2021-03-07
Trent'anni fa l'invasione degli Albanesi
Una delle imbarcazioni cariche di Albanesi a Brindisi nel marzo 1991 (Getty Images)
Le premesse dell'esodo
La piccola Albania era retta da un durissimo regime comunista instaurato dal secondo dopoguerra. Il suo leader Enver Hoxha era un rigido seguace di Stalin, del quale mantenne l'eredità politica nella più assoluta ortodossia. Impermeabile ai mutamenti nei paesi del blocco sovietico a partire dalla primavera di Praga del 1968, ruppe anche con la vicina Jugoslavia "non allineata" di Tito. Ossessionato dal culto della personalità e dall'osservanza dei principi di Stalin, fin dagli anni cinquanta chiuse le frontiere del proprio Paese, fortificando i confini con migliaia di bunker armati nella paranoide convinzione di una incombente invasione da parte dei paesi "capitalisti". L'economia albanese era rigidamente controllata e pianificata dallo Stato e prevalentemente agricola. Anche le risorse alimentari erano in mano ai funzionari del partito e il cibo razionato. Il controllo sociale era invece affidato alla ferocissima polizia politica Sigurimi, che controllava ogni forma di opposizione con la violenza e la repressione. Vivendo in Albania la pena capitale, molte furono le fucilazioni dei dissidenti o presunti tali. Enver Hoxha morì nel 1985, all'alba della perestrojka di Gorbachov. Ma già due anni prima aveva designato il proprio successore tra i vertici del Partito dei Lavoratori, Ramiz Alia. Quattro anni dopo la sua nomina cadeva il muro di Berlino, che generò il terremoto politico in tutti i paesi oltrecortina. Alia, alle prese con un paese allo stremo non concesse inizialmente che poche e timide aperture, cercando una sponda con la vicina Serbia, nel momento in cui si stava profilando anche per la Jugoslavia la dissoluzione che generò la sanguinosa guerra degli anni '90. La linea del capo del partito stalinista non resse perché l'industria era pressoché inesistente e non poteva certo affrontare la sfida dei mercati internazionali. Anche le dichiarazioni sullo stato economico del Paese e le aperture al mercato non ingannarono il popolo, tanto più che l'Albania si era indebitata con l'estero per le spese personali dei burocrati corrotti e per le celebrazioni del culto di Hoxha. La popolazione albanese, che seguiva le notizie filtrate dall'estero, si sentì definitivamente in trappola e destinata a patire la fame. L'unica via, impossibile fino ad allora, sarebbe stata la fuga verso il benessere dell'occidente.
L' "Eden" Italia
Gli Albanesi del 1990-1991 conoscevano il benessere dal quale solo una lingua di mare lunga solo 45 miglia marittime li separava. Avevano imparato l'italiano dalla televisione, perché grazie ad un ripetitore installato in Montenegro riuscivano a captare il segnale della tv di Stato e delle reti Fininvest. Reclusi nella miseria, cominciarono ad intendere l'Italia come un eden in cui i beni materiali fossero facili da raggiungere, come nei giochi a premi di Iva Zanicchi o Mike Bongiorno, mentre l'isolamento dell'Albania li tagliava fuori dalle primavere che avrebbero traghettato gli ex paesi del blocco sovietico alla democrazia. Ramiz Alia, pur non volendo intaccare la fede stalinista, aprì ad alcune concessioni che presto da poche gocce creeranno un fiume in piena. La prima fu la creazione del multipartitismo e di un opposizione che, seppur imposta dall'alto ed artefatta, ruppe gli equilibri. A capo della nuova forza politica fu messo il cardiochirurgo di fama internazionale Sali Berisha, leader del nuovo "Partito Democratico". Anche se l'azione politica del nuovo schieramento rimase molto limitata, questa novità favorì il movimento degli studenti albanesi, che videro nell'assalto alle ambasciate straniere a Tirana l'unico modo per cercare una via di fuga dal paese-prigione attirando l'attenzione dei media mondiali. Attorno al mese di maggio del 1990 l'occasione dell'assalto venne dalla decisione del governo albanese di concedere alcuni visti per motivi di lavoro. Per mesi lunghe code si formarono di fronte agli ingressi delle ambasciate finché il 2 luglio 1990 le rappresentanze diplomatiche furono prese d'assalto da migliaia di cittadini che chiedevano asilo politico. Ad eccezione delle ambasciate cinese e cubana, tutte le altre concessero assistenza ai rifugiati, circa 8.000, che riuscirono a oltrepassare i cancelli dei "templi della libertà" generando l'intervento mediatore dell'Onu. Il 13 luglio 1990 oltre 4.000 profughi richiedenti asilo furono autorizzati a salpare da Durazzo alla volta di Brindisi per essere quindi redistribuiti tra i paesi ospitanti. Si era creato il precedente per la grande fuga verso l'Italia.
Dall'inizio del febbraio 1991 iniziò così l'assalto al porto di Durazzo per cercare di emigrare in Italia con qualunque mezzo fosse in grado (anche a stento) di reggere il mare. I primi profughi a toccare le coste pugliesi erano giunti con mezzi di fortuna, tra cui anche zattere autocostruite persino prive del timone o bagnarole arrugginite che furono recuperate alla deriva dai mezzi della Capitaneria di Porto. Alla vigilia del grande esodo, erano arrivati ad Otranto già oltre 1.500 albanesi, che le improvvisate strutture ricettive del comune pugliese già faticavano a gestire, mentre la macchina della Protezione Civile si metteva in moto a rilento, coordinata dal commissario straordinario Vito Lattanzio.
Brindisi, 7 marzo 1991: l'onda degli Albanesi si infrange
Mentre i volontari e le autorità si dannavano per gestire gli esuli già approdati, moltiplicando gli appelli al Governo Andreotti nella persona del Ministro Vincenzo Scotti, una vera e propria flotta salpava dal caos dei porti di Durazzo e Valona, questa volta a bordo di imbarcazioni molto più grandi delle precedenti, su ciascuna delle quali erano stipate migliaia di albanesi in fuga. Due di queste grandi imbarcazioni furono interessate da un blocco navale deciso dalle autorità italiane sulla base della vigente "Legge Martelli", che concedeva asilo politico soltanto a chi era riconosciuto come perseguitato politico, categoria nella quale i fuggiaschi non rientravano. Mentre il canale di Otranto brulicava di ruggine galleggiante e di uomini, donne e bambini in rotta verso l'Eldorado, il governo italiano cercava di imporre la linea dura. Data l'entità di quella che si profilava come una vera invasione (erano stati preventivati in pochi giorni 30.000 sbarchi) fu predisposto un blocco navale a protezione del porto di Brindisi, dove le navi più grandi si stavano dirigendo. Durante la traversata, una delle motovedette italiane fu speronata, e la mattina del 7 marzo attorno alle 10 comparve all'orizzonte del porto pugliese la sagoma della nave mercantile "Lirja". A bordo ci sono più di 3.000 persone, che vanno ad aggiungersi alle altre sbarcate nei giorni precedenti. Seguiranno a poche ore di distanza altre carrette del mare: la "Tirana", con oltre 3.500 passeggeri e infine la "Legend", rimasta alla fonda per ore fino alla rivolta dei profughi. Brindisi, investita da una massa incontrollabile di disperati, optò per la loro concentrazione al molo di Sant'Apollinare davanti ai grandi silos del grano, controllati a stento dalle forze dell'ordine. Scattano presto tafferugli, alcuni riescono a saltare agevolmente le barriere improvvisate e si riversano i città logori e affamati. La lotta è spesso per le razioni gettate da distanza dai volontari della Croce Rossa, che scelgono di non avvicinarsi per non essere travolti.
Mentre a Brindisi e Otranto si consumano gli effetti dell'esodo improvviso e travolgente, a Roma si fa appello alla Croce Rossa Internazionale e all'Onu. In Rai il Tg1, per bocca dell'allora vice-direttore Ottavio De Lorenzo, conferma la decisione di rivolgere appelli alla popolazione ancora in Albania, dove il notiziario italiano è molto seguito, perché si comunichi che l'Italia non è l' Eldorado che i fuggiaschi in attesa sulle banchine pensano di poter raggiungere. Da un punto di vista giuridico, il Governo decide per una deroga alla legge Martelli, affidando ad una commissione lo studio dei singoli casi di richiesta di asilo. Dall'altra parte l'esecutivo teme la strumentalizzazione dell'arma dei migranti da parte del leader Alia al fine di ottenere vantaggi in termini di aiuti e di allentare la pressione del disastro economico dell'Albania scaricando i disperati all'Italia. Mentre a Roma si discute, a Brindisi i cittadini passano dalla compassione per i primi sbarcati nei giorni precedenti verso i quali avevano mostrato solidarietà, alla paura. Il giorno stesso del grande assalto ai porti pugliesi si segnalano i primi episodi di violenza: un farmacista rapinato, un camion di viveri razziato, una donna scippata. La paura dei brindisini è anche di carattere sanitario, perché tra gli albanesi ci sono casi di scabbia e si teme un'epidemia, mentre il repubblicano La Malfa (l'unico rappresentante del governo che si era recato a Brindisi) invoca l'intervento dell'esercito e il ministro della difesa Virginio Rognoni lo esclude inizialmente, scaricando il barile sul ministro dell'Interno Scotti. Il vicepremier Martelli difende la sua legge, e vorrebbe che fosse Tirana a chiudere i rubinetti, ma lo stesso La Malfa ribatte ponendo l'accento sulla natura particolare dell'esodo degli Albanesi, vittime del comunismo stalinista e quindi automaticamente da considerare rifugiati politici. Ma il giorno dopo la grande ondata degli Albanesi sul Governo arriva la doccia fredda dell'Onu, che invita le autorità italiane all'accoglienza incondizionata in seguito alla quale potrà poi partire un eventuale processo di valutazione delle richieste di asilo e di redistribuzione in Europa. Mentre le Nazioni Unite si esprimevano sulla situazione italiana, Belgrado e Atene mandavano i carri armati al confine con l'Albania, lasciando aperta l'unica via di fuga rappresentata dall'Adriatico. Andreotti si esprime per la prima volta due giorni dopo il grande sbarco, quando la situazione sanitaria è diventata insostenibile. A chi lo critica per l'immobilismo di Palazzo Chigi, il leader democristiano risponde che lo Stato non avrebbe potuto gestire da solo l'emergenza, e che le "famiglie italiane" avrebbero dovuto fare la loro parte ospitando i profughi, mentre Bettino Craxi puntava il dito sulla mancata preparazione italiana ad una catastrofe umanitaria preannunciata, con l'aggravante del fatto che fosse ben noto il legame tra il popolo albanese e quello italiano per la breve distanza geografica. I Verdi e i Missini dai banchi dell'opposizione chiedevano le dimissioni del commissario straordinario Vito Lattanzio, mentre Virginio Rognoni alla fine dovette cedere e autorizzare l'intervento dell'Esercito nella gestione dell'emergenza. Proprio l'arrivo degli uomini in grigioverde riuscirà a portare all'assedio di Brindisi un po'di sollievo: sul posto si recano duecento Alpini che si occupano di mantenere la pulizia delle scuole e delle banchine dove bivaccano i migranti; arrivano tende da campo, cucine, brande. Altre 200 penne nere, come sempre le prime ad essere chiamate all'azione nelle emergenze umanitarie, sfameranno i profughi con le cucine campali.
A pochi giorni dal grande sbarco del 7 marzo 1991, mentre Claudio Martelli si trova a Tirana per discutere dell'emergenza e far pressioni sul governo albanese affinché si adoperi a fermare l'emorragia umana, una delle navi inverte la rotta e riporta in Patria i primi 1.000 albanesi rimasti delusi dalla situazione dell'eden soltanto immaginato. Altri, fuggiti da Brindisi, saranno bloccati e respinti alla frontiera svizzera mentre cercavano di raggiungere la Germania e ricacciati in Puglia. Altri bivaccano alla stazione Centrale di Milano, senza documenti e senza meta. Parte della prima grande ondata sarà invece ridistribuita in diversi centri profughi, caserme e strutture in tutta Italia. Poi una deroga alla legge Martelli stabilirà un compromesso per la permanenza dei richiedenti asilo: un visto della durata di un anno durante il quale gli emigranti avrebbero dovuto frequentare un percorso formativo ed inserirsi nel tessuto socio-economico del nuovo Paese d'adozione.
Quando parve che l'emergenza fosse rientrata ed il Governo italiano sperava negli accordi bilaterali con Tirana che prevedevano un piano di aiuti economici all'Albania, nell'agosto del 1991 la tragedia si rinnovò. Il 31 marzo si svolsero le prime elezioni libere ma il partito di Ramiz Alia rimase al potere, promettendo riforme che non ebbero alcun effetto sulle condizioni disperate del paese, ancora privo degli aiuti economici esteri e ancora formalmente legato al marxismo. La grande fuga ebbe una seconda, drammatica puntata.
Dalla solidarietà alla rabbia: la seconda ondata del 1991
L' 8 agosto 1991 all'orizzonte del porto di Bari si staglia la sagoma brulicante di uomini, donne, vecchi e bambini che ricoprono le forme della nave "Vlora". Sono diecimila, tutti in un solo carico, mentre altre imbarcazioni giungono fino alle coste calabresi. Diretta inizialmente a Brindisi, è intercettata dalla nave "Euro" della Marina Militare, ma il comandante della "Vlora", minacciato con le armi, è costretto a tentare lo speronamento finché la nave militare per evitare un massacro è costretta a cedere il passo fino all'arrivo al porto di Bari. Anche in questo caso la situazione è disperata. Molti sono allo stremo, tra cui bambini a rischio della vita. Ma questa volta tra i passeggeri si notano anche uomini armati di coltelli e pistole, vagano come zombie e stavolta fanno davvero paura. Da queste premesse la decisione delle autorità italiane di concentrare i migranti nello stadio della Vittoria. All'annuncio che l'Italia non li avrebbe accolti scoppia la rivolta. In diversi armati di spranghe riescono a fuggire dallo stadio e si riversano per le strade del capoluogo pugliese, mentre all'interno della struttura sportiva i profughi colpivano le forze dell'ordine con blocchi di cemento staccati dagli spalti. Il governo italiano optò questa volta per la linea dura, in particolare modo per voce del Ministro per gli Italiani all'estero e dell'immigrazione, la socialista Margherita Boniver, la quale scelse una via più lunga ma più efficace a lungo termine, il rimpatrio e il conseguente aumento degli aiuti al paese balcanico, tramite l'inclusione dell'Albania negli organismi economico-finanziari del mondo occidentale come il Fondo Monetario. Parallelamente fu avviata una campagna di aiuti umanitari con una missione militare, la "Pellicano", che portò in Albania tonnellate di viveri, medicinali e beni di prima necessità per evitare il tracollo di una nazione, proprio nei mesi in cui dalla vicina Jugoslavia soffiavano sempre più forti i venti di una guerra imminente. Nel 1992 le elezioni portarono al potere Sali Berisha, che traghettò l'Albania verso l'apertura al mondo occidentale e all'economia capitalista. L'impatto, nei successivi cinque anni, fu devastante e quella che si sperava potesse ritornare una "Svizzera dei Balcani" fu messa nuovamente sul lastrico . Sostenuta dalle rimesse degli emigranti e dagli aiuti internazionali, l'Albania di Berisha sprofondò a causa del fallimento delle società finanziarie "piramidali", che portarono il paese al default. La nuova mareggiata di albanesi, questa volta accompagnati dall'organizzazione criminale degli scafisti, la nuova "professione" emersa dai mesi del disastro dell'impatto malsano con il capitalismo. Ma questo è un altro capitolo, perché il mondo attorno alla piccola nazione balcanica era cambiato per sempre. Non c'era più la vicina Jugoslavia, disgregata dalla guerra, e anche l'Italia era reduce da uno tsunami: quello politico e finanziario che decretò la fine della prima repubblica alla quale la grande onda degli Albanesi aveva dovuto rispondere trent'anni fa, quando l'Eldorado degli anni ottanta era al suo ultimo colpo di coda.
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La prima settimana di marzo del 1991, le coste pugliesi venivano invase da migliaia di cittadini albanesi in fuga dal disfacimento del regime comunista che li aveva portati alla fame in quarant'anni di reclusione forzata entro i confini dell'Albania, governata con il pugno di ferro dal dittatore Enver Hoxha. In Italia era investita per la prima volta da uno tsunami umano giunto dall'altra sponda dell'Adriatico.Le premesse dell'esodoLa piccola Albania era retta da un durissimo regime comunista instaurato dal secondo dopoguerra. Il suo leader Enver Hoxha era un rigido seguace di Stalin, del quale mantenne l'eredità politica nella più assoluta ortodossia. Impermeabile ai mutamenti nei paesi del blocco sovietico a partire dalla primavera di Praga del 1968, ruppe anche con la vicina Jugoslavia "non allineata" di Tito. Ossessionato dal culto della personalità e dall'osservanza dei principi di Stalin, fin dagli anni cinquanta chiuse le frontiere del proprio Paese, fortificando i confini con migliaia di bunker armati nella paranoide convinzione di una incombente invasione da parte dei paesi "capitalisti". L'economia albanese era rigidamente controllata e pianificata dallo Stato e prevalentemente agricola. Anche le risorse alimentari erano in mano ai funzionari del partito e il cibo razionato. Il controllo sociale era invece affidato alla ferocissima polizia politica Sigurimi, che controllava ogni forma di opposizione con la violenza e la repressione. Vivendo in Albania la pena capitale, molte furono le fucilazioni dei dissidenti o presunti tali. Enver Hoxha morì nel 1985, all'alba della perestrojka di Gorbachov. Ma già due anni prima aveva designato il proprio successore tra i vertici del Partito dei Lavoratori, Ramiz Alia. Quattro anni dopo la sua nomina cadeva il muro di Berlino, che generò il terremoto politico in tutti i paesi oltrecortina. Alia, alle prese con un paese allo stremo non concesse inizialmente che poche e timide aperture, cercando una sponda con la vicina Serbia, nel momento in cui si stava profilando anche per la Jugoslavia la dissoluzione che generò la sanguinosa guerra degli anni '90. La linea del capo del partito stalinista non resse perché l'industria era pressoché inesistente e non poteva certo affrontare la sfida dei mercati internazionali. Anche le dichiarazioni sullo stato economico del Paese e le aperture al mercato non ingannarono il popolo, tanto più che l'Albania si era indebitata con l'estero per le spese personali dei burocrati corrotti e per le celebrazioni del culto di Hoxha. La popolazione albanese, che seguiva le notizie filtrate dall'estero, si sentì definitivamente in trappola e destinata a patire la fame. L'unica via, impossibile fino ad allora, sarebbe stata la fuga verso il benessere dell'occidente.L' "Eden" ItaliaGli Albanesi del 1990-1991 conoscevano il benessere dal quale solo una lingua di mare lunga solo 45 miglia marittime li separava. Avevano imparato l'italiano dalla televisione, perché grazie ad un ripetitore installato in Montenegro riuscivano a captare il segnale della tv di Stato e delle reti Fininvest. Reclusi nella miseria, cominciarono ad intendere l'Italia come un eden in cui i beni materiali fossero facili da raggiungere, come nei giochi a premi di Iva Zanicchi o Mike Bongiorno, mentre l'isolamento dell'Albania li tagliava fuori dalle primavere che avrebbero traghettato gli ex paesi del blocco sovietico alla democrazia. Ramiz Alia, pur non volendo intaccare la fede stalinista, aprì ad alcune concessioni che presto da poche gocce creeranno un fiume in piena. La prima fu la creazione del multipartitismo e di un opposizione che, seppur imposta dall'alto ed artefatta, ruppe gli equilibri. A capo della nuova forza politica fu messo il cardiochirurgo di fama internazionale Sali Berisha, leader del nuovo "Partito Democratico". Anche se l'azione politica del nuovo schieramento rimase molto limitata, questa novità favorì il movimento degli studenti albanesi, che videro nell'assalto alle ambasciate straniere a Tirana l'unico modo per cercare una via di fuga dal paese-prigione attirando l'attenzione dei media mondiali. Attorno al mese di maggio del 1990 l'occasione dell'assalto venne dalla decisione del governo albanese di concedere alcuni visti per motivi di lavoro. Per mesi lunghe code si formarono di fronte agli ingressi delle ambasciate finché il 2 luglio 1990 le rappresentanze diplomatiche furono prese d'assalto da migliaia di cittadini che chiedevano asilo politico. Ad eccezione delle ambasciate cinese e cubana, tutte le altre concessero assistenza ai rifugiati, circa 8.000, che riuscirono a oltrepassare i cancelli dei "templi della libertà" generando l'intervento mediatore dell'Onu. Il 13 luglio 1990 oltre 4.000 profughi richiedenti asilo furono autorizzati a salpare da Durazzo alla volta di Brindisi per essere quindi redistribuiti tra i paesi ospitanti. Si era creato il precedente per la grande fuga verso l'Italia.Dall'inizio del febbraio 1991 iniziò così l'assalto al porto di Durazzo per cercare di emigrare in Italia con qualunque mezzo fosse in grado (anche a stento) di reggere il mare. I primi profughi a toccare le coste pugliesi erano giunti con mezzi di fortuna, tra cui anche zattere autocostruite persino prive del timone o bagnarole arrugginite che furono recuperate alla deriva dai mezzi della Capitaneria di Porto. Alla vigilia del grande esodo, erano arrivati ad Otranto già oltre 1.500 albanesi, che le improvvisate strutture ricettive del comune pugliese già faticavano a gestire, mentre la macchina della Protezione Civile si metteva in moto a rilento, coordinata dal commissario straordinario Vito Lattanzio.Brindisi, 7 marzo 1991: l'onda degli Albanesi si infrangeMentre i volontari e le autorità si dannavano per gestire gli esuli già approdati, moltiplicando gli appelli al Governo Andreotti nella persona del Ministro Vincenzo Scotti, una vera e propria flotta salpava dal caos dei porti di Durazzo e Valona, questa volta a bordo di imbarcazioni molto più grandi delle precedenti, su ciascuna delle quali erano stipate migliaia di albanesi in fuga. Due di queste grandi imbarcazioni furono interessate da un blocco navale deciso dalle autorità italiane sulla base della vigente "Legge Martelli", che concedeva asilo politico soltanto a chi era riconosciuto come perseguitato politico, categoria nella quale i fuggiaschi non rientravano. Mentre il canale di Otranto brulicava di ruggine galleggiante e di uomini, donne e bambini in rotta verso l'Eldorado, il governo italiano cercava di imporre la linea dura. Data l'entità di quella che si profilava come una vera invasione (erano stati preventivati in pochi giorni 30.000 sbarchi) fu predisposto un blocco navale a protezione del porto di Brindisi, dove le navi più grandi si stavano dirigendo. Durante la traversata, una delle motovedette italiane fu speronata, e la mattina del 7 marzo attorno alle 10 comparve all'orizzonte del porto pugliese la sagoma della nave mercantile "Lirja". A bordo ci sono più di 3.000 persone, che vanno ad aggiungersi alle altre sbarcate nei giorni precedenti. Seguiranno a poche ore di distanza altre carrette del mare: la "Tirana", con oltre 3.500 passeggeri e infine la "Legend", rimasta alla fonda per ore fino alla rivolta dei profughi. Brindisi, investita da una massa incontrollabile di disperati, optò per la loro concentrazione al molo di Sant'Apollinare davanti ai grandi silos del grano, controllati a stento dalle forze dell'ordine. Scattano presto tafferugli, alcuni riescono a saltare agevolmente le barriere improvvisate e si riversano i città logori e affamati. La lotta è spesso per le razioni gettate da distanza dai volontari della Croce Rossa, che scelgono di non avvicinarsi per non essere travolti.Mentre a Brindisi e Otranto si consumano gli effetti dell'esodo improvviso e travolgente, a Roma si fa appello alla Croce Rossa Internazionale e all'Onu. In Rai il Tg1, per bocca dell'allora vice-direttore Ottavio De Lorenzo, conferma la decisione di rivolgere appelli alla popolazione ancora in Albania, dove il notiziario italiano è molto seguito, perché si comunichi che l'Italia non è l' Eldorado che i fuggiaschi in attesa sulle banchine pensano di poter raggiungere. Da un punto di vista giuridico, il Governo decide per una deroga alla legge Martelli, affidando ad una commissione lo studio dei singoli casi di richiesta di asilo. Dall'altra parte l'esecutivo teme la strumentalizzazione dell'arma dei migranti da parte del leader Alia al fine di ottenere vantaggi in termini di aiuti e di allentare la pressione del disastro economico dell'Albania scaricando i disperati all'Italia. Mentre a Roma si discute, a Brindisi i cittadini passano dalla compassione per i primi sbarcati nei giorni precedenti verso i quali avevano mostrato solidarietà, alla paura. Il giorno stesso del grande assalto ai porti pugliesi si segnalano i primi episodi di violenza: un farmacista rapinato, un camion di viveri razziato, una donna scippata. La paura dei brindisini è anche di carattere sanitario, perché tra gli albanesi ci sono casi di scabbia e si teme un'epidemia, mentre il repubblicano La Malfa (l'unico rappresentante del governo che si era recato a Brindisi) invoca l'intervento dell'esercito e il ministro della difesa Virginio Rognoni lo esclude inizialmente, scaricando il barile sul ministro dell'Interno Scotti. Il vicepremier Martelli difende la sua legge, e vorrebbe che fosse Tirana a chiudere i rubinetti, ma lo stesso La Malfa ribatte ponendo l'accento sulla natura particolare dell'esodo degli Albanesi, vittime del comunismo stalinista e quindi automaticamente da considerare rifugiati politici. Ma il giorno dopo la grande ondata degli Albanesi sul Governo arriva la doccia fredda dell'Onu, che invita le autorità italiane all'accoglienza incondizionata in seguito alla quale potrà poi partire un eventuale processo di valutazione delle richieste di asilo e di redistribuzione in Europa. Mentre le Nazioni Unite si esprimevano sulla situazione italiana, Belgrado e Atene mandavano i carri armati al confine con l'Albania, lasciando aperta l'unica via di fuga rappresentata dall'Adriatico. Andreotti si esprime per la prima volta due giorni dopo il grande sbarco, quando la situazione sanitaria è diventata insostenibile. A chi lo critica per l'immobilismo di Palazzo Chigi, il leader democristiano risponde che lo Stato non avrebbe potuto gestire da solo l'emergenza, e che le "famiglie italiane" avrebbero dovuto fare la loro parte ospitando i profughi, mentre Bettino Craxi puntava il dito sulla mancata preparazione italiana ad una catastrofe umanitaria preannunciata, con l'aggravante del fatto che fosse ben noto il legame tra il popolo albanese e quello italiano per la breve distanza geografica. I Verdi e i Missini dai banchi dell'opposizione chiedevano le dimissioni del commissario straordinario Vito Lattanzio, mentre Virginio Rognoni alla fine dovette cedere e autorizzare l'intervento dell'Esercito nella gestione dell'emergenza. Proprio l'arrivo degli uomini in grigioverde riuscirà a portare all'assedio di Brindisi un po'di sollievo: sul posto si recano duecento Alpini che si occupano di mantenere la pulizia delle scuole e delle banchine dove bivaccano i migranti; arrivano tende da campo, cucine, brande. Altre 200 penne nere, come sempre le prime ad essere chiamate all'azione nelle emergenze umanitarie, sfameranno i profughi con le cucine campali. A pochi giorni dal grande sbarco del 7 marzo 1991, mentre Claudio Martelli si trova a Tirana per discutere dell'emergenza e far pressioni sul governo albanese affinché si adoperi a fermare l'emorragia umana, una delle navi inverte la rotta e riporta in Patria i primi 1.000 albanesi rimasti delusi dalla situazione dell'eden soltanto immaginato. Altri, fuggiti da Brindisi, saranno bloccati e respinti alla frontiera svizzera mentre cercavano di raggiungere la Germania e ricacciati in Puglia. Altri bivaccano alla stazione Centrale di Milano, senza documenti e senza meta. Parte della prima grande ondata sarà invece ridistribuita in diversi centri profughi, caserme e strutture in tutta Italia. Poi una deroga alla legge Martelli stabilirà un compromesso per la permanenza dei richiedenti asilo: un visto della durata di un anno durante il quale gli emigranti avrebbero dovuto frequentare un percorso formativo ed inserirsi nel tessuto socio-economico del nuovo Paese d'adozione. Quando parve che l'emergenza fosse rientrata ed il Governo italiano sperava negli accordi bilaterali con Tirana che prevedevano un piano di aiuti economici all'Albania, nell'agosto del 1991 la tragedia si rinnovò. Il 31 marzo si svolsero le prime elezioni libere ma il partito di Ramiz Alia rimase al potere, promettendo riforme che non ebbero alcun effetto sulle condizioni disperate del paese, ancora privo degli aiuti economici esteri e ancora formalmente legato al marxismo. La grande fuga ebbe una seconda, drammatica puntata.Dalla solidarietà alla rabbia: la seconda ondata del 1991L' 8 agosto 1991 all'orizzonte del porto di Bari si staglia la sagoma brulicante di uomini, donne, vecchi e bambini che ricoprono le forme della nave "Vlora". Sono diecimila, tutti in un solo carico, mentre altre imbarcazioni giungono fino alle coste calabresi. Diretta inizialmente a Brindisi, è intercettata dalla nave "Euro" della Marina Militare, ma il comandante della "Vlora", minacciato con le armi, è costretto a tentare lo speronamento finché la nave militare per evitare un massacro è costretta a cedere il passo fino all'arrivo al porto di Bari. Anche in questo caso la situazione è disperata. Molti sono allo stremo, tra cui bambini a rischio della vita. Ma questa volta tra i passeggeri si notano anche uomini armati di coltelli e pistole, vagano come zombie e stavolta fanno davvero paura. Da queste premesse la decisione delle autorità italiane di concentrare i migranti nello stadio della Vittoria. All'annuncio che l'Italia non li avrebbe accolti scoppia la rivolta. In diversi armati di spranghe riescono a fuggire dallo stadio e si riversano per le strade del capoluogo pugliese, mentre all'interno della struttura sportiva i profughi colpivano le forze dell'ordine con blocchi di cemento staccati dagli spalti. Il governo italiano optò questa volta per la linea dura, in particolare modo per voce del Ministro per gli Italiani all'estero e dell'immigrazione, la socialista Margherita Boniver, la quale scelse una via più lunga ma più efficace a lungo termine, il rimpatrio e il conseguente aumento degli aiuti al paese balcanico, tramite l'inclusione dell'Albania negli organismi economico-finanziari del mondo occidentale come il Fondo Monetario. Parallelamente fu avviata una campagna di aiuti umanitari con una missione militare, la "Pellicano", che portò in Albania tonnellate di viveri, medicinali e beni di prima necessità per evitare il tracollo di una nazione, proprio nei mesi in cui dalla vicina Jugoslavia soffiavano sempre più forti i venti di una guerra imminente. Nel 1992 le elezioni portarono al potere Sali Berisha, che traghettò l'Albania verso l'apertura al mondo occidentale e all'economia capitalista. L'impatto, nei successivi cinque anni, fu devastante e quella che si sperava potesse ritornare una "Svizzera dei Balcani" fu messa nuovamente sul lastrico . Sostenuta dalle rimesse degli emigranti e dagli aiuti internazionali, l'Albania di Berisha sprofondò a causa del fallimento delle società finanziarie "piramidali", che portarono il paese al default. La nuova mareggiata di albanesi, questa volta accompagnati dall'organizzazione criminale degli scafisti, la nuova "professione" emersa dai mesi del disastro dell'impatto malsano con il capitalismo. Ma questo è un altro capitolo, perché il mondo attorno alla piccola nazione balcanica era cambiato per sempre. Non c'era più la vicina Jugoslavia, disgregata dalla guerra, e anche l'Italia era reduce da uno tsunami: quello politico e finanziario che decretò la fine della prima repubblica alla quale la grande onda degli Albanesi aveva dovuto rispondere trent'anni fa, quando l'Eldorado degli anni ottanta era al suo ultimo colpo di coda.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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