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2025-03-10
Sarcofagi, ciotole e una stele. Dietro ai tesori di Behrens una rete di trafficanti d’arte
(Ansa)
Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie.
Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite.
L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito.
Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».
Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.
Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato.
Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».
L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati
Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione.
Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni.
In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023.
Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina».
Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti
Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti.
Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto».
Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia.
Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso.
Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte.
Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie
Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.
Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti.
La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
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Il misterioso marinaio che avrebbe accumulato fortune viaggiando nel Mediterraneo è solo una favoletta ben orchestrata per occultare il contrabbando di antichità egizie.I carabinieri per la tutela del patrimonio culturale usano un algoritmo che individua e confronta i reperti messi in vendita sul Web. Incrocia le foto sui social con quelle presenti nella banca dati dei beni sottratti.Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte.Lo speciale contiene quattro articoli.Che cosa lega preziosi e antichi manufatti, passati di mano tra ricchi collezionisti, e musei di tutto il mondo? La loro storia comune. L’essere appartenuti a Johannes Behrens, un misterioso ufficiale della marina tedesca nato a Brema. Si narrava che avesse accumulato questi immensi tesori all’inizio del XX secolo, per poi tramandarli ai suoi eredi. Un racconto affascinante, peccato che la verità potrebbe essere molto più torbida e complessa: Johannes Behrens, forse, non è mai esistito. Indagini serrate, condotte congiuntamente da autorità francesi e statunitensi, hanno portato alla luce un’ipotesi che se vera, metterebbe nel caos tutto il mondo: gli oggetti, attribuiti con tanta sicurezza a Behrens, potrebbero essere il frutto di un contrabbando ben orchestrato, gestito da una rete criminale specializzata nel saccheggio e nel traffico di antichità egizie. Quasi come un fulmine a ciel sereno, alla fine del 2023, un anziano mercante d’arte di nome Serop Simonian è stato arrestato ad Amburgo per traffico internazionale di reperti, molti dei quali ricondotti proprio alla fantomatica collezione di Behrens. Simonian, insieme ad altri presunti membri della rete, respinge con forza ogni accusa, ma le indagini sono tutt’altro che finite. L’ombra del dubbio si allunga su molti altri oggetti, parte della stessa collezione Behrens, alcuni dei quali venduti per cifre astronomiche, anche oltre i 200.000 dollari. Eppure, molti di questi pezzi non sono ancora stati identificati dagli inquirenti. Un’inchiesta di Arab reporters for investigative journalism (Arij), ha portato alla luce alcuni di questi manufatti, scovandoli tra le pieghe di cataloghi di case d’asta e registri museali. Tra questi, emergono una raffinata ciotola romana, battuta all’asta da Christie’s nel lontano 2010, una lastra di marmo greco, sempre venduta da Christie’s nel 2012, e una impressionante maschera in bronzo di epoca greco-romana, acquisita dalla Fondazione Sorgente Group in Italia nel 2010. Per ora nessuna autorità americana o francese ha ufficialmente posto sotto osservazione questi specifici oggetti, forse perché al di fuori della loro giurisdizione. Christie’s, interpellata sulla questione, ha preferito non commentare i singoli casi, ribadendo però di prendere sul serio la questione. Dal canto suo, Sorgente Group non ha rilasciato dichiarazioni in merito. Tess Davis, direttore esecutivo di The antiquities coalition, getta un’ombra preoccupante sul mercato delle antichità: «Salvo rarissime eccezioni, gran parte delle antichità sul mercato sono state ottenute illegalmente, spesso saccheggiate da siti archeologici, tombe, templi o chissà dove». La scarsità di reperti di provenienza legale, prosegue Davis, spinge i criminali a «riciclare» le antichità, inventando storie e nascondendo la loro vera origine. «Creare documentazione falsa, inventare collezioni e collezionisti storici che non sono mai esistiti, è fondamentale per perpetrare queste frodi», spiega Davis. «È molto più semplice falsificare la storia di un oggetto, la sua provenienza, che non l’antichità stessa».Un colpo di scena inatteso si era verificato già nel 2017, quando l’egittologo francese Marc Gabolde si imbatté in un tweet della collega Susanna Thomas. La studiosa, sorpresa, si chiedeva come mai una stele sconosciuta, risalente al regno del celebre Tutankhamon, fosse apparsa al Louvre Abu Dhabi. Un pezzo di tale importanza, in un’istituzione prestigiosa, senza che la comunità scientifica ne sapesse nulla? La stele, stando alle carte, era attribuita a un commerciante egiziano di nome Habib Tawadros, che l’avrebbe venduta proprio a Behrens nel lontano 1933. Gabolde si mise sulle tracce di questo Behrens, ma ogni ricerca nei registri pubblici risultò inutile. Allarmato, espresse le sue perplessità al Louvre Abu Dhabi, ma non ottenne risposta.Fu proprio questa vicenda a spingere le autorità francesi ad avviare un’indagine formale sulle licenze dei manufatti venduti al Louvre Abu Dhabi, inclusa, ovviamente, la misteriosa stele di Tutankhamon. L’inchiesta portò, nel 2022, all’incredibile accusa di traffico illecito contro l’allora presidente del Louvre in persona. Simonian, il proprietario della Dionysos gallery of ancient coins and antiquities di Amburgo, venne poi arrestato nel settembre 2023, accusato di essere il regista occulto della vendita illegale di manufatti, inclusa la stele, per un valore stimato di 8,5 milioni di euro. Simonian, nel tentativo di difendersi, ha affermato che la sua famiglia collezionava antichità fin dagli anni Settanta, mostrando documenti che attesterebbero un acquisto regolare proprio da Tawadros. E in effetti, l’uomo compare in libri e documenti dell’epoca, persino in un annuncio pubblicitario degli anni Cinquanta per il suo negozio, «The Egyptian tourist’s companion». Peccato che non sia stata trovata alcuna prova della sua attività negli anni Trenta, proprio il periodo incriminato. Un altro terremoto scosse il mondo dell’arte a New York, quando si scoprì che un sontuoso sarcofago dorato del sacerdote Nedjemankh, pezzo forte di una mostra del 2018 al Metropolitan museum of art, era con ogni probabilità frutto di un saccheggio. Il sarcofago venne immediatamente rimosso dall’esposizione e restituito all’Egitto. In una lettera indirizzata al ministro delle Antichità egiziane, il procuratore distrettuale di New York mise nero su bianco le pesanti incongruenze riscontrate nella licenza presentata da Simonian: date che non combaciavano, un timbro governativo palesemente falso. Da quando l’indagine è diventata pubblica, il sospetto si è esteso sull’origine di moltissimi altri oggetti attribuiti a Behrens. Tra questi, un ritratto dipinto usato come maschera funeraria egiziana, acquistato per la cifra vertiginosa di quasi 1 milione di euro dal miliardario svizzero Jean-Claude Gandur. Questi, nel 2022, ha ammesso di non aver mai trovato prove concrete dell’esistenza di Behrens, arrivando a credere che le origini del dipinto fossero state completamente inventate. Frammenti di pittura di epoca bizantina, raffiguranti la scena biblica dell’attraversamento del Mar Rosso, acquisiti dal Met di New York nel 2014, sono stati restituiti all’Egitto, quasi come un tacito riconoscimento di una provenienza quantomeno dubbia. «Le antichità possono valere facilmente più di un’auto di lusso o un immobile, ma a differenza di questi dimostrare la legittimità del possesso è incredibilmente difficile», conclude Davis. «Se acquirenti e venditori trattano arte e antichità come fossero semplici merci, allora anche la legge deve iniziare a farlo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lintelligenza-artificiale-sarruola-per-scovare-i-manufatti-trafugati" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> L’Intelligenza artificiale s’arruola per scovare i manufatti trafugati Pandora è un’operazione annuale di polizia nell’ambito della European multidisciplinary platform against criminal threats (Empact). Lanciato nel 2016, il programma combatte il traffico illegale di opere d’arte attraverso sforzi coordinati tra i Paesi partecipanti. Interpol facilita lo scambio di informazioni e altro supporto attraverso il suo Stolen works of art database e l’app mobile ID-Art. Europol fornisce anche supporto analitico, operativo e di comunicazione. Durante l’Operation Pandora VIII del 2024, sono stati recuperati oltre 6.400 oggetti culturali rubati. L’operazione riunisce le autorità doganali e di polizia di diversi Paesi per recuperare beni trafficati illegalmente, che vanno da manufatti antichi a opere d’arte contemporanee, e ovviamente per punire i colpevoli. L’operazione Pandora VIII, coordinata dalla Guardia Civil spagnola, ha anche portato ad approfonditi controlli presso aeroporti, valichi di frontiera, porti, case d’aste e musei, per un totale di migliaia di verifiche, come riportato dall’Interpol. Le forze dell’ordine hanno inoltre effettuato numerose indagini online per rintracciare beni trafugati. Complessivamente, l’operazione ha portato all’arresto di 85 persone e al recupero di oltre 6.400 oggetti di valore culturale. Attualmente, sono ancora in corso 113 procedimenti penali e 137 amministrativi, che potrebbero condurre a condanne penali. In tutta Europa, Pandora VIII ha permesso di recuperare opere d’arte e reperti storici, dai manufatti in ceramica antica a dipinti moderni. In Italia, i carabinieri hanno sequestrato oltre 2.000 frammenti di reperti in ceramica e pietra, oltre un dipinto contemporaneo dal valore superiore ai 100.000 euro. A proposito dei carabinieri, va sottolineato che operano potendo utilizzare lo Swoads (Stolen works of art detection system), il primo sistema basato sull’Intelligenza artificiale dedicato all’individuazione di opere d’arte trafugate. Ma come funziona? Swoads esplora il web alla ricerca di opere d’arte rubate, analizzando le immagini pubblicate sui social, i cataloghi delle case d’asta, i database di musei e mostre, oltre a tutte le foto inviate dai militari quando individuano un’opera sospetta o durante una perquisizione. L’intelligenza artificiale lavora ininterrottamente, 24 ore su 24, identificando immagini, analizzando i pixel, confrontandoli con l’archivio e dando un responso in pochissimi secondi. Sebbene il primo input e l’ultima verifica siano sempre affidati ai carabinieri e agli esperti del ministero, il ruolo dell’Ia non è certo secondario. E non si tratta solo per la rapidità di elaborazione, ma anche per la sua capacità di individuare corrispondenze attraverso dettagli che l’occhio umano non può cogliere. Questo aspetto è particolarmente rilevante considerando che molte delle immagini conservate negli archivi presentano una qualità scadente. Le prime fotografie risalgono al 1968 e spesso sono scatti sgranati, in bianco e nero, realizzati con vecchie polaroid, in cui il dipinto da esaminare potrebbe trovarsi sullo sfondo. Tuttavia, il sofisticato sistema è in grado di riconoscere un’opera anche da un dettaglio minimo, analizzando un singolo frame estratto da un’immagine pubblicata sui social, riuscendo così a ricostruirne la provenienza e a segnalarne il furto. Secondo le stime diffuse dai carabinieri, lo Swoads ha contribuito a identificare oltre 100.000 opere d’arte rubate in tutto il mondo, per un valore complessivo di oltre 287 milioni di dollari, solo nel 2023. Non sempre però i ladri di opere d’arte e di manufatti sono dei professionisti del furto, perché non sono rari i casi in cui a rubare e poi rivendere le opere siano persone che le dovrebbero custodire. Un caso emblematico è quello scoperto al British Museum nell’agosto 2023, quando il curatore senior Peter Higgs è stato licenziato dopo la scoperta del furto e del danneggiamento di oltre 2.000 reperti antichi, avvenuti nell’arco di tre decenni. Molti di questi oggetti sono stati successivamente venduti su eBay in una frazione del loro reale valore. L’ultimo recupero di 268 manufatti, provenienti da diverse fonti, porta a 626 il numero totale degli oggetti finora restituiti. Il British Museum ha dichiarato di essere ancora alla ricerca di altre 100 opere mancanti, seguendo nuove piste investigative. Nel frattempo, gli inquirenti stanno analizzando ancora i registri eBay e Paypal di Higgs, il cui accesso è stato autorizzato dall’Alta Corte britannica. Circa 2.000 reperti sono stati coinvolti nei furti al British Museum, tutti sottratti dai magazzini sotterranei del dipartimento di Grecia e Roma. La maggior parte di questi apparteneva alla Townley collection, acquisita dal museo agli inizi del XIX secolo. Tra gli oggetti rubati figurano numerose gemme greche e romane, tra cui cammei, intagli e gioielli, prevalentemente risalenti al periodo classico. Di questi, 1.500 pezzi sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre altri 500 sono stati danneggiati o privati di alcuni elementi. Prima dell’ultimo recupero di 268 reperti, ne erano già stati restituiti 351 dalla Danimarca grazie al collezionista Ittai Gradel - che, senza saperlo, aveva acquistato centinaia di pezzi trafugati - e al Thorvaldsens museum di Copenaghen. Secondo un portavoce del British Museum, mentre la maggior parte degli oggetti ritrovati proviene dall’Europa, la ricerca prosegue su scala globale. Peter Higgs ha negato tutte le accuse mosse contro di lui sin dal momento del suo licenziamento e dell’avvio dell’indagine. Anche l’ex direttore del museo, Hartwig Fischer, si è dimesso a seguito dei furti, così come il vicedirettore Jonathan Williams. A questo proposito vale la pena ricordare il celebre aforisma di Giulio Andreotti: «A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-capolavoro-fiammingo-fatto-sparire-dai-servizi-segreti" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Il capolavoro fiammingo fatto sparire dai servizi segreti Un capolavoro fiammingo trafugato è stato ritrovato casualmente esposto sulle pareti di un museo locale nei Paesi Bassi, grazie agli sforzi congiunti di un investigatore dell’arte e di una rivista specializzata in antiquariato. Il dipinto, realizzato da Pieter Brueghel, misura 17 centimetri di larghezza e raffigura la moglie di un contadino vestita di bianco e rosso con un secchio d’acqua in una mano e carboni ardenti nell’altra. Secondo le ricostruzioni, l’opera sarebbe stata sottratta nel 1974 da un museo polacco per mano di agenti dei servizi segreti. Arthur Brand, celebre detective dell’arte, ha confermato che il dipinto si trovava nei Paesi Bassi e ha commentato: «Di norma, quando un’opera scompare per oltre cinquant’anni, è molto difficile recuperarla. Più passa il tempo, più diventa improbabile ritrovarla ed è stato un caso straordinario che tutto sia andato nel verso giusto». Riavvolgiamo il nastro. L’opera, risalente al XVII secolo, era custodita presso il Museo nazionale di Danzica, in Polonia. Il 24 aprile 1974, una donna delle pulizie fece cadere accidentalmente il quadro dal muro, facendo rompere la cornice. Fu allora che si scoprì che il dipinto originale era stato sostituito con una semplice fotografia. Non solo: anche un disegno del pittore fiammingo Antoon van Dyck, intitolato La Crocifissione, era stato rimpiazzato con una copia. Le due opere sono finite nella lista dei «più ricercati» della Polonia fino a quando, l’anno scorso, una rivista olandese di arte e antiquariato chiamata Vind ha parlato di una nuova mostra al Museum Gouda, dove il Brueghel era in prestito da un collezionista privato. A quel punto Vind ha rintracciato una fotografia in bianco e nero del dipinto in Polonia e ha contattato Brand per chiedere se potesse essere lo stesso. Dopo aver individuato cinque dipinti simili di Brueghel e aver contattato la polizia olandese e polacca e anche il museo, Brand ha trovato un riscontro e ora la Polonia ha ufficialmente richiesto la restituzione delle opere d’arte. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arte-trafugata-2671297821.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="cooperazione-col-nemico-usa-ceramiche-e-altri-pezzi-pregiati-tornano-a-pechino-le-41-reliquie" data-post-id="2671297821" data-published-at="1741602220" data-use-pagination="False"> Cooperazione col nemico Usa, ceramiche e altri pezzi pregiati. Tornano a Pechino le 41 reliquie Gli Stati Uniti hanno riconsegnato alla Cina 41 manufatti e antichità nell’ambito di un’intesa di rimpatrio volta a supportare Pechino nel recupero di reperti trafugati e introdotti illegalmente nel mercato dell’arte. Secondo quanto riportato dall’emittente statale Cctv, l’ufficio del del procuratore distrettuale di Manhattan a New York ha consegnato gli oggetti alla National cultural heritage administration di Pechino. I pezzi più antichi risalgono all’epoca neolitica (circa 10.000 a.C. - 1.700 a.C.), mentre quelli più recenti appartengono alla dinastia Qing (1644-1911). Tra questi figurano ceramiche, manufatti in giada e bronzo, oltre ad alcuni oggetti legati alla tradizione buddista tibetana, riferisce Cctv. Sempre secondo la stessa fonte, le 41 reliquie «erano state esportate illegalmente dalla Cina». Il rapporto indica che l’amministrazione è stata avvisata tramite il consolato cinese di New York riguardo al sequestro degli oggetti da parte della procura di Manhattan nell’ambito di varie indagini. Secondo la China cultural relics academy, dalla metà del XIX secolo oltre 10 milioni di manufatti cinesi sono stati dispersi all’estero, perlopiù a causa di razzie belliche e traffici illeciti. La Cina e gli Stati Uniti hanno siglato per la prima volta un memorandum d’intesa (Mou) nel 2009, con l’obiettivo di limitare l’importazione illegale di beni culturali cinesi. Questo accordo è stato rinnovato tre volte: nel 2014, nel 2019 e nel 2024. Secondo quanto riferito dalla Cctv, dall’entrata in vigore dell’intesa, la Cina ha riottenuto un totale di 594 reperti. Nell’ambito del memorandum, sono state anche imposte restrizioni all’importazione di oggetti che vanno dal periodo del Paleolitico alla dinastia Tang (618-907) e di sculture monumentali e opere d’arte murale di almeno 250 anni.
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L’antica leggenda viene perpetuata nello stemma cittadino e la chiesetta romanica si può ancora ammirare, anche se «dimezzata» qualche secolo dopo per colpa di Alberto III Pio, ultimo signore carpigiano. Vissuto tra il 1475 e il 1531, il principe decise di trasformare il piccolo borgo di famiglia in una delle più interessanti corti rinascimentali della Pianura padana cambiando per sempre l’aspetto urbanistico della città. Per attuare i suoi propositi, sacrificò parte dell’antica chiesa tagliandola a metà, trasformò l’imponente castello fortificato in un elegante palazzo capovolgendo l’esposizione della facciata e creando l’attuale piazza dei Martiri, la terza d’Italia con i suoi 16.000 metri quadrati.
Tutto a Carpi ruota ancora intorno a questa enorme piazza e girando per le bancarelle del mercato bisettimanale, vagando sotto il Portico lungo o tra i vicoli dai nomi strani (come quello detto «della polmonite», così chiamato perché ventoso), si ha l’impressione di vivere in un luogo armonioso e felice, che conserva intatta la sua forte identità.
L’imponente Palazzo dei Pio, trasformato e ampliato dai successori duchi d’Este, oggi ospita in una inusuale concentrazione di sovrapposizioni architettoniche le tre collezioni del Museo del palazzo, del Museo della città e del Museo al deportato. A destra e a sinistra si succedono la cattedrale dell’Assunta, il Portico del mercato del grano, l’ex sinagoga, il Portico lungo, il Teatro comunale e la sede civica di Palazzo Scacchetti. E proprio Palazzo dei Pio ospita, fino al 10 gennaio 2027, la curiosa mostra «Non di solo pane. Cucina, tavola e cibo nel Rinascimento». Un viaggio nella «più antica delle arti» tra ceramiche, utensili e postazioni interattive. A condurre i visitatori alla scoperta del mondo rinascimentale del cibo sono tre guide d’eccezione, personaggi ricreati con l’intelligenza artificiale: i cuochi Bartolomeo Scappi, Cristoforo da Messisbugo e Bartolomeo Sacchi detto Platina che, insieme al maestro Martino da Como, furono i cuochi più importanti dell’epoca, così celebri da essere ricordati nei secoli per i loro trattati gastronomici e l’influenza che ebbero sull’evoluzione della cucina europea.
Merita di sicuro una visita anche il Museo della città per capire la storia di Carpi e del suo territorio attraverso il patrimonio artistico e artigianale raccolto per mostrare l’attività e l’ingegno locali a partire dalla fine dell’Ottocento. Come l’invenzione della scagliola (tecnica inventata nel XVII secolo da Guido Fassi per imitare i marmi preziosi) o l’antica arte del truciolo basata sull’intreccio di sottili strisce di pioppo o salice per la creazione di cappelli, fino alla produzione legata al tessile negli anni Sessanta e Settanta. L’adiacente Museo al deportato razziale, inaugurato nel 1973, rappresenta un unicum. Il percorso si snoda lungo 13 sale caratterizzate da un’architettura essenziale dove luci ed elementi grafici creano un’atmosfera di forte impatto emotivo, mentre nel Cortile delle steli, su 16 monoliti in cemento armato alti sei metri sono stati incisi i nomi di alcuni lager nazisti. Pochi passi e si arriva all’ingresso del magnifico Teatro comunale, inaugurato nel 1861 grazie alla Società dei palchettisti, che ospita importanti appuntamenti musicali, come il concerto di Goran Bregović in cartellone il prossimo 30 giugno.
L’ultima bella sorpresa aspetta i turisti nel sottotetto di Palazzo Scacchetti, sede del municipio, che ospita l’Acetaia comunale curata dai volontari della Consorteria dell’aceto balsamico tradizionale di Spilamberto, un vero tesoro simbolo di un sapere tramandato da generazioni. E prima di tornare a casa, da non dimenticare una sosta golosa a caseifici storici come l’Oratorio di San Giorgio o cantine sociali come quella di Santa Croce per fare incetta di altre due specialità locali: il Parmigiano reggiano Dop e il Lambrusco Doc. Info: www.visitcarpi.it.
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Ansa
La frase si adatta ai parassiti, i mafiosi e i funzionari delle dittature, in particolare di quelle comuniste. Non ha senso usarla invece per l’imprenditore, quello che Marx chiama il capitalista. Molti citano la teoria marxiana del plusvalore come se fosse un’ovvietà inconfutabile: il valore lo crea il lavoro, dunque il profitto del capitalista è sempre lavoro rubato all’operaio. Esiste un capitalismo di rapina, però è un’eccezione, perché non è vitale, e come è successo nella Gran Bretagna dei secoli XIX e XX, si corregge da solo, nel giro di poche generazioni.
L’aggettivo «poche» non è ironico. L’arbitrio dei faraoni sui loro schiavi era durato molto di più. Lo schiavismo islamico dura dalla fondazione dell’islam e ha inchiodato l’islam al sottosviluppo. Il comunismo sovietico e cambogiano ha inchiodato i rispettivi Paesi al sottosviluppo. La Cina ne è uscita a costo di sofferenze inenarrabili per il suo popolo.
Il capitalista che regna su un popolo di schiavi è un capitalismo incapace di autoalimentarsi. Il capitalista che ha operai ben pagati che a loro volta diventano consumatori e sostengono il sistema ha creato un sistema che invece progredisce. E andrebbe chiamato imprenditore, non capitalista. Marx, in tutta la sua sterminata produzione, ha sistematicamente ignorato tre elementi fondamentali che rendono quella teoria una ricostruzione parziale e distorta della realtà economica.
Il primo è il rischio d’impresa. Chi eredita una fabbrica di automobili, e la fa andare in malora, non merita il nome di imprenditore. Chi mette su una fabbrica di automobili per esempio a Torino, nel 1899 chiedendo soldi alle banche non sta semplicemente «comandando»: sta scommettendo tutto, patrimonio, reputazione, anni di vita, su un’idea. Se va male, i debiti restano suoi fino all’ultimo centesimo, mentre l’operaio ha già incassato il suo stipendio. In Italia, se l’azienda è insolvente persino sul Tfr, interviene l’Inps con il proprio fondo dedicato a tutelare il lavoratore. L’imprenditore fallito, invece, diventa schiavo di Equitalia per il resto dei suoi giorni.
Il secondo elemento ignorato da Marx è l’idea imprenditoriale. A nessun impiegato statale sarebbe venuto in mente di inventare la Nutella o l’ovetto Kinder. Quella fu la visione geniale di Ferrero, un uomo che, tra l’altro, con quella ricchezza costruì uno dei migliori istituti per ragazzi disabili d’Italia. Il funzionario sovietico, privo di incentivi e di rischio personale, produceva invece lo «spaccamele da due quintali» (è una storiella di umorismo nero sovietico: «Cosa è quell’oggetto che pesa due quintali e spacca una mela in tre pezzi?», «Uno spaccamele sovietico progettato per spaccare una mela in quattro»). Il Paese dei Soviet era celebre per povertà di brevetti e soprattutto per attrezzature di livello imbarazzante, se non inadeguate in maniera criminale, come racconta con straordinaria potenza Preghiera per Chernobyl di Svetlana Alexievich, libro che chiunque voglia capire cosa è stato il comunismo reale dovrebbe leggere. Bambini di piombo è la serie televisiva che racconta la vicenda autentica del saturnismo che colpì la salute di un paesino di minatori polacchi per una miniera di piombo gestita serenamente dei funzionari marxisti con regole che avrebbero portato qualsiasi proprietario del mondo capitalista dritto in galera.
Il terzo elemento è la sicurezza asimmetrica: il dipendente percepisce lo stipendio dodici mesi su dodici, con tredicesima, Tfr e protezioni contrattuali. L’imprenditore può anche non mangiare per pagare gli stipendi. Questo differenziale di rischio giustifica pienamente un differenziale di remunerazione, non è sfruttamento, è matematica elementare.
La neurobiologia smonta il detto mafioso. C’è un altro livello di analisi da tener presente: quello etologico e neuroscientifico. La frase «comandare è meglio che fottere» non descrive una verità universale dell’uomo - descrive la patologia compensatoria di chi non sa o non può guadagnare. Dal punto di vista della neurobiologia, la frase corretta sarebbe semmai: guadagnare è meglio che fottere, o almeno pari grado. Quando un uomo, cioè un essere umano di sesso maschile, guadagna denaro, alla tomografia a emissione di positroni (Pet) si illuminano le stesse aree cerebrali che si attivano durante la sessualità. E non è un caso: il denaro, dal punto di vista etologico, equivale al territorio. In natura, il maschio che controlla il territorio accede alla riproduzione; quello che non ne ha viene escluso, come suggerisce con brutalità efficace il termine «sfigato», che non è una parolaccia ma un preciso indicatore etologico di rango basso nel branco. Gli erbivori mangiano tutti l’erba, e tutti si riproducono. Invece negli animali carnivori, e noi fondamentalmente lo siamo, con buona pace dei vegani, solo i più alti di grado si riproducono, perché se si riproducessero tutti non ci sarebbero abbastanza lepri da mangiare e risorse per i cuccioli.
Il Don Giovanni di Mozart lo racconta benissimo: il servo porta da bere mentre il padrone si intrattiene con la fanciulla. Comandare, invece, è la scorciatoia di chi non ha saputo costruire né guadagnare: è il surrogato del territorio, non il territorio stesso. La mafia lo sa bene. E lo sanno bene anche rivoluzionari e funzionari di paesi del comunismo reale, incapaci di costruire e capaci di comandare. Marx non l’ha mai capito. «Comandare» non è costruire. La mafia non costruisce niente. Non inventa la Nutella, non fonda ospedali, non porta l’elettricità nelle case. I partiti comunisti del comunismo reale costruiscono pochissimo, male e sempre con lo schema del massimo sforzo per il minimo risultato. La mafia esercita il parassitismo organizzato su ciò che altri hanno costruito, esattamente come fa lo Stato quando divora con la tassazione eccessiva le energie di chi produce. Il comunismo costruisce pochissimo e male. Dove la pressione fiscale mostruosa, imposta da partiti di origine marxista, e il pizzo si sommano, il risultato è che l’imprenditore onesto smette di fare l’imprenditore, e a quel punto tanto vale diventare mafioso. Non è il capitalismo a generare la mafia: è la sua assenza, il soffocamento della libertà economica, a renderla conveniente.
Il vero motto non è «comandare è meglio che fottere»: è altresì «costruire è meglio che comandare». Ed è esattamente ciò che il libero mercato, con tutti i suoi difetti, ha dimostrato di saper fare meglio di qualunque alternativa collettivista. L’unico sistema economico che abbia strappato miliardi di esseri umani dalla povertà assoluta è l’economia di mercato.
Il comunismo reale, al contrario, ha prodotto carestie epocali (la più famosa è l’Ucraina del 1932-33), cannibalismo (Russia, 1921, Ucraina 1933, Mongolia 1945), gulag, Chernobyl, lao gai, alcuni milioni di morti di fame nel gran balzo in avanti cinese (forse venti) alcuni milioni di morti linciati nella rivoluzione culturale cinese (forse 10), lo sterminio sistematico delle neonate negli orfanotrofi di stato (cifra sconosciuta, qualche decina di milioni) e i campi di sterminio cambogiani. Costruire è una nobile arte. Il mafioso e il funzionario sovietico sono dominati dalla libido dominandi, il vizio dei tiranni, dei mafiosi e degli statalisti. L’imprenditore ha la libido aedificandi, la passione di costruire che è il motore del progresso umano. Sono concetti e approcci alla vita diametralmente opposti. Chi comanda senza costruire è semplicemente un frustrato con un esercito. Chi non lo capisce, comanda magari anche bene, se è un buon militare, ma non costruisce alcunché. Chi costruisce, anche senza comandare nessuno, cambia il mondo.
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Angelo Binaghi (Ansa)
Lui, che pure aveva giurato «mai più di due mandati federali», si è ricandidato a ripetizione (senza offesa: i sardi la definirebbero «una retromarcia da impiccababbu»). Venendo riconfermato anche in virtù di regole, più volte riscritte, che sono risultate ostiche solo per gli sfidanti.
Investito dall’esplosione del fenomeno Jannik Sinner: «Sono fortunato, io non ho mai pensato, né sognato, che un giorno un nostro ragazzo, un italiano, sarebbe diventato il più forte al mondo».
«Il reuccio ora pure editore, prepara avventure politiche», così Il Tempo del 16 maggio. La Fitp, attraverso la propria media company Sportcast, entra infatti nel capitale di Sae spa, holding dell’imprenditore Alberto Leonardis. Che ha appena rilevato La Stampa di Torino (città dove, toh, si giocano le Atp Finals). Avendo già in pancia altri giornali, tra cui La Nuova Sardegna (regione dove, toh, Binaghi è nato, il 5 luglio 1960 a Cagliari).
«E allora?», ha replicato a Claudio Plazzotta di Italia Oggi: «La nostra federazione è un soggetto privato che ha chiuso il 2025 con ricavi per oltre 243 milioni di euro». I 5 milioni allocati in Sae sono risorse «sue», che non intaccano i 16 milioni di fondi statali vincolati in un conto distinto. Un investimento in funzione di ambizioni extrasportive? «Dopo la Fitp farà il governatore della Sardegna?», gli ha domandato il 5 gennaio sul Corriere della sera, Elvira Serra. «Non credo». Che non è un «no».
Con Daniele Dallera del Corriere, il Primo maggio 2025 era stato come al solito roccioso come un nuraghe: «Non ho mai avuto una tessera di partito, la prima cosa che dissi appena eletto a Gianni Petrucci, allora presidente del Coni: non mettermi mai in mezzo ai politici. Non solo: li ho cacciati dalla tribune degli Internazionali di tennis», quindi la falange di ministri e parlamentari domenica scorsa al Foro italico è stato un abbaglio collettivo, chissà.
Ha accolto come vicepresidente nel Consiglio federale Fitp Chiara Appendino, ex sindaco di Torino, esponente M5s, «in rappresentanza degli affiliati» (ai 5 stelle?). La compagna di Alessandro Di Battista, Sahra Lahouasnia, si presenta su Linkedin come account manager «a tempo pieno dal gennaio 2023», proprio dell’ufficio marketing Fitp.
Senza dimenticare che la Sardegna è governata da Alessandra Todde, M5s pure lei, di cui l’editore Leonardis «è un fiancheggiatore, però a livello nazionale è amico di Matteo Salvini ma anche di Giorgia Meloni, e soprattutto narat babbu a chi li donat pane», chiama padre chi gli dona il pane, proverbio sardo riservato agli opportunisti, secondo Paolo Maninchedda, che sul sito Sardegna e Libertà ha vergato un’arringa pro Binaghi.
Alla finale degli Internazionali c’era anche Matteo Renzi, esibitosi l’anno scorso in una sguaiata difesa d’ufficio della Fitp: «Il ministro Andrea Abodi e i suoi sgherri mettano giù le mani dalle Atp Finals di Torino».
In realtà il governo chiedeva che, a fronte di un finanziamento di 100 milioni in cinque anni, fosse costituito un Comitato composto da rappresentanti di città e Regione, Fitp e Sport e Salute, per garantire che - grazie al «motore» rappresentato dall’evento - qualcosa rimanesse sul territorio piemontese, in termini di servizi e impianti per la collettività.
Alessandro Catapano per Il Foglio, il 9 luglio 2025: intorno all’appuntamento torinese scorre «il fiume di denaro che da quattro anni finisce nelle tasche di albergatori e ristoratori torinesi (alcuni buoni amici della Federazione)». E ancora: «Per uno abituato da 25 anni a gestire la Federazione come una monarchia assoluta, deve risultare intollerabile che a un soggetto estraneo, per di più emanazione dello Stato, sia consentito ficcare il naso nei suoi affari. È questo il suo vero problema. Non il finanziamento, di cui può serenamente fare a meno, almeno finché Sinner viaggerà a queste dimensioni».
Che tennista era Binaghi? «Un grande campione mi definì il re delle pippe». «Chi? Adriano Panatta?», ha inzigato ancora Elvira Serra. «Il nome non è importante. Diceva che quelli come me non diventavano professionisti per incapacità. Non contemplava che potesse essere una scelta di vita anteporre la laurea in ingegneria alla carriera sportiva». Riflessione che ha alimentato il sospetto su una certa qual frustrazione sua, tipica di chi, consapevole di non poter eccellere in campo, alla fine opta obtorto collo per la carriera dirigenziale.
Negli ultimi tempi, sia detto simpaticamente, appare affetto da una preoccupante sindrome napoleonica. Manca solo l’annuncio dell’invasione della Polonia, con l’insalatiera (della Coppa Davis) in testa, e poi il pacchetto è completo.
Ipse dixit: «Il ministro Giancarlo Giorgetti mi ha raccontato che ai meeting finanziari mondiali, prima ancora di salutarlo, gli fanno i complimenti per Sinner e il tennis», e strano che non si siano ancora espressi in tal senso Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping.
«I presidenti delle altre federazioni, anche di quelle di tennis estere, mi chiedono quale sia il segreto del nostro successo». «Atp, Wta e Itf ci cercano perché siamo diventati i migliori organizzatori di tornei». «Le basi del successo le abbiamo poste quando Sinner non era neanche nato» (strano, visto che il Rosso è venuto al mondo nel 2001, lo stesso anno in cui è diventato presidente della Federtennis lui). «Il calcio ha oltre 21 milioni di appassionati, il tennis è in continua crescita e ne ha ora qualcosa in più di 19 milioni. Significa che, per quanto il calcio sia lo sport più seguito in Italia, le due grandezze iniziano a essere paragonabili ed è chiaro che puntiamo al sorpasso». Bum. I tesserati alla Federcalcio sono stabili dall’inizio degli anni Duemila: tra 1,4 e 1,5 milioni. Quelli del tennis erano 130.000 nel 2001, 348.000 nel 2019, poi - con l’avvento di Sinner - nel 2025 sono arrivati a circa 1,3 milioni. Inglobando però dal 2023 i tesserati al padel. E anche i bambini partecipanti a «Racchette in classe», progetto di promozione sportiva nelle scuole. Plazzotta: «Solo 148.000 sono in realtà veri tennisti agonisti».
«Il calcio domenica 17 ha portato in piazza solo a Milano 400.000 tifosi interisti», ha annotato sul Foglio Maurizio Crippa. «Ma non scenderanno mai in strada in 200.000 per festeggiare Sinner».
Binaghi: «Con mezzo miliardo di investimento portiamo in Italia uno Slam. Il che sarà possibile quando il governo investirà nelle potenzialità del tennis» (statalista alla bisogna, quindi, altrimenti giù le mani dal tennis, che è «roba sua»).
A guastare la festa, la sgangherata baracconata andata in scena a fine Internazionali. Un palco affollato come un binario della stazione Termini il 24 dicembre: il ministro dello Sport Abodi (che ha premiato l’arbitro, con un piattino, perché il «piattone» al perdente Casper Ruud l’ha dato Elena Goitini, amministratore delegato Bnl), Binaghi, Marco Mezzaroma, presidente di Sport e Salute, e, su tutti, Panatta e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Una «pecionata» improvvisata, con Sinner a parlare al microfono dando le spalle a Mattarella, che «impallato», scompariva dietro di lui.
«Sono stato io, senza che nulla fosse programmato, a convincere il capo dello Stato a venire in campo a fare la premiazione, nel minuto successivo alla vittoria di Sinner», ha rivendicato Binaghi.
In molti però avevano inteso che «il passaggio dello scettro», copyright by Paolo Bertolucci, sarebbe avvenuto a opera di Panatta. Perché così gli era stato comunicato nell’invito.
Elisabetta Esposito sul sito della Gazzetta dello Sport, il 14 maggio: «Mattarella, grande appassionato di sport e di tennis, sarà in tribuna d’onore. A premiare il vincitore sarà Panatta, 50 anni dopo l’ultimo trionfo italiano nel torneo di Roma».
Domenica, l’affronto: lui e la moglie sono stati fatti accomodare il più lontano possibile da Mattarella, che aveva intorno chiunque, compreso il comico Max Giusti. E poi, sulla terra rossa, ecco quello che agli occhi di molti è parso il delitto perfetto, «complice» l’inconsapevole Mattarella: negare a Panatta - con un alibi inattaccabile - la soddisfazione di essere lui a incoronare Sinner re di Roma, l’ultimo sfregio da parte della Fitp. Risultato? Il giorno dopo sulle prime pagine di tutti i giornali le foto erano ovviamente per Sinner: da solo o con Mattarella o con Panatta o con entrambi. Lo scatto migliore è quello pubblicato da Repubblica (il cui direttore Mario Orfeo era in tribuna d’onore): l’abbraccio tra i due campioni e, dietro di loro, il capo dello Stato che li «benedice», applaudendo.
Binaghi? Non pervenuto. Se poi aggiungete l’apologia di Panatta firmata da Giuliano Ferrara, «venerato predecessore di Sinner, invecchiato divinamente: stile, competenza, eleganza», c’è da supporre che ad Ang-ego sia andato di traverso il filu ferru.
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Vincent Bolloré (Ansa)
Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.
Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.
Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.
Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.
Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.
Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.
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