True
2025-05-09
Bollano Afd, ma da Londra a Berlino il mantra è «respingere i migranti»
Alice Weidel (Ansa)
Si sono versati fiumi di inchiostro sui tedeschi di Afd, i nuovi mostri della politica europea che vengono giudicati alla stregua di pericolosi fanatici, spargitori di odio e fautori delle peggiori discriminazioni, motivo per cui numerose anime belle ne gradirebbero la messa al bando. Se però si scava appena sotto la friabile superficie delle dichiarazioni a mezzo stampa, si scopre che - dopo tutto - le politiche dei presunti buoni e giusti d’Europa riguardo l’immigrazione non sono poi tanto diverse, anzi. Più o meno ovunque si invocano controlli stringenti, norme severe e chiusura dei confini.
Cominciamo dalla Germania guidata dal traballante cancelliere Friedrich Merz, il quale dovrebbe appunto rappresentare l’alternativa democratica e presentabile ai cattivoni di Afd. Il nuovo ministro degli Interni, Alexander Dobrindt, ha appena dichiarato che saranno aumentati i controlli alle frontiere e saranno respinti anche numerosi richiedenti asilo. Verranno fatte eccezioni solo per i «gruppi vulnerabili», tra cui donne incinte e bambini. «Non chiuderemo le frontiere, ma le controlleremo più severamente e questo controllo più rigoroso delle frontiere porterà anche a un numero maggiore di respingimenti», ha detto il ministro. «Aumenteremo gradualmente il numero di respingimenti e i controlli più rigorosi alle frontiere. Faremo in modo che, gradualmente, più forze di polizia siano schierate alle frontiere e possano anche effettuare questi respingimenti».
Il suo capo Merz non è stato da meno. Recandosi in visita in Polonia dal turboeuropeista Donald Tusk, il cancelliere fresco di nomina ha sostenuto la necessità di una stretta sugli ingressi. «Se noi, tutti insieme nell’Unione europea, diamo il segnale a coloro che si dirigono verso l’Europa senza valide opportunità di ingresso, se diamo questo segnale soprattutto ai trafficanti, che queste rotte diventeranno molto più difficili e che le chiuderemo, allora è un segnale comune e positivo», ha detto Merz.
Niente male per uno che dovrebbe marcare una abissale distanza rispetto a Afd. Il bello è che queste uscite hanno indispettito non poco il simpatico Tusk, il quale - aperto, democratico ed europeista qual è - a sua volta non gradisce per niente farsi carico degli stranieri. Immaginando che le restrizioni tedesche ai confini possano impattare pesantemente sulla Polonia, Tusk è stato chiaro: «Non si può dare l’impressione che qualcuno, Germania compresa, voglia inviare gruppi di migranti in Polonia», ha detto nella conferenza stampa congiunta con l’omologo germanico. «La Polonia non lo accetterà. Se qualcuno introduce un controllo alla frontiera polacca, la Polonia farà altrettanto: non ha senso. Dobbiamo aiutarci a vicenda per proteggere il territorio dell’Ue dall’immigrazione illegale. Mi aspetto che il nuovo governo tedesco collabori pienamente con noi per proteggere le frontiere esterne dell’Ue. La cosa peggiore sarebbe se tutti i Paesi dell’Ue iniziassero a introdurre controlli alle loro frontiere».
Tutto fantastico: accusano i pericolosi identitari di Afd di essere razzisti e intolleranti, ma sono i primi a non volere gli immigrati. E sono in buona compagnia. I due compagni di giochi di Merz, gli amichetti con cui egli progetta il riarmo europeo, ovvero Emmanuel Macron e Keir Starmer, non sono certo dei fan dell’invasione straniera, anzi. Nonostante le belle parole spese anche in tempi recenti e la spocchia con cui da sempre guardano alle destre, questi due leader zoppicanti non da oggi si impegnano non poco per blindare le frontiere. Che Macron abbia chiuso a doppia mandata quelle con l’Italia e approvi i piani Ue per fermare i flussi è noto.
Ancora freschissimo, invece, è il piano del britannico Starmer per restare padrone a casa sua. La settimana prossima il primo ministro inglese presenterà il Libro Bianco sull’immigrazione il quale, tra le altre cose, fissa gli standard per l’accoglienza. Che non sono esattamente semplicissimi da soddisfare. Ad esempio è richiesta agli stranieri una ottima conoscenza della lingua. Come anticipa il Telegraph, «l’attuale standard richiesto per i richiedenti un visto di lavoro è equivalente al livello Gcse e richiede ai nuovi arrivati solo una conoscenza base dell’inglese nelle situazioni quotidiane. I ministri lo ritengono insufficiente per un’integrazione efficace dei migranti e verrà elevato all’equivalente dell’inglese come lingua straniera di livello A. Questo richiede alle persone di esprimersi fluentemente e spontaneamente, senza troppa ricerca di parole e di parlare inglese in modo flessibile ed efficace per scopi sociali, accademici e professionali». Se dovessimo applicare lo stesso metodo in Italia, con tutta probabilità la grandissima parte degli stranieri sarebbe esclusa. E non è tutto.
Sempre il Telegraph spiega che «i migranti potrebbero anche dover attendere un decennio per ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato nel Regno Unito, a meno che non superino i più severi test di inglese. Sarà inoltre più difficile per i migranti ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato se ci sono dubbi sulla loro situazione finanziaria o se hanno trascorso troppo tempo fuori dal Regno Unito dal momento del loro arrivo». Anche qui, quanto a severità, siamo a un livello piuttosto alto. Le nostre forze di sinistra chiedono la riduzione drastica dei tempi di attesa per la cittadinanza e puntano ad allargare il più possibile le maglie dell’accoglienza, i laburisti invece fissano paletti economici, culturali, linguistici e di permanenza sul territorio, e puntano esplicitamente (è nel loro programma) a ridurre le presenze nette di stranieri, che attualmente si attestano intorno alle 728.000 unità.
Ecco dunque la ipocrisia palese: i partiti di destra vengono accusato di disumanità e crudeltà, anche se chiedono cose non molto diverse da quelle previste dalle politiche di liberali e progressisti europei. In pratica si tratta del modello Biden: anche l’ex presidente americano espelleva in manette gli stranieri, e con cifre record, ma lo faceva in silenzio, quasi di nascosto. Dunque, a differenza del suo successore Donald Trump, non veniva attaccato. Il giochino di Merz, Starmer e soci è analogo: disprezzano e censurano le destre. Ma vorrebbero agire allo stesso modo se non peggio, però senza dirlo, senza intaccare lo smalto di bontà che si sono dati da soli.
Ancora giudici contro le espulsioni
Il sindaco dem di Bologna Matteo Lepore, uno che finora sembrava preoccuparsi più degli aperitivi in centro che della sicurezza delle periferie, dev’essersi svegliato all’improvviso con un incubo: la sicurezza. L’altro giorno ha ribaltato la frittata e ha chiesto persino a Lega e Fratelli d’Italia di «farsi un serio esame di coscienza» sulle espulsioni. Il sindaco sostiene che Bologna affronta problemi degni di una metropoli, tra criminalità, spaccio e violenza. Vuole rinforzi negli organici, chiede più agenti, invoca sicurezza.
Ma il punto non è questo. Il punto è l’eterno cortocircuito delle espulsioni mancate, ricorsi giudiziari e decisioni ribaltate in extremis. Basta prendere gli ultimi casi. Rachid Karroua, operaio marocchino residente nel Bresciano. Arrestato a metà marzo per terrorismo: «Si autoaddestra», sostenevano i pm di Perugia che l’avevano arrestato (e che poi hanno trasmesso gli atti per competenza territoriale ai colleghi di Brescia). Chat Whatsapp che inneggiavano alla jihad, navigazioni web sospette, tracce digitali di estremismo islamico. Sembrava un caso blindato. E invece no. Il Tribunale del Riesame di Brescia smonta tutto: «Nessuna radicalizzazione ideologica». E «nessun percorso di autoaddestramento dimostrabile». Solo qualche chat e qualche navigazione, roba archiviata in fretta, poco più di una curiosità malsana. E via, libero.
Ma non finisce qui. Spostandosi a Macerata c’è un altro caso emblematico. Stavolta tocca a Ibii Ngwang, camerunense, ex calciatore della Cluentina. Finisce al centro di una polemica incendiaria per un video davanti alla Questura. Occhiali scuri, cappellino tirato giù, insulti gratuiti alla premier Giorgia Meloni, con tanto di allusioni sgradevoli sulla figlia, e al vicepremier Matteo Salvini. Salvini diffonde il video sui social, l’indignazione pubblica è immediata. La reazione dello Stato anche: la Digos lo rintraccia, la denuncia parte, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi firma l’espulsione immediata. Sembrava fatta. E invece no, ancora una volta. Il giudice Alessandra Filoni della Corte d’Appello di Ancona blocca tutto. «Non c’è pericolosità sociale», dice, accogliendo il ricorso degli avvocati di Ngwang. Quell’espulsione lampo diventa così un dietrofront. Ngwang si scusa, si giustifica dicendo di aver citato «un brano rap per rovesciare stereotipi». Una bravata, una serata finita male con gli amici. Sbagliato, sì, offensivo, certamente. Ma pericoloso no, almeno secondo i giudici.
E non è finita. Mercoledì un senegalese di 38 anni senza fissa dimora ha dato di matto a Lodi. Era destinatario di un provvedimento di espulsione emesso a gennaio, ma per un ricorso è rimasto a circolare in Italia. Ha scatenato il panico tra medici e pazienti del Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore della città lombarda, distruggendo un monitor, insultando i carabinieri e minacciandoli di morte. I carabinieri lo avevano appena avvicinato fuori dall’ospedale mentre urlava contro un cittadino italiano, accusandolo di avergli rubato il portafogli. Poi il delirio in corsia, l’arresto, il portafogli ritrovato, gli insulti al giudice e infine il malore in aula. In attesa di perizia psichiatrica, è finito in carcere.
Eccolo il cortocircuito delle espulsioni che manda in tilt i piani del governo. Ecco perché Lepore, che forse preferiva occuparsi di eventi e piste ciclabili, ora è costretto a puntare il dito verso Roma. Lui chiede rinforzi, ma il caos giuridico e burocratico gli risponde con sentenze che cancellano in pochi istanti ogni certezza di sicurezza, trasformando decreti ministeriali in fogli inutili. A prevalere, insomma, sono ancora una volta sempre e soltanto i giudici.
Continua a leggereRiduci
Le solite anime belle accusano il partito tedesco di odio e discriminazione nei confronti dei «poveri» stranieri. Peccato che lo stesso Friederich Merz e i suoi amici europei siano i primi a promuovere linee assai dure sull’accoglienza.intanto, in Italia, nonostante l’ordine di Matteo Piantedosi, l’uomo che insultò Giorgia Meloni e Matteo Salvini può rimanere qui: «Non è pericoloso». Così le toghe trasformano decreti ministeriali in fogli inutili.Lo speciale contiene due articoli Si sono versati fiumi di inchiostro sui tedeschi di Afd, i nuovi mostri della politica europea che vengono giudicati alla stregua di pericolosi fanatici, spargitori di odio e fautori delle peggiori discriminazioni, motivo per cui numerose anime belle ne gradirebbero la messa al bando. Se però si scava appena sotto la friabile superficie delle dichiarazioni a mezzo stampa, si scopre che - dopo tutto - le politiche dei presunti buoni e giusti d’Europa riguardo l’immigrazione non sono poi tanto diverse, anzi. Più o meno ovunque si invocano controlli stringenti, norme severe e chiusura dei confini. Cominciamo dalla Germania guidata dal traballante cancelliere Friedrich Merz, il quale dovrebbe appunto rappresentare l’alternativa democratica e presentabile ai cattivoni di Afd. Il nuovo ministro degli Interni, Alexander Dobrindt, ha appena dichiarato che saranno aumentati i controlli alle frontiere e saranno respinti anche numerosi richiedenti asilo. Verranno fatte eccezioni solo per i «gruppi vulnerabili», tra cui donne incinte e bambini. «Non chiuderemo le frontiere, ma le controlleremo più severamente e questo controllo più rigoroso delle frontiere porterà anche a un numero maggiore di respingimenti», ha detto il ministro. «Aumenteremo gradualmente il numero di respingimenti e i controlli più rigorosi alle frontiere. Faremo in modo che, gradualmente, più forze di polizia siano schierate alle frontiere e possano anche effettuare questi respingimenti». Il suo capo Merz non è stato da meno. Recandosi in visita in Polonia dal turboeuropeista Donald Tusk, il cancelliere fresco di nomina ha sostenuto la necessità di una stretta sugli ingressi. «Se noi, tutti insieme nell’Unione europea, diamo il segnale a coloro che si dirigono verso l’Europa senza valide opportunità di ingresso, se diamo questo segnale soprattutto ai trafficanti, che queste rotte diventeranno molto più difficili e che le chiuderemo, allora è un segnale comune e positivo», ha detto Merz.Niente male per uno che dovrebbe marcare una abissale distanza rispetto a Afd. Il bello è che queste uscite hanno indispettito non poco il simpatico Tusk, il quale - aperto, democratico ed europeista qual è - a sua volta non gradisce per niente farsi carico degli stranieri. Immaginando che le restrizioni tedesche ai confini possano impattare pesantemente sulla Polonia, Tusk è stato chiaro: «Non si può dare l’impressione che qualcuno, Germania compresa, voglia inviare gruppi di migranti in Polonia», ha detto nella conferenza stampa congiunta con l’omologo germanico. «La Polonia non lo accetterà. Se qualcuno introduce un controllo alla frontiera polacca, la Polonia farà altrettanto: non ha senso. Dobbiamo aiutarci a vicenda per proteggere il territorio dell’Ue dall’immigrazione illegale. Mi aspetto che il nuovo governo tedesco collabori pienamente con noi per proteggere le frontiere esterne dell’Ue. La cosa peggiore sarebbe se tutti i Paesi dell’Ue iniziassero a introdurre controlli alle loro frontiere».Tutto fantastico: accusano i pericolosi identitari di Afd di essere razzisti e intolleranti, ma sono i primi a non volere gli immigrati. E sono in buona compagnia. I due compagni di giochi di Merz, gli amichetti con cui egli progetta il riarmo europeo, ovvero Emmanuel Macron e Keir Starmer, non sono certo dei fan dell’invasione straniera, anzi. Nonostante le belle parole spese anche in tempi recenti e la spocchia con cui da sempre guardano alle destre, questi due leader zoppicanti non da oggi si impegnano non poco per blindare le frontiere. Che Macron abbia chiuso a doppia mandata quelle con l’Italia e approvi i piani Ue per fermare i flussi è noto. Ancora freschissimo, invece, è il piano del britannico Starmer per restare padrone a casa sua. La settimana prossima il primo ministro inglese presenterà il Libro Bianco sull’immigrazione il quale, tra le altre cose, fissa gli standard per l’accoglienza. Che non sono esattamente semplicissimi da soddisfare. Ad esempio è richiesta agli stranieri una ottima conoscenza della lingua. Come anticipa il Telegraph, «l’attuale standard richiesto per i richiedenti un visto di lavoro è equivalente al livello Gcse e richiede ai nuovi arrivati solo una conoscenza base dell’inglese nelle situazioni quotidiane. I ministri lo ritengono insufficiente per un’integrazione efficace dei migranti e verrà elevato all’equivalente dell’inglese come lingua straniera di livello A. Questo richiede alle persone di esprimersi fluentemente e spontaneamente, senza troppa ricerca di parole e di parlare inglese in modo flessibile ed efficace per scopi sociali, accademici e professionali». Se dovessimo applicare lo stesso metodo in Italia, con tutta probabilità la grandissima parte degli stranieri sarebbe esclusa. E non è tutto. Sempre il Telegraph spiega che «i migranti potrebbero anche dover attendere un decennio per ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato nel Regno Unito, a meno che non superino i più severi test di inglese. Sarà inoltre più difficile per i migranti ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato se ci sono dubbi sulla loro situazione finanziaria o se hanno trascorso troppo tempo fuori dal Regno Unito dal momento del loro arrivo». Anche qui, quanto a severità, siamo a un livello piuttosto alto. Le nostre forze di sinistra chiedono la riduzione drastica dei tempi di attesa per la cittadinanza e puntano ad allargare il più possibile le maglie dell’accoglienza, i laburisti invece fissano paletti economici, culturali, linguistici e di permanenza sul territorio, e puntano esplicitamente (è nel loro programma) a ridurre le presenze nette di stranieri, che attualmente si attestano intorno alle 728.000 unità.Ecco dunque la ipocrisia palese: i partiti di destra vengono accusato di disumanità e crudeltà, anche se chiedono cose non molto diverse da quelle previste dalle politiche di liberali e progressisti europei. In pratica si tratta del modello Biden: anche l’ex presidente americano espelleva in manette gli stranieri, e con cifre record, ma lo faceva in silenzio, quasi di nascosto. Dunque, a differenza del suo successore Donald Trump, non veniva attaccato. Il giochino di Merz, Starmer e soci è analogo: disprezzano e censurano le destre. Ma vorrebbero agire allo stesso modo se non peggio, però senza dirlo, senza intaccare lo smalto di bontà che si sono dati da soli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-germania-merz-respingere-migranti-2671920938.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ancora-giudici-contro-le-espulsioni" data-post-id="2671920938" data-published-at="1746744840" data-use-pagination="False"> Ancora giudici contro le espulsioni Il sindaco dem di Bologna Matteo Lepore, uno che finora sembrava preoccuparsi più degli aperitivi in centro che della sicurezza delle periferie, dev’essersi svegliato all’improvviso con un incubo: la sicurezza. L’altro giorno ha ribaltato la frittata e ha chiesto persino a Lega e Fratelli d’Italia di «farsi un serio esame di coscienza» sulle espulsioni. Il sindaco sostiene che Bologna affronta problemi degni di una metropoli, tra criminalità, spaccio e violenza. Vuole rinforzi negli organici, chiede più agenti, invoca sicurezza. Ma il punto non è questo. Il punto è l’eterno cortocircuito delle espulsioni mancate, ricorsi giudiziari e decisioni ribaltate in extremis. Basta prendere gli ultimi casi. Rachid Karroua, operaio marocchino residente nel Bresciano. Arrestato a metà marzo per terrorismo: «Si autoaddestra», sostenevano i pm di Perugia che l’avevano arrestato (e che poi hanno trasmesso gli atti per competenza territoriale ai colleghi di Brescia). Chat Whatsapp che inneggiavano alla jihad, navigazioni web sospette, tracce digitali di estremismo islamico. Sembrava un caso blindato. E invece no. Il Tribunale del Riesame di Brescia smonta tutto: «Nessuna radicalizzazione ideologica». E «nessun percorso di autoaddestramento dimostrabile». Solo qualche chat e qualche navigazione, roba archiviata in fretta, poco più di una curiosità malsana. E via, libero. Ma non finisce qui. Spostandosi a Macerata c’è un altro caso emblematico. Stavolta tocca a Ibii Ngwang, camerunense, ex calciatore della Cluentina. Finisce al centro di una polemica incendiaria per un video davanti alla Questura. Occhiali scuri, cappellino tirato giù, insulti gratuiti alla premier Giorgia Meloni, con tanto di allusioni sgradevoli sulla figlia, e al vicepremier Matteo Salvini. Salvini diffonde il video sui social, l’indignazione pubblica è immediata. La reazione dello Stato anche: la Digos lo rintraccia, la denuncia parte, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi firma l’espulsione immediata. Sembrava fatta. E invece no, ancora una volta. Il giudice Alessandra Filoni della Corte d’Appello di Ancona blocca tutto. «Non c’è pericolosità sociale», dice, accogliendo il ricorso degli avvocati di Ngwang. Quell’espulsione lampo diventa così un dietrofront. Ngwang si scusa, si giustifica dicendo di aver citato «un brano rap per rovesciare stereotipi». Una bravata, una serata finita male con gli amici. Sbagliato, sì, offensivo, certamente. Ma pericoloso no, almeno secondo i giudici. E non è finita. Mercoledì un senegalese di 38 anni senza fissa dimora ha dato di matto a Lodi. Era destinatario di un provvedimento di espulsione emesso a gennaio, ma per un ricorso è rimasto a circolare in Italia. Ha scatenato il panico tra medici e pazienti del Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore della città lombarda, distruggendo un monitor, insultando i carabinieri e minacciandoli di morte. I carabinieri lo avevano appena avvicinato fuori dall’ospedale mentre urlava contro un cittadino italiano, accusandolo di avergli rubato il portafogli. Poi il delirio in corsia, l’arresto, il portafogli ritrovato, gli insulti al giudice e infine il malore in aula. In attesa di perizia psichiatrica, è finito in carcere. Eccolo il cortocircuito delle espulsioni che manda in tilt i piani del governo. Ecco perché Lepore, che forse preferiva occuparsi di eventi e piste ciclabili, ora è costretto a puntare il dito verso Roma. Lui chiede rinforzi, ma il caos giuridico e burocratico gli risponde con sentenze che cancellano in pochi istanti ogni certezza di sicurezza, trasformando decreti ministeriali in fogli inutili. A prevalere, insomma, sono ancora una volta sempre e soltanto i giudici.
Alicia Keys ed Eros Ramazzotti sul palco del teatro Ariston (Ansa)
Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.
Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’uscita successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).
Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.
Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.
Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.
Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.
Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York. Sorriso soul.
Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.
I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.
Continua a leggereRiduci
La fotografia del luogo, a Bujumbura, in Burundi, in cui nel 2014 sono state uccise tre suore (Ansa). Nel riquadro Olga Raschietti, una delle tre suore assassinate
Ma Harushimana non è solo un attivista internazionale per i diritti umani, viene indicato come uno stretto collaboratore del generale Adolphe Nshimirimana, il capo della polizia segreta del Burundi che tentò di diventare presidente e che fu ucciso in un attentato politico. Ora è accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di tre suore saveriane della congregazione delle missionarie di Maria: Olga Raschietti, 83 anni, Lucia Pulici, 75, e Bernardetta Boggian, 79. Uccise a Kamenge, quartiere di Bujumbura. Alle prime due fu tagliata la gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014. La terza, che era fuori sede durante il primo delitto, fu decapitata la notte seguente. Il capo, reciso, venne riposto accanto al corpo. Harushimana, per la Procura di Parma, sarebbe «istigatore» e «co-organizzatore» del triplice delitto.
Un caso per il quale il Burundi ritiene di aver fatto giustizia, arrestando e condannando pochi giorni dopo un uomo con problemi psichiatrici. Ora si scopre che sarebbe stato Harushimana, secondo l’accusa, a portare alle religiose la richiesta di aiutare le milizie burundesi in Congo e a incassare il loro rifiuto. Da qui la condanna a morte. Con tre ipotesi di movente: il rifiuto di collaborare con i ribelli; la decisione della direzione dei saveriani di affidare il Centro Giovani Kamenge, al quale affluivano ingenti risorse economiche, alla locale diocesi; un rito propiziatorio come buon auspicio per la candidatura del generale Nshimirimana a presidente della Repubblica. L’indagine era stata avviata nel 2014, dopo una relazione dall’ambasciata italiana di Kampala in Uganda, indirizzata alla Procura di Parma.
Il fascicolo contro ignoti venne definito con archiviazione nel 2015 per insussistenza della giurisdizione italiana. Nel maggio 2018 si apre una seconda fase. L’ambasciata di Kampala trasmette una nota: Harushimana, che aveva ottenuto un visto per l’Italia per partecipare a un corso di formazione legato a un incarico in una associazione di Parma, era stato menzionato durante le indagini sull’omicidio delle tre suore da un ex agente segreto che era stato allontanato dal Burundi e che si era arruolato in Somalia. In quella fase Harushimana venne sentito. Affermò che nei giorni del delitto si trovava lontano dal Burundi ed esibì copia del passaporto con timbri attestanti la presenza in un altro Stato. Anche questa indagine si chiuse con un’archiviazione. Il libro Nel cuore dei misteri della giornalista freelance Giusy Baioni e un articolo della Gazzetta di Parma con la cronaca della presentazione riscrivono la storia. Vengono acquisite dichiarazioni di alcune suore saveriane mai sentite in precedenza. Viene sentita anche la Baioni, che aveva verificato sul campo molti dettagli. «Quello che avevo ricostruito oggi viene confermato dalla Procura», conferma alla Verità la giornalista, che aggiunge: «Le testimonianze dicono che avrebbe partecipato a una riunione preparatoria, a un sopralluogo e avrebbe fornito supporto logistico». Gli esecutori sarebbero entrati nella missione saveriana travestiti da chierichetti o da coristi, accompagnati da Harushimana, presente alla riunione durante la quale sarebbe stata ideata l’esecuzione. «Molto attiva», racconta la Baioni, «è stata una radio locale che aveva raccolto importanti testimonianze e che in Burundi era molto contrastata».
Nel libro, spiega la giornalista, il nome di Harushimana «è uno di quelli che ritorna più frequentemente». Poi precisa: «Sulla stampa locale si è sempre dichiarato estraneo. Diverse fonti lo mettevano in contatto con la polizia segreta del Burundi. Raccoglieva fondi in diversi Paesi europei. Io non l’ho intervistato perché sapevo che si muoveva anche in Italia e avevo fatto dei calcoli rispetto al rischio». Proprio a Parma una delle associazioni per le quali Harushimana coordinava i progetti, ParmAlimenta, avrebbe incassato oltre 260.000 euro di fondi della Regione Emilia-Romagna. A sollevare il caso è Priamo Bocchi di Fratelli d’Italia: la Regione avrebbe destinato all’associazione 82.858 nel triennio 2018-2020 come contributi diretti; 146.346 euro tra il 2022 e il 2024 tramite il Comune di Parma con risorse regionali e 33.159 euro liquidati nel 2025 per il progetto «Nutrire il futuro», finalizzato alla lotta alla malnutrizione infantile in Burundi. «Harushimana ha collaborato con ParmAlimenta Burundi nel periodo 2016-2018 per un progetto di cooperazione nello stato africano», precisa ora il presidente di ParmAlimenta Gualtiero Ghirardi, aggiungendo: «Stante la sua presenza in Italia, nel 2022, con un contratto di collaborazione ha affiancato il direttore per un paio di mesi nella rendicontazione di un progetto. Poi abbiamo chiuso i rapporti con lui e non abbiamo più avuto sue notizie».
Nel 2015, però, il nome del cooperante era già finito sulle cronache. «Solo un anno prima», denuncia Bocchi, «Harushimana fu ricevuto da sindaco e assessori in municipio con tutti gli onori». E con interrogazioni e inviti al sindaco aveva richiamato l’attenzione su quel progetto che «visti i personaggi coinvolti», afferma l’esponente di Fdi, «rischiava di infangare l’immagine della città». È rimasto inascoltato.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di paradigma arriva dall’Asia: la Gen Z cinese ha fatto del «pingti» (alternative economiche di alta qualità a marchi di lusso o brand occidentali famosi) un gesto identitario, spostando la domanda verso alternative locali. «Il consumatore cinese non ha smesso di comprare, ha smesso di comprare “occidentale” a ogni costo. Trovare l’alternativa locale di qualità è diventato un motivo d’orgoglio patriottico e di intelligenza finanziaria», osserva lo strategist. «Questo “orgoglio autarchico” sta mettendo in crisi il soft power di brand storici. Se un tempo il logo era uno status symbol, oggi per i giovani cinesi il vero status è non farsi “fregare” dai listini gonfiati delle multinazionali estere».
Sull’online europeo, Zalando viene da un 2025 disastroso e da un -45% circa in 12 mesi: la partita è difendere i margini contro l’ultra-fast asiatica e usare l’Ai per ridurre i resi. Nello sportswear, Adidas chiude il 2025 a 24,8 miliardi di euro di vendite e lancia un buyback da un miliardo; Puma entra nel radar di Anta (obiettivo 29%). «L’ingresso di Anta in Puma segna una nuova fase: i giganti cinesi non si accontentano più di dominare il mercato interno, ma usano i marchi europei in difficoltà come cavalli di Troia per la loro espansione globale», avverte Gaziano. «Nel frattempo, nel fast fashion, assistiamo alla fuga in avanti di Inditex (Zara), che sta riuscendo a “nobilitare” il proprio marchio alzando il posizionamento, mentre H&M resta incastrata in una guerra di margini contro la concorrenza spietata di realtà ultra-fast come Shein».
In Italia BasicNet (Kappa, K-Way, Superga) prova a reggere alzando il peso dell’heritage con Woolrich e Sundek. «Per sopravvivere nel 2026, l’abbigliamento accessibile dovrà offrire più del semplice “pronto moda”. Il divario tra chi riesce a mantenere un legame emotivo con il cliente e chi vende solo merce destinata a essere sostituita da un duplicato cinese è destinato ad ampliarsi ulteriormente», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci