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2019-05-16
Altra botta per Forza Italia: indagata la Comi
Ansa
L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. In sostanza si tratta di un'associazione ben ramificata, dove la Comi è stata per anni una delle punte di diamante.
Il siluro a Bonometti rimescola le carte per la successione a Boccia
L'inchiesta della Procura di Milano su Regione Lombardia non mina solo le candidature di Forza Italia alle europee, ma entra a gamba tesa anche sul rinnovo dei vertici di Confindustria nazionale, dove martedì sarà eletto parte del nuovo consiglio generale in vista della successione a Vincenzo Boccia il prossimo anno. Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese.
Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale.
La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
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L'eurodeputata è accusata di aver intascato 31.000 euro dal presidente della Confindustria lombarda: anziché una consulenza, la somma avrebbe pagato una tesi di laurea disponibile gratis online. Lei si difende: «Non c'è alcun finanziamento illecito».Marco Bonometti era fra i papabili alla guida degli industriali. L'inchiesta su di lui crea frammentazioni.Lo speciale contiene due articoli.L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. 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Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese. Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale. La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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