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2019-07-03
Alle primarie Usa Sanders e Biden battono già in testa
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Ansa
Allarme rosso per i big attualmente candidati alla nomination democratica del 2020. Dopo i primi due dibattiti televisivi della settimana scorsa, i nomi più noti e (teoricamente) più forti in gara appaiono in pericoloso affanno. A registrare il preoccupante stato di cose, ci pensano gli ultimi sondaggi disponibili che, pur non fotografando tutti esattamente la stessa situazione, risultano ciononostante concordi nel delineare un futuro incerto per l'ex vicepresidente, Joe Biden, e per il senatore del Vermont, Bernie Sanders: coloro che, si pensava, avrebbero ben presto trasformato queste affollatissime primarie in un duello, sulla scorta di quanto avvenuto nel 2016, ai tempi della candidatura di Hillary Clinton. Le cose sembra stiano tuttavia prendendo una piega ben diversa.
Joe Biden continua formalmente a mantenere la posizione di front runner, per quanto le principali rilevazioni sondaggistiche lo stiano dando in forte caduta negli ultimi giorni. Un recentissimo sondaggio del Real Clear Politics ha rilevato come, soltanto tra il 29 giugno e il 3 luglio, l'ex vicepresidente abbia perso ben quattro punti percentuali. Biden sta insomma scontando una serie di problemi non indifferenti: la pessima performance da lui condotta nel corso del dibattito di Miami (quando è caduto sotto le accuse di simpatie segregazioniste da parte della senatrice Kamala Harris) si sta facendo sentire. Senza poi trascurare le critiche ricevute sulle sue idee interventiste in materia di politica estera (a partire dal voto che diede, nel 2002, a favore della guerra in Iraq). L'ex vicepresidente sta, non a caso, incontrando un crescente astio da parte della sinistra democratica (che non lo ha mai amato) e – soprattutto – da parte della minoranza afroamericana. Un particolare campanello d'allarme è poi costituito dal fatto che – come ha riportato The Hill pochi giorni fa – la base democratica in Iowa (Stato in cui avrà inizio il processo delle primarie il prossimo febbraio) stia nutrendo non poco scetticismo verso di lui. Biden sta del resto puntando molto sull'Iowa, vista la forza mediatica che una vittoria in quell'area generalmente può fornire. Per questa ragione, l'ex vicepresidente sta presidiando capillarmente il territorio, cercando di replicare le strategie in loco adottate vittoriosamente da John Kerry (nel 2004) e da Barack Obama (nel 2008). Eppure, gli elettori dell'Hawkeye State restano per il momento piuttosto scettici.
Anche Bernie Sanders non se la passa troppo bene. Nonostante alcune discordanze tra i vari sondaggi, ben tre recentissime rilevazioni mostrano che il senatore del Vermont sarebbe scivolato dal secondo al quarto posto, dietro a Kamala Harris e alla senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren. Un dato preoccupante per una figura che vorrebbe tornare a federare l'intera sinistra democratica attorno al proprio nome. Dal comitato elettorale del senatore per ora ostentano sicurezza, dicendo che anche durante le primarie democratiche del 2016 all'inizio Sanders fosse considerato un candidato minore e senza speranze. Il che, intendiamoci, è vero. Sennonché, rispetto a tre anni fa, la situazione oggi appare non poco mutata. All'epoca il senatore era da solo a rappresentare le istanze della sinistra, oltre che a cavalcare una dura battaglia antiestablishment. Oggi, su questo terreno, si tra ritrovando la concorrenza spietata della Harris e della Warren, senza dimenticare le ambizioni di figure come il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e l'ex deputato texano, Beto O' Rourke.
Insomma, Sanders oggi appare troppo vecchio. Certo: questo non vuol dire che la sua corsa sia finita. Lo scorso 2 luglio, il suo comitato elettorale ha annunciato di aver raccolto diciotto milioni di dollari in finanziamenti elettorali nel secondo trimestre, attraverso micro-donazioni (per una media di circa diciotto dollari a persona): una cifra considerevole ma comunque inferiore ai quasi venticinque milioni reperiti da Buttigieg nello stesso periodo. Ciononostante, Sanders resta al momento tra i pochi, nella rissosa pletora dei candidati dem, ad avere una forte presa sulla classe operaia. Il suo elettorato di riferimento restano infatti i colletti blu. Senza dimenticare che la sua forza risiederebbe principalmente nei lavoratori impiegati nella grande distribuzione (a partire dalle grandi catene come Walmart). Questo resta, per lui, un enorme vantaggio in un partito – quello Democratico – che sembra aver ormai quasi del tutto perso la capacità di parlare agli operai e alla classe media impoverita.
Sì: perché, nonostante i sondaggi stiano dando attualmente in ascesa la Warren e la Harris, costoro non sembrano troppo ferrate su questa materia. La senatrice del Massachusetts è, sì, nota per aver elaborato articolate proposte di legge. Ma deve ancora dimostrare le doti organizzative sufficienti per portare avanti una campagna elettorale di natura presidenziale. Passando alla Harris, poi, la situazione non migliora. Nonostante l'abilità retorica e la capacità di tenere banco nel corso del dibattito televisivo di fine giugno, la senatrice californiana non appare troppo concentrata sulle tematiche che stanno a cuore al mondo operaio. Ha parlato molto di emergenza climatica ma ben poco (troppo poco) di commercio internazionale e politica industriale. Il fatto di aver ferito efficacemente Biden non le garantisce automaticamente una leadership salda. E sarà quindi necessario attendere per capire se questi suoi exploit sondaggistici si riveleranno qualcosa di più di un semplice fuoco di paglia. Tra l'altro, il testa a testa tra le due senatrici ricorda vagamente quello che si registrava, nell'autunno del 2015, tra Marco Rubio e Ted Cruz, nel corso delle primarie repubblicane di allora. Anche in quel caso, la sfida era tra due giovani senatori rampanti, che oscillavano tra lo scontro e la tacita alleanza per fiaccare il front runner. Peccato che, col passare del tempo, vennero entrambi sbaragliati sul campo. Ecco: non è affatto escluso che la Warren e la Harris possano fare prima o poi quella stessa fine. Il vincitore di queste primarie democratiche resta quindi per il momento avvolto nell'ombra. Se i big classici appaiono pesantemente in affanno, i loro diretti rivali non sembrano – per ora – abbastanza forti per prenderne il posto. Senza infine dimenticare che ben quindici dei venti candidati in gara non superino, ad oggi, il 3% dei consensi.
Se sul fronte delle candidature ufficiali non sembrano esserci troppi grattacapi per Donald Trump, non va tuttavia trascurato un elemento significativo. Pochi giorni fa, il Boston Globe ha rivelato che i due miliardari, George Soros e Charles Koch, fonderanno a settembre il Quincy Institute: un think tank finalizzato a promuovere politiche avverse alle "guerre senza fine" che lo Zio Sam conduce in giro per il pianeta. In particolare, i due magnati avrebbero investito mezzo milione di dollari ciascuno, mentre altri ottocentomila dollari sarebbero stati versati da donatori minori. Ora, ci si chiederà: che cosa c'entra tutto questo con le elezioni del 2020? Innanzitutto sia Soros che Koch sono figure da sempre direttamente coinvolte nelle dinamiche politiche americane. E lo stesso fatto che il lancio di questa fondazione avverrà a settembre potrebbe non essere un caso: l'autunno dell'anno precedente all'anno elettorale risulta infatti sempre un periodo dirimente per capire chi, tra i candidati alle primarie, riuscirà ad emergere. E comunque, al di là di queste strane coincidenze, si registra anche qualche stranezza. In primo luogo, se Soros ha sempre manifestato sostegno al Partito Democratico, Koch risulta – al contrario – uno storico finanziatore del Partito Repubblicano. Eppure, nonostante questa affiliazione politica antitetica, i due una caratteristica in comune l'hanno sempre avuta: una decisa avversione per Donald Trump. In secondo luogo, è anche questo improvviso impegno dei due a favore della causa "pacifista" ad essere sospetto: in passato, Soros ha finanziato candidati come Hillary Clinton e John Kerry, mentre Koch ha sostenuto politici come John McCain. Tutte figure fortemente favorevoli a un approccio interventista e bellicoso in politica estera. In tutto questo, non dimentichiamo che, lo scorso giugno, Koch si sia detto aperto a sostenere – per la prima volta – anche politici democratici, mentre Soros ha fatto sapere – alla fine del 2018 – di vedere molti buoni candidati dem per il 2020. Insomma, stranezze e coincidenze. Magari questo Quincy Institute sarà una pura iniziativa culturale. O magari una polpetta avvelenata per Trump.
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Un sondaggio di Real Clear Politics ha rilevato come, soltanto tra il 29 giugno e il 3 luglio, l'ex vicepresidente abbia perso ben quattro punti percentuali. Altre rilevazioni mostrano che il senatore del Vermont sarebbe scivolato dal secondo al quarto posto, dietro a Kamala Harris e alla senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren.Allarme rosso per i big attualmente candidati alla nomination democratica del 2020. Dopo i primi due dibattiti televisivi della settimana scorsa, i nomi più noti e (teoricamente) più forti in gara appaiono in pericoloso affanno. A registrare il preoccupante stato di cose, ci pensano gli ultimi sondaggi disponibili che, pur non fotografando tutti esattamente la stessa situazione, risultano ciononostante concordi nel delineare un futuro incerto per l'ex vicepresidente, Joe Biden, e per il senatore del Vermont, Bernie Sanders: coloro che, si pensava, avrebbero ben presto trasformato queste affollatissime primarie in un duello, sulla scorta di quanto avvenuto nel 2016, ai tempi della candidatura di Hillary Clinton. Le cose sembra stiano tuttavia prendendo una piega ben diversa.Joe Biden continua formalmente a mantenere la posizione di front runner, per quanto le principali rilevazioni sondaggistiche lo stiano dando in forte caduta negli ultimi giorni. Un recentissimo sondaggio del Real Clear Politics ha rilevato come, soltanto tra il 29 giugno e il 3 luglio, l'ex vicepresidente abbia perso ben quattro punti percentuali. Biden sta insomma scontando una serie di problemi non indifferenti: la pessima performance da lui condotta nel corso del dibattito di Miami (quando è caduto sotto le accuse di simpatie segregazioniste da parte della senatrice Kamala Harris) si sta facendo sentire. Senza poi trascurare le critiche ricevute sulle sue idee interventiste in materia di politica estera (a partire dal voto che diede, nel 2002, a favore della guerra in Iraq). L'ex vicepresidente sta, non a caso, incontrando un crescente astio da parte della sinistra democratica (che non lo ha mai amato) e – soprattutto – da parte della minoranza afroamericana. Un particolare campanello d'allarme è poi costituito dal fatto che – come ha riportato The Hill pochi giorni fa – la base democratica in Iowa (Stato in cui avrà inizio il processo delle primarie il prossimo febbraio) stia nutrendo non poco scetticismo verso di lui. Biden sta del resto puntando molto sull'Iowa, vista la forza mediatica che una vittoria in quell'area generalmente può fornire. Per questa ragione, l'ex vicepresidente sta presidiando capillarmente il territorio, cercando di replicare le strategie in loco adottate vittoriosamente da John Kerry (nel 2004) e da Barack Obama (nel 2008). Eppure, gli elettori dell'Hawkeye State restano per il momento piuttosto scettici.Anche Bernie Sanders non se la passa troppo bene. Nonostante alcune discordanze tra i vari sondaggi, ben tre recentissime rilevazioni mostrano che il senatore del Vermont sarebbe scivolato dal secondo al quarto posto, dietro a Kamala Harris e alla senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren. Un dato preoccupante per una figura che vorrebbe tornare a federare l'intera sinistra democratica attorno al proprio nome. Dal comitato elettorale del senatore per ora ostentano sicurezza, dicendo che anche durante le primarie democratiche del 2016 all'inizio Sanders fosse considerato un candidato minore e senza speranze. Il che, intendiamoci, è vero. Sennonché, rispetto a tre anni fa, la situazione oggi appare non poco mutata. All'epoca il senatore era da solo a rappresentare le istanze della sinistra, oltre che a cavalcare una dura battaglia antiestablishment. Oggi, su questo terreno, si tra ritrovando la concorrenza spietata della Harris e della Warren, senza dimenticare le ambizioni di figure come il sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, il senatore del New Jersey, Cory Booker, e l'ex deputato texano, Beto O' Rourke.Insomma, Sanders oggi appare troppo vecchio. Certo: questo non vuol dire che la sua corsa sia finita. Lo scorso 2 luglio, il suo comitato elettorale ha annunciato di aver raccolto diciotto milioni di dollari in finanziamenti elettorali nel secondo trimestre, attraverso micro-donazioni (per una media di circa diciotto dollari a persona): una cifra considerevole ma comunque inferiore ai quasi venticinque milioni reperiti da Buttigieg nello stesso periodo. Ciononostante, Sanders resta al momento tra i pochi, nella rissosa pletora dei candidati dem, ad avere una forte presa sulla classe operaia. Il suo elettorato di riferimento restano infatti i colletti blu. Senza dimenticare che la sua forza risiederebbe principalmente nei lavoratori impiegati nella grande distribuzione (a partire dalle grandi catene come Walmart). Questo resta, per lui, un enorme vantaggio in un partito – quello Democratico – che sembra aver ormai quasi del tutto perso la capacità di parlare agli operai e alla classe media impoverita.Sì: perché, nonostante i sondaggi stiano dando attualmente in ascesa la Warren e la Harris, costoro non sembrano troppo ferrate su questa materia. La senatrice del Massachusetts è, sì, nota per aver elaborato articolate proposte di legge. Ma deve ancora dimostrare le doti organizzative sufficienti per portare avanti una campagna elettorale di natura presidenziale. Passando alla Harris, poi, la situazione non migliora. Nonostante l'abilità retorica e la capacità di tenere banco nel corso del dibattito televisivo di fine giugno, la senatrice californiana non appare troppo concentrata sulle tematiche che stanno a cuore al mondo operaio. Ha parlato molto di emergenza climatica ma ben poco (troppo poco) di commercio internazionale e politica industriale. Il fatto di aver ferito efficacemente Biden non le garantisce automaticamente una leadership salda. E sarà quindi necessario attendere per capire se questi suoi exploit sondaggistici si riveleranno qualcosa di più di un semplice fuoco di paglia. Tra l'altro, il testa a testa tra le due senatrici ricorda vagamente quello che si registrava, nell'autunno del 2015, tra Marco Rubio e Ted Cruz, nel corso delle primarie repubblicane di allora. Anche in quel caso, la sfida era tra due giovani senatori rampanti, che oscillavano tra lo scontro e la tacita alleanza per fiaccare il front runner. Peccato che, col passare del tempo, vennero entrambi sbaragliati sul campo. Ecco: non è affatto escluso che la Warren e la Harris possano fare prima o poi quella stessa fine. Il vincitore di queste primarie democratiche resta quindi per il momento avvolto nell'ombra. Se i big classici appaiono pesantemente in affanno, i loro diretti rivali non sembrano – per ora – abbastanza forti per prenderne il posto. Senza infine dimenticare che ben quindici dei venti candidati in gara non superino, ad oggi, il 3% dei consensi.Se sul fronte delle candidature ufficiali non sembrano esserci troppi grattacapi per Donald Trump, non va tuttavia trascurato un elemento significativo. Pochi giorni fa, il Boston Globe ha rivelato che i due miliardari, George Soros e Charles Koch, fonderanno a settembre il Quincy Institute: un think tank finalizzato a promuovere politiche avverse alle "guerre senza fine" che lo Zio Sam conduce in giro per il pianeta. In particolare, i due magnati avrebbero investito mezzo milione di dollari ciascuno, mentre altri ottocentomila dollari sarebbero stati versati da donatori minori. Ora, ci si chiederà: che cosa c'entra tutto questo con le elezioni del 2020? Innanzitutto sia Soros che Koch sono figure da sempre direttamente coinvolte nelle dinamiche politiche americane. E lo stesso fatto che il lancio di questa fondazione avverrà a settembre potrebbe non essere un caso: l'autunno dell'anno precedente all'anno elettorale risulta infatti sempre un periodo dirimente per capire chi, tra i candidati alle primarie, riuscirà ad emergere. E comunque, al di là di queste strane coincidenze, si registra anche qualche stranezza. In primo luogo, se Soros ha sempre manifestato sostegno al Partito Democratico, Koch risulta – al contrario – uno storico finanziatore del Partito Repubblicano. Eppure, nonostante questa affiliazione politica antitetica, i due una caratteristica in comune l'hanno sempre avuta: una decisa avversione per Donald Trump. In secondo luogo, è anche questo improvviso impegno dei due a favore della causa "pacifista" ad essere sospetto: in passato, Soros ha finanziato candidati come Hillary Clinton e John Kerry, mentre Koch ha sostenuto politici come John McCain. Tutte figure fortemente favorevoli a un approccio interventista e bellicoso in politica estera. In tutto questo, non dimentichiamo che, lo scorso giugno, Koch si sia detto aperto a sostenere – per la prima volta – anche politici democratici, mentre Soros ha fatto sapere – alla fine del 2018 – di vedere molti buoni candidati dem per il 2020. Insomma, stranezze e coincidenze. Magari questo Quincy Institute sarà una pura iniziativa culturale. O magari una polpetta avvelenata per Trump.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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