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2019-05-16
Altra botta per Forza Italia: indagata la Comi
Ansa
L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. In sostanza si tratta di un'associazione ben ramificata, dove la Comi è stata per anni una delle punte di diamante.
Il siluro a Bonometti rimescola le carte per la successione a Boccia
L'inchiesta della Procura di Milano su Regione Lombardia non mina solo le candidature di Forza Italia alle europee, ma entra a gamba tesa anche sul rinnovo dei vertici di Confindustria nazionale, dove martedì sarà eletto parte del nuovo consiglio generale in vista della successione a Vincenzo Boccia il prossimo anno. Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese.
Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale.
La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
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L'eurodeputata è accusata di aver intascato 31.000 euro dal presidente della Confindustria lombarda: anziché una consulenza, la somma avrebbe pagato una tesi di laurea disponibile gratis online. Lei si difende: «Non c'è alcun finanziamento illecito».Marco Bonometti era fra i papabili alla guida degli industriali. L'inchiesta su di lui crea frammentazioni.Lo speciale contiene due articoli.L'inchiesta sulla nuova tangentopoli lombarda si allarga. E dopo Pietro Tatarella e Fabio Altitonante, colpisce un altro candidato alle europee di Forza Italia, ovvero Lara Comi, eletta all'europarlamento nel 2104 con quasi 85.000 preferenze. I magistrati della Dda di Milano coordinati da Alessandra Dolci stanno di fatto indagando su un presunto vero e proprio sistema di tangenti che avrebbe caratterizzato in questi anni la politica lombarda. Gli imprenditori che in queste settimane si stanno facendo interrogare avrebbero dato conferme in tal senso, tanto che l'inchiesta potrebbe allargarsi ancora di più nelle prossime settimane. Del resto, che l'ex assistente dell'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini potesse finire nelle maglie dell'indagine lo si era capito sin dalla scorsa settimana, data la sua vicinanza a Nino Caianiello, il «mullah di Varese» finito in carcere a Opera con le accuse di corruzione, autoriciclaggio e turbativa d'asta. Se dici Caianiello dici Comi, perché il potente azzurro varesotto accompagna da anni l'europarlamentare milanese, anche grazie alla sua associazione Agorà Liberi e Forti, cui gli investigatori hanno dedicato diversi mesi di indagine. L'accusa è di aver intascato una consulenza fittizia di 31.000 euro dal numero uno di Confindustria Lombardia Marco Bonometti. Il modo sarebbe stato abbastanza inusuale: l'acquisto di una tesi di laurea della Luiss disponibile anche online a firma Antonio Apuzza. «Lara Comi non la conosco, non l'ho mai sentita e la mia tesi è a disposizione di chiunque on line, dal 2015», ha detto Apuzza a Business Insider. In pratica l'acquisto di queste 100 pagine sul Made in Italy e la torrefazione del caffè, secondo i magistrati, sarebbe servito per giustificare un consulenza da 31.000 euro pagata dalla Officine Meccaniche Rezzatesi alla società Premium consulting della Comi. Si sarebbe quindi trattato un finanziamento illecito alla campagna elettorale. «La consulenza era regolare e non c'è stato alcun finanziamento illecito» fa sapere l'avvocato Gian Piero Biancolella, che difende l'europarlamentare di Forza Italia. «Quale legale incaricato dall'onorevole Comi, posso con decisione contestare che sussista l'illecito ipotizzato. Non vi era motivo alcuno che impedisse che un finanziamento del tutto lecito potesse essere effettuato secondo le modalità previste dalla legge. Non vi era quindi motivo per simulare un contributo elettorale con una prestazione di servizi. In ogni caso la prestazione è stata resa dalla società, nell'ambito dell'oggetto sociale della stessa e nell'ambito delle specifiche competenze». È probabile che l'azzurra sarà ascoltata nei prossimi giorni, a ridosso delle elezioni del 26 maggio. Di certo i magistrati le chiederanno anche dei rapporti con Caianiello, «una macchina politica», come lo ha definito l'ex sindaco di Lonate Pozzolo, Danilo Rivolta, arrestato per corruzione nel 2017. «A lui si rivolgono tutti», spiegava ai magistrati, «sapendo di poter ottenere quello che vogliono. Quando gli studi legali, i geometri, i geologi, o altri professionisti ricevono un incarico da parte di un comune, sanno che è una scelta che proviene da Cainiello. Penso che lui prenda una commissione sulla nomina». Tutto il sistema del «mullah» gira intorno all'associazione Agorà Liberi e Forti, «associazione nata a Varese nel dicembre 2009 grazie all'entusiasmo di tanti amici e simpatizzanti provenienti da tutte le realtà territoriali della provincia. Agorà ha un chiaro riferimento politico, Forza Italia». Secondo un'annotazione della Guardia di Finanza di Busto Arsizio del 5 febbraio, farebbero parte del gruppo, a vario titolo, della struttura associativa che fa capo a Caianiello diversi esponenti politici lombardi. Tra questi, scrivono le fiamme gialle c'è Luca Daniel Ferrazzi, consigliere del consiglio Regionale Lombardia eletto nelle fila della lista «Maroni Presidente», ex assessore all'Agricoltura. Poi l'Assessore al Welfare della giunta regionale lombarda, Giulio Gallera; il vicepresidente e assessore alla Casa, Housing sociale, Expo 2015 e internazionalizzazione delle imprese di regione Lombardia, Fabrizio Sala; quindi il componente del coordinamento provinciale di Varese e commissario cittadino di Forza Italia a Gallarate Alberto Bilardo. E ancora: il parlamentare Diego Sozzani, l'avvocato Stefano Besani del foro di Busto Arsizio, funzionari dell'agenzia delle entrate e imprenditori come Giuseppe Filoni o Antonio Nidoli, presidente della Italinerti, o l'architetto Pierluigi Cerri, direttore generale della società Edilmalpensa. In sostanza si tratta di un'associazione ben ramificata, dove la Comi è stata per anni una delle punte di diamante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altra-botta-per-forza-italia-indagata-la-comi-2637234047.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-siluro-a-bonometti-rimescola-le-carte-per-la-successione-a-boccia" data-post-id="2637234047" data-published-at="1778594463" data-use-pagination="False"> Il siluro a Bonometti rimescola le carte per la successione a Boccia L'inchiesta della Procura di Milano su Regione Lombardia non mina solo le candidature di Forza Italia alle europee, ma entra a gamba tesa anche sul rinnovo dei vertici di Confindustria nazionale, dove martedì sarà eletto parte del nuovo consiglio generale in vista della successione a Vincenzo Boccia il prossimo anno. Che Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, fosse uno dei candidati più solidi per il nuovo corso di viale dell'Astronomia era cosa nota, da Nord a Sud. Il patron delle Officine Meccaniche Rezzatesi lo aveva già spiegato diverse volte: sarebbe stato disponibile alla candidatura per «puro spirito di servizio». Storicamente vicino all'ex numero uno di Fca Sergio Marchionne, orgogliosamente fascista tanto da tenere un busto di Benito Mussolini sulla sua scrivania, l'indagine per finanziamento illecito arriva a compromettere di fatto la sua corsa. E rimescola le carte in una confederazione di industriali sempre più frammentata e colpita dalle indagini delle Procure. Se le inchieste sul sistema dell'ex numero uno di Confindustria Sicilia, Antonello Montante, hanno indebolito le territoriali meridionali insieme a quelle sulla gestione del Sole 24 Ore l'attuale squadra che circonda Boccia, quest'ultima indagine va a colpire un imprenditore bresciano che era stato scelto nel novembre del 2017 per rinsaldare l'asse confindustriale lombardo spesso ai ferri corti, tra Milano, Bergamo, Brescia e Varese. Sulla successione a Boccia infatti c'è un'unica certezza: a decidere chi sarà il sostituto sarà l'azionista di maggioranza Assolombarda. Il feudo di via Pantano, dove governa Carlo Bonomi, vanta una golden share sulla nomina del nuovo presidente che sarà designato nel marzo del prossimo anno con elezione in maggio. Prima sarà designata la commissione di saggi che dovrà accompagnarne la nomina. Ma un primo assaggio su quella che sarà la nuova Confindustria lo si avrà già martedì prossimo, quando saranno eletti i membri elettivi del consiglio generale, secondo la riforma Pesenti nel 2015, unico organo direttivo che riassume le funzioni di proposta politica e conduzione operativa dell'attività di viale dell'Astronomia. I componenti sono 20 e saranno votati da tutto il sistema confindustriale. La situazione è molto fluida perché in tutte le regioni ognuno gioca la sua partita. In Piemonte, per esempio, regione che conta sempre di meno negli assetti confindustriali dopo l'uscita di Fca, punta a una riconferma ai vertici di Licia Mattioli ma anche del «bocciano» Carlo Robiglio. In Lombardia invece un sostituto per la presidenza potrebbe essere Giuseppe Pasini, già presidente di Federacciai, e attuale presidente dell'associazione industriale bresciana, dopo Bonometti nel 2017. Ma l'indagine sul presidente di Confindustria Lombardia potrebbe portare la confederata di Varese ad approfittarsene e puntare su una nuova vicepresidenza, sparigliando le carte in Lombardia. In Veneto un candidato per la presidenza c'è. È Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, ma c'è chi sostiene che potrebbe invece bastargli un posto da vicepresidente nella nuova governance. Ma dovrà vedersela con altri aspiranti veneti. Di certo un peso sulla nomina lo avranno le prossime elezioni europee. C'è particolare attenzione agli umori del sistema industriale veneto, dove gli imprenditori sono in fermento per un decreto dignità che di fatto ha reintrodotto l'articolo 18 dalla finestra, un reddito di cittadinanza che non è piaciuto per niente e un'autonomia fiscale che è ancora bloccata. Non a caso, si fa notare, Carlo Calenda è candidato in queste zone con il Partito democratico, per intercettare con la sua industria 4.0 i malumori contro il leader della Lega Matteo Salvini. Di sicuro la squadra di Boccia non demorde e prova a salvare le posizioni. Il direttore generale Marcella Panucci, insieme con il vicepresidente Antonella Mansi non si danno per vinte. E vedrebbe come un buon candidato alla presidenza l'attuale numero uno del Sole 24 Ore, ovvero Edoardo Garrone. Una nomina del presidente della Erg sarebbe gradita anche all'uscente Boccia e con tutta probabilità anche a Luca Cordero Montezemolo, uscito con le ossa rotte dalle ultime tornate elettorali. L'ex presidente Ferrari ha prima perso contro Giorgio Squinzi puntando su Alberto Bombassei e poi è stato bruciato dall'appoggio a Alberto Vacchi, sconfitto appunto da Boccia. Per Montezemolo il nome più gradito sarebbe quello di Marco Tronchetti Provera, ma l'amministratore delegato di Pirelli ha declinato l'invito: sarebbe disposto a correre solo come candidato unico.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.