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2023-06-24
America delusa dalla controffensiva. Le armi per Kiev minacciano Israele
Ansa
«La controffensiva ucraina non sta soddisfacendo le aspettative su nessuno dei fronti». È quanto ha riportato ieri la Cnn. L’emittente televisiva americana ha citato due funzionari occidentali e un alto funzionario militare statunitense, secondo cui in queste fasi iniziali, il contrattacco annunciato da Kiev nei mesi scorsi e cominciato il 5 giugno, non sta portando i risultati sperati.
«Le linee di difesa russe si sono dimostrate ben fortificate e hanno mostrato più competenza di quanto previsto dalle valutazioni occidentali, riuscendo a impantanare l’avanzata ucraina con attacchi missilistici e mine» ha affermato uno dei funzionari. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un’intervista rilasciata alla Bbc, aveva ammesso che i progressi della controffensiva si sono rivelati più lenti del previsto. Tuttavia, le fonti citate dalla Cnn, fanno notare come la controffensiva è ancora nelle sue fasi iniziali e che gli Stati Uniti rimangono ottimisti sulla possibilità che l’Ucraina riesca a conquistare porzioni di territorio nelle prossime settimane e che aspetteranno almeno fino a luglio per fare una valutazione più completa dei progressi della controffensiva, considerata cruciale nell’esito di questo conflitto.
A difendere l’operato delle forze ucraine nelle ultime ore è intervenuto uno dei consiglieri di Zelensky, Mikhailo Podolyak, che in un tweet ha scritto che «la vera guerra non è un blockbuster di Hollywood» e che «la controffensiva non è una nuova stagione di una serie Netflix». Il messaggio di Podolyak contiene anche un sollecito all’Occidente: «Il tempo è sempre fondamentale, soprattutto in guerra. Il tempo impiegato per convincere i partner a fornire le armi necessarie si traduce in specifiche fortificazioni russe costruite in questo periodo, in una linea di difesa profondamente scavata e in un sistema di campi minati». Una sorta di monito ai Paesi dell’Alleanza atlantica a fornire più in fretta le armi richieste. Armi occidentali che sono divenute in queste ultime ore tema di preoccupazione per Israele. Il presidente Benjamin Netanyahu, in un’intervista rilasciata al Jerusalem Post, si è detto profondamente turbato per la «presenza di armi occidentali anticarro presenti ai nostri confini». Il primo ministro israeliano ha proseguito: «Temiamo anche che qualsiasi sistema dato all’Ucraina possa essere usato contro di noi perché potrebbe cadere nelle mani dell’Iran, quindi dobbiamo stare molto attenti».
Sulla questione è intervenuto anche Dmitrij Peskov. Il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha commentato all’agenzia di stampa Tass le parole di Netanyahu: «Abbiamo già parlato di tale minaccia e del fatto che le armi occidentali fornite all’Ucraina vengono già vendute da vari gruppi criminali in Europa. Questo è inevitabile».
Tutto questo mentre sul campo si continua a combattere senza esclusione di colpi, con Mosca e Kiev che si accusano a vicenda. Il fronte principale e più preoccupante rimane quello attorno all’area di Zaporizhzhya. La situazione della centrale nucleare è più delicata che mai, con gli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che hanno lanciato l’ennesimo allarme sul rischio della zona, teatro di lanci di missili e scambio di artiglieria pesante e le due parti che si rimpallano ogni responsabilità. Secondo Zelensky la Russia avrebbe in mente un attacco diretto alla centrale, eventualità smentita dal Cremlino che accusa Kiev di utilizzare Zaporizhzhya come strumento di propaganda. «Le parole di Zelensky sono un altro tentativo di denigrare la Russia attribuendoci intenzioni inesistenti e allo stesso tempo un tentativo di coprire le loro azioni criminali e terroristiche che rappresentano una minaccia per l’ambiente» ha dichiarato alla Tass il viceministro russo degli Esteri Sergej Ryabkov.
Intanto ieri, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato l’undicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Si tratta di una serie di misure restrittive economiche e individuali che hanno come principale obiettivo quello di far fronte all’elusione delle precedenti sanzioni. «Le nostre sanzioni stanno già mettendo a dura prova l’economia russa e la capacità del Cremlino di finanziare la sua aggressione» ha spiegato Josep Borrell. «Questo pacchetto aumenta la nostra pressione sulla Russia e sulla macchina da guerra di Putin. Affrontando l’elusione delle sanzioni, massimizzeremo la pressione sulla Russia privandola ulteriormente delle risorse di cui ha così disperatamente bisogno per permetterle di proseguire la sua guerra illegale contro l’Ucraina» ha aggiunto l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Inoltre, questo nuovo pacchetto cancella quella deroga di cui hanno beneficiato finora Germania e Polonia per importare petrolio russo dall’oleodotto Druzhba, e aggiunge alla lista nera il nome di Artem Aleksandrovich Uss, l’imprenditore russo accusato di traffico di armi evaso dagli arresti domiciliari a Milano lo scorso 22 marzo.
Obama gela Zelensky sulla Crimea
Altro giro, altra polemica. Stavolta a mandare su tutte le furie lo staff di Volodymyr Zelensky non è stato Joe Biden, con cui negli scorsi mesi si erano creati momenti di tensione, ma Barack Obama in persona. L’ex presidente statunitense, infatti, ha rilasciato un’intervista alla Cnn in cui si è soffermato sulla reazione delle nazioni occidentali all’annessione della Crimea del 2014. Dialogando con la nota giornalista Christiane Amanpour, Obama ha giustificato la linea tutto sommato morbida della sua amministrazione, ricordando che, nella penisola che si affaccia sul Mar Nero, c’era «una certa simpatia» della popolazione per l’annessione alla Russia. In sostanza, sostiene l’ex presidente, se gli Stati Uniti non passarono alle maniere forti è perché il Cremlino trovò in Crimea terreno fertile per l’espansione del territorio russo.
«Io e la cancelliera tedesca Angela Merkel abbiamo affrontato Vladimir Putin con gli strumenti a disposizione in quel momento», ha dichiarato Obama. Che ha poi ricordato che l’Ucraina del 2014 «non era certo l’Ucraina di cui stiamo parlando oggi». E infatti, ha proseguito, «c’è una ragione per cui non c’è stata un’invasione armata della Crimea». E cioè «perché la Crimea era piena di russofoni e c’era una certa simpatia per le posizioni assunte dalla Russia».
Le dichiarazioni di Obama, giunte un po’ a sorpresa, sono state molto gradite dalle parti di Mosca. «Vediamo che, di tanto in tanto, continuano a farsi strada giudizi razionali», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di segno opposto, invece, la reazione ucraina, con il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak: «Se il signor Barack Obama dichiara pubblicamente che l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 era “legale e giustificata”, allora non dovrebbe sorprendere che oggi ci sia un’aggressione russa su vasta scala in Europa e una grande guerra di aggressione che divora centinaia di migliaia di vite umane». Proseguendo nella sua lamentela, il consigliere di Zelensky non ha disdegnato neanche un attacco all’amministrazione americana: «Il moderno regime autoritario russo (nazista) è uno sfacciato riflesso di una specifica politica occidentale prebellica. Non è forse ora di iniziare ad ammettere gli errori fatti, anziché inventare nuove scuse?», si è chiesto polemicamente Podolyak. Peraltro, non è la prima volta che Obama ha espresso forti dubbi sulla strategia di Zelensky. Lo scorso ottobre, infatti, l’ex presidente aveva pubblicamente tirato le orecchie a Biden, dichiarando che Sleepy Joe doveva «far capire a Zelensky ciò che possiamo fare e ciò che non possiamo fare per evitare il conflitto Nato-Russia». In sintesi, Obama aveva mostrato tutta la sua stizza per la pretesa del presidente ucraino di riconquistare anche Donbass e Crimea, pregiudicando così ogni trattativa di pace e, anzi, creando una pericolosa escalation dagli esiti imprevedibili. Conflitto atomico incluso.
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La risposta annunciata dall’Ucraina contro il Cremlino è lenta e deludente, sale la paura alla Casa Bianca. Benjamin Netanyahu: un pericolo i missili occidentali nelle mani dell’Iran. Sanzioni: undicesimo pacchetto dell’Ue.L’ex presidente Barack Obama fa un assist (a sorpresa) a Mosca sull’annessione della regione: «È un’area russofona, nel 2014 con la Merkel non potevamo usare le maniere forti».Lo speciale contiene due articoli.«La controffensiva ucraina non sta soddisfacendo le aspettative su nessuno dei fronti». È quanto ha riportato ieri la Cnn. L’emittente televisiva americana ha citato due funzionari occidentali e un alto funzionario militare statunitense, secondo cui in queste fasi iniziali, il contrattacco annunciato da Kiev nei mesi scorsi e cominciato il 5 giugno, non sta portando i risultati sperati. «Le linee di difesa russe si sono dimostrate ben fortificate e hanno mostrato più competenza di quanto previsto dalle valutazioni occidentali, riuscendo a impantanare l’avanzata ucraina con attacchi missilistici e mine» ha affermato uno dei funzionari. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un’intervista rilasciata alla Bbc, aveva ammesso che i progressi della controffensiva si sono rivelati più lenti del previsto. Tuttavia, le fonti citate dalla Cnn, fanno notare come la controffensiva è ancora nelle sue fasi iniziali e che gli Stati Uniti rimangono ottimisti sulla possibilità che l’Ucraina riesca a conquistare porzioni di territorio nelle prossime settimane e che aspetteranno almeno fino a luglio per fare una valutazione più completa dei progressi della controffensiva, considerata cruciale nell’esito di questo conflitto. A difendere l’operato delle forze ucraine nelle ultime ore è intervenuto uno dei consiglieri di Zelensky, Mikhailo Podolyak, che in un tweet ha scritto che «la vera guerra non è un blockbuster di Hollywood» e che «la controffensiva non è una nuova stagione di una serie Netflix». Il messaggio di Podolyak contiene anche un sollecito all’Occidente: «Il tempo è sempre fondamentale, soprattutto in guerra. Il tempo impiegato per convincere i partner a fornire le armi necessarie si traduce in specifiche fortificazioni russe costruite in questo periodo, in una linea di difesa profondamente scavata e in un sistema di campi minati». Una sorta di monito ai Paesi dell’Alleanza atlantica a fornire più in fretta le armi richieste. Armi occidentali che sono divenute in queste ultime ore tema di preoccupazione per Israele. Il presidente Benjamin Netanyahu, in un’intervista rilasciata al Jerusalem Post, si è detto profondamente turbato per la «presenza di armi occidentali anticarro presenti ai nostri confini». Il primo ministro israeliano ha proseguito: «Temiamo anche che qualsiasi sistema dato all’Ucraina possa essere usato contro di noi perché potrebbe cadere nelle mani dell’Iran, quindi dobbiamo stare molto attenti». Sulla questione è intervenuto anche Dmitrij Peskov. Il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha commentato all’agenzia di stampa Tass le parole di Netanyahu: «Abbiamo già parlato di tale minaccia e del fatto che le armi occidentali fornite all’Ucraina vengono già vendute da vari gruppi criminali in Europa. Questo è inevitabile».Tutto questo mentre sul campo si continua a combattere senza esclusione di colpi, con Mosca e Kiev che si accusano a vicenda. Il fronte principale e più preoccupante rimane quello attorno all’area di Zaporizhzhya. La situazione della centrale nucleare è più delicata che mai, con gli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che hanno lanciato l’ennesimo allarme sul rischio della zona, teatro di lanci di missili e scambio di artiglieria pesante e le due parti che si rimpallano ogni responsabilità. Secondo Zelensky la Russia avrebbe in mente un attacco diretto alla centrale, eventualità smentita dal Cremlino che accusa Kiev di utilizzare Zaporizhzhya come strumento di propaganda. «Le parole di Zelensky sono un altro tentativo di denigrare la Russia attribuendoci intenzioni inesistenti e allo stesso tempo un tentativo di coprire le loro azioni criminali e terroristiche che rappresentano una minaccia per l’ambiente» ha dichiarato alla Tass il viceministro russo degli Esteri Sergej Ryabkov.Intanto ieri, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato l’undicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Si tratta di una serie di misure restrittive economiche e individuali che hanno come principale obiettivo quello di far fronte all’elusione delle precedenti sanzioni. «Le nostre sanzioni stanno già mettendo a dura prova l’economia russa e la capacità del Cremlino di finanziare la sua aggressione» ha spiegato Josep Borrell. «Questo pacchetto aumenta la nostra pressione sulla Russia e sulla macchina da guerra di Putin. Affrontando l’elusione delle sanzioni, massimizzeremo la pressione sulla Russia privandola ulteriormente delle risorse di cui ha così disperatamente bisogno per permetterle di proseguire la sua guerra illegale contro l’Ucraina» ha aggiunto l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Inoltre, questo nuovo pacchetto cancella quella deroga di cui hanno beneficiato finora Germania e Polonia per importare petrolio russo dall’oleodotto Druzhba, e aggiunge alla lista nera il nome di Artem Aleksandrovich Uss, l’imprenditore russo accusato di traffico di armi evaso dagli arresti domiciliari a Milano lo scorso 22 marzo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/america-delusa-controffensiva-kiev-2661791566.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="obama-gela-zelensky-sulla-crimea" data-post-id="2661791566" data-published-at="1687607247" data-use-pagination="False"> Obama gela Zelensky sulla Crimea Altro giro, altra polemica. Stavolta a mandare su tutte le furie lo staff di Volodymyr Zelensky non è stato Joe Biden, con cui negli scorsi mesi si erano creati momenti di tensione, ma Barack Obama in persona. L’ex presidente statunitense, infatti, ha rilasciato un’intervista alla Cnn in cui si è soffermato sulla reazione delle nazioni occidentali all’annessione della Crimea del 2014. Dialogando con la nota giornalista Christiane Amanpour, Obama ha giustificato la linea tutto sommato morbida della sua amministrazione, ricordando che, nella penisola che si affaccia sul Mar Nero, c’era «una certa simpatia» della popolazione per l’annessione alla Russia. In sostanza, sostiene l’ex presidente, se gli Stati Uniti non passarono alle maniere forti è perché il Cremlino trovò in Crimea terreno fertile per l’espansione del territorio russo. «Io e la cancelliera tedesca Angela Merkel abbiamo affrontato Vladimir Putin con gli strumenti a disposizione in quel momento», ha dichiarato Obama. Che ha poi ricordato che l’Ucraina del 2014 «non era certo l’Ucraina di cui stiamo parlando oggi». E infatti, ha proseguito, «c’è una ragione per cui non c’è stata un’invasione armata della Crimea». E cioè «perché la Crimea era piena di russofoni e c’era una certa simpatia per le posizioni assunte dalla Russia». Le dichiarazioni di Obama, giunte un po’ a sorpresa, sono state molto gradite dalle parti di Mosca. «Vediamo che, di tanto in tanto, continuano a farsi strada giudizi razionali», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di segno opposto, invece, la reazione ucraina, con il consigliere presidenziale Mykhailo Podolyak: «Se il signor Barack Obama dichiara pubblicamente che l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 era “legale e giustificata”, allora non dovrebbe sorprendere che oggi ci sia un’aggressione russa su vasta scala in Europa e una grande guerra di aggressione che divora centinaia di migliaia di vite umane». Proseguendo nella sua lamentela, il consigliere di Zelensky non ha disdegnato neanche un attacco all’amministrazione americana: «Il moderno regime autoritario russo (nazista) è uno sfacciato riflesso di una specifica politica occidentale prebellica. Non è forse ora di iniziare ad ammettere gli errori fatti, anziché inventare nuove scuse?», si è chiesto polemicamente Podolyak. Peraltro, non è la prima volta che Obama ha espresso forti dubbi sulla strategia di Zelensky. Lo scorso ottobre, infatti, l’ex presidente aveva pubblicamente tirato le orecchie a Biden, dichiarando che Sleepy Joe doveva «far capire a Zelensky ciò che possiamo fare e ciò che non possiamo fare per evitare il conflitto Nato-Russia». In sintesi, Obama aveva mostrato tutta la sua stizza per la pretesa del presidente ucraino di riconquistare anche Donbass e Crimea, pregiudicando così ogni trattativa di pace e, anzi, creando una pericolosa escalation dagli esiti imprevedibili. Conflitto atomico incluso.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.