- Il software usato negli Usa ha mostrato falle nella segretezza e nell’accuratezza del conteggio elettorale. Donald Trump rivendica 2,7 milioni di preferenze «cancellate»
- L’addetto stampa passava notizie al Cairo in cambio della pensione per la mamma
Lo speciale contiene due articoli
Non si placano le polemiche negli Stati Uniti su Dominion Voting Systems: società di Toronto, con sede americana a Denver, che produce tecnologia per il voto elettronico. Donald Trump è andato all’attacco su Twitter, tacciandola di aver indebitamente «eliminato» 2,7 milioni di voti in suo favore alle ultime elezioni presidenziali. Una tesi che l’azienda ha categoricamente respinto, mentre la Cisa ha parlato di «affermazioni infondate». Ora, è chiaro che il team del presidente americano dovrà incaricarsi di addurre prove per suffragare le proprie gravi accuse. Tuttavia un certo coro mediatico che si è levato oltreatlantico in difesa di Dominion è forse vagamente esagerato. Perché, al di là delle recenti accuse di irregolarità, alcuni problemi questa società effettivamente in passato li ha riscontrati: soprattutto in Georgia, uno degli Stati che Joe Biden si è aggiudicato con uno scarto dello 0,3%.
Come riferito dall’Associated press, l’associazione di attivisti Coalition for Good Governance aveva intentato una causa nel cosiddetto Peach State contro il nuovo sistema di voto elettronico che il locale parlamento aveva acquistato da Dominion nel 2019 al prezzo di 107 milioni di dollari. Secondo la denuncia, gli impianti avrebbero presentato seri problemi di accuratezza nel conteggio e vulnerabilità in termini di sicurezza (soprattutto a fronte di eventuali tentativi di hackeraggio). Il contenzioso si è protratto fino allo scorso 11 ottobre, quando la giudice federale, Amy Totenberg, ha rifiutato di bloccare il sistema elettronico. Nelle 147 pagine di ordinanza, la togata, nominata nel 2010 da Barack Obama, ha comunque messo in evidenza degli elementi interessanti. La ragione da lei addotta per non cassare gli impianti è stata che «l’implementazione di un cambiamento sistemico così improvviso […] non può che causare confusione negli elettori». Tuttavia, la giudice ha anche specificato che i «rischi», messi in evidenza dai querelanti, «non sono né ipotetici né remoti nelle circostanze attuali».
Del resto, forti problemi in Georgia si erano verificati già lo scorso giugno, in occasione delle locali elezioni primarie, quando – anche a causa del nuovo sistema elettronico di voto – avevano avuto luogo intoppi, lungaggini e code ai seggi. In particolare, un articolo del New York Times riportò che le nuove macchine richiedessero «troppa potenza extra» per le sedi obsolete in cui erano collocate. Nello stesso articolo, si faceva tra l’altro riferimento alle pesanti tattiche di lobbying messe in campo da Dominion in vari Stati. La società disporrebbe per esempio di otto lobbisti registrati in Georgia, tra cui si annoverano: Lewis A. Massey (ex locale segretario di Stato democratico) e Jared Thomas (ex capo dello staff dell’attuale governatore repubblicano, Brian Kemp). In tutto questo, non bisogna neppure trascurare che, nel giugno 2019, il vicesegretario di Stato del Texas, Jose Esparza, abbia negato la certificazione al sistema elettronico di Dominion, esprimendo nella fattispecie «preoccupazioni» in materia di «segretezza del voto», efficienza e accuratezza.
D’altronde, non è solo Dominion ad essere finita negli scorsi anni sotto la lente di ingrandimento, ma anche le altre società del settore: soprattutto dopo le elezioni di metà mandato del 2018. In particolare, lo scorso gennaio sono stati auditi al Congresso – sotto la direzione della deputata democratica Zoe Lofgren – gli amministratori delegati delle principali aziende del comparto: ES&S, Hart InterCivic e la stessa Dominion (le tre producono da sole circa l’80% delle macchine per il voto in uso negli Stati Uniti).
Come riportato all’epoca da Nbc News, durante l’audizione sono emersi vari problemi: il settore è scarsamente regolamentato; in certi casi le macchine vengono connesse ad Internet (esponendosi così al rischio di hackeraggio); inoltre alcune delle suddette aziende (specialmente ES&S) producono componentistica in Cina (con buona pace delle esigenze di sicurezza nazionale). Tra l’altro, lo scorso 6 novembre uno studio, redatto da un team di esperti di cybersecurity del Mit, ha analizzato le «vulnerabilità» del voto elettronico, parlando di «situazioni in cui i risultati delle elezioni sono stati modificati (sia con semplice errore o attacco ostile) e la modifica potrebbe non essere rilevabile o, anche se rilevata, essere irreparabile senza condurre una nuova elezione».
Ma non è tutto: il 6 dicembre 2019, le senatrici Elizabeth Warren ed Amy Klobuchar (entrambe all’epoca candidate alla nomination democratica) inviarono una lettera in cui esprimevano preoccupazione per il voto elettronico, evidenziando problemi verificatisi nel 2018 in Missouri, Indiana e South Carolina.
D’altronde, proprio in riferimento al South Carolina, le senatrici fecero riferimento alla questione dello «switch» (lo spostamento indebito di voti da un candidato a un altro): lo stesso fattore contro cui punta oggi il dito Trump in svariate contee del Michigan.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >