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2020-11-05
Alla Camera passa il bavaglio Lgbt e la Consulta apre ai figli di due madri
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Gli italiani stanno ancora cercando di capire se la loro regione sia zona rossa, arancione o gialla, ma intanto l'Italia - tutta intera - sta diventando zona arcobaleno. Abbiamo capito che da queste parti nulla e soprattutto nessuno è indispensabile: si possono fermare gli uffici, i lavoratori autonomi, le attività commerciali e quelle culturali. Ma - almeno finché questo governo è in carica e questa maggioranza occupa il Parlamento - non si può fermare l'avanzata dell'ideologia Lgbt.
Indecisi e inabili a tutto, i giallorossi si sono mostrati geometricamente potenti nel momento di approvare la mordacchia omotransfobica. Non si sono fatti spaventare da niente: tra le altre cose hanno sfruttato il delicato tema della violenza sulle donne, inserendo nel testo del ddl anche un inutile riferimento alla misoginia. In pratica hanno usato il corpo femminile come scudo, per spingere i parlamentari dubbiosi a votare a favore di una legge liberticida che in realtà le donne le danneggia. Infatti, se da un lato il ddl finge di occuparsi della discriminazione ai danni dell'universo femminile, dall'altro introduce l'identità di genere, cioè l'idea che per diventare donna (o uomo) basti «desiderarlo», «sentirsi tale». Ciò significa che, in concreto, la norma tanto agognata da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e altre appassionate tifose dei diritti crea la più pesante e feroce delle discriminazioni. Mette sullo stesso piano chi nasce donna e chi lo diventa grazie a ormoni e interventi chirurgici e addirittura apre la strada a quella che gli inglesi chiamano «self id», cioè l'autodeterminazione dell'identità di genere.
In buona sostanza, i cari progressisti sostengono di voler proteggere la popolazione femminile, in realtà distruggono la concezione stessa di femminilità, cancellano decenni di lotte femministe e riducono la donna a cavillo burocratico.
In fondo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da chi non si fa scrupoli a sfruttare persino i disabili: anche per loro si è trovato un posticino nel testo del ddl, affinché facessero da ulteriore sostegno alle pretese Lgbt.
A sconcertare più di tutto, però, è l'atteggiamento di una parte di Forza Italia, che ha convintamente difeso, condiviso e votato questo concentrato di ideologia. Ovvio: non pretendiamo che tutti, in quello che dovrebbe essere il centrodestra, condividano posizioni identitarie o tradizionaliste. Ma almeno su temi cari a liberali come la libertà di espressione dovrebbe esserci accordo. E invece no. Alcuni azzurri hanno contribuito a far passare una legge che mette il bavaglio a chiunque si opponga all'avanzata dal pensiero unico arcobaleno. Il ddl Zan, a dirla tutta, fa molto di peggio. All'articolo 6 (approvato martedì) prevede «iniziative educative» contro l'omofobia nelle scuole, elementari comprese. Sapete che significa? Facile: propaganda Lgbt nelle aule. Ovvio: Zan e soci cercano di minimizzare, dicendo che si farà soltanto promozione «della cultura del rispetto e dell'inclusione». Ma se così fosse basterebbero le leggi già in vigore. La nuova norma serve appunto a rendere obbligatorio e capillare il lavaggio del cervello sin dalla più tenera età, così gli scolari potranno felicemente apprendere alle primarie che cosa sia la splendida «identità di genere» o che cosa voglia dire essere «cisgender».
Può anche darsi, tuttavia, che presto i bambini informati su tali questioni diventino parecchi. Ieri, infatti, la Corte costituzionale si è espressa a proposito dei «figli di due madri», cioè dei bambini nati da una donna legata a un'altra donna. Il riconoscimento dell'omogenitorialità «all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente», spiega la Consulta, «non è imposto da alcun precetto costituzionale sebbene la Costituzione non sia chiusa a soluzioni di segno diverso ma sulla base di valutazioni spettanti al legislatore. Anche la più piena tutela dell'interesse del minore può essere realizzata dal legislatore nell'esercizio della sua discrezionalità».
Anche qui c'è il trucco. Da un lato i giudici costituzionali dicono che la Costituzione non obbliga a riconoscere i «figli di due mamme» (e ci mancherebbe). Dall'altro però fanno capire che, se il Parlamento legiferasse sulla materia, non ci sarebbero ostacoli di sorta. Insomma, trattasi dell'ennesimo aiutino al mondo arcobaleno.
Facile, no? Basta qualche pagina di sentenza o di ddl per cambiare la natura umana. Basta una legge per stabilire che possano esistere «figli di due madri» o che si possa cambiare sesso con una firma. Insomma, è sufficiente volerlo e si può fare qualunque cosa, anche scimmiottare Dio. Anzi, qualunque cosa tranne lavorare o uscire di casa: quello, anche se lo volete tanto, non potete farlo. Così hanno deciso i difensori dei «diritti» e della «libertà».
Pure gli azzurri approvano il ddl Zan
Giornata di novità, ieri, per il mondo arcobaleno, in riferimento al quale sono state diffuse due significative notizie. La prima riguarda il deposito della sentenza della Corte costituzionale numero 230, relatore il presidente Mario Rosario Morelli, con cui si è ribadito un concetto di rilievo, vale a dire quello secondo cui, all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente, il riconoscimento dell'omogenitorialità non è imposto da alcun precetto costituzionale.
È vero, ha sottolineato la Consulta, che la nostra carta non presenta particolari elementi di chiusura, ma ci sono temi che spetta esclusivamente al legislatore valutare. Tale pronunciamento, con cui si è dichiarato «inammissibile l'intervento dell'Avvocatura per i diritti Lgbti Aps», arriva al termine di una vicenda giudiziaria scaturita con la richiesta di due donne - unita civilmente ad un'altra che aveva concepito all'estero, come «madre gestazionale» - di essere entrambe registrate all'anagrafe come madri del bambino.
Rispetto a questo, secondo la Corte il riconoscimento dello status di genitore alla «madre intenzionale» - quindi non a quella che ha partorito il figlio - rappresenta un obiettivo sì perseguibile, ma solo per via legislativa; questo perché, per la Consulta, tale passaggio implica una scelta non solo non imposta alla luce dei principi costituzionali, ma che appartiene a quella sfera entro cui è il legislatore a doversi fare interprete della volontà collettiva, bilanciando i valori fondamentali in gioco e tenendo conto degli orientamenti e delle istanze più radicate, in un dato momento storico, nella coscienza sociale.
In altre parole la Corte non si è voluta sobbarcare l'onore del riconoscimento della omogenitorialità, ricordando comunque al legislatore che, se crede, può pure procedere; si è insomma trattato di un piccolo assist al nostro Parlamento, il quale intanto non sta certo a guardare. Infatti nella tarda mattinata di ieri - seconda novità del giorno - la Camera, con 265 voti a favore, 193 contrari e un astenuto, ha dato il via libera al ddl Zan contro l'omotransfobia. L'approvazione, accolta in aula da un applauso della maggioranza, è stata commentata con entusiasmo un po' da tutto il centrosinistra.
«Bene», ha twittato un giubilante Nicola Zingaretti, «la Camera approva la legge per contrastare omotransfobia, misoginia e abilismo. Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre. Ora presto approvazione al Senato». Gli ha fatto eco Laura Boldrini («Avanti fino alla meta»), mentre Monica Cirinnà ha parlato di «bella notizia» e il presidente della Camera, Roberto Fico, di «un passo importante». Con parole non molto diverse, anzi in realtà quasi identiche, il primo firmatario del provvedimento, Alessandro Zan, ha invece applaudito quello che ritiene un «grande passo avanti contro le discriminazioni, l'odio e le violenze».
Di ben altro tenore, invece, l'accoglienza delle opposizioni all'approvazione della legge, anche se cinque deputati di Forza Italia - Bartolozzi, Polverini, Vito, Perego e Prestigiacomo - hanno votato favorevolmente. Per la verità, gli animi del centrodestra si erano già accesi nella serata di lunedì, con l'avvenuta votazione di un emendamento all'articolo 6 che ha esplicitato che le iniziative scolastiche contro l'omofobia siano da attuarsi perfino alle scuole elementari.
Il voto finale di ieri è stato poi criticato da Galeazzo Bignami di FdI, che secondo qui quella approvata è «una legge violenta con cui il Partito di Bibbiano vuole mettere le mani sui bambini mascherando da tolleranza la propria prepotenza e colpendo la famiglia». «Sarà la prima legge che aboliremo una volta al Governo», ha promesso Bignami.
In vista del passaggio nell'altro ramo del Parlamento, il leghista Simone Pillon ha invece annunciato che non si faranno sconti: «Al Senato combatteremo per non far passare questa proposta di legge inutile e pericolosa». Se davvero sarà così, forse la legge bavaglio può ancora essere fermata.
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Riduci
Il Parlamento dà il primo via libera alla legge che introduce la propaganda gender nelle scuole, intanto la Corte costituzionale offre uno spiraglio per l'omogenitorialità. L'Italia sta diventando «zona arcobaleno».Monica Cirinnà, Laura Boldrini e associazioni gay in festa, anche grazie ai voti di alcuni esponenti di Forza Italia. Ora si attende il passaggio al Senato, dove la destra annuncia battaglia.Lo speciale contiene due articoli.Gli italiani stanno ancora cercando di capire se la loro regione sia zona rossa, arancione o gialla, ma intanto l'Italia - tutta intera - sta diventando zona arcobaleno. Abbiamo capito che da queste parti nulla e soprattutto nessuno è indispensabile: si possono fermare gli uffici, i lavoratori autonomi, le attività commerciali e quelle culturali. Ma - almeno finché questo governo è in carica e questa maggioranza occupa il Parlamento - non si può fermare l'avanzata dell'ideologia Lgbt. Indecisi e inabili a tutto, i giallorossi si sono mostrati geometricamente potenti nel momento di approvare la mordacchia omotransfobica. Non si sono fatti spaventare da niente: tra le altre cose hanno sfruttato il delicato tema della violenza sulle donne, inserendo nel testo del ddl anche un inutile riferimento alla misoginia. In pratica hanno usato il corpo femminile come scudo, per spingere i parlamentari dubbiosi a votare a favore di una legge liberticida che in realtà le donne le danneggia. Infatti, se da un lato il ddl finge di occuparsi della discriminazione ai danni dell'universo femminile, dall'altro introduce l'identità di genere, cioè l'idea che per diventare donna (o uomo) basti «desiderarlo», «sentirsi tale». Ciò significa che, in concreto, la norma tanto agognata da Laura Boldrini, Monica Cirinnà e altre appassionate tifose dei diritti crea la più pesante e feroce delle discriminazioni. Mette sullo stesso piano chi nasce donna e chi lo diventa grazie a ormoni e interventi chirurgici e addirittura apre la strada a quella che gli inglesi chiamano «self id», cioè l'autodeterminazione dell'identità di genere. In buona sostanza, i cari progressisti sostengono di voler proteggere la popolazione femminile, in realtà distruggono la concezione stessa di femminilità, cancellano decenni di lotte femministe e riducono la donna a cavillo burocratico.In fondo non ci si poteva aspettare nulla di diverso da chi non si fa scrupoli a sfruttare persino i disabili: anche per loro si è trovato un posticino nel testo del ddl, affinché facessero da ulteriore sostegno alle pretese Lgbt. A sconcertare più di tutto, però, è l'atteggiamento di una parte di Forza Italia, che ha convintamente difeso, condiviso e votato questo concentrato di ideologia. Ovvio: non pretendiamo che tutti, in quello che dovrebbe essere il centrodestra, condividano posizioni identitarie o tradizionaliste. Ma almeno su temi cari a liberali come la libertà di espressione dovrebbe esserci accordo. E invece no. Alcuni azzurri hanno contribuito a far passare una legge che mette il bavaglio a chiunque si opponga all'avanzata dal pensiero unico arcobaleno. Il ddl Zan, a dirla tutta, fa molto di peggio. All'articolo 6 (approvato martedì) prevede «iniziative educative» contro l'omofobia nelle scuole, elementari comprese. Sapete che significa? Facile: propaganda Lgbt nelle aule. Ovvio: Zan e soci cercano di minimizzare, dicendo che si farà soltanto promozione «della cultura del rispetto e dell'inclusione». Ma se così fosse basterebbero le leggi già in vigore. La nuova norma serve appunto a rendere obbligatorio e capillare il lavaggio del cervello sin dalla più tenera età, così gli scolari potranno felicemente apprendere alle primarie che cosa sia la splendida «identità di genere» o che cosa voglia dire essere «cisgender». Può anche darsi, tuttavia, che presto i bambini informati su tali questioni diventino parecchi. Ieri, infatti, la Corte costituzionale si è espressa a proposito dei «figli di due madri», cioè dei bambini nati da una donna legata a un'altra donna. Il riconoscimento dell'omogenitorialità «all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente», spiega la Consulta, «non è imposto da alcun precetto costituzionale sebbene la Costituzione non sia chiusa a soluzioni di segno diverso ma sulla base di valutazioni spettanti al legislatore. Anche la più piena tutela dell'interesse del minore può essere realizzata dal legislatore nell'esercizio della sua discrezionalità». Anche qui c'è il trucco. Da un lato i giudici costituzionali dicono che la Costituzione non obbliga a riconoscere i «figli di due mamme» (e ci mancherebbe). Dall'altro però fanno capire che, se il Parlamento legiferasse sulla materia, non ci sarebbero ostacoli di sorta. Insomma, trattasi dell'ennesimo aiutino al mondo arcobaleno. Facile, no? Basta qualche pagina di sentenza o di ddl per cambiare la natura umana. Basta una legge per stabilire che possano esistere «figli di due madri» o che si possa cambiare sesso con una firma. Insomma, è sufficiente volerlo e si può fare qualunque cosa, anche scimmiottare Dio. Anzi, qualunque cosa tranne lavorare o uscire di casa: quello, anche se lo volete tanto, non potete farlo. Così hanno deciso i difensori dei «diritti» e della «libertà». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/alla-camera-passa-il-bavaglio-lgbt-e-la-consulta-apre-ai-figli-di-due-madri-2648628655.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-gli-azzurri-approvano-il-ddl-zan" data-post-id="2648628655" data-published-at="1604573608" data-use-pagination="False"> Pure gli azzurri approvano il ddl Zan Giornata di novità, ieri, per il mondo arcobaleno, in riferimento al quale sono state diffuse due significative notizie. La prima riguarda il deposito della sentenza della Corte costituzionale numero 230, relatore il presidente Mario Rosario Morelli, con cui si è ribadito un concetto di rilievo, vale a dire quello secondo cui, all'interno di un rapporto tra due donne unite civilmente, il riconoscimento dell'omogenitorialità non è imposto da alcun precetto costituzionale. È vero, ha sottolineato la Consulta, che la nostra carta non presenta particolari elementi di chiusura, ma ci sono temi che spetta esclusivamente al legislatore valutare. Tale pronunciamento, con cui si è dichiarato «inammissibile l'intervento dell'Avvocatura per i diritti Lgbti Aps», arriva al termine di una vicenda giudiziaria scaturita con la richiesta di due donne - unita civilmente ad un'altra che aveva concepito all'estero, come «madre gestazionale» - di essere entrambe registrate all'anagrafe come madri del bambino. Rispetto a questo, secondo la Corte il riconoscimento dello status di genitore alla «madre intenzionale» - quindi non a quella che ha partorito il figlio - rappresenta un obiettivo sì perseguibile, ma solo per via legislativa; questo perché, per la Consulta, tale passaggio implica una scelta non solo non imposta alla luce dei principi costituzionali, ma che appartiene a quella sfera entro cui è il legislatore a doversi fare interprete della volontà collettiva, bilanciando i valori fondamentali in gioco e tenendo conto degli orientamenti e delle istanze più radicate, in un dato momento storico, nella coscienza sociale. In altre parole la Corte non si è voluta sobbarcare l'onore del riconoscimento della omogenitorialità, ricordando comunque al legislatore che, se crede, può pure procedere; si è insomma trattato di un piccolo assist al nostro Parlamento, il quale intanto non sta certo a guardare. Infatti nella tarda mattinata di ieri - seconda novità del giorno - la Camera, con 265 voti a favore, 193 contrari e un astenuto, ha dato il via libera al ddl Zan contro l'omotransfobia. L'approvazione, accolta in aula da un applauso della maggioranza, è stata commentata con entusiasmo un po' da tutto il centrosinistra. «Bene», ha twittato un giubilante Nicola Zingaretti, «la Camera approva la legge per contrastare omotransfobia, misoginia e abilismo. Quando c'è da fermare violenza e odio il Pd combatte, sempre. Ora presto approvazione al Senato». Gli ha fatto eco Laura Boldrini («Avanti fino alla meta»), mentre Monica Cirinnà ha parlato di «bella notizia» e il presidente della Camera, Roberto Fico, di «un passo importante». Con parole non molto diverse, anzi in realtà quasi identiche, il primo firmatario del provvedimento, Alessandro Zan, ha invece applaudito quello che ritiene un «grande passo avanti contro le discriminazioni, l'odio e le violenze». Di ben altro tenore, invece, l'accoglienza delle opposizioni all'approvazione della legge, anche se cinque deputati di Forza Italia - Bartolozzi, Polverini, Vito, Perego e Prestigiacomo - hanno votato favorevolmente. Per la verità, gli animi del centrodestra si erano già accesi nella serata di lunedì, con l'avvenuta votazione di un emendamento all'articolo 6 che ha esplicitato che le iniziative scolastiche contro l'omofobia siano da attuarsi perfino alle scuole elementari. Il voto finale di ieri è stato poi criticato da Galeazzo Bignami di FdI, che secondo qui quella approvata è «una legge violenta con cui il Partito di Bibbiano vuole mettere le mani sui bambini mascherando da tolleranza la propria prepotenza e colpendo la famiglia». «Sarà la prima legge che aboliremo una volta al Governo», ha promesso Bignami. In vista del passaggio nell'altro ramo del Parlamento, il leghista Simone Pillon ha invece annunciato che non si faranno sconti: «Al Senato combatteremo per non far passare questa proposta di legge inutile e pericolosa». Se davvero sarà così, forse la legge bavaglio può ancora essere fermata.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Riduci
Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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