True
2022-01-25
Ambasciate vuote e fucili carichi. Putin a un passo dall’attacco a Kiev
Ansa
Forse anche ai confini orientali e nord orientali dell’Europa «andrà tutto bene» ma i segnali che arrivano in queste ore non sono molto rassicuranti e non si tratta di credere alla propaganda di una o dell’altra parte. Il vertice di Ginevra tenutosi venerdì scorso tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano Antony Blinken sulla crisi Ucraina che sembrava aver aperto alla possibilità di un possibile negoziato, seppur complicatissimo a distanza, viste le posizioni di Usa, Russia ed Europa così come gli interessi in contrasto anche all’interno degli stessi alleati del Patto Atlantico mostrano che la riunione tenutasi nella neutrale Svizzera non ha avuto un gran successo. Quello che sappiamo è che domenica scorsa durante un incontro tenutosi a Camp David il presidente americano Joe Biden ha discusso con i suoi consiglieri della possibilità di inviare un contingente che potrebbe essere tra 1.000 e 5.000 soldati ma che potrebbe diventare 10 volte quel numero se le cose dovessero peggiorare nel Baltico e nell’est Europa. In merito, una determina presidenziale potrebbe arrivare a breve. A proposito di questo, il portavoce presidenziale russo ha affermato che «l’esercito russo non può tollerare le crescenti attività della Nato vicino ai confini del paese e il presidente Putin adotterà le misure necessarie per difendere la sua sicurezza e i suoi interessi».
Al vertice di Camp David hanno partecipato, seppur da remoto, alti ufficiali delle forze armate americane oltre al segretario alla Difesa Lloyd Austin e il capo di Stato maggiore generale Mark Milley, segnale di come la situazione sia delicatissima. Ieri mattina invece la Nato in una nota ha fatto conoscere la sua posizione: «Gli alleati della Nato stanno mettendo le forze in allerta e stanno inviando navi e caccia in Europa dell’Est, per rinforzare la nostra capacità di deterrenza e difesa, mentre la Russia continua ad aumentare la propria presenza militare dentro e fuori dall’Ucraina». Nello specifico e per il momento, si tratta della Danimarca che ha inviato una fregata nel Mar Baltico e quattro caccia F-16 da schierare in Lituania; la Spagna che prevede di mandare navi alla Nato e sta anche valutando l’invio di caccia in Bulgaria; la Francia invece pronta a inviare truppe in Romania mentre l’Olanda invia due aerei da combattimento F-35 in Bulgaria e offre una nave ed equipaggiamento terrestre alla forza di risposta della Nato. La Gran Bretagna ha già inviato uomini e mezzi militari in Ucraina. E la Germania? La coalizione di governo alla sua prima crisi internazionale è già andata a sbattere mostrando tutte le sue contraddizioni e anche l’inesperienza di alcuni esponenti, come il neoministro degli Esteri, la verde Annalena Baerbock. Ma quanto accade è l’inizio di una escalation militare? Secondo il presidente dell’osservatorio sicurezza Eurispess, il generale Pasquale Preziosa, «predire il futuro nella complessità odierna è molto rischioso perché gli scenari stanno virando dal rischio verso l’incertezza. Comunque, la situazione oggi in Ucraina appare, sotto un profilo ormai storico, molto simile a quella dell’agosto 2008 in Georgia, con motivazioni politiche di fondo similari a quelle odierne con l’Ucraina. La Nato manca dei presupposti legali, legati all’articolo 5 del trattato Nato, che presuppone un attacco armato contro uno o più alleati per poter intervenire militarmente a supporto dell’Ucraina, così come nel caso della Georgia».
I russi però dicono che l’Ucraina sia una minaccia. Non è esagerato? «L’Ucraina non è nelle condizioni economiche, sociali e militari per poter rappresentare una minaccia per la Russia. L’Ucraina ha solo un Pil di 155 miliardi di dollari, mentre la Russia ha da 1,5 trilioni di dollari (1.000 volte più alto), è dotata di un grande arsenale nucleare e di armamenti ipersonici. Socialmente, l’Ucraina appare divisa tra una parte della popolazione pro Occidente e una parte pro Russia. Da tempo immemore ad Est del fiume Dnepr vi è una grande influenza russa, sia per ragioni economiche sia per ragioni etniche: perdere il rapporto con quelle regioni vuol dire perdere alcuni fondamenti del sistema economico russo».
Per tornare agli Stati Uniti, la sterzata di Biden arriva dopo che il presidente è stato accusato più volte di essere debole anche in politica estera - ad esempio con l’Iran - e che in questa crisi alla quale ha approcciato secondo la stampa americana «con una posizione troppo moderata, forse per non provocare reazioni scomposte del Cremlino», senza contare che il suo indice di popolarità - crollato dopo il ritiro dall’Afghanistan - non accenna a rialzarsi e lo stesso vale per la sua vice Kamala Harris. Diversità di vedute anche sulla partenza del personale diplomatico, che gli americani stanno evacuando (parzialmente) dall’ambasciata di Kiev, che per il momento resta aperta in quanto «le condizioni di sicurezza, in particolare lungo i confini dell’Ucraina, nella Crimea occupata dalla Russia e nell’Ucraina orientale controllata dalla Russia, sono imprevedibili e possono deteriorarsi con poco preavviso». Dimostrazioni, che a volte sono diventate violente, si verificano regolarmente in tutta l’Ucraina, inclusa Kiev. Lo stesso stanno per fare i britannici: un fatto che l’Ucraina ha bollato come «una decisione prematura ed eccessiva» e lo stesso pensa l’alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, che ha dichiarato: «Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ci spiegherà le ragioni dell’annuncio del ritiro del personale americano. Noi non faremo lo stesso perché non ne vediamo il motivo», aggiungendo che «i negoziati vanno avanti, non vedo perché ce ne dobbiamo andare. Il personale Ue resterà in Ucraina a meno che Blinken non ci dia ragioni per una scelta diversa».
L’escalation manda in crisi le Borse
Lunedì nero in Piazza Affari dove il FtseMib ha lasciato sul terreno il 4%. Ma no, non è perché la Borsa teme un’uscita di scena di Mario Draghi. A soffrire sono state, infatti, tutte le piazze europee assai poco sensibili alle puntate più calde del «romanzo Quirinale»: Francoforte ha ceduto il 3,81%, Londra il 2,66% . Parigi il 3,97%, Madrid il 3,18% e Zurigo il 3,84%. L’indice Stoxx 600 che riunisce i principali titoli quotati nel Vecchio Continente ha chiuso in calo del 3,6%, che equivale a 386 miliardi di capitalizzazione persi in una sola seduta. Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in rialzo a +141,44 punti.
Milano ha fatto i conti con l’effetto cedole di Enel e Snam, che ha pesato per lo 0,39% sull’indice milanese. Ma a scuotere i mercati sono state le tensioni geopolitiche sul fronte ucraino, come dimostrano il tonfo della Borsa di Mosca (-6% l’indice Moex) e l’ennesima impennata del prezzo del gas ad Amsterdam (92,6 euro al megawattora, +17%). Il nervosismo è anche sul fronte delle politiche monetarie per le indicazioni della Federal Reserve sui tassi di interesse: oggi inizia la due giorni di riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed. Le Borse Ue sono così peggiorate già nel corso della mattinata, nonostante l’indice Pmi manifatturiero relativo all’Eurozona sia salito a gennaio a 59 punti dai 58 di dicembre. L’indice composito, però, è peggiorato, risentendo del rallentamento dei servizi, passati dai 53,1 punti di dicembre al 51,2 di gennaio. Ad ampliare le vendite è comunque stata l’inversione di tendenza dei futures americani alla vigilia dell’apertura di Wall Street: a metà pomeriggio, quando è suonata la campanella, sono partiti in rosso anche i listini Usa con il Dow Jones in calo dell’1,4% e il Nasdaq di oltre il 2% peggiorando nelle ore successive. Questa sarà la settimana della Fed: tra gli investitori c’è chi si aspetta l’annuncio della conclusione immediata del quantitative easing, seppur molto improbabile, e chi parla di rialzo da 50 punti base a marzo, a nostro avviso inverosimile. A preoccupare gli investitori è quindi la sempre più diffusa sensazione che la stretta monetaria della banca centrale americana sarà più ampia del previsto, con quattro aumenti del costo del denaro entro fine anno invece dei tre inizialmente attesi. Tutto questo mentre sale l’allerta per la situazione in Ucraina dopo l’incontro di Ginevra tra ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato Usa Antony Blinken. La Nato sta mandando navi e caccia nell’Europa dell’Est, con l’obiettivo di rinforzare la capacità di difesa dell’area, e la Russia, dal canto suo, continua ad aumentare la presenza militare dentro e fuori dal Paese. L’ambasciata Usa a Kiev ha avvertito che un’azione militare russa nel Paese potrebbe avvenire in qualsiasi momento e di conseguenza il governo degli Stati Uniti potrebbe non essere in grado di evacuare successivamente i suoi cittadini presenti.
A scontare l’avanzamento della crisi sui territori dell’Europa orientale sono state anche le materie prime: il greggio è sceso su entrambi i suoi listini di riferimento con il Wti che 82,56 dollari al barile (-3,06%), mentre il Brent è tornato sugli 84 dollari (-2,68%). In rialzo invece l’oro, bene rifugio, che tratta a 1.833 dollari l’oncia (+0,10%). Sulle criptovalute pesano invece i timori per le decisioni della Fed: attorno alle 18 ora italiana il bitcoin perdeva il 3% sotto la soglia dei 35 mila dollari. Il rendimento del Btp decennale si è attestato all’1,349% mentre lo spread Btp/Bund è salito a 138 punti.
Continua a leggereRiduci
Gli americani temono l’offensiva russa e hanno richiamato il personale diplomatico. L’Ue: «Diteci cosa sapete». Joe Biden pronto a inviare truppe, mentre la Nato dispiega navi e aerei da combattimento a Est.Mercati in contrazione a causa del rischio di un conflitto: Mosca cede il 6%, soffrono anche Wall Street e le piazze europee. Il gas si impenna e fa registrare un +17%.Lo speciale contiene due articoli Forse anche ai confini orientali e nord orientali dell’Europa «andrà tutto bene» ma i segnali che arrivano in queste ore non sono molto rassicuranti e non si tratta di credere alla propaganda di una o dell’altra parte. Il vertice di Ginevra tenutosi venerdì scorso tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il Segretario di Stato americano Antony Blinken sulla crisi Ucraina che sembrava aver aperto alla possibilità di un possibile negoziato, seppur complicatissimo a distanza, viste le posizioni di Usa, Russia ed Europa così come gli interessi in contrasto anche all’interno degli stessi alleati del Patto Atlantico mostrano che la riunione tenutasi nella neutrale Svizzera non ha avuto un gran successo. Quello che sappiamo è che domenica scorsa durante un incontro tenutosi a Camp David il presidente americano Joe Biden ha discusso con i suoi consiglieri della possibilità di inviare un contingente che potrebbe essere tra 1.000 e 5.000 soldati ma che potrebbe diventare 10 volte quel numero se le cose dovessero peggiorare nel Baltico e nell’est Europa. In merito, una determina presidenziale potrebbe arrivare a breve. A proposito di questo, il portavoce presidenziale russo ha affermato che «l’esercito russo non può tollerare le crescenti attività della Nato vicino ai confini del paese e il presidente Putin adotterà le misure necessarie per difendere la sua sicurezza e i suoi interessi».Al vertice di Camp David hanno partecipato, seppur da remoto, alti ufficiali delle forze armate americane oltre al segretario alla Difesa Lloyd Austin e il capo di Stato maggiore generale Mark Milley, segnale di come la situazione sia delicatissima. Ieri mattina invece la Nato in una nota ha fatto conoscere la sua posizione: «Gli alleati della Nato stanno mettendo le forze in allerta e stanno inviando navi e caccia in Europa dell’Est, per rinforzare la nostra capacità di deterrenza e difesa, mentre la Russia continua ad aumentare la propria presenza militare dentro e fuori dall’Ucraina». Nello specifico e per il momento, si tratta della Danimarca che ha inviato una fregata nel Mar Baltico e quattro caccia F-16 da schierare in Lituania; la Spagna che prevede di mandare navi alla Nato e sta anche valutando l’invio di caccia in Bulgaria; la Francia invece pronta a inviare truppe in Romania mentre l’Olanda invia due aerei da combattimento F-35 in Bulgaria e offre una nave ed equipaggiamento terrestre alla forza di risposta della Nato. La Gran Bretagna ha già inviato uomini e mezzi militari in Ucraina. E la Germania? La coalizione di governo alla sua prima crisi internazionale è già andata a sbattere mostrando tutte le sue contraddizioni e anche l’inesperienza di alcuni esponenti, come il neoministro degli Esteri, la verde Annalena Baerbock. Ma quanto accade è l’inizio di una escalation militare? Secondo il presidente dell’osservatorio sicurezza Eurispess, il generale Pasquale Preziosa, «predire il futuro nella complessità odierna è molto rischioso perché gli scenari stanno virando dal rischio verso l’incertezza. Comunque, la situazione oggi in Ucraina appare, sotto un profilo ormai storico, molto simile a quella dell’agosto 2008 in Georgia, con motivazioni politiche di fondo similari a quelle odierne con l’Ucraina. La Nato manca dei presupposti legali, legati all’articolo 5 del trattato Nato, che presuppone un attacco armato contro uno o più alleati per poter intervenire militarmente a supporto dell’Ucraina, così come nel caso della Georgia». I russi però dicono che l’Ucraina sia una minaccia. Non è esagerato? «L’Ucraina non è nelle condizioni economiche, sociali e militari per poter rappresentare una minaccia per la Russia. L’Ucraina ha solo un Pil di 155 miliardi di dollari, mentre la Russia ha da 1,5 trilioni di dollari (1.000 volte più alto), è dotata di un grande arsenale nucleare e di armamenti ipersonici. Socialmente, l’Ucraina appare divisa tra una parte della popolazione pro Occidente e una parte pro Russia. Da tempo immemore ad Est del fiume Dnepr vi è una grande influenza russa, sia per ragioni economiche sia per ragioni etniche: perdere il rapporto con quelle regioni vuol dire perdere alcuni fondamenti del sistema economico russo».Per tornare agli Stati Uniti, la sterzata di Biden arriva dopo che il presidente è stato accusato più volte di essere debole anche in politica estera - ad esempio con l’Iran - e che in questa crisi alla quale ha approcciato secondo la stampa americana «con una posizione troppo moderata, forse per non provocare reazioni scomposte del Cremlino», senza contare che il suo indice di popolarità - crollato dopo il ritiro dall’Afghanistan - non accenna a rialzarsi e lo stesso vale per la sua vice Kamala Harris. Diversità di vedute anche sulla partenza del personale diplomatico, che gli americani stanno evacuando (parzialmente) dall’ambasciata di Kiev, che per il momento resta aperta in quanto «le condizioni di sicurezza, in particolare lungo i confini dell’Ucraina, nella Crimea occupata dalla Russia e nell’Ucraina orientale controllata dalla Russia, sono imprevedibili e possono deteriorarsi con poco preavviso». Dimostrazioni, che a volte sono diventate violente, si verificano regolarmente in tutta l’Ucraina, inclusa Kiev. Lo stesso stanno per fare i britannici: un fatto che l’Ucraina ha bollato come «una decisione prematura ed eccessiva» e lo stesso pensa l’alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Josep Borrell, che ha dichiarato: «Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ci spiegherà le ragioni dell’annuncio del ritiro del personale americano. Noi non faremo lo stesso perché non ne vediamo il motivo», aggiungendo che «i negoziati vanno avanti, non vedo perché ce ne dobbiamo andare. Il personale Ue resterà in Ucraina a meno che Blinken non ci dia ragioni per una scelta diversa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ambasciate-vuote-e-fucili-carichi-putin-a-un-passo-dallattacco-a-kiev-2656469920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lescalation-manda-in-crisi-le-borse" data-post-id="2656469920" data-published-at="1643051137" data-use-pagination="False"> L’escalation manda in crisi le Borse Lunedì nero in Piazza Affari dove il FtseMib ha lasciato sul terreno il 4%. Ma no, non è perché la Borsa teme un’uscita di scena di Mario Draghi. A soffrire sono state, infatti, tutte le piazze europee assai poco sensibili alle puntate più calde del «romanzo Quirinale»: Francoforte ha ceduto il 3,81%, Londra il 2,66% . Parigi il 3,97%, Madrid il 3,18% e Zurigo il 3,84%. L’indice Stoxx 600 che riunisce i principali titoli quotati nel Vecchio Continente ha chiuso in calo del 3,6%, che equivale a 386 miliardi di capitalizzazione persi in una sola seduta. Lo spread tra Btp e Bund ha chiuso in rialzo a +141,44 punti. Milano ha fatto i conti con l’effetto cedole di Enel e Snam, che ha pesato per lo 0,39% sull’indice milanese. Ma a scuotere i mercati sono state le tensioni geopolitiche sul fronte ucraino, come dimostrano il tonfo della Borsa di Mosca (-6% l’indice Moex) e l’ennesima impennata del prezzo del gas ad Amsterdam (92,6 euro al megawattora, +17%). Il nervosismo è anche sul fronte delle politiche monetarie per le indicazioni della Federal Reserve sui tassi di interesse: oggi inizia la due giorni di riunione del Fomc, il braccio operativo della Fed. Le Borse Ue sono così peggiorate già nel corso della mattinata, nonostante l’indice Pmi manifatturiero relativo all’Eurozona sia salito a gennaio a 59 punti dai 58 di dicembre. L’indice composito, però, è peggiorato, risentendo del rallentamento dei servizi, passati dai 53,1 punti di dicembre al 51,2 di gennaio. Ad ampliare le vendite è comunque stata l’inversione di tendenza dei futures americani alla vigilia dell’apertura di Wall Street: a metà pomeriggio, quando è suonata la campanella, sono partiti in rosso anche i listini Usa con il Dow Jones in calo dell’1,4% e il Nasdaq di oltre il 2% peggiorando nelle ore successive. Questa sarà la settimana della Fed: tra gli investitori c’è chi si aspetta l’annuncio della conclusione immediata del quantitative easing, seppur molto improbabile, e chi parla di rialzo da 50 punti base a marzo, a nostro avviso inverosimile. A preoccupare gli investitori è quindi la sempre più diffusa sensazione che la stretta monetaria della banca centrale americana sarà più ampia del previsto, con quattro aumenti del costo del denaro entro fine anno invece dei tre inizialmente attesi. Tutto questo mentre sale l’allerta per la situazione in Ucraina dopo l’incontro di Ginevra tra ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il segretario di Stato Usa Antony Blinken. La Nato sta mandando navi e caccia nell’Europa dell’Est, con l’obiettivo di rinforzare la capacità di difesa dell’area, e la Russia, dal canto suo, continua ad aumentare la presenza militare dentro e fuori dal Paese. L’ambasciata Usa a Kiev ha avvertito che un’azione militare russa nel Paese potrebbe avvenire in qualsiasi momento e di conseguenza il governo degli Stati Uniti potrebbe non essere in grado di evacuare successivamente i suoi cittadini presenti. A scontare l’avanzamento della crisi sui territori dell’Europa orientale sono state anche le materie prime: il greggio è sceso su entrambi i suoi listini di riferimento con il Wti che 82,56 dollari al barile (-3,06%), mentre il Brent è tornato sugli 84 dollari (-2,68%). In rialzo invece l’oro, bene rifugio, che tratta a 1.833 dollari l’oncia (+0,10%). Sulle criptovalute pesano invece i timori per le decisioni della Fed: attorno alle 18 ora italiana il bitcoin perdeva il 3% sotto la soglia dei 35 mila dollari. Il rendimento del Btp decennale si è attestato all’1,349% mentre lo spread Btp/Bund è salito a 138 punti.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Continua a leggereRiduci
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci
A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
Continua a leggereRiduci