santa Margherita Maria Alacoque, suora visitandina di Paray-le-Monial. Nelle sue visioni, essa vide il Cuore di Gesù, fiammeggiante e coronato di spine, che le parlò con voce ardente di misericordia e dolore. Le chiese di diffondere la devozione al suo Cuore, sorgente di grazia e rifugio per i peccatori, ferito dall’indifferenza dei cuori umani. Da allora, ogni primo venerdì del mese divenne un’offerta di riparazione, ogni giovedì sera un’ora santa di adorazione e consolazione. I gesuiti raccolsero il suo messaggio e lo portarono nel mondo, e San Giovanni Bosco lo trasformò in fiamma viva tra i giovani. Il Sacro Cuore è simbolo dell’amore di Dio per l’umanità, un amore che non castiga ma chiama.
Il passaparola è esploso, le proiezioni indipendenti si sono moltiplicate, e quello che doveva essere un piccolo film «di nicchia» è diventato un caso nazionale. Secondo i produttori, Sacro Cuore avrebbe già raggiunto un pubblico di centinaia di migliaia di spettatori, numeri sorprendenti per un documentario a tema religioso. Il dato più straordinario, e forse il più difficile da raccontare con fredde statistiche, è l’impatto trasformativo del film. Non pochi sacerdoti, religiosi e laici testimoniano di conversioni reali, di vite cambiate. Si parla di oltre 1.500 persone che si sono riavvicinate alla fede solo nelle prime settimane d’uscita, e secondo alcune fonti interne alla distribuzione oltre 3.000 spettatori hanno intrapreso un cammino concreto di riscoperta del cristianesimo dopo aver visto il documentario. La forza di Sacro Cuore sta proprio qui: nell’incontro tra arte e grazia. La regia utilizza immagini di un’estetica quasi mistica, giochi di luce, paesaggi naturali, volti che si aprono alla preghiera, accompagnate da una colonna sonora che accarezza e innalza. È un film che non impone, ma invita; non predica, ma testimonia. Un cinema che pretende di essere esperienza e non propaganda. In un tempo in cui l’industria tenta di seppellire ogni traccia di trascendenza, Sacro Cuore osa pronunciare l’inaudito: che l’uomo non può vivere senza amore, e che l’Amore, quello vero, totale, redentore, ha un volto, un cuore pulsante che batte ancora per noi. Boicottato, sì, ma anche benedetto da un fervore popolare che nessuno aveva previsto. Sacro Cuore resta una prova vivente che la bellezza, quando è sincera e piena di verità, non si può silenziare: trova sempre la strada per farsi ascoltare. E il cuore, quando è toccato, sa riconoscere la verità anche in mezzo al rumore del mondo.
Un film, dunque, non solo bello, ma necessario. Per non perderlo occorre chiedere che sia trasmesso anche nella propria città. Occorre compilare il forum su www.sacrocuorefilm.it, oppure scrivere a info@dominusproduction.com, perché il produttore italiano, Dominus Production, sappia dove organizzare le proiezioni. Per cominciare a riempire il vuoto. E, ancora più importante, poi finiamo di riempire il vuoto: adorazione tutti i giovedì, Messa, confessione e comunione tutti i primi venerdì del mese e lasciamo che la grazia entri i nostri cuori, cacciando le angosce, riempiendo i vuoti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino commenta il Board of Peace e la conferenza sulla sicurezza di Monaco.
I quattro membri dell'equipaggio sono stati lanciati a bordo di un razzo Falcon 9 dal Kennedy Space Center della Nasa in Florida, venerdì 13 febbraio. Dopo aver trascorso circa 34 ore in orbita attorno alla Terra e aver raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale, i membri dell'equipaggio Crew-12 si sono preparati per l'attracco.
Sophie Adenot e Jack Hathaway, entrambi con lunga esperienza di piloti collaudatori, hanno approfittato di questo tempo per familiarizzare con la vita e il lavoro in microgravità.
Una volta aperti i portelli, l'equipaggio è stato accolto a bordo dall'astronauta della Nasa Christopher Williams e dai cosmonauti della Roscosmos Sergei Kud-Sverchkov e Sergei Mikayev, che si trovano sulla Stazione dal loro arrivo con una Soyuz nel novembre 2025.
Sophie Adenot dell'Esa e Jack Hathaway della Nasa hanno poi ricevuto le loro «ali da astronauta» dal comandante della Stazione Sergei Kud-Sverchkov con una breve cerimonia. L'equipaggio Crew-12 ha anche espresso la propria gratitudine ai team della Nasa e di SpaceX per il volo senza intoppi e ha condiviso il proprio entusiasmo nell'iniziare il lavoro a bordo.
Con Sophie a bordo, la missione εpsilon è ufficialmente iniziata. Con una durata prevista di nove mesi, εpsilon è destinata a diventare la missione astronautica più lunga dell'Esa fino ad oggi. Durante la sua permanenza sulla Stazione, la Adenot ricoprirà il ruolo di specialista dell'equipaggio sia per Columbus, il modulo laboratorio europeo, che per Kibo, il modulo scientifico giapponese.
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Una vista della distruzione dopo gli attacchi condotti da gruppi armati nelle aree di Woro e Nuku nello Stato di Kwara, in Nigeria, il 5 febbraio 2026 (Getty Images)
Oggi Boko Haram si è divisa e la parte originaria ha preso il controllo delle rive del lago Ciad, mentre un grosso gruppo secessionista si è unito allo Stato Islamico, nel network chiamato Iswap (Islamic State of Wesr Africa). Anche al-Qaeda ha fatto proselitismi in Nigeria ed ha iniziato a colpire con forza da ottobre 2025 con i combattenti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin-JNIM).
Uccisioni, saccheggi, incendi e rapimenti sconvolgono ormai anche le regioni centrali, a maggioranza cristiana, dove chiese e complessi parrocchiali sono diventati un obiettivo primario. L’offensiva più violenta ha colpito gli stati di Kwara e Kaduna, due aree che erano state solamente sfiorate dal jihadismo, ma che dimostrano come il fenomeno sia ormai incontrollabile. L’ultimo episodio, avvenuto pochi giorni fa, ha visto il rapimento di una trentina di persone nel villaggio di Kugir, al confine fra Kaduna e il territorio federale della capitale Abuja, compreso il catechista dello locale chiesa di San Giuseppe e la moglie al settimo mese di gravidanza. Il giorno precedente un gruppo di uomini armati aveva rapito 11 persone, compreso un sacerdote, uccidendone altre 3, nell’area del governo locale di Kajuru, una serie di crimini confermati dall’arcidiocesi cattolica di Kafanchan che ha dichiarato che il rapito è padre Nathaniel Asuwaye, parroco della Chiesa della Santa Trinità di Karku.
Il 4 febbraio nel villaggio di Woro, nello Stato di Kwara, si è verificato uno dei peggiori attacchi della storia nigeriana, con la strage di 174 persone, massacrate a colpi di mitra per le strade della cittadina, dove i gruppi armati hanno anche incendiato abitazioni e negozi, devastando totalmente il villaggio. Woro era abitato in prevalenza da musulmani ed i terroristi erano arrivati il giorno precedente con l’obiettivo di reclutare nuovi adepti. Al rifiuto della popolazione locale di arruolarsi sono tornati massacrando tutti, accusandoli di essere degli infedeli. «Non esiste nessun altro paese nel quale 10 persone vengono uccise il lunedì, 50 il martedì, 100 rapite il mercoledì. E questo continua ogni settimana. Come può un Paese andare avanti in questo modo? Come può essere ignorato?». Lo sfogo di monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, fotografa in pieno una situazione fuori controllo che vede il gigante africano sempre più preda del terrorismo islamico. In Nigeria nel 2025 sono state quasi 4000 le vittime per motivi di fede, stando all’ultimo rapporto di Open Doors, con la nazione africana che si conferma l’epicentro mondiale delle violenze contro i cristiani, rappresentando il 70 per cento del totale globale.
La Nigeria rientra tra gli stati con un livello estremo di persecuzione e negli ultimi mesi si sono moltiplicati i rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti. Il presidente statunitense Donald Trump a dicembre scorso ha ordinato una serie di attacchi aerei sugli stati di Sokoto e Zamfara, nel nord del paese, che sono stati condotti con missili droni su aree diverse, anche a centinaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, concentrandosi sui cosiddetti santuari jihadisti, scelti in collaborazione con l’esercito nazionale. Il tycoon americano aveva minacciato interventi ancora più corposi se fossero continuati gli attacchi contro i cristiani e gli islamisti sembrano quasi averlo preso come una sfida, scatenando la peggior offensiva da anni.
Trump accusa il governo locale di non fare nulla per difendere la minoranza, anche se il presidente Bola Tinubu ha più volte garantito personalmente un rafforzamento delle misure di difesa. L’esercito nigeriano ha inviato un battaglione di forze speciale da dispiegare sul territorio e dare la caccia ai terroristi, ma le truppe di Abuja si sono rivelate sempre inadeguate allo scontro. Washington ha concordato l’invio di quello che in gergo si chiama dispositivo ridotto, cioè una task force di una decina di consiglieri militari, che già in questi giorni verranno affiancati da un primo contingente di 200 soldati americani inviati per addestrare l'esercito nigeriano nella lotta contro il terrorismo. Questi uomini dovranno aiutare le forze locali ad individuare bersagli per attacchi aerei mirati tramite l'uso dell'intelligence, ma non saranno coinvolti direttamente in operazioni di combattimento. Almeno in questa prima e convulsa fase.
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