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2022-01-25
Ambasciate vuote e fucili carichi. Putin a un passo dall’attacco a Kiev
Ansa
Forse anche ai confini orientali e nord orientali dell’Europa «andrà tutto bene» ma i segnali che arrivano in queste ore non sono molto rassicuranti e non si tratta di credere alla propaganda di una o dell’altra parte. Il vertice di Ginevra tenutosi venerdì scorso tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano Antony Blinken sulla crisi Ucraina che sembrava aver aperto alla possibilità di un possibile negoziato, seppur complicatissimo a distanza, viste le posizioni di Usa, Russia ed Europa così come gli interessi in contrasto anche all’interno degli stessi alleati del Patto Atlantico mostrano che la riunione tenutasi nella neutrale Svizzera non ha avuto un gran successo. Quello che sappiamo è che domenica scorsa durante un incontro tenutosi a Camp David il presidente americano Joe Biden ha discusso con i suoi consiglieri della possibilità di inviare un contingente che potrebbe essere tra 1.000 e 5.000 soldati ma che potrebbe diventare 10 volte quel numero se le cose dovessero peggiorare nel Baltico e nell’est Europa. In merito, una determina presidenziale potrebbe arrivare a breve. A proposito di questo, il portavoce presidenziale russo ha affermato che «l’esercito russo non può tollerare le crescenti attività della Nato vicino ai confini del paese e il presidente Putin adotterà le misure necessarie per difendere la sua sicurezza e i suoi interessi».
Al vertice di Camp David hanno partecipato, seppur da remoto, alti ufficiali delle forze armate americane oltre al segretario alla Difesa Lloyd Austin e il capo di Stato maggiore generale Mark Milley, segnale di come la situazione sia delicatissima. Ieri mattina invece la Nato in una nota ha fatto conoscere la sua posizione: «Gli alleati della Nato stanno mettendo le forze in allerta e stanno inviando navi e caccia in Europa dell’Est, per rinforzare la nostra capacità di deterrenza e difesa, mentre la Russia continua ad aumentare la propria presenza militare dentro e fuori dall’Ucraina». Nello specifico e per il momento, si tratta della Danimarca che ha inviato una fregata nel Mar Baltico e quattro caccia F-16 da schierare in Lituania; la Spagna che prevede di mandare navi alla Nato e sta anche valutando l’invio di caccia in Bulgaria; la Francia invece pronta a inviare truppe in Romania mentre l’Olanda invia due aerei da combattimento F-35 in Bulgaria e offre una nave ed equipaggiamento terrestre alla forza di risposta della Nato. La Gran Bretagna ha già inviato uomini e mezzi militari in Ucraina. E la Germania? La coalizione di governo alla sua prima crisi internazionale è già andata a sbattere mostrando tutte le sue contraddizioni e anche l’inesperienza di alcuni esponenti, come il neoministro degli Esteri, la verde Annalena Baerbock. Ma quanto accade è l’inizio di una escalation militare? Secondo il presidente dell’osservatorio sicurezza Eurispess, il generale Pasquale Preziosa, «predire il futuro nella complessità odierna è molto rischioso perché gli scenari stanno virando dal rischio verso l’incertezza. Comunque, la situazione oggi in Ucraina appare, sotto un profilo ormai storico, molto simile a quella dell’agosto 2008 in Georgia, con motivazioni politiche di fondo similari a quelle odierne con l’Ucraina. La Nato manca dei presupposti legali, legati all’articolo 5 del trattato Nato, che presuppone un attacco armato contro uno o più alleati per poter intervenire militarmente a supporto dell’Ucraina, così come nel caso della Georgia».
I russi però dicono che l’Ucraina sia una minaccia. Non è esagerato? «L’Ucraina non è nelle condizioni economiche, sociali e militari per poter rappresentare una minaccia per la Russia. L’Ucraina ha solo un Pil di 155 miliardi di dollari, mentre la Russia ha da 1,5 trilioni di dollari (1.000 volte più alto), è dotata di un grande arsenale nucleare e di armamenti ipersonici. Socialmente, l’Ucraina appare divisa tra una parte della popolazione pro Occidente e una parte pro Russia. Da tempo immemore ad Est del fiume Dnepr vi è una grande influenza russa, sia per ragioni economiche sia per ragioni etniche: perdere il rapporto con quelle regioni vuol dire perdere alcuni fondamenti del sistema economico russo».
Per tornare agli Stati Uniti, la sterzata di Biden arriva dopo che il presidente è stato accusato più volte di essere debole anche in politica estera - ad esempio con l’Iran - e che in questa crisi alla quale ha approcciato secondo la stampa americana «con una posizione troppo moderata, forse per non provocare reazioni scomposte del Cremlino», senza contare che il suo indice di popolarità - crollato dopo il ritiro dall’Afghanistan - non accenna a rialzarsi e lo stesso vale per la sua vice Kamala Harris. Diversità di vedute anche sulla partenza del personale diplomatico, che gli americani stanno evacuando (parzialmente) dall’ambasciata di Kiev, che per il momento resta aperta in quanto «le condizioni di sicurezza, in particolare lungo i confini dell’Ucraina, nella Crimea occupata dalla Russia e nell’Ucraina orientale controllata dalla Russia, sono imprevedibili e possono deteriorarsi con poco preavviso». Dimostrazioni, che a volte sono diventate violente, si verificano regolarmente in tutta l’Ucraina, inclusa Kiev. Lo stesso stanno per fare i britannici: un fatto che l’Ucraina ha bollato come «una decisione prematura ed eccessiva» e lo stesso pensa l’alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, che ha dichiarato: «Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ci spiegherà le ragioni dell’annuncio del ritiro del personale americano. Noi non faremo lo stesso perché non ne vediamo il motivo», aggiungendo che «i negoziati vanno avanti, non vedo perché ce ne dobbiamo andare. Il personale Ue resterà in Ucraina a meno che Blinken non ci dia ragioni per una scelta diversa».
L’escalation manda in crisi le Borse
Lunedì nero in Piazza Affari dove il FtseMib ha lasciato sul terreno il 4%. Ma no, non è perché la Borsa teme un’uscita di scena di Mario Draghi. A soffrire sono state, infatti, tutte le piazze europee assai poco sensibili alle puntate più calde del «romanzo Quirinale»: Francoforte ha ceduto il 3,81%, Londra il 2,66% . Parigi il 3,97%, Madrid il 3,18% e Zurigo il 3,84%. L’indice Stoxx 600 che riunisce i principali titoli quotati nel Vecchio Continente ha chiuso in calo del 3,6%, che equivale a 386 miliardi di capitalizzazione persi in una sola seduta. Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in rialzo a +141,44 punti.
Milano ha fatto i conti con l’effetto cedole di Enel e Snam, che ha pesato per lo 0,39% sull’indice milanese. Ma a scuotere i mercati sono state le tensioni geopolitiche sul fronte ucraino, come dimostrano il tonfo della Borsa di Mosca (-6% l’indice Moex) e l’ennesima impennata del prezzo del gas ad Amsterdam (92,6 euro al megawattora, +17%). Il nervosismo è anche sul fronte delle politiche monetarie per le indicazioni della Federal Reserve sui tassi di interesse: oggi inizia la due giorni di riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed. Le Borse Ue sono così peggiorate già nel corso della mattinata, nonostante l’indice Pmi manifatturiero relativo all’Eurozona sia salito a gennaio a 59 punti dai 58 di dicembre. L’indice composito, però, è peggiorato, risentendo del rallentamento dei servizi, passati dai 53,1 punti di dicembre al 51,2 di gennaio. Ad ampliare le vendite è comunque stata l’inversione di tendenza dei futures americani alla vigilia dell’apertura di Wall Street: a metà pomeriggio, quando è suonata la campanella, sono partiti in rosso anche i listini Usa con il Dow Jones in calo dell’1,4% e il Nasdaq di oltre il 2% peggiorando nelle ore successive. Questa sarà la settimana della Fed: tra gli investitori c’è chi si aspetta l’annuncio della conclusione immediata del quantitative easing, seppur molto improbabile, e chi parla di rialzo da 50 punti base a marzo, a nostro avviso inverosimile. A preoccupare gli investitori è quindi la sempre più diffusa sensazione che la stretta monetaria della banca centrale americana sarà più ampia del previsto, con quattro aumenti del costo del denaro entro fine anno invece dei tre inizialmente attesi. Tutto questo mentre sale l’allerta per la situazione in Ucraina dopo l’incontro di Ginevra tra ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato Usa Antony Blinken. La Nato sta mandando navi e caccia nell’Europa dell’Est, con l’obiettivo di rinforzare la capacità di difesa dell’area, e la Russia, dal canto suo, continua ad aumentare la presenza militare dentro e fuori dal Paese. L’ambasciata Usa a Kiev ha avvertito che un’azione militare russa nel Paese potrebbe avvenire in qualsiasi momento e di conseguenza il governo degli Stati Uniti potrebbe non essere in grado di evacuare successivamente i suoi cittadini presenti.
A scontare l’avanzamento della crisi sui territori dell’Europa orientale sono state anche le materie prime: il greggio è sceso su entrambi i suoi listini di riferimento con il Wti che 82,56 dollari al barile (-3,06%), mentre il Brent è tornato sugli 84 dollari (-2,68%). In rialzo invece l’oro, bene rifugio, che tratta a 1.833 dollari l’oncia (+0,10%). Sulle criptovalute pesano invece i timori per le decisioni della Fed: attorno alle 18 ora italiana il bitcoin perdeva il 3% sotto la soglia dei 35 mila dollari. Il rendimento del Btp decennale si è attestato all’1,349% mentre lo spread Btp/Bund è salito a 138 punti.
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Gli americani temono l’offensiva russa e hanno richiamato il personale diplomatico. L’Ue: «Diteci cosa sapete». Joe Biden pronto a inviare truppe, mentre la Nato dispiega navi e aerei da combattimento a Est.Mercati in contrazione a causa del rischio di un conflitto: Mosca cede il 6%, soffrono anche Wall Street e le piazze europee. Il gas si impenna e fa registrare un +17%.Lo speciale contiene due articoli Forse anche ai confini orientali e nord orientali dell’Europa «andrà tutto bene» ma i segnali che arrivano in queste ore non sono molto rassicuranti e non si tratta di credere alla propaganda di una o dell’altra parte. Il vertice di Ginevra tenutosi venerdì scorso tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano Antony Blinken sulla crisi Ucraina che sembrava aver aperto alla possibilità di un possibile negoziato, seppur complicatissimo a distanza, viste le posizioni di Usa, Russia ed Europa così come gli interessi in contrasto anche all’interno degli stessi alleati del Patto Atlantico mostrano che la riunione tenutasi nella neutrale Svizzera non ha avuto un gran successo. Quello che sappiamo è che domenica scorsa durante un incontro tenutosi a Camp David il presidente americano Joe Biden ha discusso con i suoi consiglieri della possibilità di inviare un contingente che potrebbe essere tra 1.000 e 5.000 soldati ma che potrebbe diventare 10 volte quel numero se le cose dovessero peggiorare nel Baltico e nell’est Europa. In merito, una determina presidenziale potrebbe arrivare a breve. A proposito di questo, il portavoce presidenziale russo ha affermato che «l’esercito russo non può tollerare le crescenti attività della Nato vicino ai confini del paese e il presidente Putin adotterà le misure necessarie per difendere la sua sicurezza e i suoi interessi».Al vertice di Camp David hanno partecipato, seppur da remoto, alti ufficiali delle forze armate americane oltre al segretario alla Difesa Lloyd Austin e il capo di Stato maggiore generale Mark Milley, segnale di come la situazione sia delicatissima. Ieri mattina invece la Nato in una nota ha fatto conoscere la sua posizione: «Gli alleati della Nato stanno mettendo le forze in allerta e stanno inviando navi e caccia in Europa dell’Est, per rinforzare la nostra capacità di deterrenza e difesa, mentre la Russia continua ad aumentare la propria presenza militare dentro e fuori dall’Ucraina». Nello specifico e per il momento, si tratta della Danimarca che ha inviato una fregata nel Mar Baltico e quattro caccia F-16 da schierare in Lituania; la Spagna che prevede di mandare navi alla Nato e sta anche valutando l’invio di caccia in Bulgaria; la Francia invece pronta a inviare truppe in Romania mentre l’Olanda invia due aerei da combattimento F-35 in Bulgaria e offre una nave ed equipaggiamento terrestre alla forza di risposta della Nato. La Gran Bretagna ha già inviato uomini e mezzi militari in Ucraina. E la Germania? La coalizione di governo alla sua prima crisi internazionale è già andata a sbattere mostrando tutte le sue contraddizioni e anche l’inesperienza di alcuni esponenti, come il neoministro degli Esteri, la verde Annalena Baerbock. Ma quanto accade è l’inizio di una escalation militare? Secondo il presidente dell’osservatorio sicurezza Eurispess, il generale Pasquale Preziosa, «predire il futuro nella complessità odierna è molto rischioso perché gli scenari stanno virando dal rischio verso l’incertezza. Comunque, la situazione oggi in Ucraina appare, sotto un profilo ormai storico, molto simile a quella dell’agosto 2008 in Georgia, con motivazioni politiche di fondo similari a quelle odierne con l’Ucraina. La Nato manca dei presupposti legali, legati all’articolo 5 del trattato Nato, che presuppone un attacco armato contro uno o più alleati per poter intervenire militarmente a supporto dell’Ucraina, così come nel caso della Georgia». I russi però dicono che l’Ucraina sia una minaccia. Non è esagerato? «L’Ucraina non è nelle condizioni economiche, sociali e militari per poter rappresentare una minaccia per la Russia. L’Ucraina ha solo un Pil di 155 miliardi di dollari, mentre la Russia ha da 1,5 trilioni di dollari (1.000 volte più alto), è dotata di un grande arsenale nucleare e di armamenti ipersonici. Socialmente, l’Ucraina appare divisa tra una parte della popolazione pro Occidente e una parte pro Russia. Da tempo immemore ad Est del fiume Dnepr vi è una grande influenza russa, sia per ragioni economiche sia per ragioni etniche: perdere il rapporto con quelle regioni vuol dire perdere alcuni fondamenti del sistema economico russo».Per tornare agli Stati Uniti, la sterzata di Biden arriva dopo che il presidente è stato accusato più volte di essere debole anche in politica estera - ad esempio con l’Iran - e che in questa crisi alla quale ha approcciato secondo la stampa americana «con una posizione troppo moderata, forse per non provocare reazioni scomposte del Cremlino», senza contare che il suo indice di popolarità - crollato dopo il ritiro dall’Afghanistan - non accenna a rialzarsi e lo stesso vale per la sua vice Kamala Harris. Diversità di vedute anche sulla partenza del personale diplomatico, che gli americani stanno evacuando (parzialmente) dall’ambasciata di Kiev, che per il momento resta aperta in quanto «le condizioni di sicurezza, in particolare lungo i confini dell’Ucraina, nella Crimea occupata dalla Russia e nell’Ucraina orientale controllata dalla Russia, sono imprevedibili e possono deteriorarsi con poco preavviso». Dimostrazioni, che a volte sono diventate violente, si verificano regolarmente in tutta l’Ucraina, inclusa Kiev. Lo stesso stanno per fare i britannici: un fatto che l’Ucraina ha bollato come «una decisione prematura ed eccessiva» e lo stesso pensa l’alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, che ha dichiarato: «Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ci spiegherà le ragioni dell’annuncio del ritiro del personale americano. Noi non faremo lo stesso perché non ne vediamo il motivo», aggiungendo che «i negoziati vanno avanti, non vedo perché ce ne dobbiamo andare. Il personale Ue resterà in Ucraina a meno che Blinken non ci dia ragioni per una scelta diversa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ambasciate-vuote-e-fucili-carichi-putin-a-un-passo-dallattacco-a-kiev-2656469920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lescalation-manda-in-crisi-le-borse" data-post-id="2656469920" data-published-at="1643051137" data-use-pagination="False"> L’escalation manda in crisi le Borse Lunedì nero in Piazza Affari dove il FtseMib ha lasciato sul terreno il 4%. Ma no, non è perché la Borsa teme un’uscita di scena di Mario Draghi. A soffrire sono state, infatti, tutte le piazze europee assai poco sensibili alle puntate più calde del «romanzo Quirinale»: Francoforte ha ceduto il 3,81%, Londra il 2,66% . Parigi il 3,97%, Madrid il 3,18% e Zurigo il 3,84%. L’indice Stoxx 600 che riunisce i principali titoli quotati nel Vecchio Continente ha chiuso in calo del 3,6%, che equivale a 386 miliardi di capitalizzazione persi in una sola seduta. Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in rialzo a +141,44 punti. Milano ha fatto i conti con l’effetto cedole di Enel e Snam, che ha pesato per lo 0,39% sull’indice milanese. Ma a scuotere i mercati sono state le tensioni geopolitiche sul fronte ucraino, come dimostrano il tonfo della Borsa di Mosca (-6% l’indice Moex) e l’ennesima impennata del prezzo del gas ad Amsterdam (92,6 euro al megawattora, +17%). Il nervosismo è anche sul fronte delle politiche monetarie per le indicazioni della Federal Reserve sui tassi di interesse: oggi inizia la due giorni di riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed. Le Borse Ue sono così peggiorate già nel corso della mattinata, nonostante l’indice Pmi manifatturiero relativo all’Eurozona sia salito a gennaio a 59 punti dai 58 di dicembre. L’indice composito, però, è peggiorato, risentendo del rallentamento dei servizi, passati dai 53,1 punti di dicembre al 51,2 di gennaio. Ad ampliare le vendite è comunque stata l’inversione di tendenza dei futures americani alla vigilia dell’apertura di Wall Street: a metà pomeriggio, quando è suonata la campanella, sono partiti in rosso anche i listini Usa con il Dow Jones in calo dell’1,4% e il Nasdaq di oltre il 2% peggiorando nelle ore successive. Questa sarà la settimana della Fed: tra gli investitori c’è chi si aspetta l’annuncio della conclusione immediata del quantitative easing, seppur molto improbabile, e chi parla di rialzo da 50 punti base a marzo, a nostro avviso inverosimile. A preoccupare gli investitori è quindi la sempre più diffusa sensazione che la stretta monetaria della banca centrale americana sarà più ampia del previsto, con quattro aumenti del costo del denaro entro fine anno invece dei tre inizialmente attesi. Tutto questo mentre sale l’allerta per la situazione in Ucraina dopo l’incontro di Ginevra tra ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato Usa Antony Blinken. La Nato sta mandando navi e caccia nell’Europa dell’Est, con l’obiettivo di rinforzare la capacità di difesa dell’area, e la Russia, dal canto suo, continua ad aumentare la presenza militare dentro e fuori dal Paese. L’ambasciata Usa a Kiev ha avvertito che un’azione militare russa nel Paese potrebbe avvenire in qualsiasi momento e di conseguenza il governo degli Stati Uniti potrebbe non essere in grado di evacuare successivamente i suoi cittadini presenti. A scontare l’avanzamento della crisi sui territori dell’Europa orientale sono state anche le materie prime: il greggio è sceso su entrambi i suoi listini di riferimento con il Wti che 82,56 dollari al barile (-3,06%), mentre il Brent è tornato sugli 84 dollari (-2,68%). In rialzo invece l’oro, bene rifugio, che tratta a 1.833 dollari l’oncia (+0,10%). Sulle criptovalute pesano invece i timori per le decisioni della Fed: attorno alle 18 ora italiana il bitcoin perdeva il 3% sotto la soglia dei 35 mila dollari. Il rendimento del Btp decennale si è attestato all’1,349% mentre lo spread Btp/Bund è salito a 138 punti.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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