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2022-01-25
Ambasciate vuote e fucili carichi. Putin a un passo dall’attacco a Kiev
Ansa
Forse anche ai confini orientali e nord orientali dell’Europa «andrà tutto bene» ma i segnali che arrivano in queste ore non sono molto rassicuranti e non si tratta di credere alla propaganda di una o dell’altra parte. Il vertice di Ginevra tenutosi venerdì scorso tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano Antony Blinken sulla crisi Ucraina che sembrava aver aperto alla possibilità di un possibile negoziato, seppur complicatissimo a distanza, viste le posizioni di Usa, Russia ed Europa così come gli interessi in contrasto anche all’interno degli stessi alleati del Patto Atlantico mostrano che la riunione tenutasi nella neutrale Svizzera non ha avuto un gran successo. Quello che sappiamo è che domenica scorsa durante un incontro tenutosi a Camp David il presidente americano Joe Biden ha discusso con i suoi consiglieri della possibilità di inviare un contingente che potrebbe essere tra 1.000 e 5.000 soldati ma che potrebbe diventare 10 volte quel numero se le cose dovessero peggiorare nel Baltico e nell’est Europa. In merito, una determina presidenziale potrebbe arrivare a breve. A proposito di questo, il portavoce presidenziale russo ha affermato che «l’esercito russo non può tollerare le crescenti attività della Nato vicino ai confini del paese e il presidente Putin adotterà le misure necessarie per difendere la sua sicurezza e i suoi interessi».
Al vertice di Camp David hanno partecipato, seppur da remoto, alti ufficiali delle forze armate americane oltre al segretario alla Difesa Lloyd Austin e il capo di Stato maggiore generale Mark Milley, segnale di come la situazione sia delicatissima. Ieri mattina invece la Nato in una nota ha fatto conoscere la sua posizione: «Gli alleati della Nato stanno mettendo le forze in allerta e stanno inviando navi e caccia in Europa dell’Est, per rinforzare la nostra capacità di deterrenza e difesa, mentre la Russia continua ad aumentare la propria presenza militare dentro e fuori dall’Ucraina». Nello specifico e per il momento, si tratta della Danimarca che ha inviato una fregata nel Mar Baltico e quattro caccia F-16 da schierare in Lituania; la Spagna che prevede di mandare navi alla Nato e sta anche valutando l’invio di caccia in Bulgaria; la Francia invece pronta a inviare truppe in Romania mentre l’Olanda invia due aerei da combattimento F-35 in Bulgaria e offre una nave ed equipaggiamento terrestre alla forza di risposta della Nato. La Gran Bretagna ha già inviato uomini e mezzi militari in Ucraina. E la Germania? La coalizione di governo alla sua prima crisi internazionale è già andata a sbattere mostrando tutte le sue contraddizioni e anche l’inesperienza di alcuni esponenti, come il neoministro degli Esteri, la verde Annalena Baerbock. Ma quanto accade è l’inizio di una escalation militare? Secondo il presidente dell’osservatorio sicurezza Eurispess, il generale Pasquale Preziosa, «predire il futuro nella complessità odierna è molto rischioso perché gli scenari stanno virando dal rischio verso l’incertezza. Comunque, la situazione oggi in Ucraina appare, sotto un profilo ormai storico, molto simile a quella dell’agosto 2008 in Georgia, con motivazioni politiche di fondo similari a quelle odierne con l’Ucraina. La Nato manca dei presupposti legali, legati all’articolo 5 del trattato Nato, che presuppone un attacco armato contro uno o più alleati per poter intervenire militarmente a supporto dell’Ucraina, così come nel caso della Georgia».
I russi però dicono che l’Ucraina sia una minaccia. Non è esagerato? «L’Ucraina non è nelle condizioni economiche, sociali e militari per poter rappresentare una minaccia per la Russia. L’Ucraina ha solo un Pil di 155 miliardi di dollari, mentre la Russia ha da 1,5 trilioni di dollari (1.000 volte più alto), è dotata di un grande arsenale nucleare e di armamenti ipersonici. Socialmente, l’Ucraina appare divisa tra una parte della popolazione pro Occidente e una parte pro Russia. Da tempo immemore ad Est del fiume Dnepr vi è una grande influenza russa, sia per ragioni economiche sia per ragioni etniche: perdere il rapporto con quelle regioni vuol dire perdere alcuni fondamenti del sistema economico russo».
Per tornare agli Stati Uniti, la sterzata di Biden arriva dopo che il presidente è stato accusato più volte di essere debole anche in politica estera - ad esempio con l’Iran - e che in questa crisi alla quale ha approcciato secondo la stampa americana «con una posizione troppo moderata, forse per non provocare reazioni scomposte del Cremlino», senza contare che il suo indice di popolarità - crollato dopo il ritiro dall’Afghanistan - non accenna a rialzarsi e lo stesso vale per la sua vice Kamala Harris. Diversità di vedute anche sulla partenza del personale diplomatico, che gli americani stanno evacuando (parzialmente) dall’ambasciata di Kiev, che per il momento resta aperta in quanto «le condizioni di sicurezza, in particolare lungo i confini dell’Ucraina, nella Crimea occupata dalla Russia e nell’Ucraina orientale controllata dalla Russia, sono imprevedibili e possono deteriorarsi con poco preavviso». Dimostrazioni, che a volte sono diventate violente, si verificano regolarmente in tutta l’Ucraina, inclusa Kiev. Lo stesso stanno per fare i britannici: un fatto che l’Ucraina ha bollato come «una decisione prematura ed eccessiva» e lo stesso pensa l’alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, che ha dichiarato: «Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ci spiegherà le ragioni dell’annuncio del ritiro del personale americano. Noi non faremo lo stesso perché non ne vediamo il motivo», aggiungendo che «i negoziati vanno avanti, non vedo perché ce ne dobbiamo andare. Il personale Ue resterà in Ucraina a meno che Blinken non ci dia ragioni per una scelta diversa».
L’escalation manda in crisi le Borse
Lunedì nero in Piazza Affari dove il FtseMib ha lasciato sul terreno il 4%. Ma no, non è perché la Borsa teme un’uscita di scena di Mario Draghi. A soffrire sono state, infatti, tutte le piazze europee assai poco sensibili alle puntate più calde del «romanzo Quirinale»: Francoforte ha ceduto il 3,81%, Londra il 2,66% . Parigi il 3,97%, Madrid il 3,18% e Zurigo il 3,84%. L’indice Stoxx 600 che riunisce i principali titoli quotati nel Vecchio Continente ha chiuso in calo del 3,6%, che equivale a 386 miliardi di capitalizzazione persi in una sola seduta. Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in rialzo a +141,44 punti.
Milano ha fatto i conti con l’effetto cedole di Enel e Snam, che ha pesato per lo 0,39% sull’indice milanese. Ma a scuotere i mercati sono state le tensioni geopolitiche sul fronte ucraino, come dimostrano il tonfo della Borsa di Mosca (-6% l’indice Moex) e l’ennesima impennata del prezzo del gas ad Amsterdam (92,6 euro al megawattora, +17%). Il nervosismo è anche sul fronte delle politiche monetarie per le indicazioni della Federal Reserve sui tassi di interesse: oggi inizia la due giorni di riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed. Le Borse Ue sono così peggiorate già nel corso della mattinata, nonostante l’indice Pmi manifatturiero relativo all’Eurozona sia salito a gennaio a 59 punti dai 58 di dicembre. L’indice composito, però, è peggiorato, risentendo del rallentamento dei servizi, passati dai 53,1 punti di dicembre al 51,2 di gennaio. Ad ampliare le vendite è comunque stata l’inversione di tendenza dei futures americani alla vigilia dell’apertura di Wall Street: a metà pomeriggio, quando è suonata la campanella, sono partiti in rosso anche i listini Usa con il Dow Jones in calo dell’1,4% e il Nasdaq di oltre il 2% peggiorando nelle ore successive. Questa sarà la settimana della Fed: tra gli investitori c’è chi si aspetta l’annuncio della conclusione immediata del quantitative easing, seppur molto improbabile, e chi parla di rialzo da 50 punti base a marzo, a nostro avviso inverosimile. A preoccupare gli investitori è quindi la sempre più diffusa sensazione che la stretta monetaria della banca centrale americana sarà più ampia del previsto, con quattro aumenti del costo del denaro entro fine anno invece dei tre inizialmente attesi. Tutto questo mentre sale l’allerta per la situazione in Ucraina dopo l’incontro di Ginevra tra ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato Usa Antony Blinken. La Nato sta mandando navi e caccia nell’Europa dell’Est, con l’obiettivo di rinforzare la capacità di difesa dell’area, e la Russia, dal canto suo, continua ad aumentare la presenza militare dentro e fuori dal Paese. L’ambasciata Usa a Kiev ha avvertito che un’azione militare russa nel Paese potrebbe avvenire in qualsiasi momento e di conseguenza il governo degli Stati Uniti potrebbe non essere in grado di evacuare successivamente i suoi cittadini presenti.
A scontare l’avanzamento della crisi sui territori dell’Europa orientale sono state anche le materie prime: il greggio è sceso su entrambi i suoi listini di riferimento con il Wti che 82,56 dollari al barile (-3,06%), mentre il Brent è tornato sugli 84 dollari (-2,68%). In rialzo invece l’oro, bene rifugio, che tratta a 1.833 dollari l’oncia (+0,10%). Sulle criptovalute pesano invece i timori per le decisioni della Fed: attorno alle 18 ora italiana il bitcoin perdeva il 3% sotto la soglia dei 35 mila dollari. Il rendimento del Btp decennale si è attestato all’1,349% mentre lo spread Btp/Bund è salito a 138 punti.
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Gli americani temono l’offensiva russa e hanno richiamato il personale diplomatico. L’Ue: «Diteci cosa sapete». Joe Biden pronto a inviare truppe, mentre la Nato dispiega navi e aerei da combattimento a Est.Mercati in contrazione a causa del rischio di un conflitto: Mosca cede il 6%, soffrono anche Wall Street e le piazze europee. Il gas si impenna e fa registrare un +17%.Lo speciale contiene due articoli Forse anche ai confini orientali e nord orientali dell’Europa «andrà tutto bene» ma i segnali che arrivano in queste ore non sono molto rassicuranti e non si tratta di credere alla propaganda di una o dell’altra parte. Il vertice di Ginevra tenutosi venerdì scorso tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano Antony Blinken sulla crisi Ucraina che sembrava aver aperto alla possibilità di un possibile negoziato, seppur complicatissimo a distanza, viste le posizioni di Usa, Russia ed Europa così come gli interessi in contrasto anche all’interno degli stessi alleati del Patto Atlantico mostrano che la riunione tenutasi nella neutrale Svizzera non ha avuto un gran successo. Quello che sappiamo è che domenica scorsa durante un incontro tenutosi a Camp David il presidente americano Joe Biden ha discusso con i suoi consiglieri della possibilità di inviare un contingente che potrebbe essere tra 1.000 e 5.000 soldati ma che potrebbe diventare 10 volte quel numero se le cose dovessero peggiorare nel Baltico e nell’est Europa. In merito, una determina presidenziale potrebbe arrivare a breve. A proposito di questo, il portavoce presidenziale russo ha affermato che «l’esercito russo non può tollerare le crescenti attività della Nato vicino ai confini del paese e il presidente Putin adotterà le misure necessarie per difendere la sua sicurezza e i suoi interessi».Al vertice di Camp David hanno partecipato, seppur da remoto, alti ufficiali delle forze armate americane oltre al segretario alla Difesa Lloyd Austin e il capo di Stato maggiore generale Mark Milley, segnale di come la situazione sia delicatissima. Ieri mattina invece la Nato in una nota ha fatto conoscere la sua posizione: «Gli alleati della Nato stanno mettendo le forze in allerta e stanno inviando navi e caccia in Europa dell’Est, per rinforzare la nostra capacità di deterrenza e difesa, mentre la Russia continua ad aumentare la propria presenza militare dentro e fuori dall’Ucraina». Nello specifico e per il momento, si tratta della Danimarca che ha inviato una fregata nel Mar Baltico e quattro caccia F-16 da schierare in Lituania; la Spagna che prevede di mandare navi alla Nato e sta anche valutando l’invio di caccia in Bulgaria; la Francia invece pronta a inviare truppe in Romania mentre l’Olanda invia due aerei da combattimento F-35 in Bulgaria e offre una nave ed equipaggiamento terrestre alla forza di risposta della Nato. La Gran Bretagna ha già inviato uomini e mezzi militari in Ucraina. E la Germania? La coalizione di governo alla sua prima crisi internazionale è già andata a sbattere mostrando tutte le sue contraddizioni e anche l’inesperienza di alcuni esponenti, come il neoministro degli Esteri, la verde Annalena Baerbock. Ma quanto accade è l’inizio di una escalation militare? Secondo il presidente dell’osservatorio sicurezza Eurispess, il generale Pasquale Preziosa, «predire il futuro nella complessità odierna è molto rischioso perché gli scenari stanno virando dal rischio verso l’incertezza. Comunque, la situazione oggi in Ucraina appare, sotto un profilo ormai storico, molto simile a quella dell’agosto 2008 in Georgia, con motivazioni politiche di fondo similari a quelle odierne con l’Ucraina. La Nato manca dei presupposti legali, legati all’articolo 5 del trattato Nato, che presuppone un attacco armato contro uno o più alleati per poter intervenire militarmente a supporto dell’Ucraina, così come nel caso della Georgia». I russi però dicono che l’Ucraina sia una minaccia. Non è esagerato? «L’Ucraina non è nelle condizioni economiche, sociali e militari per poter rappresentare una minaccia per la Russia. L’Ucraina ha solo un Pil di 155 miliardi di dollari, mentre la Russia ha da 1,5 trilioni di dollari (1.000 volte più alto), è dotata di un grande arsenale nucleare e di armamenti ipersonici. Socialmente, l’Ucraina appare divisa tra una parte della popolazione pro Occidente e una parte pro Russia. Da tempo immemore ad Est del fiume Dnepr vi è una grande influenza russa, sia per ragioni economiche sia per ragioni etniche: perdere il rapporto con quelle regioni vuol dire perdere alcuni fondamenti del sistema economico russo».Per tornare agli Stati Uniti, la sterzata di Biden arriva dopo che il presidente è stato accusato più volte di essere debole anche in politica estera - ad esempio con l’Iran - e che in questa crisi alla quale ha approcciato secondo la stampa americana «con una posizione troppo moderata, forse per non provocare reazioni scomposte del Cremlino», senza contare che il suo indice di popolarità - crollato dopo il ritiro dall’Afghanistan - non accenna a rialzarsi e lo stesso vale per la sua vice Kamala Harris. Diversità di vedute anche sulla partenza del personale diplomatico, che gli americani stanno evacuando (parzialmente) dall’ambasciata di Kiev, che per il momento resta aperta in quanto «le condizioni di sicurezza, in particolare lungo i confini dell’Ucraina, nella Crimea occupata dalla Russia e nell’Ucraina orientale controllata dalla Russia, sono imprevedibili e possono deteriorarsi con poco preavviso». Dimostrazioni, che a volte sono diventate violente, si verificano regolarmente in tutta l’Ucraina, inclusa Kiev. Lo stesso stanno per fare i britannici: un fatto che l’Ucraina ha bollato come «una decisione prematura ed eccessiva» e lo stesso pensa l’alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, che ha dichiarato: «Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ci spiegherà le ragioni dell’annuncio del ritiro del personale americano. Noi non faremo lo stesso perché non ne vediamo il motivo», aggiungendo che «i negoziati vanno avanti, non vedo perché ce ne dobbiamo andare. Il personale Ue resterà in Ucraina a meno che Blinken non ci dia ragioni per una scelta diversa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ambasciate-vuote-e-fucili-carichi-putin-a-un-passo-dallattacco-a-kiev-2656469920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lescalation-manda-in-crisi-le-borse" data-post-id="2656469920" data-published-at="1643051137" data-use-pagination="False"> L’escalation manda in crisi le Borse Lunedì nero in Piazza Affari dove il FtseMib ha lasciato sul terreno il 4%. Ma no, non è perché la Borsa teme un’uscita di scena di Mario Draghi. A soffrire sono state, infatti, tutte le piazze europee assai poco sensibili alle puntate più calde del «romanzo Quirinale»: Francoforte ha ceduto il 3,81%, Londra il 2,66% . Parigi il 3,97%, Madrid il 3,18% e Zurigo il 3,84%. L’indice Stoxx 600 che riunisce i principali titoli quotati nel Vecchio Continente ha chiuso in calo del 3,6%, che equivale a 386 miliardi di capitalizzazione persi in una sola seduta. Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in rialzo a +141,44 punti. Milano ha fatto i conti con l’effetto cedole di Enel e Snam, che ha pesato per lo 0,39% sull’indice milanese. Ma a scuotere i mercati sono state le tensioni geopolitiche sul fronte ucraino, come dimostrano il tonfo della Borsa di Mosca (-6% l’indice Moex) e l’ennesima impennata del prezzo del gas ad Amsterdam (92,6 euro al megawattora, +17%). Il nervosismo è anche sul fronte delle politiche monetarie per le indicazioni della Federal Reserve sui tassi di interesse: oggi inizia la due giorni di riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed. Le Borse Ue sono così peggiorate già nel corso della mattinata, nonostante l’indice Pmi manifatturiero relativo all’Eurozona sia salito a gennaio a 59 punti dai 58 di dicembre. L’indice composito, però, è peggiorato, risentendo del rallentamento dei servizi, passati dai 53,1 punti di dicembre al 51,2 di gennaio. Ad ampliare le vendite è comunque stata l’inversione di tendenza dei futures americani alla vigilia dell’apertura di Wall Street: a metà pomeriggio, quando è suonata la campanella, sono partiti in rosso anche i listini Usa con il Dow Jones in calo dell’1,4% e il Nasdaq di oltre il 2% peggiorando nelle ore successive. Questa sarà la settimana della Fed: tra gli investitori c’è chi si aspetta l’annuncio della conclusione immediata del quantitative easing, seppur molto improbabile, e chi parla di rialzo da 50 punti base a marzo, a nostro avviso inverosimile. A preoccupare gli investitori è quindi la sempre più diffusa sensazione che la stretta monetaria della banca centrale americana sarà più ampia del previsto, con quattro aumenti del costo del denaro entro fine anno invece dei tre inizialmente attesi. Tutto questo mentre sale l’allerta per la situazione in Ucraina dopo l’incontro di Ginevra tra ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato Usa Antony Blinken. La Nato sta mandando navi e caccia nell’Europa dell’Est, con l’obiettivo di rinforzare la capacità di difesa dell’area, e la Russia, dal canto suo, continua ad aumentare la presenza militare dentro e fuori dal Paese. L’ambasciata Usa a Kiev ha avvertito che un’azione militare russa nel Paese potrebbe avvenire in qualsiasi momento e di conseguenza il governo degli Stati Uniti potrebbe non essere in grado di evacuare successivamente i suoi cittadini presenti. A scontare l’avanzamento della crisi sui territori dell’Europa orientale sono state anche le materie prime: il greggio è sceso su entrambi i suoi listini di riferimento con il Wti che 82,56 dollari al barile (-3,06%), mentre il Brent è tornato sugli 84 dollari (-2,68%). In rialzo invece l’oro, bene rifugio, che tratta a 1.833 dollari l’oncia (+0,10%). Sulle criptovalute pesano invece i timori per le decisioni della Fed: attorno alle 18 ora italiana il bitcoin perdeva il 3% sotto la soglia dei 35 mila dollari. Il rendimento del Btp decennale si è attestato all’1,349% mentre lo spread Btp/Bund è salito a 138 punti.
La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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Andrea Orcel (Imagoeconomica)
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
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Il cantiere di via Zecca Vecchia a Milano
Al centro dell’indagine coordinata dalla Procura vi è il maxi-progetto per la realizzazione di una struttura alberghiera da quasi 200 stanze, con cinque piani fuori terra e cinque interrati. Secondo l’accusa, si tratta di un’operazione illegittima, poiché l’intervento, con una Superficie Lorda di Pavimento (Slp) di oltre 7.200 metri quadrati, viola palesemente i limiti edificatori dell’area, fissati a 2.550.
Il Tribunale del Riesame ha dato piena ragione alla tesi accusatoria. Nelle motivazioni si legge che l’intervento non può essere qualificato come una «ristrutturazione», bensì come una vera e propria «nuova costruzione». Per le sue dimensioni e il suo impatto, avrebbe richiesto un Piano Attuativo, uno strumento urbanistico complesso mai approvato, e non un semplice permesso di costruire convenzionato. I giudici hanno quindi ritenuto pienamente sussistente il fumus commissi delicti, ovvero la plausibilità del reato contestato, validando l’intero lavoro investigativo della Procura.
Perché, allora, il cantiere è stato dissequestrato? La decisione si fonda su un aspetto puramente cautelare: la mancanza del cosiddetto «periculum in mora», cioè il pericolo attuale e concreto che il reato prosegua o si aggravi. I giudici hanno osservato che i lavori di costruzione non sono mai partiti e, soprattutto, non è stato rilasciato alcun permesso. L’elemento decisivo è stato il «preavviso di diniego» emesso dallo stesso Comune di Milano il 30 aprile 2026: un atto che, di fatto, blocca il progetto e rende il rischio di un’edificazione imminente non più attuale.
La Procura esce dunque da questa fase con un impianto accusatorio rafforzato in vista del processo di merito. La partita, infatti, non è chiusa. L’annullamento del sequestro è legato a una situazione contingente. Qualora il quadro dovesse cambiare, ad esempio con un improvviso via libera da parte del Comune, la Procura potrà richiedere nuovamente il vincolo sull’area, forte di una pronuncia che ha già riconosciuto la solidità delle sue tesi.
Il sindaco di Milano dovrebbe riflettere su questa ordinanza e avviare un esame autocritico serio di quanto avvenuto nel settore urbanistico a Milano negli ultimi dieci anni.
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