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2019-05-16
Altra botta per Forza Italia: indagata la Comi
Ansa
L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. In sostanza si tratta di un'associazione ben ramificata, dove la Comi è stata per anni una delle punte di diamante.
Il siluro a Bonometti rimescola le carte per la successione a Boccia
L'inchiesta della Procura di Milano su Regione Lombardia non mina solo le candidature di Forza Italia alle europee, ma entra a gamba tesa anche sul rinnovo dei vertici di Confindustria nazionale, dove martedì sarà eletto parte del nuovo consiglio generale in vista della successione a Vincenzo Boccia il prossimo anno. Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese.
Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale.
La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
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L'eurodeputata è accusata di aver intascato 31.000 euro dal presidente della Confindustria lombarda: anziché una consulenza, la somma avrebbe pagato una tesi di laurea disponibile gratis online. Lei si difende: «Non c'è alcun finanziamento illecito».Marco Bonometti era fra i papabili alla guida degli industriali. L'inchiesta su di lui crea frammentazioni.Lo speciale contiene due articoli.L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. In sostanza si tratta di un'associazione ben ramificata, dove la Comi è stata per anni una delle punte di diamante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-botta-per-forza-italia-indagata-la-comi-2637234047.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-siluro-a-bonometti-rimescola-le-carte-per-la-successione-a-boccia" data-post-id="2637234047" data-published-at="1780940838" data-use-pagination="False"> Il siluro a Bonometti rimescola le carte per la successione a Boccia L'inchiesta della Procura di Milano su Regione Lombardia non mina solo le candidature di Forza Italia alle europee, ma entra a gamba tesa anche sul rinnovo dei vertici di Confindustria nazionale, dove martedì sarà eletto parte del nuovo consiglio generale in vista della successione a Vincenzo Boccia il prossimo anno. Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese. Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale. La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
«Dino Zoff - Volevo solo fare bene il mio lavoro» (RaiPlay)
Mercoledì 10 giugno su Rai 1 la docufiction Volevo solo fare bene il mio lavoro ripercorre la vita di Dino Zoff, dall’infanzia in Friuli al Mondiale del 1982. Il ritratto di un portiere diventato simbolo di affidabilità e sobrietà nel calcio italiano.
Non solo un portiere leggendario, ma una figura diventata nel tempo sinonimo di affidabilità, rigore e sobrietà. Il racconto televisivo attraversa le tappe della sua storia: dall’infanzia in Friuli ai campi di provincia, fino all’ascesa ai massimi livelli del calcio italiano ed europeo. La narrazione segue il percorso umano e sportivo di Zoff, il portiere che ha difeso la porta della Nazionale e i sogni di un intero Paese. Campione d’Europa nel 1968 e, soprattutto, capitano dell’Italia campione del mondo nel 1982, resta ancora oggi una delle icone più riconoscibili del calcio azzurro.
La docufiction si sviluppa come un viaggio nella memoria collettiva italiana, intrecciando imprese sportive ed emozioni personali. Attraverso immagini d’archivio, fotografie private, materiali inediti e testimonianze, emerge il ritratto di un uomo capace di incarnare disciplina e umanità, sempre lontano dai clamori ma centrale nella storia sportiva del Paese. Non mancano i momenti entrati nell’immaginario collettivo: dal trionfo mondiale del 1982 al celebre abbraccio con Enzo Bearzot, simbolo di un gruppo diventato leggenda. A ricostruire quella stagione e il percorso di Zoff sono le voci di compagni, avversari e protagonisti della cultura italiana: Francesco De Gregori, José Altafini, Fabio Capello, Maurizio De Giovanni, Michel Platini, Alessandro Del Piero, Bruno Conti, Marco Tardelli, Luca Marchegiani, Sandro Veronesi, Neri Marcorè e Cinzia Bearzot.
La produzione è firmata da Tunnel Produzioni, con la regia di Giovanni Filippetto, con il regista che ha curato anche i testi insime a Umberto Marino, Anna Boiardi e Antonio Azzalini.
Dietro il racconto della docufiction c’è una carriera che, più che un’ascesa spettacolare, somiglia a una costruzione lenta e inesorabile. Dino Zoff viene dai campi del Friuli, da un calcio che non aveva ancora miti consolidati e che chiedeva soprattutto affidabilità, resistenza, continuità. Non è mai stato un portiere «di effetto», e forse proprio per questo è diventato un punto fermo. La sua storia passa da Udinese e Mantova, fino alla Juventus, dove entra in un mondo che non ammette distrazioni e dove la solidità, più delle parate spettacolari, diventa una forma di leadership. Con la Nazionale attraversa stagioni diverse senza mai perdere il posto né la misura. Il titolo europeo del 1968 è il primo approdo, ma è il Mundial del 1982 a fissarne l’immagine nella memoria collettiva: a 40 anni, da capitano, alza la Coppa del Mondo in Spagna e chiude una delle carriere più longeve mai viste a quei livelli.
Anche il dopo non è una rottura, ma una prosecuzione naturale. Tornato in panchina, guida ancora Juventus e Nazionale, portando con sé lo stesso modo di stare nel calcio: sobrio, essenziale, quasi refrattario alle mode.
Ed è forse qui che la sua figura trova una coerenza rara. Come quando, nel 200, dopo il secondo posto agli Europei di Belgio e Olanda, dove condusse l'Italia a un passo dal trionfo, beffata prima dal pareggio di Wiltord nei minuti di recupero e poi dal golden gol di Trezeguet ai tempi supplementari, decise di dimettersi in seguito alle dure critiche di Silvio Berlusconi. Perché Zoff non ha mai cercato interpretazioni diverse di sé stesso: ha fatto un lavoro, con continuità assoluta, fino a farlo coincidere con un’idea di serietà che nel calcio moderno appare sempre più distante.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 giugno 2026. L'economista Antonio Maria Rinaldi spiega i motivi della sua adesione al partito di Vannacci.
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
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Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.