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2024-02-01
Gli anarchici di Cospito tifano Salis
Ilaria Salis (Ansa)
Le brigate Cospito tifano per Ilaria Salis, la movimentista anarchica italiana arrestata in Ungheria dopo un’aggressione a due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore, procurando alle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. Salis è accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» di una delle vittime tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «una organizzazione criminale» che in Germania, dove uno dei coimputati di Ilaria, Tobias Edelhoff, arrestato a Budapest con lei (che si portava dietro un manganello retrattile) su un taxi l’11 febbraio scorso, è indagato, è stata ribattezzata la Hammerbande, cioè la «banda del martello».
In Italia, come pubblicizzano i siti Web d’area anarchica, è subito nato un comitato pro Ilaria che ha già all’attivo diversi sit-in. Il 13 gennaio, per esempio, i gruppi anarchici hanno manifestato a Milano e su Radio onda rossa, oltre a «esprimere solidarietà e vicinanza ai prigionieri di Budapest», a Gabriele (per il quale l’Ungheria chiede l'estradizione) e «ai compagni che sono ricercati (per 14 indagati è stato emesso un mandato d’arresto europeo, ndr)». E sempre su Radio onda rossa i compagni e le compagne di Milano fanno sapere di aver scelto «di non delegare la lotta contro fascisti e nazisti a quegli apparati istituzionali democratici che non fanno altro che difenderli e legittimarli. Siamo convinti che i fascisti vadano combattuti in maniera diretta». Ovvero con azioni come quelle di Budapest. Su Autistici.org, invece, viene spiegato che «non esiste nessuno “scontro tra gang” o “agguato a cittadini innocenti”, ma soltanto la messa in pratica di quell’antifascismo militante. Una necessità che va esercitata nei luoghi dove i camerati si riuniscono così come nei luoghi dove viviamo, che ogni giorno attraversiamo e che devono quindi rimanere liberi dalla presenza fascista e nazista». Ed è per questo motivo probabilmente che i giornali ungheresi hanno ribattezzato Salis la «cacciatrice di nazisti». Mentre Rivoluzione anarchica, altro blog di area, augura «lunga vita ai latitanti», cioè ai 14 indagati ricercati, e riporta una puntuale cronologia degli avvenimenti di Budapest.
Coincidenza: Radio onda rossa conserva negli archivi una decina di post in chiave difensiva per l’arruffapopoli Alfredo Cospito, Rivoluzione anarchica è schierato apertamente con il cattivo maestro finito al 41 bis e Autistici.org ha addirittura ospitato uno degli scritti del profeta della rivoluzione nel quale sosteneva: «Il mio ottimismo rimane granitico perché l’evoluzione del movimento anarchico sta andando nella direzione giusta, quella ci ha indicato con l’esempio Mikhail Zhlobitsky col suo gesto vendicatore (si fece saltare in aria ferendo tre agenti, ndr)». Anche sulla base degli scritti che Cospito affidava ai blog anarchici è stata motivata la richiesta di carcere duro. Il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, per esempio, osservava che «Cospito» aveva «già ricevuto diverse condanne per il reato di istigazione a delinquere in relazione ai suoi scritti, ma con ogni evidenza senza alcuna efficacia deterrente». E ora il panorama anarchico italiano si scalda per la banda del martello, che ha colpito in Germania e anche in Ungheria. Salis, che respinge le accuse, ha rifiutato il patteggiamento a 11 anni che gli era stato proposto (e ora rischia fino a 24 anni), si porta dietro una condanna a otto mesi che le hanno inflitto a Milano nel 2022 per «resistenza aggravata» per aver urlato contro i poliziotti «mangiate» mentre gli avrebbe lanciato contro dell'immondizia. E in passato era stata intercettata con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok, che sgominò un gruppo anarcoinsurrezionalista legato alla Fai, la Federazione anarchica informale. Tra gli imputati di Budapest è quella che si è attirata le contestazioni più pesanti: oltre all’associazione a delinquere è accusata di due pestaggi. Edelhoff, il suo coimputato, invece, è accusato solo di associazione a delinquere e, a sorpresa, ha accettato di patteggiare a tre anni. In Germania invece è considerato uno dei leader della banda del martello, insieme a Lina Engel (condannata a cinque anni per le aggressioni ai nazi in Germania) e Johann Guntermann (indicato dai giornali tedeschi come il «padre spirituale della banda», che ha fatto perdere le sue tracce dal 2020). Con Salis ed Edelhoff a Budapest c’era anche una terza persona: Anna Christina Mehwald, ma anche la sua è considerata una posizione secondaria. «Secondo l’accusa», scrive il quotidiano ungherese Presti, «identificandosi con l’obiettivo ideologico dell’organizzazione» Hammerbande, i tre «si sarebbero recati in Ungheria per partecipare agli attacchi» contro i nazi di Budapest.
Matteo Salvini attacca: «Se in Ungheria fosse dimostrata colpevole, ovviamente sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare». Dall’opposizione si sono subito infervorati. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha bollato le parole di Salvini come «bullismo di Stato», mentre il segretario del Pd, Elly Schlein, ha affermato che «se Salvini può fare il ministro, Salis può fare la maestra».
La strategia del governo corre per ora sul binario della diplomazia e c’è stata una telefonata di Giorgia Meloni a Viktor Orbán. Un trasferimento della Salis agli arresti domiciliari sarebbe il primo passo per farle lasciare l’Ungheria. Ora però per i giudici ungheresi «sussiste il pericolo di fuga». E in serata, anche il portavoce di Orbán, Zoltan Kovacs, ha chiarito: «I reati in questione sono gravi, sia in Ungheria che a livello internazionale. Le misure adottate nel procedimento sono previste dalla legge e adeguate alla gravità dell’accusa del reato commesso».
Dai tedeschi con Turetta alle carceri americane. Sulle manette così fan tutti
Le manette ai polsi e i ceppi alle caviglie mostrati da Ilaria Salis durante l’udienza del processo a Budapest, in Ungheria, sono una prassi. I quotidiani ungheresi sono zeppi di foto che ritraggono detenuti ammanettati tra agenti di polizia ai quali viene oscurato il volto. Quello dei detenuti, invece, è sempre ben visibile. Era una prassi anche in Italia fino a quando i giornalisti non si sono dotati di una carta deontologica che impedisce di riprendere o fotografare persone ammanettate. I lettori, quindi, non sono più abituati a vedere chi viene tradotto dal carcere con misure di sicurezza che, in realtà, anche le forze dell’ordine e la polizia penitenziaria italiana impiegano quando trasferiscono detenuti per i quali è richiesta maggiore attenzione. E Salis in Ungheria è accusata, oltre che di tentate lesioni che avrebbero potuto mettere in pericolo di vita la vittima, anche di far parte di un’associazione a delinquere. Reati per i quali è detenuta in un carcere di massima sicurezza. Durante i suoi trasferimenti, quindi, le forze di polizia usano sistemi per impedirne la fuga. Proprio come è accaduto in Germania con Filippo Turetta, accusato di aver ucciso in Italia la sua fidanzata e trasferito dal carcere in aeroporto ammanettato. Lo stesso avviene negli Usa, dove i siti Web dei giornali pubblicano a go go video di ammanettati. E in Inghilterra: in molti ricorderanno le foto dell’estradizione temporanea del serial killer italiano Danilo Restivo in manette scortato dai poliziotti in aeroporto. Salis in udienza, al contrario del suo coimputato, come svelato ieri dalla Verità, ha accettato di essere ripresa dalle telecamere dei giornalisti presenti al processo. E probabilmente lo ha fatto proprio per attirare maggiore attenzione in Italia. Inoltre, in una lettera che aveva mandato ai suoi avvocati italiani dopo l’arresto, sosteneva di essere stata «costretta a indossare» - in occasione dell’interrogatorio, avvenuto «senza avvocato» - vestiti «sporchi, malconci e puzzolenti». In tribunale, invece, l’altro giorno, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri e dispensava sorrisi. Ieri l’amministrazione penitenziaria ungherese, per rassicurare sulla condizione dei detenuti, ha scritto alla Corte d’appello di Milano per Gabriele Marchesi, coindagato di Salis, che è ai domiciliari in Italia: «Se la persona viene consegnata e presa in carico, il suo collocamento si svolgerà in condizioni coerenti con quanto previsto dalla Convezione europea sui diritti dell’uomo, dalla raccomandazione delle Nazioni Unite sulle linee guida minime per il trattamento umano delle persone arrestate, nonché dalla raccomandazione del Consiglio d’Europa sulle regole penitenziarie europee». Salis, poi, nella stessa lettera aveva fatto sapere di essere stata costretta a «guardare il muro durante le soste nei corridoi» e aveva denunciato la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle e nei corridoi». Dall’Ungheria, però, ora sostengono che «al detenuto vengono costantemente garantite le condizioni previste dalla normativa europea e nazionale in materia», sia «in termini di spazio abitativo» che di «servizi igienici, accesso all’aria fresca e altri requisiti». E infine, «per quanto riguarda la collocazione del detenuto, ai rappresentanti consolari e diplomatici del rispettivo Stato in Ungheria viene data la possibilità di entrare nel relativo istituto penitenziario e ispezionare le condizioni di detenzione, nonché il personale del Consolato può visitare il detenuto».F
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Gli antagonisti inneggiano alla compagna della «banda del martello», gruppo criminale antifascista. Salvini attacca: «Non può fare la maestra». Ma Schlein la copre. Il governo ungherese: «Reati gravi, misure giuste».Altro che persecuzione: a Budapest la foto in catene è una scelta dell’imputato. E Roma ha avuto rassicurazioni sul trattamento. Lo speciale contiene due articoli.Le brigate Cospito tifano per Ilaria Salis, la movimentista anarchica italiana arrestata in Ungheria dopo un’aggressione a due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore, procurando alle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. Salis è accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» di una delle vittime tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «una organizzazione criminale» che in Germania, dove uno dei coimputati di Ilaria, Tobias Edelhoff, arrestato a Budapest con lei (che si portava dietro un manganello retrattile) su un taxi l’11 febbraio scorso, è indagato, è stata ribattezzata la Hammerbande, cioè la «banda del martello». In Italia, come pubblicizzano i siti Web d’area anarchica, è subito nato un comitato pro Ilaria che ha già all’attivo diversi sit-in. Il 13 gennaio, per esempio, i gruppi anarchici hanno manifestato a Milano e su Radio onda rossa, oltre a «esprimere solidarietà e vicinanza ai prigionieri di Budapest», a Gabriele (per il quale l’Ungheria chiede l'estradizione) e «ai compagni che sono ricercati (per 14 indagati è stato emesso un mandato d’arresto europeo, ndr)». E sempre su Radio onda rossa i compagni e le compagne di Milano fanno sapere di aver scelto «di non delegare la lotta contro fascisti e nazisti a quegli apparati istituzionali democratici che non fanno altro che difenderli e legittimarli. Siamo convinti che i fascisti vadano combattuti in maniera diretta». Ovvero con azioni come quelle di Budapest. Su Autistici.org, invece, viene spiegato che «non esiste nessuno “scontro tra gang” o “agguato a cittadini innocenti”, ma soltanto la messa in pratica di quell’antifascismo militante. Una necessità che va esercitata nei luoghi dove i camerati si riuniscono così come nei luoghi dove viviamo, che ogni giorno attraversiamo e che devono quindi rimanere liberi dalla presenza fascista e nazista». Ed è per questo motivo probabilmente che i giornali ungheresi hanno ribattezzato Salis la «cacciatrice di nazisti». Mentre Rivoluzione anarchica, altro blog di area, augura «lunga vita ai latitanti», cioè ai 14 indagati ricercati, e riporta una puntuale cronologia degli avvenimenti di Budapest. Coincidenza: Radio onda rossa conserva negli archivi una decina di post in chiave difensiva per l’arruffapopoli Alfredo Cospito, Rivoluzione anarchica è schierato apertamente con il cattivo maestro finito al 41 bis e Autistici.org ha addirittura ospitato uno degli scritti del profeta della rivoluzione nel quale sosteneva: «Il mio ottimismo rimane granitico perché l’evoluzione del movimento anarchico sta andando nella direzione giusta, quella ci ha indicato con l’esempio Mikhail Zhlobitsky col suo gesto vendicatore (si fece saltare in aria ferendo tre agenti, ndr)». Anche sulla base degli scritti che Cospito affidava ai blog anarchici è stata motivata la richiesta di carcere duro. Il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, per esempio, osservava che «Cospito» aveva «già ricevuto diverse condanne per il reato di istigazione a delinquere in relazione ai suoi scritti, ma con ogni evidenza senza alcuna efficacia deterrente». E ora il panorama anarchico italiano si scalda per la banda del martello, che ha colpito in Germania e anche in Ungheria. Salis, che respinge le accuse, ha rifiutato il patteggiamento a 11 anni che gli era stato proposto (e ora rischia fino a 24 anni), si porta dietro una condanna a otto mesi che le hanno inflitto a Milano nel 2022 per «resistenza aggravata» per aver urlato contro i poliziotti «mangiate» mentre gli avrebbe lanciato contro dell'immondizia. E in passato era stata intercettata con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok, che sgominò un gruppo anarcoinsurrezionalista legato alla Fai, la Federazione anarchica informale. Tra gli imputati di Budapest è quella che si è attirata le contestazioni più pesanti: oltre all’associazione a delinquere è accusata di due pestaggi. Edelhoff, il suo coimputato, invece, è accusato solo di associazione a delinquere e, a sorpresa, ha accettato di patteggiare a tre anni. In Germania invece è considerato uno dei leader della banda del martello, insieme a Lina Engel (condannata a cinque anni per le aggressioni ai nazi in Germania) e Johann Guntermann (indicato dai giornali tedeschi come il «padre spirituale della banda», che ha fatto perdere le sue tracce dal 2020). Con Salis ed Edelhoff a Budapest c’era anche una terza persona: Anna Christina Mehwald, ma anche la sua è considerata una posizione secondaria. «Secondo l’accusa», scrive il quotidiano ungherese Presti, «identificandosi con l’obiettivo ideologico dell’organizzazione» Hammerbande, i tre «si sarebbero recati in Ungheria per partecipare agli attacchi» contro i nazi di Budapest. Matteo Salvini attacca: «Se in Ungheria fosse dimostrata colpevole, ovviamente sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare». Dall’opposizione si sono subito infervorati. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha bollato le parole di Salvini come «bullismo di Stato», mentre il segretario del Pd, Elly Schlein, ha affermato che «se Salvini può fare il ministro, Salis può fare la maestra». La strategia del governo corre per ora sul binario della diplomazia e c’è stata una telefonata di Giorgia Meloni a Viktor Orbán. Un trasferimento della Salis agli arresti domiciliari sarebbe il primo passo per farle lasciare l’Ungheria. Ora però per i giudici ungheresi «sussiste il pericolo di fuga». E in serata, anche il portavoce di Orbán, Zoltan Kovacs, ha chiarito: «I reati in questione sono gravi, sia in Ungheria che a livello internazionale. Le misure adottate nel procedimento sono previste dalla legge e adeguate alla gravità dell’accusa del reato commesso».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anarchici-di-cospito-tifano-salis-2667138404.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-tedeschi-con-turetta-alle-carceri-americane-sulle-manette-cosi-fan-tutti" data-post-id="2667138404" data-published-at="1706741501" data-use-pagination="False"> Dai tedeschi con Turetta alle carceri americane. Sulle manette così fan tutti Le manette ai polsi e i ceppi alle caviglie mostrati da Ilaria Salis durante l’udienza del processo a Budapest, in Ungheria, sono una prassi. I quotidiani ungheresi sono zeppi di foto che ritraggono detenuti ammanettati tra agenti di polizia ai quali viene oscurato il volto. Quello dei detenuti, invece, è sempre ben visibile. Era una prassi anche in Italia fino a quando i giornalisti non si sono dotati di una carta deontologica che impedisce di riprendere o fotografare persone ammanettate. I lettori, quindi, non sono più abituati a vedere chi viene tradotto dal carcere con misure di sicurezza che, in realtà, anche le forze dell’ordine e la polizia penitenziaria italiana impiegano quando trasferiscono detenuti per i quali è richiesta maggiore attenzione. E Salis in Ungheria è accusata, oltre che di tentate lesioni che avrebbero potuto mettere in pericolo di vita la vittima, anche di far parte di un’associazione a delinquere. Reati per i quali è detenuta in un carcere di massima sicurezza. Durante i suoi trasferimenti, quindi, le forze di polizia usano sistemi per impedirne la fuga. Proprio come è accaduto in Germania con Filippo Turetta, accusato di aver ucciso in Italia la sua fidanzata e trasferito dal carcere in aeroporto ammanettato. Lo stesso avviene negli Usa, dove i siti Web dei giornali pubblicano a go go video di ammanettati. E in Inghilterra: in molti ricorderanno le foto dell’estradizione temporanea del serial killer italiano Danilo Restivo in manette scortato dai poliziotti in aeroporto. Salis in udienza, al contrario del suo coimputato, come svelato ieri dalla Verità, ha accettato di essere ripresa dalle telecamere dei giornalisti presenti al processo. E probabilmente lo ha fatto proprio per attirare maggiore attenzione in Italia. Inoltre, in una lettera che aveva mandato ai suoi avvocati italiani dopo l’arresto, sosteneva di essere stata «costretta a indossare» - in occasione dell’interrogatorio, avvenuto «senza avvocato» - vestiti «sporchi, malconci e puzzolenti». In tribunale, invece, l’altro giorno, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri e dispensava sorrisi. Ieri l’amministrazione penitenziaria ungherese, per rassicurare sulla condizione dei detenuti, ha scritto alla Corte d’appello di Milano per Gabriele Marchesi, coindagato di Salis, che è ai domiciliari in Italia: «Se la persona viene consegnata e presa in carico, il suo collocamento si svolgerà in condizioni coerenti con quanto previsto dalla Convezione europea sui diritti dell’uomo, dalla raccomandazione delle Nazioni Unite sulle linee guida minime per il trattamento umano delle persone arrestate, nonché dalla raccomandazione del Consiglio d’Europa sulle regole penitenziarie europee». Salis, poi, nella stessa lettera aveva fatto sapere di essere stata costretta a «guardare il muro durante le soste nei corridoi» e aveva denunciato la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle e nei corridoi». Dall’Ungheria, però, ora sostengono che «al detenuto vengono costantemente garantite le condizioni previste dalla normativa europea e nazionale in materia», sia «in termini di spazio abitativo» che di «servizi igienici, accesso all’aria fresca e altri requisiti». E infine, «per quanto riguarda la collocazione del detenuto, ai rappresentanti consolari e diplomatici del rispettivo Stato in Ungheria viene data la possibilità di entrare nel relativo istituto penitenziario e ispezionare le condizioni di detenzione, nonché il personale del Consolato può visitare il detenuto».F
La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
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Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
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Christine Lagarde (Ansa)
Tre profili autorevoli, tre visioni simili, tre possibilità che finiscono per farsi ombra a vicenda. Se invece Lagarde decidesse di restare fino alla fine, il baricentro si sposterebbe a Sud. Il candidato più probabile è lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali. Tecnico raffinato, profilo dialogante. Le speculazioni sull’uscita anticipata hanno preso quota dopo le indiscrezioni rilanciate dal Financial Times, secondo cui Lagarde potrebbe lasciare prima delle elezioni francesi, consentendo a Emmanuel Macron di pesare sulla scelta del successore. Ipotesi politicamente sensibile, perché la Bce vive - almeno nello statuto - di indipendenza assoluta, mentre nella realtà convive con i sussurri delle capitali.
Non a caso molti economisti interpellati temono contraccolpi reputazionali: oltre la metà ritiene che un addio anticipato potrebbe intaccare la fiducia nell’istituzione. Circa un terzo intravede rischi per la sua autonomia. In Europa la forma è sostanza, e anche il calendario può diventare politica monetaria. Sul tavolo c’è perfino una soluzione intermedia, tipicamente comunitaria: nominare il successore in anticipo, con Lagarde ancora in carica. Ad arricchire il mosaico contribuisce la nomina del croato Boris Vujčić come vicepresidente, destinato a subentrare dal 1° giugno 2026 allo spagnolo Luis de Guindos . Un cambio che riequilibra i pesi geografici nel board e che, inevitabilmente, entra nel grande gioco delle compensazioni tra Paesi.
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