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2020-07-24
Arcuri e la Azzolina hanno 23 giorni per trovare 2,5 milioni di banchi
Lucia Azzolina (Ansa)
I presidi la loro scelta l'hanno già fatta, vogliono 2.009.991 banchi monoposto e 440.000 sedute ergonomiche per ripartire in sicurezza a settembre. I dati della prima rilevazione su scala nazionale sono arrivati alla prof Azzolina, mancano ancora le preferenze di circa 300 istituti scolastici ma intanto una cosa è certa: i banchetti con rotelle «moderni e più dinamici, in un'ottica di innovazione costante», tanto caldeggiati dal ministro dell'Istruzione, rappresentano solo il 14% delle richieste. In una nota, datata 17 luglio, era stato chiesto ai presidi di compilare con la massima urgenza un questionario, specificando quali banchi anti Covid-19 volessero nelle loro scuole, per spedirlo tassativamente entro lo scorso 20 luglio. Tanta fretta aveva una spiegazione, il ministro Lucia Azzolina e il commissario straordinario Domenico Arcuri avevano già fatto partire la gara pubblica per l'acquisto di un massimo di 3 milioni di banchi, con scadenza per la presentazione delle offerte fissata per il 30 luglio. Banchi scolastici «ordinati» tanto al chilo, prima ancora di conoscere le esigenze dei dirigenti scolastici che infatti hanno sonoramente bocciato le «sedute scolastiche attrezzate di tipo innovativo, ad elevata flessibilità di impiego», inserite nel bando per 1,5 milioni di pezzi mentre 8.088 presidi ne hanno scelte solo 440.000. «Ci eravamo illusi di poter avere finalmente delle delucidazioni in merito all'appalto sui nuovi banchi scolastici ma il governo, in evidente difficoltà, ha nuovamente eluso la risposta alla nostra interrogazione», commentava ieri Paola Frassinetti di FdI, vicepresidente della commissione Cultura della Camera, dopo aver inutilmente atteso chiarimenti dal sottosegretario Giuseppe De Cristofaro. Concludeva: «In attesa che il ministro Azzolina faccia scendere dall'ottovolante la scuola, Fratelli d'Italia non si rassegnerà e continuerà a battersi per evitare che nelle nostre classi finiscano i pericolosi banchi “autoscontro" made in Cina». Antipatie a parte, per i girelli che piacciono a Lucia Azzolina e che De Cristoforo difende («il problema degli spostamenti della seggiola», che metterebbe in crisi il distanziamento, «può essere superato bloccando le rotelle»), nemmeno sappiamo se arriveranno tutti i banchi necessari per far ripartire la scuola. Secondo le aziende del settore, rappresentate da Assufficio di FederlegnoArredo e Assodidattica, servirebbero cinque anni di produzione per mettere insieme 3,7 milioni di pezzi (compresivi delle 700.000 sedute per banchi della tipologia standard, come indicati nel bando). Mentre il tempo a disposizione è di appena 23 giorni, ovvero dal 7 agosto in cui è prevista la firma del contratto, al 31 dello stesso mese, data indicata per la consegna nelle scuole. Arcuri non sembra preoccupato, d'altra parte mica li fabbrica lui i banchi, dal suo ufficio assicurano che «è in corso una gara pubblica europea e sarebbe opportuno evitare commenti o previsioni in attesa di conoscerne gli esiti, anche per non alterarne la dinamica». Certo, intanto mamme e papà vedono moltiplicarsi le incognite su quando riusciranno a rimandare in classe i pargoli. Oltre al rebus mascherine, al problema accessi scaglionati, alla durata delle lezioni, alla messa in sicurezza di aule e bagni e a mille altre ansietà, c'era davvero bisogno di nuovi banchi? Due giorni fa, Tuttoscuola approfondiva la questione, contestando con metro alla mano i numeri dati dal ministro Azzolina: «I banchi singoli permettono di recuperare spazio e noi al momento, sulla base delle indicazioni del Cts, dobbiamo mantenere il metro di distanza», ha dichiarato il capo del Miur. Il portale sul mondo della scuola mostrava invece che ciascun banco monoposto occupa circa 0,35 metri quadrati, una coppia di banchi ne occupa 0,60-0,70. Non c'è risparmio di spazi e se poi consideriamo che anche tra i monoposto deve essere garantita la distanza di almeno un metro, due nuovi banchi occuperanno 0,80-0,85 metri quadrati. Quindi, «25 alunni seduti ai banchi biposto occupano 15 metri quadrati, gli stessi alunni su banchi monoposto occupano almeno 20 metri quadrati». Questo però i dirigenti scolastici già lo sapevano, sanno che sono una soluzione anti Covid-19 ma che grazie ai monoposto avranno aule insufficienti per il fabbisogno di tutti gli alunni. Hanno dovuto piegarsi alle volontà del ministero, riempire il formulario e rassegnarsi ad aspettare banchi che non arriveranno in tempo per il 14 settembre. L'Azzolina precisa che «non sono la soluzione unica che abbiamo proposto per riaprire in presenza e sicurezza. I nuovi arredi sono solo uno dei tanti elementi che abbiamo messo in campo». Chiamiamoli pure arredi, ma che siano a rotelle o tradizionali in aula servono, altrimenti senza banchi il rientro in aula è una farsa.
Governo senza piani per liberare i prigionieri del virus
Sono clinicamente guariti dall'infezione del Covid-19 ma risultano ancora positivi al tampone e per questo sono costretti all'isolamento domiciliare. Un esercito di 2.000 lombardi sugli 8.947 ancora positivi al coronavirus, che la Regione Lombardia non sa come «trattare» e perciò chiede al governo di intervenire con linee guida mirate. In sostanza almeno uno su 5 tra le persone positive nella Regione ancora al primo posto per contagi, ha una carica virale molto bassa pur essendosi ammalati due mesi fa. Oggi non hanno più sintomi ma il loro tampone risulta debolmente positivo e, in base alle norme attuali, serve un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore per terminare la quarantena. Quindi essendo soggetti «debolmente positivi» devono restare. Per questo l'assessore lombardo alla Salute Giulio Gallera ha scritto al ministero, al Comitato tecnico scientifico e all'Istituto superiore di sanità. «Ho inviato una nuova nota, dopo quelle già inoltrate dalla direzione generale dell'assessorato il 10 e 22 giugno, affinché ci vengano fornite linee guida aggiornate alla situazione attuale» ha spiegato l'assessore «soprattutto alla luce degli studi scientifici che hanno dimostrato la scarsa possibilità di infettare da parte di questi soggetti».
«Servono altri studi e ricerche e poi una scelta tecnico politica di opportunità» spiega il virologo Fabrizio Pregliasco che aggiunge: «Questa categoria di soggetti ci fa capire che la malattia che abbiamo conosciuto con i casi sintomatici più gravi, è la punta dell'iceberg. Ora abbiamo gli asintomatici o i pauci sintomatici e abbiamo bisogno di maggiori studi». Secondo il professore questi casi, anche pochi, dimostrano che dopo la fase epidemica della malattia, cioè quella della crescita, ora abbiamo la fase endemica, cioè la continuità della presenza. «Noi continuiamo a monitorare e limitare i focolai ma è per questo che non si deve esagerare con il libera tutti e bisogna avere un comportamento responsabile». Il nodo dei debolmente positivi è naturalmente se siano o no contagiosi. «L'Oms, con una decisione tecnico-politica nelle linee guida non indica più il doppio tampone negativo come passaggio obbligatorio forse pensando ai Paesi più in difficoltà ma creando pasticci per questi casi che comunque non sembrano contagiosi ed è probabile che lo siano poco ma non c'è contezza» sottolinea Pregliasco convinto che con i debolmente positivi le evidenze scientifiche non bastano. Infatti, come afferma il prof. Ivan Cavicchi, studioso di filosofia della medicina che ha scritto un libro sul problema delle evidenze, «il limite della medicina è quello di ragionare con la logica bivalente, positivo o negativo. La realtà patologica in generale delle malattie soprattutto grazie alla singolarità del malato è più complessa. Si può essere negativi o positivi ma anche “altro", questo altro che i matematici chiamano “indicibile". Quindi i debolmente positivi sono soggetti indicibili per i quali si deve dare altra definizione. Se tutti i caratteri della positività, quelli importanti, sono contraddetti non si può parlare di positività e neanche di debole positività».
Intanto il bollettino del coronavirus di ieri, con 3 milioni di casi in Europa, segna in Italia 306 positivi e 10 decessi a fronte di ben 60.000 tamponi effettuati nelle ultime 24 ore. Sale anche il numero degli attualmente positivi, 12.404 in incremento di 82 pazienti. A guardare l'andamento nelle regioni, la Lombardia è sempre in testa col 27% dei casi, seguita da Emilia Romagna e Veneto mentre in Campania i contagi salgono più che nel resto del sud. Nel Lazio ieri si è registrato un decesso e 26 nuovi casi di cui 12 d'importazione: 4 dal Bangladesh, 4 da India, 2 casi da Romania, 1 da Lituania e 1 da Marocco. In Trentino 20 casi di cui 4 relativi ad una famiglia del Kosovo e 16 riguardanti il focolaio alla Bartolini (Brt) di Rovereto, azienda che svolge servizio di corriere espresso già colpita dalla pandemia a Bologna. In Basilicata infuria invece la polemica dopo l'arrivo di 40 bengalesi sbarcati in Sicilia di cui 38 positivi. E a proposito di numeri, un vero fallimento si è rivelata l'app Immuni: soltanto 4,3 milioni di italiani l'hanno scaricata e soltanto 43 casi sarebbero stati individuati grazie all'applicazione. Lo ha dichiarato la ministra dell'Innovazione Paola Pisano ieri durante il question time al Senato. Un numero di download molto lontano dalla soglia che rende il sistema di tracciamento efficace. Anche il commissario Domenico Arcuri il 9 luglio scorso aveva ammesso che «la app non ha raggiunto il target previsto». Secondo una valutazione avanzata da esperti dell'università di Oxford perché il sistema di rilevamento risultasse efficace sarebbe stato necessario che almeno il 60% della popolazione lo avesse scaricato sul proprio telefonino.
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I presidi chiedono 2.009.991 tavolini monoposto e solamente 440.000 delle sedute ergonomiche caldeggiate dal ministero. Per produrli ci vorrebbero anni, invece la data di consegna agli istituti è fissata per fine agostoLa Lombardia scrive a Roma: «Abbiamo 2.000 in quarantena asintomatici da mesi». In Italia potrebbero essere fino a 3.500Lo speciale contiene due articoliI presidi la loro scelta l'hanno già fatta, vogliono 2.009.991 banchi monoposto e 440.000 sedute ergonomiche per ripartire in sicurezza a settembre. I dati della prima rilevazione su scala nazionale sono arrivati alla prof Azzolina, mancano ancora le preferenze di circa 300 istituti scolastici ma intanto una cosa è certa: i banchetti con rotelle «moderni e più dinamici, in un'ottica di innovazione costante», tanto caldeggiati dal ministro dell'Istruzione, rappresentano solo il 14% delle richieste. In una nota, datata 17 luglio, era stato chiesto ai presidi di compilare con la massima urgenza un questionario, specificando quali banchi anti Covid-19 volessero nelle loro scuole, per spedirlo tassativamente entro lo scorso 20 luglio. Tanta fretta aveva una spiegazione, il ministro Lucia Azzolina e il commissario straordinario Domenico Arcuri avevano già fatto partire la gara pubblica per l'acquisto di un massimo di 3 milioni di banchi, con scadenza per la presentazione delle offerte fissata per il 30 luglio. Banchi scolastici «ordinati» tanto al chilo, prima ancora di conoscere le esigenze dei dirigenti scolastici che infatti hanno sonoramente bocciato le «sedute scolastiche attrezzate di tipo innovativo, ad elevata flessibilità di impiego», inserite nel bando per 1,5 milioni di pezzi mentre 8.088 presidi ne hanno scelte solo 440.000. «Ci eravamo illusi di poter avere finalmente delle delucidazioni in merito all'appalto sui nuovi banchi scolastici ma il governo, in evidente difficoltà, ha nuovamente eluso la risposta alla nostra interrogazione», commentava ieri Paola Frassinetti di FdI, vicepresidente della commissione Cultura della Camera, dopo aver inutilmente atteso chiarimenti dal sottosegretario Giuseppe De Cristofaro. Concludeva: «In attesa che il ministro Azzolina faccia scendere dall'ottovolante la scuola, Fratelli d'Italia non si rassegnerà e continuerà a battersi per evitare che nelle nostre classi finiscano i pericolosi banchi “autoscontro" made in Cina». Antipatie a parte, per i girelli che piacciono a Lucia Azzolina e che De Cristoforo difende («il problema degli spostamenti della seggiola», che metterebbe in crisi il distanziamento, «può essere superato bloccando le rotelle»), nemmeno sappiamo se arriveranno tutti i banchi necessari per far ripartire la scuola. Secondo le aziende del settore, rappresentate da Assufficio di FederlegnoArredo e Assodidattica, servirebbero cinque anni di produzione per mettere insieme 3,7 milioni di pezzi (compresivi delle 700.000 sedute per banchi della tipologia standard, come indicati nel bando). Mentre il tempo a disposizione è di appena 23 giorni, ovvero dal 7 agosto in cui è prevista la firma del contratto, al 31 dello stesso mese, data indicata per la consegna nelle scuole. Arcuri non sembra preoccupato, d'altra parte mica li fabbrica lui i banchi, dal suo ufficio assicurano che «è in corso una gara pubblica europea e sarebbe opportuno evitare commenti o previsioni in attesa di conoscerne gli esiti, anche per non alterarne la dinamica». Certo, intanto mamme e papà vedono moltiplicarsi le incognite su quando riusciranno a rimandare in classe i pargoli. Oltre al rebus mascherine, al problema accessi scaglionati, alla durata delle lezioni, alla messa in sicurezza di aule e bagni e a mille altre ansietà, c'era davvero bisogno di nuovi banchi? Due giorni fa, Tuttoscuola approfondiva la questione, contestando con metro alla mano i numeri dati dal ministro Azzolina: «I banchi singoli permettono di recuperare spazio e noi al momento, sulla base delle indicazioni del Cts, dobbiamo mantenere il metro di distanza», ha dichiarato il capo del Miur. Il portale sul mondo della scuola mostrava invece che ciascun banco monoposto occupa circa 0,35 metri quadrati, una coppia di banchi ne occupa 0,60-0,70. Non c'è risparmio di spazi e se poi consideriamo che anche tra i monoposto deve essere garantita la distanza di almeno un metro, due nuovi banchi occuperanno 0,80-0,85 metri quadrati. Quindi, «25 alunni seduti ai banchi biposto occupano 15 metri quadrati, gli stessi alunni su banchi monoposto occupano almeno 20 metri quadrati». Questo però i dirigenti scolastici già lo sapevano, sanno che sono una soluzione anti Covid-19 ma che grazie ai monoposto avranno aule insufficienti per il fabbisogno di tutti gli alunni. Hanno dovuto piegarsi alle volontà del ministero, riempire il formulario e rassegnarsi ad aspettare banchi che non arriveranno in tempo per il 14 settembre. L'Azzolina precisa che «non sono la soluzione unica che abbiamo proposto per riaprire in presenza e sicurezza. I nuovi arredi sono solo uno dei tanti elementi che abbiamo messo in campo». Chiamiamoli pure arredi, ma che siano a rotelle o tradizionali in aula servono, altrimenti senza banchi il rientro in aula è una farsa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/arcuri-e-la-azzolina-hanno-23-giorni-per-trovare-2-5-milioni-di-banchi-2646669748.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-senza-piani-per-liberare-i-prigionieri-del-virus" data-post-id="2646669748" data-published-at="1595533080" data-use-pagination="False"> Governo senza piani per liberare i prigionieri del virus Sono clinicamente guariti dall'infezione del Covid-19 ma risultano ancora positivi al tampone e per questo sono costretti all'isolamento domiciliare. Un esercito di 2.000 lombardi sugli 8.947 ancora positivi al coronavirus, che la Regione Lombardia non sa come «trattare» e perciò chiede al governo di intervenire con linee guida mirate. In sostanza almeno uno su 5 tra le persone positive nella Regione ancora al primo posto per contagi, ha una carica virale molto bassa pur essendosi ammalati due mesi fa. Oggi non hanno più sintomi ma il loro tampone risulta debolmente positivo e, in base alle norme attuali, serve un doppio tampone negativo a distanza di almeno 24 ore per terminare la quarantena. Quindi essendo soggetti «debolmente positivi» devono restare. Per questo l'assessore lombardo alla Salute Giulio Gallera ha scritto al ministero, al Comitato tecnico scientifico e all'Istituto superiore di sanità. «Ho inviato una nuova nota, dopo quelle già inoltrate dalla direzione generale dell'assessorato il 10 e 22 giugno, affinché ci vengano fornite linee guida aggiornate alla situazione attuale» ha spiegato l'assessore «soprattutto alla luce degli studi scientifici che hanno dimostrato la scarsa possibilità di infettare da parte di questi soggetti». «Servono altri studi e ricerche e poi una scelta tecnico politica di opportunità» spiega il virologo Fabrizio Pregliasco che aggiunge: «Questa categoria di soggetti ci fa capire che la malattia che abbiamo conosciuto con i casi sintomatici più gravi, è la punta dell'iceberg. Ora abbiamo gli asintomatici o i pauci sintomatici e abbiamo bisogno di maggiori studi». Secondo il professore questi casi, anche pochi, dimostrano che dopo la fase epidemica della malattia, cioè quella della crescita, ora abbiamo la fase endemica, cioè la continuità della presenza. «Noi continuiamo a monitorare e limitare i focolai ma è per questo che non si deve esagerare con il libera tutti e bisogna avere un comportamento responsabile». Il nodo dei debolmente positivi è naturalmente se siano o no contagiosi. «L'Oms, con una decisione tecnico-politica nelle linee guida non indica più il doppio tampone negativo come passaggio obbligatorio forse pensando ai Paesi più in difficoltà ma creando pasticci per questi casi che comunque non sembrano contagiosi ed è probabile che lo siano poco ma non c'è contezza» sottolinea Pregliasco convinto che con i debolmente positivi le evidenze scientifiche non bastano. Infatti, come afferma il prof. Ivan Cavicchi, studioso di filosofia della medicina che ha scritto un libro sul problema delle evidenze, «il limite della medicina è quello di ragionare con la logica bivalente, positivo o negativo. La realtà patologica in generale delle malattie soprattutto grazie alla singolarità del malato è più complessa. Si può essere negativi o positivi ma anche “altro", questo altro che i matematici chiamano “indicibile". Quindi i debolmente positivi sono soggetti indicibili per i quali si deve dare altra definizione. Se tutti i caratteri della positività, quelli importanti, sono contraddetti non si può parlare di positività e neanche di debole positività». Intanto il bollettino del coronavirus di ieri, con 3 milioni di casi in Europa, segna in Italia 306 positivi e 10 decessi a fronte di ben 60.000 tamponi effettuati nelle ultime 24 ore. Sale anche il numero degli attualmente positivi, 12.404 in incremento di 82 pazienti. A guardare l'andamento nelle regioni, la Lombardia è sempre in testa col 27% dei casi, seguita da Emilia Romagna e Veneto mentre in Campania i contagi salgono più che nel resto del sud. Nel Lazio ieri si è registrato un decesso e 26 nuovi casi di cui 12 d'importazione: 4 dal Bangladesh, 4 da India, 2 casi da Romania, 1 da Lituania e 1 da Marocco. In Trentino 20 casi di cui 4 relativi ad una famiglia del Kosovo e 16 riguardanti il focolaio alla Bartolini (Brt) di Rovereto, azienda che svolge servizio di corriere espresso già colpita dalla pandemia a Bologna. In Basilicata infuria invece la polemica dopo l'arrivo di 40 bengalesi sbarcati in Sicilia di cui 38 positivi. E a proposito di numeri, un vero fallimento si è rivelata l'app Immuni: soltanto 4,3 milioni di italiani l'hanno scaricata e soltanto 43 casi sarebbero stati individuati grazie all'applicazione. Lo ha dichiarato la ministra dell'Innovazione Paola Pisano ieri durante il question time al Senato. Un numero di download molto lontano dalla soglia che rende il sistema di tracciamento efficace. Anche il commissario Domenico Arcuri il 9 luglio scorso aveva ammesso che «la app non ha raggiunto il target previsto». Secondo una valutazione avanzata da esperti dell'università di Oxford perché il sistema di rilevamento risultasse efficace sarebbe stato necessario che almeno il 60% della popolazione lo avesse scaricato sul proprio telefonino.
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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