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2020-07-24
Arcuri e la Azzolina hanno 23 giorni per trovare 2,5 milioni di banchi
Lucia Azzolina (Ansa)
I presidi la loro scelta l'hanno già fatta, vogliono 2.009.991 banchi monoposto e 440.000 sedute ergonomiche per ripartire in sicurezza a settembre. I dati della prima rilevazione su scala nazionale sono arrivati alla prof Azzolina, mancano ancora le preferenze di circa 300 istituti scolastici ma intanto una cosa è certa: i banchetti con rotelle «moderni e più dinamici, in un'ottica di innovazione costante», tanto caldeggiati dal ministro dell'Istruzione, rappresentano solo il 14% delle richieste. In una nota, datata 17 luglio, era stato chiesto ai presidi di compilare con la massima urgenza un questionario, specificando quali banchi anti Covid-19 volessero nelle loro scuole, per spedirlo tassativamente entro lo scorso 20 luglio. Tanta fretta aveva una spiegazione, il ministro Lucia Azzolina e il commissario straordinario Domenico Arcuri avevano già fatto partire la gara pubblica per l'acquisto di un massimo di 3 milioni di banchi, con scadenza per la presentazione delle offerte fissata per il 30 luglio. Banchi scolastici «ordinati» tanto al chilo, prima ancora di conoscere le esigenze dei dirigenti scolastici che infatti hanno sonoramente bocciato le «sedute scolastiche attrezzate di tipo innovativo, ad elevata flessibilità di impiego», inserite nel bando per 1,5 milioni di pezzi mentre 8.088 presidi ne hanno scelte solo 440.000. «Ci eravamo illusi di poter avere finalmente delle delucidazioni in merito all'appalto sui nuovi banchi scolastici ma il governo, in evidente difficoltà, ha nuovamente eluso la risposta alla nostra interrogazione», commentava ieri Paola Frassinetti di FdI, vicepresidente della commissione Cultura della Camera, dopo aver inutilmente atteso chiarimenti dal sottosegretario Giuseppe De Cristofaro. Concludeva: «In attesa che il ministro Azzolina faccia scendere dall'ottovolante la scuola, Fratelli d'Italia non si rassegnerà e continuerà a battersi per evitare che nelle nostre classi finiscano i pericolosi banchi “autoscontro" made in Cina». Antipatie a parte, per i girelli che piacciono a Lucia Azzolina e che De Cristoforo difende («il problema degli spostamenti della seggiola», che metterebbe in crisi il distanziamento, «può essere superato bloccando le rotelle»), nemmeno sappiamo se arriveranno tutti i banchi necessari per far ripartire la scuola. Secondo le aziende del settore, rappresentate da Assufficio di FederlegnoArredo e Assodidattica, servirebbero cinque anni di produzione per mettere insieme 3,7 milioni di pezzi (compresivi delle 700.000 sedute per banchi della tipologia standard, come indicati nel bando). Mentre il tempo a disposizione è di appena 23 giorni, ovvero dal 7 agosto in cui è prevista la firma del contratto, al 31 dello stesso mese, data indicata per la consegna nelle scuole. Arcuri non sembra preoccupato, d'altra parte mica li fabbrica lui i banchi, dal suo ufficio assicurano che «è in corso una gara pubblica europea e sarebbe opportuno evitare commenti o previsioni in attesa di conoscerne gli esiti, anche per non alterarne la dinamica». Certo, intanto mamme e papà vedono moltiplicarsi le incognite su quando riusciranno a rimandare in classe i pargoli. Oltre al rebus mascherine, al problema accessi scaglionati, alla durata delle lezioni, alla messa in sicurezza di aule e bagni e a mille altre ansietà, c'era davvero bisogno di nuovi banchi? Due giorni fa, Tuttoscuola approfondiva la questione, contestando con metro alla mano i numeri dati dal ministro Azzolina: «I banchi singoli permettono di recuperare spazio e noi al momento, sulla base delle indicazioni del Cts, dobbiamo mantenere il metro di distanza», ha dichiarato il capo del Miur. Il portale sul mondo della scuola mostrava invece che ciascun banco monoposto occupa circa 0,35 metri quadrati, una coppia di banchi ne occupa 0,60-0,70. Non c'è risparmio di spazi e se poi consideriamo che anche tra i monoposto deve essere garantita la distanza di almeno un metro, due nuovi banchi occuperanno 0,80-0,85 metri quadrati. Quindi, «25 alunni seduti ai banchi biposto occupano 15 metri quadrati, gli stessi alunni su banchi monoposto occupano almeno 20 metri quadrati». Questo però i dirigenti scolastici già lo sapevano, sanno che sono una soluzione anti Covid-19 ma che grazie ai monoposto avranno aule insufficienti per il fabbisogno di tutti gli alunni. Hanno dovuto piegarsi alle volontà del ministero, riempire il formulario e rassegnarsi ad aspettare banchi che non arriveranno in tempo per il 14 settembre. L'Azzolina precisa che «non sono la soluzione unica che abbiamo proposto per riaprire in presenza e sicurezza. I nuovi arredi sono solo uno dei tanti elementi che abbiamo messo in campo». Chiamiamoli pure arredi, ma che siano a rotelle o tradizionali in aula servono, altrimenti senza banchi il rientro in aula è una farsa.
Governo senza piani per liberare i prigionieri del virus
Sono clinicamente guariti dall'infezione del Covid-19 ma risultano ancora positivi al tampone e per questo sono costretti all'isolamento domiciliare. Un esercito di 2.000 lombardi sugli 8.947 ancora positivi al coronavirus, che la Regione Lombardia non sa come «trattare» e perciò chiede al governo di intervenire con linee guida mirate. In sostanza almeno uno su 5 tra le persone positive nella Regione ancora al primo posto per contagi, ha una carica virale molto bassa pur essendosi ammalati due mesi fa. Oggi non hanno più sintomi ma il loro tampone risulta debolmente positivo e, in base alle norme attuali, serve un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore per terminare la quarantena. Quindi essendo soggetti «debolmente positivi» devono restare. Per questo l'assessore lombardo alla Salute Giulio Gallera ha scritto al ministero, al Comitato tecnico scientifico e all'Istituto superiore di sanità. «Ho inviato una nuova nota, dopo quelle già inoltrate dalla direzione generale dell'assessorato il 10 e 22 giugno, affinché ci vengano fornite linee guida aggiornate alla situazione attuale» ha spiegato l'assessore «soprattutto alla luce degli studi scientifici che hanno dimostrato la scarsa possibilità di infettare da parte di questi soggetti».
«Servono altri studi e ricerche e poi una scelta tecnico politica di opportunità» spiega il virologo Fabrizio Pregliasco che aggiunge: «Questa categoria di soggetti ci fa capire che la malattia che abbiamo conosciuto con i casi sintomatici più gravi, è la punta dell'iceberg. Ora abbiamo gli asintomatici o i pauci sintomatici e abbiamo bisogno di maggiori studi». Secondo il professore questi casi, anche pochi, dimostrano che dopo la fase epidemica della malattia, cioè quella della crescita, ora abbiamo la fase endemica, cioè la continuità della presenza. «Noi continuiamo a monitorare e limitare i focolai ma è per questo che non si deve esagerare con il libera tutti e bisogna avere un comportamento responsabile». Il nodo dei debolmente positivi è naturalmente se siano o no contagiosi. «L'Oms, con una decisione tecnico-politica nelle linee guida non indica più il doppio tampone negativo come passaggio obbligatorio forse pensando ai Paesi più in difficoltà ma creando pasticci per questi casi che comunque non sembrano contagiosi ed è probabile che lo siano poco ma non c'è contezza» sottolinea Pregliasco convinto che con i debolmente positivi le evidenze scientifiche non bastano. Infatti, come afferma il prof. Ivan Cavicchi, studioso di filosofia della medicina che ha scritto un libro sul problema delle evidenze, «il limite della medicina è quello di ragionare con la logica bivalente, positivo o negativo. La realtà patologica in generale delle malattie soprattutto grazie alla singolarità del malato è più complessa. Si può essere negativi o positivi ma anche “altro", questo altro che i matematici chiamano “indicibile". Quindi i debolmente positivi sono soggetti indicibili per i quali si deve dare altra definizione. Se tutti i caratteri della positività, quelli importanti, sono contraddetti non si può parlare di positività e neanche di debole positività».
Intanto il bollettino del coronavirus di ieri, con 3 milioni di casi in Europa, segna in Italia 306 positivi e 10 decessi a fronte di ben 60.000 tamponi effettuati nelle ultime 24 ore. Sale anche il numero degli attualmente positivi, 12.404 in incremento di 82 pazienti. A guardare l'andamento nelle regioni, la Lombardia è sempre in testa col 27% dei casi, seguita da Emilia Romagna e Veneto mentre in Campania i contagi salgono più che nel resto del sud. Nel Lazio ieri si è registrato un decesso e 26 nuovi casi di cui 12 d'importazione: 4 dal Bangladesh, 4 da India, 2 casi da Romania, 1 da Lituania e 1 da Marocco. In Trentino 20 casi di cui 4 relativi ad una famiglia del Kosovo e 16 riguardanti il focolaio alla Bartolini (Brt) di Rovereto, azienda che svolge servizio di corriere espresso già colpita dalla pandemia a Bologna. In Basilicata infuria invece la polemica dopo l'arrivo di 40 bengalesi sbarcati in Sicilia di cui 38 positivi. E a proposito di numeri, un vero fallimento si è rivelata l'app Immuni: soltanto 4,3 milioni di italiani l'hanno scaricata e soltanto 43 casi sarebbero stati individuati grazie all'applicazione. Lo ha dichiarato la ministra dell'Innovazione Paola Pisano ieri durante il question time al Senato. Un numero di download molto lontano dalla soglia che rende il sistema di tracciamento efficace. Anche il commissario Domenico Arcuri il 9 luglio scorso aveva ammesso che «la app non ha raggiunto il target previsto». Secondo una valutazione avanzata da esperti dell'università di Oxford perché il sistema di rilevamento risultasse efficace sarebbe stato necessario che almeno il 60% della popolazione lo avesse scaricato sul proprio telefonino.
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I presidi chiedono 2.009.991 tavolini monoposto e solamente 440.000 delle sedute ergonomiche caldeggiate dal ministero. Per produrli ci vorrebbero anni, invece la data di consegna agli istituti è fissata per fine agostoLa Lombardia scrive a Roma: «Abbiamo 2.000 in quarantena asintomatici da mesi». In Italia potrebbero essere fino a 3.500Lo speciale contiene due articoliI presidi la loro scelta l'hanno già fatta, vogliono 2.009.991 banchi monoposto e 440.000 sedute ergonomiche per ripartire in sicurezza a settembre. I dati della prima rilevazione su scala nazionale sono arrivati alla prof Azzolina, mancano ancora le preferenze di circa 300 istituti scolastici ma intanto una cosa è certa: i banchetti con rotelle «moderni e più dinamici, in un'ottica di innovazione costante», tanto caldeggiati dal ministro dell'Istruzione, rappresentano solo il 14% delle richieste. In una nota, datata 17 luglio, era stato chiesto ai presidi di compilare con la massima urgenza un questionario, specificando quali banchi anti Covid-19 volessero nelle loro scuole, per spedirlo tassativamente entro lo scorso 20 luglio. Tanta fretta aveva una spiegazione, il ministro Lucia Azzolina e il commissario straordinario Domenico Arcuri avevano già fatto partire la gara pubblica per l'acquisto di un massimo di 3 milioni di banchi, con scadenza per la presentazione delle offerte fissata per il 30 luglio. Banchi scolastici «ordinati» tanto al chilo, prima ancora di conoscere le esigenze dei dirigenti scolastici che infatti hanno sonoramente bocciato le «sedute scolastiche attrezzate di tipo innovativo, ad elevata flessibilità di impiego», inserite nel bando per 1,5 milioni di pezzi mentre 8.088 presidi ne hanno scelte solo 440.000. «Ci eravamo illusi di poter avere finalmente delle delucidazioni in merito all'appalto sui nuovi banchi scolastici ma il governo, in evidente difficoltà, ha nuovamente eluso la risposta alla nostra interrogazione», commentava ieri Paola Frassinetti di FdI, vicepresidente della commissione Cultura della Camera, dopo aver inutilmente atteso chiarimenti dal sottosegretario Giuseppe De Cristofaro. Concludeva: «In attesa che il ministro Azzolina faccia scendere dall'ottovolante la scuola, Fratelli d'Italia non si rassegnerà e continuerà a battersi per evitare che nelle nostre classi finiscano i pericolosi banchi “autoscontro" made in Cina». Antipatie a parte, per i girelli che piacciono a Lucia Azzolina e che De Cristoforo difende («il problema degli spostamenti della seggiola», che metterebbe in crisi il distanziamento, «può essere superato bloccando le rotelle»), nemmeno sappiamo se arriveranno tutti i banchi necessari per far ripartire la scuola. Secondo le aziende del settore, rappresentate da Assufficio di FederlegnoArredo e Assodidattica, servirebbero cinque anni di produzione per mettere insieme 3,7 milioni di pezzi (compresivi delle 700.000 sedute per banchi della tipologia standard, come indicati nel bando). Mentre il tempo a disposizione è di appena 23 giorni, ovvero dal 7 agosto in cui è prevista la firma del contratto, al 31 dello stesso mese, data indicata per la consegna nelle scuole. Arcuri non sembra preoccupato, d'altra parte mica li fabbrica lui i banchi, dal suo ufficio assicurano che «è in corso una gara pubblica europea e sarebbe opportuno evitare commenti o previsioni in attesa di conoscerne gli esiti, anche per non alterarne la dinamica». Certo, intanto mamme e papà vedono moltiplicarsi le incognite su quando riusciranno a rimandare in classe i pargoli. Oltre al rebus mascherine, al problema accessi scaglionati, alla durata delle lezioni, alla messa in sicurezza di aule e bagni e a mille altre ansietà, c'era davvero bisogno di nuovi banchi? Due giorni fa, Tuttoscuola approfondiva la questione, contestando con metro alla mano i numeri dati dal ministro Azzolina: «I banchi singoli permettono di recuperare spazio e noi al momento, sulla base delle indicazioni del Cts, dobbiamo mantenere il metro di distanza», ha dichiarato il capo del Miur. Il portale sul mondo della scuola mostrava invece che ciascun banco monoposto occupa circa 0,35 metri quadrati, una coppia di banchi ne occupa 0,60-0,70. Non c'è risparmio di spazi e se poi consideriamo che anche tra i monoposto deve essere garantita la distanza di almeno un metro, due nuovi banchi occuperanno 0,80-0,85 metri quadrati. Quindi, «25 alunni seduti ai banchi biposto occupano 15 metri quadrati, gli stessi alunni su banchi monoposto occupano almeno 20 metri quadrati». Questo però i dirigenti scolastici già lo sapevano, sanno che sono una soluzione anti Covid-19 ma che grazie ai monoposto avranno aule insufficienti per il fabbisogno di tutti gli alunni. Hanno dovuto piegarsi alle volontà del ministero, riempire il formulario e rassegnarsi ad aspettare banchi che non arriveranno in tempo per il 14 settembre. L'Azzolina precisa che «non sono la soluzione unica che abbiamo proposto per riaprire in presenza e sicurezza. I nuovi arredi sono solo uno dei tanti elementi che abbiamo messo in campo». Chiamiamoli pure arredi, ma che siano a rotelle o tradizionali in aula servono, altrimenti senza banchi il rientro in aula è una farsa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-e-la-azzolina-hanno-23-giorni-per-trovare-2-5-milioni-di-banchi-2646669748.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-senza-piani-per-liberare-i-prigionieri-del-virus" data-post-id="2646669748" data-published-at="1595533080" data-use-pagination="False"> Governo senza piani per liberare i prigionieri del virus Sono clinicamente guariti dall'infezione del Covid-19 ma risultano ancora positivi al tampone e per questo sono costretti all'isolamento domiciliare. Un esercito di 2.000 lombardi sugli 8.947 ancora positivi al coronavirus, che la Regione Lombardia non sa come «trattare» e perciò chiede al governo di intervenire con linee guida mirate. In sostanza almeno uno su 5 tra le persone positive nella Regione ancora al primo posto per contagi, ha una carica virale molto bassa pur essendosi ammalati due mesi fa. Oggi non hanno più sintomi ma il loro tampone risulta debolmente positivo e, in base alle norme attuali, serve un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore per terminare la quarantena. Quindi essendo soggetti «debolmente positivi» devono restare. Per questo l'assessore lombardo alla Salute Giulio Gallera ha scritto al ministero, al Comitato tecnico scientifico e all'Istituto superiore di sanità. «Ho inviato una nuova nota, dopo quelle già inoltrate dalla direzione generale dell'assessorato il 10 e 22 giugno, affinché ci vengano fornite linee guida aggiornate alla situazione attuale» ha spiegato l'assessore «soprattutto alla luce degli studi scientifici che hanno dimostrato la scarsa possibilità di infettare da parte di questi soggetti». «Servono altri studi e ricerche e poi una scelta tecnico politica di opportunità» spiega il virologo Fabrizio Pregliasco che aggiunge: «Questa categoria di soggetti ci fa capire che la malattia che abbiamo conosciuto con i casi sintomatici più gravi, è la punta dell'iceberg. Ora abbiamo gli asintomatici o i pauci sintomatici e abbiamo bisogno di maggiori studi». Secondo il professore questi casi, anche pochi, dimostrano che dopo la fase epidemica della malattia, cioè quella della crescita, ora abbiamo la fase endemica, cioè la continuità della presenza. «Noi continuiamo a monitorare e limitare i focolai ma è per questo che non si deve esagerare con il libera tutti e bisogna avere un comportamento responsabile». Il nodo dei debolmente positivi è naturalmente se siano o no contagiosi. «L'Oms, con una decisione tecnico-politica nelle linee guida non indica più il doppio tampone negativo come passaggio obbligatorio forse pensando ai Paesi più in difficoltà ma creando pasticci per questi casi che comunque non sembrano contagiosi ed è probabile che lo siano poco ma non c'è contezza» sottolinea Pregliasco convinto che con i debolmente positivi le evidenze scientifiche non bastano. Infatti, come afferma il prof. Ivan Cavicchi, studioso di filosofia della medicina che ha scritto un libro sul problema delle evidenze, «il limite della medicina è quello di ragionare con la logica bivalente, positivo o negativo. La realtà patologica in generale delle malattie soprattutto grazie alla singolarità del malato è più complessa. Si può essere negativi o positivi ma anche “altro", questo altro che i matematici chiamano “indicibile". Quindi i debolmente positivi sono soggetti indicibili per i quali si deve dare altra definizione. Se tutti i caratteri della positività, quelli importanti, sono contraddetti non si può parlare di positività e neanche di debole positività». Intanto il bollettino del coronavirus di ieri, con 3 milioni di casi in Europa, segna in Italia 306 positivi e 10 decessi a fronte di ben 60.000 tamponi effettuati nelle ultime 24 ore. Sale anche il numero degli attualmente positivi, 12.404 in incremento di 82 pazienti. A guardare l'andamento nelle regioni, la Lombardia è sempre in testa col 27% dei casi, seguita da Emilia Romagna e Veneto mentre in Campania i contagi salgono più che nel resto del sud. Nel Lazio ieri si è registrato un decesso e 26 nuovi casi di cui 12 d'importazione: 4 dal Bangladesh, 4 da India, 2 casi da Romania, 1 da Lituania e 1 da Marocco. In Trentino 20 casi di cui 4 relativi ad una famiglia del Kosovo e 16 riguardanti il focolaio alla Bartolini (Brt) di Rovereto, azienda che svolge servizio di corriere espresso già colpita dalla pandemia a Bologna. In Basilicata infuria invece la polemica dopo l'arrivo di 40 bengalesi sbarcati in Sicilia di cui 38 positivi. E a proposito di numeri, un vero fallimento si è rivelata l'app Immuni: soltanto 4,3 milioni di italiani l'hanno scaricata e soltanto 43 casi sarebbero stati individuati grazie all'applicazione. Lo ha dichiarato la ministra dell'Innovazione Paola Pisano ieri durante il question time al Senato. Un numero di download molto lontano dalla soglia che rende il sistema di tracciamento efficace. Anche il commissario Domenico Arcuri il 9 luglio scorso aveva ammesso che «la app non ha raggiunto il target previsto». Secondo una valutazione avanzata da esperti dell'università di Oxford perché il sistema di rilevamento risultasse efficace sarebbe stato necessario che almeno il 60% della popolazione lo avesse scaricato sul proprio telefonino.
(IStock)
Ieri, a un processo in corso a Torino, un colonnello dei carabinieri ha raccontato come testimone una storia allucinante. Una storia di bambini che sarebbero stati manipolati per pilotare i giudici. Quei bambini erano stati affidati a una coppia di donne e alla vigoria di un’udienza sarebbe stato fatto vedere loro un documentario sui lager e su come i nazisti strappavano le mamme ai figlioletti.
La testimonianza choc è stata resa in aula dal colonnello Vincenzo Bertè, l’ufficiale dell’Arma che ha coordinato le indagini, al processo per le irregolarità nelle procedure di affidamento di due bambini nigeriani a una coppia di donne gay, entrambe imputate insieme alla psicoterapeuta Nadia Bolognini. La dottoressa è l’ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e poi assolto per lo scandalo Bibbiano. Il colonnello ha raccontato che «le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice. Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».
I fatti si sono svolti tra il 2013 e il 2021 e il processo di questi giorni non ha avuto vita facile. Il procedimento non ha sposato la tesi iniziale della Procura sull’esistenza di un «sistema Bibbiano» anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare, nel 2024, il gup decise il non luogo a procedere per alcune operatrici e per i dirigenti dei servizi sociali del Comune. Tuttavia, sono rimaste in piedi le accuse di maltrattamenti e di frode processuale per la singola vicenda dei bimbi nigeriani affidati alla coppia di signore torinesi. Quando in aula sono risuonate le accuse dell’ufficiale dei carabinieri, le difese degli imputati hanno contestato l’andamento della testimonianza. «Le sue sono interpretazioni personali», hanno detto i difensori, e «lei sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente». Il pm Giulia Rizzo invece ha fatto notare che il colonnello «sta soltanto riassumendo le evidenze da cui sono state tratte le notizie di reato», ricordando che «noi abbiamo il dovere di spiegare come è nato il procedimento in corso». Il tribunale ha sostanzialmente recepito le obiezioni degli avvocati, ma ha voluto che il testimone, senza indugiare in valutazioni, leggesse il contenuto di alcune intercettazioni ambientali e telefoniche. E i giudici hanno anche sottolineato che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, a meno che non riguardi l’episodio specifico di Torino. Insomma, niente rivincite, in un senso o nell’altro.
Ad ottobre del 2022, quando la Procura di Torino aveva chiuso le indagini, aveva segnalato la manipolazione dei bambini contro i genitori naturali e oltre a non meglio specificate «testimonianze pilotate» (oggi si è scoperto come) aveva parlato di «relazioni infondate». Il proscioglimento di nove persone tra poliziotti, assistenti sociali e personale del Comune ha portato a escludere l’esistenza di una «Bibbiano piemontese» e questo processo è andato avanti nel silenzio e nel disinteresse generale, ma ora rischia di presentare il conto anche a un certo modo di concepire la famiglia e la genitorialità «diffusa». La dottoressa Bolognini era stata chiamata in causa come consulente dalle due signore affidatarie e aveva ipotizzato nientemeno che una condotta sessualizzata dei bambini. Un esito decisamente imprevedibile per la vera madre nigeriana, che aveva chiesto aiuto semplicemente perché non riusciva più a mantenerli. Stando alle indagini dei carabinieri, poi, a dare una mano alle due nuove mamme nella loro battaglia sarebbero stati anche alcuni poliziotti (prosciolti), colleghi di una delle due donne affidatarie. Scrivevano i pm che avrebbero assunto informazioni sui genitori naturali dei bambini così da «screditarli e dimostrare l’incapacità genitoriale».
Una vicenda, come si vede, complicata e dolorosa e dove, come insegna il passato, gli imputati possono diventare vittime e viceversa. Tuttavia, oggi fanno riflettere le parole, calibratissime, scritte ieri dal giudice Antonio Sangermano parlando di tutt’altro, ovvero del referendum sulla riforma Nordio. La toga toscana, che è favore del «sì», spiegava i mali delle correnti politicizzate dell’Anm «che si autodefiniscono orgogliosamente «progressiste», le quali teorizzano e rivendicano la cosiddetta «militanza civica» e che mostrano, in alcuni loro esponenti, evidenti tratti di ideologicizzazione». E poi faceva un esempio di questi campi di battaglia parlando di «propensione a egemonizzare culturalmente interi settori strategici della giurisdizione, quali almeno la materia della famiglia, dei cosiddetti «nuovi diritti», dell’immigrazione e del diritto minorile». Sono quattro temi e sono tutti e quattro presenti in questa orrenda storia torinese.
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(IStock)
Insomma, a leggere la «nota relativa al turno esterno del pm minorile», le forze dell’ordine sono troppo zelanti ed eccedono nei controlli notturni. Così, appunto, sul tavolo del procuratore Patrizia Imperato sono arrivate le lamentele di una decina di sostituiti procuratori, i quali tutti assieme hanno «rappresentato che la reperibilità telefonica ci rende destinatari di continui contatti telefonici non doverosi per legge, nei quali il chiamante (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) richiede al pmm (pubblico ministero minorile, ndr) una consulenza sugli adempimenti da seguire quando nelle attività di pg (polizia giudiziaria, ndr) viene coinvolto un minore». In poche parole, se abbiamo capito bene, in strada gli agenti non sanno bene le procedure da seguire.
Come a dire che va bene «far seguire sempre le linee guida della Procura nel best interest of the child (testuale…)» e, quindi, «a collaborare per gli scopi perseguiti dagli operatori di strada», ma non esageriamo ad andare «ben oltre i contatti orali doverosi».
Da qui la richiesta corale dei sostituti procuratori: «Con la presente missiva si chiede di invitare le FF.OO. (forze dell’ordine, ndr), durante le ore notturne dalle 23 alle 7, a evitare contatti telefonici con problematiche nelle quali non è previsto dalla legge la comunicazione orale immediata; limitando (tutta questa parte è scritta in neretto, ndr) i contatti telefonici notturni soltanto ad arresti o fermi di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
Lo abbiamo scritto fin da subito: la colpa è nostra che non capiamo. Ma evidentemente nemmeno tra polizia, carabinieri e Guardia di finanza hanno chiara la situazione. Noi, per esempio, non capiamo quali sono gli eccessi (non vorrei chiamarle seccature per non mancare di rispetto ad alcuno) degli agenti. In tal senso non ci aiuta nemmeno l’ultimo capoverso della «lamentela» scritta dai sostituti procuratori all’indirizzo del procuratore. «Per meglio conseguire questo scopo», si legge, «si richiede di impartire ai carabinieri del presidio minorile che smistano le telefonate, l’ordine di filtrare le stesse limitando i contatti telefonici notturni dalle 23 alle 7 ai soli casi di arresti o fermi di minorenni; omicidio e tentato omicidio riconducibili ad azioni di minorenni; rapina e violenza sessuale riconducibili a minorenni in identificazione».
In poche parole, per dirla con il procuratore Patrizia Imperato che ha firmato la nota, «durante il turno di reperibilità» si chiede di «limitare le telefonate notturne alle sole telefonate necessarie». Per il resto, si prega di chiamare «dopo le 7 del mattino» anche perché, si sostiene, «il più delle volte l’intervento immediato spetta ai servizi sociali».
Non mettiamo in dubbio che tutto questo sia utile «a ottimizzare il lavoro congiunto di Procura e forze dell’ordine», ma a leggerlo così sembra quasi una nota per non appesantire i sostituti in turno notturno. Come se fossero gli unici a sentire il peso delle nottate passate a lavorare. Cosa che tra l’altro fanno anche gli agenti delle forze dell’ordine, i medici e gli infermieri negli ospedali e non pochi altri lavoratori. Ma, ripeto, la colpa è nostra che non capiamo. E stiamo esagerando con le emergenze giovanili e quant’altro.
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Mauro Glorioso, vittima dell'episodio di violenza dei Murazzi, nel giorno della sua laurea (Ansa)
È stata scarcerata in largo anticipo Denise, la ragazza condannata per aver partecipato «in concorso morale» con il branco al tentato omicidio dello studente Mauro Glorioso, colpito tre anni fa da una bicicletta elettrica lanciata dai Murazzi a Torino. E a Milano il Tar ha sospeso i Daspo urbani a quattro degli autori degli atti di teppismo in stazione Centrale durante la violenta manifestazione pro Pal di settembre. Due pugni nello stomaco al principio di legalità e alla certezza della pena, ormai derubricata da architrave del diritto penale a materiale da convegno di giurisprudenza. In 24 ore ogni proposito per ristabilire un confine fra chi delinque e le sue vittime si è disintegrato con la fattiva collaborazione dei tribunali: chi ha concorso (anche se non materialmente) a costringere per tutta la vita su una sedia a rotelle un ragazzo può già pensare a frequentare corsi di boxe e di tatuaggio. E chi ha sfasciato vetrine, aggredito poliziotti e messo a ferro e fuoco un quartiere di Milano può ordinare una pizza e un gelato ridendo in faccia alle persone terrorizzate quattro mesi fa. Perché? «Perché non c’è pericolo per la sicurezza pubblica», sentenziano le toghe amministrative. Un autentico trionfo.
Questa è la risposta della giustizia mentre la violenza giovanile si fa sempre più invasiva, il ministero dell’Interno aumenta la vigilanza nelle città, le Procure chiedono rinforzi per accelerare i processi, i sociologi si esibiscono in check up di ogni specie e sottospecie, qualche studente si presenta in classe con coltelli da combattimento e il governo prepara pacchetti sicurezza un mese sì e l’altro pure. In questo scenario, che presupporrebbe prudenza e massima allerta per cogliere il cuore del problema per limitare i danni, ecco la parola d’ordine nella tranquilla socialdemocrazia svedese dei tribunali italiani: prego, accomodatevi.
La vicenda di Torino è paradigmatica. La sera del 20 gennaio 2023 - esattamente tre anni fa, neanche fosse una ricorrenza - Denise (allora minorenne) rimase allegramente a guardare mentre tre suoi amici organizzavano e mettevano in atto il lancio di una bici elettrica dalla balaustra in riva al Po in testa a Mauro Glorioso, rendendolo paraplegico. Dopo la bravata, la banda andò a divertirsi. Nessuno denunciò, nessuno si costituì, le chat Whatsapp furono cancellate (poi recuperate dagli investigatori con un software apposito). Secondo il pm Livia Locci, che nel processo rappresentò l’accusa, «il piano era stato stabilito a priori e nulla fu lasciato all’istinto».
Denise fu condannata a 6 anni e 8 mesi mentre uno dei lanciatori materiali e una complice, tutti maggiorenni, devono scontare 16 e 14 anni. I giudici che hanno scarcerato Denise con oltre 3 anni di anticipo sostengono che «ora è più consapevole delle sue responsabilità» e l’hanno affidata in prova ai servizi sociali. Per la famiglia Glorioso è stato un anniversario devastante. Attraverso l’avvocato Simona Grabbi hanno fatto sapere che «dopo il sacrificio di nostro figlio, la cui vita è stata distrutta da un gesto di scellerata e gratuita violenza, siamo costernati per non essere stati neppure chiamati a esprimere un parere sulla concessione di una misura alternativa e sugli eventuali contatti o gesti di pentimento compiuti a favore di Mauro, peraltro semplicemente inesistenti».
La certezza della pena non è una pretesa rigorista, ma il punto di partenza di un percorso virtuoso e, al tempo stesso, un deterrente per chi si appresta a delinquere. Se non esiste, semplicemente si lascia spazio alla barbarie.
Un approccio simile riguarda le violenze pro Pal milanesi, il teppismo becero di chi ora sa che potrà farla franca. Ai quattro giovani arrestati in stazione Centrale (due studentesse universitarie di 21 anni e due liceali minorenni) era stato vietato per due anni di circolare in alcune aree della città, di accedere ai treni e alla metropolitana. Colpo di spugna, non è successo niente. Il Tar ha semplicemente deciso di sospendere i Daspo emessi dalla questura in attesa del processo vero e proprio.
La giustizia esce ancora una volta sconfitta per aver abdicato al proprio ruolo, per aver impedito agli autori delle violenze di coglierne la gravità. Questa non è rieducazione ma arrendevolezza. Una lezione a tutti arriva proprio da Mauro Glorioso, paralizzato dalla banda torinese dal collo in giù. Ha saputo ricominciare, si è laureato in Medicina: «Bello raggiungere un obiettivo nonostante tutto, io guardo avanti». Oltre il male c’è la vita, accompagnata dalla forza di volontà, dalla capacità morale di ricostruire con rettitudine e dignità un’esistenza distrutta. Saper distinguere tutto questo - non sulla luna, ma nei tribunali - è la base di una società che vorrebbe continuare a chiamarsi civile.
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