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2019-05-16
Altra botta per Forza Italia: indagata la Comi
Ansa
L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. In sostanza si tratta di un'associazione ben ramificata, dove la Comi è stata per anni una delle punte di diamante.
Il siluro a Bonometti rimescola le carte per la successione a Boccia
L'inchiesta della Procura di Milano su Regione Lombardia non mina solo le candidature di Forza Italia alle europee, ma entra a gamba tesa anche sul rinnovo dei vertici di Confindustria nazionale, dove martedì sarà eletto parte del nuovo consiglio generale in vista della successione a Vincenzo Boccia il prossimo anno. Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese.
Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale.
La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
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L'eurodeputata è accusata di aver intascato 31.000 euro dal presidente della Confindustria lombarda: anziché una consulenza, la somma avrebbe pagato una tesi di laurea disponibile gratis online. Lei si difende: «Non c'è alcun finanziamento illecito».Marco Bonometti era fra i papabili alla guida degli industriali. L'inchiesta su di lui crea frammentazioni.Lo speciale contiene due articoli.L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. 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Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese. Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale. La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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