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2024-02-01
Gli anarchici di Cospito tifano Salis
Ilaria Salis (Ansa)
Le brigate Cospito tifano per Ilaria Salis, la movimentista anarchica italiana arrestata in Ungheria dopo un’aggressione a due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore, procurando alle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. Salis è accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» di una delle vittime tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «una organizzazione criminale» che in Germania, dove uno dei coimputati di Ilaria, Tobias Edelhoff, arrestato a Budapest con lei (che si portava dietro un manganello retrattile) su un taxi l’11 febbraio scorso, è indagato, è stata ribattezzata la Hammerbande, cioè la «banda del martello».
In Italia, come pubblicizzano i siti Web d’area anarchica, è subito nato un comitato pro Ilaria che ha già all’attivo diversi sit-in. Il 13 gennaio, per esempio, i gruppi anarchici hanno manifestato a Milano e su Radio onda rossa, oltre a «esprimere solidarietà e vicinanza ai prigionieri di Budapest», a Gabriele (per il quale l’Ungheria chiede l'estradizione) e «ai compagni che sono ricercati (per 14 indagati è stato emesso un mandato d’arresto europeo, ndr)». E sempre su Radio onda rossa i compagni e le compagne di Milano fanno sapere di aver scelto «di non delegare la lotta contro fascisti e nazisti a quegli apparati istituzionali democratici che non fanno altro che difenderli e legittimarli. Siamo convinti che i fascisti vadano combattuti in maniera diretta». Ovvero con azioni come quelle di Budapest. Su Autistici.org, invece, viene spiegato che «non esiste nessuno “scontro tra gang” o “agguato a cittadini innocenti”, ma soltanto la messa in pratica di quell’antifascismo militante. Una necessità che va esercitata nei luoghi dove i camerati si riuniscono così come nei luoghi dove viviamo, che ogni giorno attraversiamo e che devono quindi rimanere liberi dalla presenza fascista e nazista». Ed è per questo motivo probabilmente che i giornali ungheresi hanno ribattezzato Salis la «cacciatrice di nazisti». Mentre Rivoluzione anarchica, altro blog di area, augura «lunga vita ai latitanti», cioè ai 14 indagati ricercati, e riporta una puntuale cronologia degli avvenimenti di Budapest.
Coincidenza: Radio onda rossa conserva negli archivi una decina di post in chiave difensiva per l’arruffapopoli Alfredo Cospito, Rivoluzione anarchica è schierato apertamente con il cattivo maestro finito al 41 bis e Autistici.org ha addirittura ospitato uno degli scritti del profeta della rivoluzione nel quale sosteneva: «Il mio ottimismo rimane granitico perché l’evoluzione del movimento anarchico sta andando nella direzione giusta, quella ci ha indicato con l’esempio Mikhail Zhlobitsky col suo gesto vendicatore (si fece saltare in aria ferendo tre agenti, ndr)». Anche sulla base degli scritti che Cospito affidava ai blog anarchici è stata motivata la richiesta di carcere duro. Il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, per esempio, osservava che «Cospito» aveva «già ricevuto diverse condanne per il reato di istigazione a delinquere in relazione ai suoi scritti, ma con ogni evidenza senza alcuna efficacia deterrente». E ora il panorama anarchico italiano si scalda per la banda del martello, che ha colpito in Germania e anche in Ungheria. Salis, che respinge le accuse, ha rifiutato il patteggiamento a 11 anni che gli era stato proposto (e ora rischia fino a 24 anni), si porta dietro una condanna a otto mesi che le hanno inflitto a Milano nel 2022 per «resistenza aggravata» per aver urlato contro i poliziotti «mangiate» mentre gli avrebbe lanciato contro dell'immondizia. E in passato era stata intercettata con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok, che sgominò un gruppo anarcoinsurrezionalista legato alla Fai, la Federazione anarchica informale. Tra gli imputati di Budapest è quella che si è attirata le contestazioni più pesanti: oltre all’associazione a delinquere è accusata di due pestaggi. Edelhoff, il suo coimputato, invece, è accusato solo di associazione a delinquere e, a sorpresa, ha accettato di patteggiare a tre anni. In Germania invece è considerato uno dei leader della banda del martello, insieme a Lina Engel (condannata a cinque anni per le aggressioni ai nazi in Germania) e Johann Guntermann (indicato dai giornali tedeschi come il «padre spirituale della banda», che ha fatto perdere le sue tracce dal 2020). Con Salis ed Edelhoff a Budapest c’era anche una terza persona: Anna Christina Mehwald, ma anche la sua è considerata una posizione secondaria. «Secondo l’accusa», scrive il quotidiano ungherese Presti, «identificandosi con l’obiettivo ideologico dell’organizzazione» Hammerbande, i tre «si sarebbero recati in Ungheria per partecipare agli attacchi» contro i nazi di Budapest.
Matteo Salvini attacca: «Se in Ungheria fosse dimostrata colpevole, ovviamente sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare». Dall’opposizione si sono subito infervorati. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha bollato le parole di Salvini come «bullismo di Stato», mentre il segretario del Pd, Elly Schlein, ha affermato che «se Salvini può fare il ministro, Salis può fare la maestra».
La strategia del governo corre per ora sul binario della diplomazia e c’è stata una telefonata di Giorgia Meloni a Viktor Orbán. Un trasferimento della Salis agli arresti domiciliari sarebbe il primo passo per farle lasciare l’Ungheria. Ora però per i giudici ungheresi «sussiste il pericolo di fuga». E in serata, anche il portavoce di Orbán, Zoltan Kovacs, ha chiarito: «I reati in questione sono gravi, sia in Ungheria che a livello internazionale. Le misure adottate nel procedimento sono previste dalla legge e adeguate alla gravità dell’accusa del reato commesso».
Dai tedeschi con Turetta alle carceri americane. Sulle manette così fan tutti
Le manette ai polsi e i ceppi alle caviglie mostrati da Ilaria Salis durante l’udienza del processo a Budapest, in Ungheria, sono una prassi. I quotidiani ungheresi sono zeppi di foto che ritraggono detenuti ammanettati tra agenti di polizia ai quali viene oscurato il volto. Quello dei detenuti, invece, è sempre ben visibile. Era una prassi anche in Italia fino a quando i giornalisti non si sono dotati di una carta deontologica che impedisce di riprendere o fotografare persone ammanettate. I lettori, quindi, non sono più abituati a vedere chi viene tradotto dal carcere con misure di sicurezza che, in realtà, anche le forze dell’ordine e la polizia penitenziaria italiana impiegano quando trasferiscono detenuti per i quali è richiesta maggiore attenzione. E Salis in Ungheria è accusata, oltre che di tentate lesioni che avrebbero potuto mettere in pericolo di vita la vittima, anche di far parte di un’associazione a delinquere. Reati per i quali è detenuta in un carcere di massima sicurezza. Durante i suoi trasferimenti, quindi, le forze di polizia usano sistemi per impedirne la fuga. Proprio come è accaduto in Germania con Filippo Turetta, accusato di aver ucciso in Italia la sua fidanzata e trasferito dal carcere in aeroporto ammanettato. Lo stesso avviene negli Usa, dove i siti Web dei giornali pubblicano a go go video di ammanettati. E in Inghilterra: in molti ricorderanno le foto dell’estradizione temporanea del serial killer italiano Danilo Restivo in manette scortato dai poliziotti in aeroporto. Salis in udienza, al contrario del suo coimputato, come svelato ieri dalla Verità, ha accettato di essere ripresa dalle telecamere dei giornalisti presenti al processo. E probabilmente lo ha fatto proprio per attirare maggiore attenzione in Italia. Inoltre, in una lettera che aveva mandato ai suoi avvocati italiani dopo l’arresto, sosteneva di essere stata «costretta a indossare» - in occasione dell’interrogatorio, avvenuto «senza avvocato» - vestiti «sporchi, malconci e puzzolenti». In tribunale, invece, l’altro giorno, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri e dispensava sorrisi. Ieri l’amministrazione penitenziaria ungherese, per rassicurare sulla condizione dei detenuti, ha scritto alla Corte d’appello di Milano per Gabriele Marchesi, coindagato di Salis, che è ai domiciliari in Italia: «Se la persona viene consegnata e presa in carico, il suo collocamento si svolgerà in condizioni coerenti con quanto previsto dalla Convezione europea sui diritti dell’uomo, dalla raccomandazione delle Nazioni Unite sulle linee guida minime per il trattamento umano delle persone arrestate, nonché dalla raccomandazione del Consiglio d’Europa sulle regole penitenziarie europee». Salis, poi, nella stessa lettera aveva fatto sapere di essere stata costretta a «guardare il muro durante le soste nei corridoi» e aveva denunciato la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle e nei corridoi». Dall’Ungheria, però, ora sostengono che «al detenuto vengono costantemente garantite le condizioni previste dalla normativa europea e nazionale in materia», sia «in termini di spazio abitativo» che di «servizi igienici, accesso all’aria fresca e altri requisiti». E infine, «per quanto riguarda la collocazione del detenuto, ai rappresentanti consolari e diplomatici del rispettivo Stato in Ungheria viene data la possibilità di entrare nel relativo istituto penitenziario e ispezionare le condizioni di detenzione, nonché il personale del Consolato può visitare il detenuto».F
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Gli antagonisti inneggiano alla compagna della «banda del martello», gruppo criminale antifascista. Salvini attacca: «Non può fare la maestra». Ma Schlein la copre. Il governo ungherese: «Reati gravi, misure giuste».Altro che persecuzione: a Budapest la foto in catene è una scelta dell’imputato. E Roma ha avuto rassicurazioni sul trattamento. Lo speciale contiene due articoli.Le brigate Cospito tifano per Ilaria Salis, la movimentista anarchica italiana arrestata in Ungheria dopo un’aggressione a due militanti di estrema destra durante la commemorazione del Giorno dell’onore, procurando alle vittime ferite valutate come guaribili in sette giorni. Salis è accusata di aver messo in «pericolo» la «vita» di una delle vittime tramite una «tentata lesione personale». Il reato sarebbe stato «commesso» nell’ambito di un’azione di «una organizzazione criminale» che in Germania, dove uno dei coimputati di Ilaria, Tobias Edelhoff, arrestato a Budapest con lei (che si portava dietro un manganello retrattile) su un taxi l’11 febbraio scorso, è indagato, è stata ribattezzata la Hammerbande, cioè la «banda del martello». In Italia, come pubblicizzano i siti Web d’area anarchica, è subito nato un comitato pro Ilaria che ha già all’attivo diversi sit-in. Il 13 gennaio, per esempio, i gruppi anarchici hanno manifestato a Milano e su Radio onda rossa, oltre a «esprimere solidarietà e vicinanza ai prigionieri di Budapest», a Gabriele (per il quale l’Ungheria chiede l'estradizione) e «ai compagni che sono ricercati (per 14 indagati è stato emesso un mandato d’arresto europeo, ndr)». E sempre su Radio onda rossa i compagni e le compagne di Milano fanno sapere di aver scelto «di non delegare la lotta contro fascisti e nazisti a quegli apparati istituzionali democratici che non fanno altro che difenderli e legittimarli. Siamo convinti che i fascisti vadano combattuti in maniera diretta». Ovvero con azioni come quelle di Budapest. Su Autistici.org, invece, viene spiegato che «non esiste nessuno “scontro tra gang” o “agguato a cittadini innocenti”, ma soltanto la messa in pratica di quell’antifascismo militante. Una necessità che va esercitata nei luoghi dove i camerati si riuniscono così come nei luoghi dove viviamo, che ogni giorno attraversiamo e che devono quindi rimanere liberi dalla presenza fascista e nazista». Ed è per questo motivo probabilmente che i giornali ungheresi hanno ribattezzato Salis la «cacciatrice di nazisti». Mentre Rivoluzione anarchica, altro blog di area, augura «lunga vita ai latitanti», cioè ai 14 indagati ricercati, e riporta una puntuale cronologia degli avvenimenti di Budapest. Coincidenza: Radio onda rossa conserva negli archivi una decina di post in chiave difensiva per l’arruffapopoli Alfredo Cospito, Rivoluzione anarchica è schierato apertamente con il cattivo maestro finito al 41 bis e Autistici.org ha addirittura ospitato uno degli scritti del profeta della rivoluzione nel quale sosteneva: «Il mio ottimismo rimane granitico perché l’evoluzione del movimento anarchico sta andando nella direzione giusta, quella ci ha indicato con l’esempio Mikhail Zhlobitsky col suo gesto vendicatore (si fece saltare in aria ferendo tre agenti, ndr)». Anche sulla base degli scritti che Cospito affidava ai blog anarchici è stata motivata la richiesta di carcere duro. Il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, per esempio, osservava che «Cospito» aveva «già ricevuto diverse condanne per il reato di istigazione a delinquere in relazione ai suoi scritti, ma con ogni evidenza senza alcuna efficacia deterrente». E ora il panorama anarchico italiano si scalda per la banda del martello, che ha colpito in Germania e anche in Ungheria. Salis, che respinge le accuse, ha rifiutato il patteggiamento a 11 anni che gli era stato proposto (e ora rischia fino a 24 anni), si porta dietro una condanna a otto mesi che le hanno inflitto a Milano nel 2022 per «resistenza aggravata» per aver urlato contro i poliziotti «mangiate» mentre gli avrebbe lanciato contro dell'immondizia. E in passato era stata intercettata con Roberto Cropo, l’anarchico estradato dalla Francia nel 2020 e finito nell’operazione Bialystok, che sgominò un gruppo anarcoinsurrezionalista legato alla Fai, la Federazione anarchica informale. Tra gli imputati di Budapest è quella che si è attirata le contestazioni più pesanti: oltre all’associazione a delinquere è accusata di due pestaggi. Edelhoff, il suo coimputato, invece, è accusato solo di associazione a delinquere e, a sorpresa, ha accettato di patteggiare a tre anni. In Germania invece è considerato uno dei leader della banda del martello, insieme a Lina Engel (condannata a cinque anni per le aggressioni ai nazi in Germania) e Johann Guntermann (indicato dai giornali tedeschi come il «padre spirituale della banda», che ha fatto perdere le sue tracce dal 2020). Con Salis ed Edelhoff a Budapest c’era anche una terza persona: Anna Christina Mehwald, ma anche la sua è considerata una posizione secondaria. «Secondo l’accusa», scrive il quotidiano ungherese Presti, «identificandosi con l’obiettivo ideologico dell’organizzazione» Hammerbande, i tre «si sarebbero recati in Ungheria per partecipare agli attacchi» contro i nazi di Budapest. Matteo Salvini attacca: «Se in Ungheria fosse dimostrata colpevole, ovviamente sarebbe incompatibile con l’insegnamento in una scuola elementare». Dall’opposizione si sono subito infervorati. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha bollato le parole di Salvini come «bullismo di Stato», mentre il segretario del Pd, Elly Schlein, ha affermato che «se Salvini può fare il ministro, Salis può fare la maestra». La strategia del governo corre per ora sul binario della diplomazia e c’è stata una telefonata di Giorgia Meloni a Viktor Orbán. Un trasferimento della Salis agli arresti domiciliari sarebbe il primo passo per farle lasciare l’Ungheria. Ora però per i giudici ungheresi «sussiste il pericolo di fuga». E in serata, anche il portavoce di Orbán, Zoltan Kovacs, ha chiarito: «I reati in questione sono gravi, sia in Ungheria che a livello internazionale. Le misure adottate nel procedimento sono previste dalla legge e adeguate alla gravità dell’accusa del reato commesso».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/anarchici-di-cospito-tifano-salis-2667138404.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-tedeschi-con-turetta-alle-carceri-americane-sulle-manette-cosi-fan-tutti" data-post-id="2667138404" data-published-at="1706741501" data-use-pagination="False"> Dai tedeschi con Turetta alle carceri americane. Sulle manette così fan tutti Le manette ai polsi e i ceppi alle caviglie mostrati da Ilaria Salis durante l’udienza del processo a Budapest, in Ungheria, sono una prassi. I quotidiani ungheresi sono zeppi di foto che ritraggono detenuti ammanettati tra agenti di polizia ai quali viene oscurato il volto. Quello dei detenuti, invece, è sempre ben visibile. Era una prassi anche in Italia fino a quando i giornalisti non si sono dotati di una carta deontologica che impedisce di riprendere o fotografare persone ammanettate. I lettori, quindi, non sono più abituati a vedere chi viene tradotto dal carcere con misure di sicurezza che, in realtà, anche le forze dell’ordine e la polizia penitenziaria italiana impiegano quando trasferiscono detenuti per i quali è richiesta maggiore attenzione. E Salis in Ungheria è accusata, oltre che di tentate lesioni che avrebbero potuto mettere in pericolo di vita la vittima, anche di far parte di un’associazione a delinquere. Reati per i quali è detenuta in un carcere di massima sicurezza. Durante i suoi trasferimenti, quindi, le forze di polizia usano sistemi per impedirne la fuga. Proprio come è accaduto in Germania con Filippo Turetta, accusato di aver ucciso in Italia la sua fidanzata e trasferito dal carcere in aeroporto ammanettato. Lo stesso avviene negli Usa, dove i siti Web dei giornali pubblicano a go go video di ammanettati. E in Inghilterra: in molti ricorderanno le foto dell’estradizione temporanea del serial killer italiano Danilo Restivo in manette scortato dai poliziotti in aeroporto. Salis in udienza, al contrario del suo coimputato, come svelato ieri dalla Verità, ha accettato di essere ripresa dalle telecamere dei giornalisti presenti al processo. E probabilmente lo ha fatto proprio per attirare maggiore attenzione in Italia. Inoltre, in una lettera che aveva mandato ai suoi avvocati italiani dopo l’arresto, sosteneva di essere stata «costretta a indossare» - in occasione dell’interrogatorio, avvenuto «senza avvocato» - vestiti «sporchi, malconci e puzzolenti». In tribunale, invece, l’altro giorno, hanno sottolineato i cronisti ungheresi, indossava un bel maglione di lana intrecciato ai ferri e dispensava sorrisi. Ieri l’amministrazione penitenziaria ungherese, per rassicurare sulla condizione dei detenuti, ha scritto alla Corte d’appello di Milano per Gabriele Marchesi, coindagato di Salis, che è ai domiciliari in Italia: «Se la persona viene consegnata e presa in carico, il suo collocamento si svolgerà in condizioni coerenti con quanto previsto dalla Convezione europea sui diritti dell’uomo, dalla raccomandazione delle Nazioni Unite sulle linee guida minime per il trattamento umano delle persone arrestate, nonché dalla raccomandazione del Consiglio d’Europa sulle regole penitenziarie europee». Salis, poi, nella stessa lettera aveva fatto sapere di essere stata costretta a «guardare il muro durante le soste nei corridoi» e aveva denunciato la presenza di «scarafaggi, topi e cimici nelle celle e nei corridoi». Dall’Ungheria, però, ora sostengono che «al detenuto vengono costantemente garantite le condizioni previste dalla normativa europea e nazionale in materia», sia «in termini di spazio abitativo» che di «servizi igienici, accesso all’aria fresca e altri requisiti». E infine, «per quanto riguarda la collocazione del detenuto, ai rappresentanti consolari e diplomatici del rispettivo Stato in Ungheria viene data la possibilità di entrare nel relativo istituto penitenziario e ispezionare le condizioni di detenzione, nonché il personale del Consolato può visitare il detenuto».F
Ansa
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
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«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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