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2025-03-10
Sarcofagi, ciotole e una stele. Dietro ai tesori di Behrens una rete di trafficanti d’arte
(Ansa)
Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie.
Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite.
L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito.
Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».
Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.
Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato.
Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».
L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati
Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione.
Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni.
In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023.
Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina».
Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti
Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti.
Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto».
Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia.
Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso.
Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte.
Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie
Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.
Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti.
La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
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Il misterioso marinaio che avrebbe accumulato fortune viaggiando nel Mediterraneo è solo una favoletta ben orchestrata per occultare il contrabbando di antichità egizie.I carabinieri per la tutela del patrimonio culturale usano un algoritmo che individua e confronta i reperti messi in vendita sul Web. Incrocia le foto sui social con quelle presenti nella banca dati dei beni sottratti.Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.Lo speciale contiene quattro articoli.Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie. Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite. L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito. Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato. Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lintelligenza-artificiale-sarruola-per-scovare-i-manufatti-trafugati" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione. Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni. In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023. Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-capolavoro-fiammingo-fatto-sparire-dai-servizi-segreti" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti. Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto». Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia. Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso. Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="cooperazione-col-nemico-usa-ceramiche-e-altri-pezzi-pregiati-tornano-a-pechino-le-41-reliquie" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte. Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti. La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Ci sono molti modi con i quali un leader può schiantarsi. Il primo, il più glorioso, è combattere con forze inferiori una battaglia giusta. Il secondo è sbagliare la tattica e la valutazione delle forze in campo. Poi c’è la sconfitta che nasce dai consigli errati dei propri collaboratori. Ma la vera disfatta è quella che matura per aver dato ascolto ai consigli degli avversari. E l’ultimo scenario è esattamente quello che rischierebbe di verificarsi se Giorgia Meloni, in un momento di follia, ascoltasse l’astuta dritta che le stanno dando i «giornaloni» sul generale Roberto Vannacci, ovvero prenderlo di petto e scatenare un duello rusticano, per poi spostarsi al centro. E poi chissà, non lo dicono, ma il sogno è sempre che il capo di Fratelli d’Italia aderisca al Ppe.
Ieri, l’editoriale principale del Corriere della Sera era affidato a Ernesto Galli della Loggia, che è partito costruendo da zero un avvincente giallo, chiedendosi se non ci sia una «sorta di storia segreta del governo». L’idea gli è venuta riflettendo «sull’irruzione sulla scena del generale Vannacci con i tempi e i modi della sua ascesa folgorante, con i sondaggi sempre più lusinghieri che l’accompagnano. E dunque con il carattere oggettivamente destabilizzante nei confronti del governo». Il politologo si chiede se Vannacci sia pronto, di qui alle elezioni, ad altre mosse per creare scompiglio nel quadro politico e intanto butta lì che è molto vicino alla Russia di Vladimir Putin e che la Meloni non è più così vicina all’Ucraina. Non lo sfiora l’ipotesi che siano passati quattro anni e che la guerra sia da tempo a un punto morto. In ogni caso, Galli della Loggia consiglia alla Meloni «una battaglia a viso aperto contro Vannacci che però non lo mistifichi bensì lo consideri per quello che è. Dunque una battaglia contro una destra reazionaria e fascistoide, legata all’autocrazia putiniana - definita per quello che è - da parte, invece, di una destra europea, europeista, conservatrice nei valori ma liberale per quanto riguarda i diritti». E il dividendo politico di questa mossa? Sarebbe «l’apertura verso il centro».
Sempre ieri, sulla Stampa di Torino, Veronica De Romanis sostiene che «per provare a ridimensionare l’avanzata del generale Vannaci, un’arma ci sarebbe e la possiede Giorgia Meloni». Governare bene e ignorarlo? Ma no, troppo intuitivo. Per l’economista il premier è stato bravo in economia perché «non ha mantenuto le promesse elettorali» e ha scelto il rigore. E quindi, davanti ai progetti del generale, dovrebbe «rivolgersi ai suoi potenziali elettori, smascherandolo con il racconto della verità». Anche qui, scontro frontale con Vannacci e medaglietta guadagnata con i mercati e l’establishment.
Meno strutturata, la strategia consigliata alla Meloni da Massimo Gramellini. Il notista del Corriere, già due settimane fa, intervenendo su La7 a DiMartedì, aveva sostenuto che il premier potrebbe spostarsi a destra, inseguendo i voti di Vannacci, oppure «sfruttare la sua stessa esistenza» per ritagliarsi un profilo più moderato, «alla Angela Merkel». Mentre venerdì scorso, nella sua rubrica quotidiana sul Corriere, dopo aver visto l’esibizione di Vannacci da Lilli Gruber, ammetteva che il capo di Futuro nazionale «non è un troglodita». Insomma, il consiglio è sempre quello di affrontarlo e di trattare.
Tutti questi consigli arrivano oggettivamente da mezzi d’informazione per nulla contenti della maggioranza di centrodestra. E la pubblicazione della foto di ieri, con i quattro leader del Campo largo sorridenti in quella specie di enoteca, li ha probabilmente fatti sognare su un possibile cambio di regime. Ci sta tutto, ma ricordare lo schieramento politico dei giornali dai quali arrivano le istruzioni alla destra per maneggiare Vannacci è doveroso.
Nel merito, come ha scritto il direttore della Verità Maurizio Belpietro, il centrodestra non può non tener conto del fatto che alcuni temi sollevati dal generale, a cominciare dalla difesa della famiglia e dei confini nazionali, sono in tutto e per tutto del centrodestra. Ben prima che il generale si candidasse. Quindi non si capisce perché la Meloni dovrebbe andare a cacciarsi in un duello rusticano con Vannacci, per poi spingersi al centro e stare lì, buona buona, a farsi dettare l’agenda da Mario Draghi e Ursula von der Leyen. L’ex parà cavalca dei temi, dalla sicurezza all’immigrazione clandestina, dalla famiglia all’Ue, che sono quelli sui quali il centrosinistra ha già perso nel 2022. Se c’è una logica, le campagne di Vannacci sono un problema per i Quattro della cantinetta.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Chiaramente sappiamo che in una regione del genere la pace è sempre una cosa fragile e va costruita, difesa, accompagnata ogni giorno ed è quello che faremo in queste settimane. Ci aspettiamo che ora Israele operi come attore positivo nel percorso di pace e che l’inevitabile dibattito interno dettato anche dalla campagna elettorale non metta a repentaglio il percorso faticoso che gli Stati Uniti hanno avviato».
A proposito di Stati Uniti, molto interesse ha suscitato il riavvicinamento con Donald Trump: «Ho trovato il rapporto con lui immutato», sottolinea la Meloni, «nel senso che non c’è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non è che ci sono state tra noi recriminazioni o che abbiamo parlato di quello che è successo nelle ultime settimane. Io e Donald Trump siamo due persone che hanno un loro carattere abbastanza forte, siamo due persone che difendono con determinazione il loro interesse nazionale, non c’è bisogno che ci chiariamo quando non siamo d’accordo su qualcosa, perché ognuno capisce ovviamente quale può essere il punto di vista dell’altro e quindi siamo ripartiti direttamente parlando di ciò che va fatto con la stessa naturalezza con cui lo facevamo fino all’ultima volta che ci siamo incontrati prima di questa occasione».
Non poteva mancare una domanda sulla politica interna, e in particolare sul rapporto e l’eventuale alleanza tra il centrodestra e Futuro nazionale, il partito di Roberto Vannacci: «È un tema che non mi sono posta», risponde Giorgia Meloni, «mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che si sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano. Dopo di che vedo una certa funzionalità per la sinistra. Lo considero abbastanza normale. Considero molto meno normale», aggiunge, «che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra. Non sarà la mia alleanza con questo o con quest'altro a farmi vincere o perdere le elezioni, sarà il giudizio che complessivamente gli italiani danno del lavoro che ho fatto. Ho imparato che la politica non è mai aritmetica».
La Meloni attacca Vannacci sulla questione del femminicidio: «Quello che penso l’ho dimostrato con una legge che questo governo ha fatto per introdurre il reato di femminicidio. Perché il tema del femminicidio non è che gli uomini o le donne abbiano un valore diverso quando vengono uccisi: il tema, esattamente come accade per qualsiasi aggravante, è la motivazione che ti muove. In quel caso la motivazione è non accettare la libertà di una donna. E non si può chiedere a una donna come me di non considerarlo gravissimo». Non mancano domande sulle questioni delle banche: «Non ho parlato con Merz di Commerzbank», sostiene la Meloni, «e non ho commenti da fare sul recente risiko bancario, perché il governo non è parte in causa. Noi avevamo un ruolo in queste vicende fin quando avevamo il controllo di Mps, oggi la partecipazione nel governo italiano in Mps è inferiore al 5%, quindi noi non abbiamo alcun ruolo e sono dinamiche di mercato, guardiamo con interesse le dinamiche di mercato, ma di più, chiaramente non credo che si debba fare e dire. Posso dire che sono molto contenta del fatto che Monte dei Paschi di Siena che era un problema per l’Italia sia diventata, grazie al lavoro di questi anni, un gioiello al quale molti ambiscono».
Il G7 vede, nella giornata conclusiva, i grandi del mondo incontrare i padroni del mondo, ovvero i boss dei colossi operativi nel settore dell’Intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic, Arthur Mensch di Mistral Ai, Alexandr Wang di Meta, Demis Hassabis di Google, Uljan Sharka di Domyn, Aidan Gomez di Cohere, Ren Ito di Sakana, Robin Rombach di Black Forest Labs, Victor Riparbelli di Synthesia, Vivek Raghavan di Sarvam Ai, Marc Benioff di Salesforce. Viene da chiedersi chi sia in grado di dare ordini a chi, tra i leader dei Paesi del G7 e questi plutocrati che in una società tecnologica come la nostra possono influenzare elezioni, mercati, guerre: una risposta ce l’avremmo, considerato che ormai un algoritmo può decidere le sorti di un partito politico.
Ieri sul tema è arrivato il monito del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «L’Intelligenza artificiale rappresenta, in ampia misura, un acceleratore per chi sia dotato di capitali e di risorse energetiche, di infrastrutture tecnologiche, dati e competenze avanzate. Il divario tra chi ne dispone e chi ne rimane escluso potrà ampliarsi. La concentrazione del controllo delle nuove tecnologie nelle mani di pochissimi soggetti privati, che stanno invadendo domini sino a ieri riservati a responsabilità degli Stati», aggiunge Mattarella, «ne ha fatto realtà talmente potenti da pretendere di disattendere se non di travolgere ogni regola».
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Ansa
Qui la relatrice e il governo hanno dato parere positivo ai quattro emendamenti soppressivi presentati dalla commissione Finanze. Questi riguardano lo stop all’estensione del divieto di telemarketing aggressivo anche alle telecomunicazioni così come era stato introdotto in un precedente decreto, la mitigazione del prezzo di zolfo e acido solforico, l’estensione fino al 30 novembre 2027 della disciplina vigente in materia bancaria e creditizia in relazione alle società cooperative e le modifiche sul credito d’imposta sulle minoranze linguistiche.
A questo punto, dopo l’approvazione di Montecitorio, il testo dovrà tornare al Senato per una terza lettura lampo e il via libera definitivo. I tempi sono strettissimi giacché il decreto scade il 29 giugno.
Questo dovrebbe essere l’ultimo provvedimento, strutturato in questo modo, quindi ad ampio spettro, per far fronte al caro carburanti. L’accordo tra Stati Uniti e Teheran dovrebbe placare i mercati e smorzare le infiammate inflazionistiche. A partire da venerdì si negozierà la prossima riapertura del canale di Hormuz per garantire il regolare flusso delle forniture.
L’attenzione quindi si sposta a interventi meno legati alla situazione contingente ma più di sistema. Per Stefano Benigni, vicesegretario nazionale di Forza Italia, «il decreto è servito a far fronte all’emergenza e a ridurre il prezzo dei carburanti. Ora è importante sfruttare la riapertura di Hormuz. Lo sta facendo il ministro Tajani riunendo le imprese attorno ad un tavolo per far ripartire l’economia».
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha dato voce alle attese del mondo imprenditoriale. «Se non si risolve il caro energia, l’Italia farà fatica a essere competitiva e a crescere».
Lo sguardo è rivolto alla prossima legge di Bilancio. «Nei 500 giorni di qui a fine legislatura, si possono fare tante cose» ha detto Orsini e rivolto al governo: «Pensate cosa potrebbero fare di più le imprese senza sassi nello zaino che sono la burocrazia, il caro energia».
Un’altra sfida, oltre al nucleare, sono le rinnovabili. «Ci sono 4.000 concessioni da sbloccare. Eppure stiamo parlando di oltre 130 gigawatt di progetti pronti e da mettere a terra. Il Paese avrebbe bisogno di accelerare sulle fonti ecologiche ma non riesce a farlo». E mette in evidenza che nel frattempo, oltre confine, altri Paesi si stanno muovendo con velocità. «La Germania sta realizzando il più grande impianto termoelettrico d’Europa, la Cina ha costruito 300 nuove centrali a carbone, mentre noi rinunciamo al gas e al nucleare e lasciamo le rinnovabili bloccate negli uffici». Il risultato quindi è che «il prezzo energia continua a pesare sulle nostre imprese».
Intanto un’altra grana è sul tavolo del governo. Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, dopo i disservizi emersi ieri in alcune tratte ferroviarie, si è dichiarato irritato con i vertici di Trenitalia ai quali ha chiesto una relazione approfondita sull’accaduto nonché tempi certi per il ritorno alla normalità. Al ministero, nel pomeriggio, Salvini ha siglato un accordo ferroviario con l’Arabia Saudita ed è stata quella l’occasione, si apprende, per esprimere ai vertici Fs, presenti alla firma, la propria contrarietà sulle criticità di ieri lungo la rete.
«Sono gli italiani a essere irritati con un ministro che, anziché fare il suo mestiere, pensa solo a litigare con Meloni per cambiare ministero e sostituire Piantedosi. Un ministro che si occupa di tutto fuorché prendersi le sue responsabilità di fronte agli italiani che viaggiano ogni giorno con ore di ritardo e molti disagi», ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein.
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