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2025-05-09
Bollano Afd, ma da Londra a Berlino il mantra è «respingere i migranti»
Alice Weidel (Ansa)
Si sono versati fiumi di inchiostro sui tedeschi di Afd, i nuovi mostri della politica europea che vengono giudicati alla stregua di pericolosi fanatici, spargitori di odio e fautori delle peggiori discriminazioni, motivo per cui numerose anime belle ne gradirebbero la messa al bando. Se però si scava appena sotto la friabile superficie delle dichiarazioni a mezzo stampa, si scopre che - dopo tutto - le politiche dei presunti buoni e giusti d’Europa riguardo l’immigrazione non sono poi tanto diverse, anzi. Più o meno ovunque si invocano controlli stringenti, norme severe e chiusura dei confini.
Cominciamo dalla Germania guidata dal traballante cancelliere Friedrich Merz, il quale dovrebbe appunto rappresentare l’alternativa democratica e presentabile ai cattivoni di Afd. Il nuovo ministro degli Interni, Alexander Dobrindt, ha appena dichiarato che saranno aumentati i controlli alle frontiere e saranno respinti anche numerosi richiedenti asilo. Verranno fatte eccezioni solo per i «gruppi vulnerabili», tra cui donne incinte e bambini. «Non chiuderemo le frontiere, ma le controlleremo più severamente e questo controllo più rigoroso delle frontiere porterà anche a un numero maggiore di respingimenti», ha detto il ministro. «Aumenteremo gradualmente il numero di respingimenti e i controlli più rigorosi alle frontiere. Faremo in modo che, gradualmente, più forze di polizia siano schierate alle frontiere e possano anche effettuare questi respingimenti».
Il suo capo Merz non è stato da meno. Recandosi in visita in Polonia dal turboeuropeista Donald Tusk, il cancelliere fresco di nomina ha sostenuto la necessità di una stretta sugli ingressi. «Se noi, tutti insieme nell’Unione europea, diamo il segnale a coloro che si dirigono verso l’Europa senza valide opportunità di ingresso, se diamo questo segnale soprattutto ai trafficanti, che queste rotte diventeranno molto più difficili e che le chiuderemo, allora è un segnale comune e positivo», ha detto Merz.
Niente male per uno che dovrebbe marcare una abissale distanza rispetto a Afd. Il bello è che queste uscite hanno indispettito non poco il simpatico Tusk, il quale - aperto, democratico ed europeista qual è - a sua volta non gradisce per niente farsi carico degli stranieri. Immaginando che le restrizioni tedesche ai confini possano impattare pesantemente sulla Polonia, Tusk è stato chiaro: «Non si può dare l’impressione che qualcuno, Germania compresa, voglia inviare gruppi di migranti in Polonia», ha detto nella conferenza stampa congiunta con l’omologo germanico. «La Polonia non lo accetterà. Se qualcuno introduce un controllo alla frontiera polacca, la Polonia farà altrettanto: non ha senso. Dobbiamo aiutarci a vicenda per proteggere il territorio dell’Ue dall’immigrazione illegale. Mi aspetto che il nuovo governo tedesco collabori pienamente con noi per proteggere le frontiere esterne dell’Ue. La cosa peggiore sarebbe se tutti i Paesi dell’Ue iniziassero a introdurre controlli alle loro frontiere».
Tutto fantastico: accusano i pericolosi identitari di Afd di essere razzisti e intolleranti, ma sono i primi a non volere gli immigrati. E sono in buona compagnia. I due compagni di giochi di Merz, gli amichetti con cui egli progetta il riarmo europeo, ovvero Emmanuel Macron e Keir Starmer, non sono certo dei fan dell’invasione straniera, anzi. Nonostante le belle parole spese anche in tempi recenti e la spocchia con cui da sempre guardano alle destre, questi due leader zoppicanti non da oggi si impegnano non poco per blindare le frontiere. Che Macron abbia chiuso a doppia mandata quelle con l’Italia e approvi i piani Ue per fermare i flussi è noto.
Ancora freschissimo, invece, è il piano del britannico Starmer per restare padrone a casa sua. La settimana prossima il primo ministro inglese presenterà il Libro Bianco sull’immigrazione il quale, tra le altre cose, fissa gli standard per l’accoglienza. Che non sono esattamente semplicissimi da soddisfare. Ad esempio è richiesta agli stranieri una ottima conoscenza della lingua. Come anticipa il Telegraph, «l’attuale standard richiesto per i richiedenti un visto di lavoro è equivalente al livello Gcse e richiede ai nuovi arrivati solo una conoscenza base dell’inglese nelle situazioni quotidiane. I ministri lo ritengono insufficiente per un’integrazione efficace dei migranti e verrà elevato all’equivalente dell’inglese come lingua straniera di livello A. Questo richiede alle persone di esprimersi fluentemente e spontaneamente, senza troppa ricerca di parole e di parlare inglese in modo flessibile ed efficace per scopi sociali, accademici e professionali». Se dovessimo applicare lo stesso metodo in Italia, con tutta probabilità la grandissima parte degli stranieri sarebbe esclusa. E non è tutto.
Sempre il Telegraph spiega che «i migranti potrebbero anche dover attendere un decennio per ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato nel Regno Unito, a meno che non superino i più severi test di inglese. Sarà inoltre più difficile per i migranti ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato se ci sono dubbi sulla loro situazione finanziaria o se hanno trascorso troppo tempo fuori dal Regno Unito dal momento del loro arrivo». Anche qui, quanto a severità, siamo a un livello piuttosto alto. Le nostre forze di sinistra chiedono la riduzione drastica dei tempi di attesa per la cittadinanza e puntano ad allargare il più possibile le maglie dell’accoglienza, i laburisti invece fissano paletti economici, culturali, linguistici e di permanenza sul territorio, e puntano esplicitamente (è nel loro programma) a ridurre le presenze nette di stranieri, che attualmente si attestano intorno alle 728.000 unità.
Ecco dunque la ipocrisia palese: i partiti di destra vengono accusato di disumanità e crudeltà, anche se chiedono cose non molto diverse da quelle previste dalle politiche di liberali e progressisti europei. In pratica si tratta del modello Biden: anche l’ex presidente americano espelleva in manette gli stranieri, e con cifre record, ma lo faceva in silenzio, quasi di nascosto. Dunque, a differenza del suo successore Donald Trump, non veniva attaccato. Il giochino di Merz, Starmer e soci è analogo: disprezzano e censurano le destre. Ma vorrebbero agire allo stesso modo se non peggio, però senza dirlo, senza intaccare lo smalto di bontà che si sono dati da soli.
Ancora giudici contro le espulsioni
Il sindaco dem di Bologna Matteo Lepore, uno che finora sembrava preoccuparsi più degli aperitivi in centro che della sicurezza delle periferie, dev’essersi svegliato all’improvviso con un incubo: la sicurezza. L’altro giorno ha ribaltato la frittata e ha chiesto persino a Lega e Fratelli d’Italia di «farsi un serio esame di coscienza» sulle espulsioni. Il sindaco sostiene che Bologna affronta problemi degni di una metropoli, tra criminalità, spaccio e violenza. Vuole rinforzi negli organici, chiede più agenti, invoca sicurezza.
Ma il punto non è questo. Il punto è l’eterno cortocircuito delle espulsioni mancate, ricorsi giudiziari e decisioni ribaltate in extremis. Basta prendere gli ultimi casi. Rachid Karroua, operaio marocchino residente nel Bresciano. Arrestato a metà marzo per terrorismo: «Si autoaddestra», sostenevano i pm di Perugia che l’avevano arrestato (e che poi hanno trasmesso gli atti per competenza territoriale ai colleghi di Brescia). Chat Whatsapp che inneggiavano alla jihad, navigazioni web sospette, tracce digitali di estremismo islamico. Sembrava un caso blindato. E invece no. Il Tribunale del Riesame di Brescia smonta tutto: «Nessuna radicalizzazione ideologica». E «nessun percorso di autoaddestramento dimostrabile». Solo qualche chat e qualche navigazione, roba archiviata in fretta, poco più di una curiosità malsana. E via, libero.
Ma non finisce qui. Spostandosi a Macerata c’è un altro caso emblematico. Stavolta tocca a Ibii Ngwang, camerunense, ex calciatore della Cluentina. Finisce al centro di una polemica incendiaria per un video davanti alla Questura. Occhiali scuri, cappellino tirato giù, insulti gratuiti alla premier Giorgia Meloni, con tanto di allusioni sgradevoli sulla figlia, e al vicepremier Matteo Salvini. Salvini diffonde il video sui social, l’indignazione pubblica è immediata. La reazione dello Stato anche: la Digos lo rintraccia, la denuncia parte, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi firma l’espulsione immediata. Sembrava fatta. E invece no, ancora una volta. Il giudice Alessandra Filoni della Corte d’Appello di Ancona blocca tutto. «Non c’è pericolosità sociale», dice, accogliendo il ricorso degli avvocati di Ngwang. Quell’espulsione lampo diventa così un dietrofront. Ngwang si scusa, si giustifica dicendo di aver citato «un brano rap per rovesciare stereotipi». Una bravata, una serata finita male con gli amici. Sbagliato, sì, offensivo, certamente. Ma pericoloso no, almeno secondo i giudici.
E non è finita. Mercoledì un senegalese di 38 anni senza fissa dimora ha dato di matto a Lodi. Era destinatario di un provvedimento di espulsione emesso a gennaio, ma per un ricorso è rimasto a circolare in Italia. Ha scatenato il panico tra medici e pazienti del Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore della città lombarda, distruggendo un monitor, insultando i carabinieri e minacciandoli di morte. I carabinieri lo avevano appena avvicinato fuori dall’ospedale mentre urlava contro un cittadino italiano, accusandolo di avergli rubato il portafogli. Poi il delirio in corsia, l’arresto, il portafogli ritrovato, gli insulti al giudice e infine il malore in aula. In attesa di perizia psichiatrica, è finito in carcere.
Eccolo il cortocircuito delle espulsioni che manda in tilt i piani del governo. Ecco perché Lepore, che forse preferiva occuparsi di eventi e piste ciclabili, ora è costretto a puntare il dito verso Roma. Lui chiede rinforzi, ma il caos giuridico e burocratico gli risponde con sentenze che cancellano in pochi istanti ogni certezza di sicurezza, trasformando decreti ministeriali in fogli inutili. A prevalere, insomma, sono ancora una volta sempre e soltanto i giudici.
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Le solite anime belle accusano il partito tedesco di odio e discriminazione nei confronti dei «poveri» stranieri. Peccato che lo stesso Friederich Merz e i suoi amici europei siano i primi a promuovere linee assai dure sull’accoglienza.intanto, in Italia, nonostante l’ordine di Matteo Piantedosi, l’uomo che insultò Giorgia Meloni e Matteo Salvini può rimanere qui: «Non è pericoloso». Così le toghe trasformano decreti ministeriali in fogli inutili.Lo speciale contiene due articoli Si sono versati fiumi di inchiostro sui tedeschi di Afd, i nuovi mostri della politica europea che vengono giudicati alla stregua di pericolosi fanatici, spargitori di odio e fautori delle peggiori discriminazioni, motivo per cui numerose anime belle ne gradirebbero la messa al bando. Se però si scava appena sotto la friabile superficie delle dichiarazioni a mezzo stampa, si scopre che - dopo tutto - le politiche dei presunti buoni e giusti d’Europa riguardo l’immigrazione non sono poi tanto diverse, anzi. Più o meno ovunque si invocano controlli stringenti, norme severe e chiusura dei confini. Cominciamo dalla Germania guidata dal traballante cancelliere Friedrich Merz, il quale dovrebbe appunto rappresentare l’alternativa democratica e presentabile ai cattivoni di Afd. Il nuovo ministro degli Interni, Alexander Dobrindt, ha appena dichiarato che saranno aumentati i controlli alle frontiere e saranno respinti anche numerosi richiedenti asilo. Verranno fatte eccezioni solo per i «gruppi vulnerabili», tra cui donne incinte e bambini. «Non chiuderemo le frontiere, ma le controlleremo più severamente e questo controllo più rigoroso delle frontiere porterà anche a un numero maggiore di respingimenti», ha detto il ministro. «Aumenteremo gradualmente il numero di respingimenti e i controlli più rigorosi alle frontiere. Faremo in modo che, gradualmente, più forze di polizia siano schierate alle frontiere e possano anche effettuare questi respingimenti». Il suo capo Merz non è stato da meno. Recandosi in visita in Polonia dal turboeuropeista Donald Tusk, il cancelliere fresco di nomina ha sostenuto la necessità di una stretta sugli ingressi. «Se noi, tutti insieme nell’Unione europea, diamo il segnale a coloro che si dirigono verso l’Europa senza valide opportunità di ingresso, se diamo questo segnale soprattutto ai trafficanti, che queste rotte diventeranno molto più difficili e che le chiuderemo, allora è un segnale comune e positivo», ha detto Merz.Niente male per uno che dovrebbe marcare una abissale distanza rispetto a Afd. Il bello è che queste uscite hanno indispettito non poco il simpatico Tusk, il quale - aperto, democratico ed europeista qual è - a sua volta non gradisce per niente farsi carico degli stranieri. Immaginando che le restrizioni tedesche ai confini possano impattare pesantemente sulla Polonia, Tusk è stato chiaro: «Non si può dare l’impressione che qualcuno, Germania compresa, voglia inviare gruppi di migranti in Polonia», ha detto nella conferenza stampa congiunta con l’omologo germanico. «La Polonia non lo accetterà. Se qualcuno introduce un controllo alla frontiera polacca, la Polonia farà altrettanto: non ha senso. Dobbiamo aiutarci a vicenda per proteggere il territorio dell’Ue dall’immigrazione illegale. Mi aspetto che il nuovo governo tedesco collabori pienamente con noi per proteggere le frontiere esterne dell’Ue. La cosa peggiore sarebbe se tutti i Paesi dell’Ue iniziassero a introdurre controlli alle loro frontiere».Tutto fantastico: accusano i pericolosi identitari di Afd di essere razzisti e intolleranti, ma sono i primi a non volere gli immigrati. E sono in buona compagnia. I due compagni di giochi di Merz, gli amichetti con cui egli progetta il riarmo europeo, ovvero Emmanuel Macron e Keir Starmer, non sono certo dei fan dell’invasione straniera, anzi. Nonostante le belle parole spese anche in tempi recenti e la spocchia con cui da sempre guardano alle destre, questi due leader zoppicanti non da oggi si impegnano non poco per blindare le frontiere. Che Macron abbia chiuso a doppia mandata quelle con l’Italia e approvi i piani Ue per fermare i flussi è noto. Ancora freschissimo, invece, è il piano del britannico Starmer per restare padrone a casa sua. La settimana prossima il primo ministro inglese presenterà il Libro Bianco sull’immigrazione il quale, tra le altre cose, fissa gli standard per l’accoglienza. Che non sono esattamente semplicissimi da soddisfare. Ad esempio è richiesta agli stranieri una ottima conoscenza della lingua. Come anticipa il Telegraph, «l’attuale standard richiesto per i richiedenti un visto di lavoro è equivalente al livello Gcse e richiede ai nuovi arrivati solo una conoscenza base dell’inglese nelle situazioni quotidiane. I ministri lo ritengono insufficiente per un’integrazione efficace dei migranti e verrà elevato all’equivalente dell’inglese come lingua straniera di livello A. Questo richiede alle persone di esprimersi fluentemente e spontaneamente, senza troppa ricerca di parole e di parlare inglese in modo flessibile ed efficace per scopi sociali, accademici e professionali». Se dovessimo applicare lo stesso metodo in Italia, con tutta probabilità la grandissima parte degli stranieri sarebbe esclusa. E non è tutto. Sempre il Telegraph spiega che «i migranti potrebbero anche dover attendere un decennio per ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato nel Regno Unito, a meno che non superino i più severi test di inglese. Sarà inoltre più difficile per i migranti ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato se ci sono dubbi sulla loro situazione finanziaria o se hanno trascorso troppo tempo fuori dal Regno Unito dal momento del loro arrivo». Anche qui, quanto a severità, siamo a un livello piuttosto alto. Le nostre forze di sinistra chiedono la riduzione drastica dei tempi di attesa per la cittadinanza e puntano ad allargare il più possibile le maglie dell’accoglienza, i laburisti invece fissano paletti economici, culturali, linguistici e di permanenza sul territorio, e puntano esplicitamente (è nel loro programma) a ridurre le presenze nette di stranieri, che attualmente si attestano intorno alle 728.000 unità.Ecco dunque la ipocrisia palese: i partiti di destra vengono accusato di disumanità e crudeltà, anche se chiedono cose non molto diverse da quelle previste dalle politiche di liberali e progressisti europei. In pratica si tratta del modello Biden: anche l’ex presidente americano espelleva in manette gli stranieri, e con cifre record, ma lo faceva in silenzio, quasi di nascosto. Dunque, a differenza del suo successore Donald Trump, non veniva attaccato. Il giochino di Merz, Starmer e soci è analogo: disprezzano e censurano le destre. Ma vorrebbero agire allo stesso modo se non peggio, però senza dirlo, senza intaccare lo smalto di bontà che si sono dati da soli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-germania-merz-respingere-migranti-2671920938.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ancora-giudici-contro-le-espulsioni" data-post-id="2671920938" data-published-at="1746744840" data-use-pagination="False"> Ancora giudici contro le espulsioni Il sindaco dem di Bologna Matteo Lepore, uno che finora sembrava preoccuparsi più degli aperitivi in centro che della sicurezza delle periferie, dev’essersi svegliato all’improvviso con un incubo: la sicurezza. L’altro giorno ha ribaltato la frittata e ha chiesto persino a Lega e Fratelli d’Italia di «farsi un serio esame di coscienza» sulle espulsioni. Il sindaco sostiene che Bologna affronta problemi degni di una metropoli, tra criminalità, spaccio e violenza. Vuole rinforzi negli organici, chiede più agenti, invoca sicurezza. Ma il punto non è questo. Il punto è l’eterno cortocircuito delle espulsioni mancate, ricorsi giudiziari e decisioni ribaltate in extremis. Basta prendere gli ultimi casi. Rachid Karroua, operaio marocchino residente nel Bresciano. Arrestato a metà marzo per terrorismo: «Si autoaddestra», sostenevano i pm di Perugia che l’avevano arrestato (e che poi hanno trasmesso gli atti per competenza territoriale ai colleghi di Brescia). Chat Whatsapp che inneggiavano alla jihad, navigazioni web sospette, tracce digitali di estremismo islamico. Sembrava un caso blindato. E invece no. Il Tribunale del Riesame di Brescia smonta tutto: «Nessuna radicalizzazione ideologica». E «nessun percorso di autoaddestramento dimostrabile». Solo qualche chat e qualche navigazione, roba archiviata in fretta, poco più di una curiosità malsana. E via, libero. Ma non finisce qui. Spostandosi a Macerata c’è un altro caso emblematico. Stavolta tocca a Ibii Ngwang, camerunense, ex calciatore della Cluentina. Finisce al centro di una polemica incendiaria per un video davanti alla Questura. Occhiali scuri, cappellino tirato giù, insulti gratuiti alla premier Giorgia Meloni, con tanto di allusioni sgradevoli sulla figlia, e al vicepremier Matteo Salvini. Salvini diffonde il video sui social, l’indignazione pubblica è immediata. La reazione dello Stato anche: la Digos lo rintraccia, la denuncia parte, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi firma l’espulsione immediata. Sembrava fatta. E invece no, ancora una volta. Il giudice Alessandra Filoni della Corte d’Appello di Ancona blocca tutto. «Non c’è pericolosità sociale», dice, accogliendo il ricorso degli avvocati di Ngwang. Quell’espulsione lampo diventa così un dietrofront. Ngwang si scusa, si giustifica dicendo di aver citato «un brano rap per rovesciare stereotipi». Una bravata, una serata finita male con gli amici. Sbagliato, sì, offensivo, certamente. Ma pericoloso no, almeno secondo i giudici. E non è finita. Mercoledì un senegalese di 38 anni senza fissa dimora ha dato di matto a Lodi. Era destinatario di un provvedimento di espulsione emesso a gennaio, ma per un ricorso è rimasto a circolare in Italia. Ha scatenato il panico tra medici e pazienti del Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore della città lombarda, distruggendo un monitor, insultando i carabinieri e minacciandoli di morte. I carabinieri lo avevano appena avvicinato fuori dall’ospedale mentre urlava contro un cittadino italiano, accusandolo di avergli rubato il portafogli. Poi il delirio in corsia, l’arresto, il portafogli ritrovato, gli insulti al giudice e infine il malore in aula. In attesa di perizia psichiatrica, è finito in carcere. Eccolo il cortocircuito delle espulsioni che manda in tilt i piani del governo. Ecco perché Lepore, che forse preferiva occuparsi di eventi e piste ciclabili, ora è costretto a puntare il dito verso Roma. Lui chiede rinforzi, ma il caos giuridico e burocratico gli risponde con sentenze che cancellano in pochi istanti ogni certezza di sicurezza, trasformando decreti ministeriali in fogli inutili. A prevalere, insomma, sono ancora una volta sempre e soltanto i giudici.
Il nuovo numero di Polizia Moderna con Annalisa Bucchieri, Cristina Di Lucente assistente Capo coordinatore. Mauro Valeri ispettore, Cristiano Morabito Sovrintendente capo tecnico coordinatore.
Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni ed Elly Schlein (Ansa)
E ieri questo enorme divario si è fatto sentire ancor più forte in Aula. Il campo largo, ormai pieno di buche e pozzanghere, si è sfasciato anche sulla politica estera. In vista del Consiglio europeo il presidente del Consiglio ha tenuto le sue comunicazioni. La maggioranza si è presentata compatta con una risoluzione unica. Le opposizioni avevano cinque testi. Più che un campo largo, un campo sparso.
Divisi su tutti i dossier internazionali. Le distanze tra M5s e Pd sono abissali. Il dato politico è lampante: Avs, Più Europa, Azione, Italia viva, Pd, M5s sono sempre più come l’armata Brancaleone. Ognun per sé, nessun per tutti.
In tema di Ucraina, Pd e M5s sono spaccati sugli aiuti a Kiev. La Schlein vuole che continuino, mentre Conte ne chiede la sospensione. E poi ancora il Pd (area riformista) spinge per l’utilizzo degli asset russi congelati (210 miliardi) in aiuto a Kiev, il M5s dice no e anzi chiede di sospendere le sanzioni contro Putin. Schlein e Conte litigano anche su Trump. Il M5s spinge per il «piano Trump» per la pace in Ucraina. La risposta di Schlein? «La pace per Kiev non sia delegata a una telefonata Trump-Putin».
Ma risultano divisi anche Avs, Italia viva e Azione. Il partito di Calenda è il più filo ucraino e chiede che Ue e Italia restino al fianco del popolo ucraino per una pace giusta. Avs si accoda al M5s e propone lo stop agli aiuti militari per Zelensky. Ogni sostegno economico, politico e militare all’Ucraina, anche con l’utilizzo degli asset russi, è invece la posizione di Più Europa, condivisa con Italia viva e Azione.
Poi il Medio Oriente. Nella risoluzione Pd c’è la richiesta di riconoscere lo Stato di Palestina e sospendere il memorandum tra Italia e Israele. M5s e Avs accusano di genocidio il governo israeliano ignorando l’antisemitismo dilagante.
Terzo tema, il piano di riarmo europeo. Il Pd dice no al potenziamento degli eserciti nazionali e sì al piano della difesa comune europea. Avs e M5s bocciano la difesa comune europea. Italia viva e Azione appoggiano la linea europea sul riarmo.
Infine, che il campo largo sia solo un’illusione lo dimostra anche il caso di Alessandra Moretti finita nell’inchiesta Qatargate. Il Parlamento europeo vota a favore della revoca dell’immunità all’europarlamentare del Pd. Grazie al M5s che dà in pasto la compagna dem al temutissimo sistema giudiziario belga.
L’alleanza tra Pd e M5s è un vero bluff e l’intervento di Giuseppe Conte ad Atreju lo ha sottoscritto. «Non siamo alleati con nessuno». Tradotto: capotavola è dove mi siedo io. Altro che campo largo, abbiamo capito che lui giocherà da solo. E lo stesso farà la Schlein. Ad Atreju, come anche ieri in aula, Conte si è ripreso la scena. Ha lanciato la sfida al Pd ormai malconcio, privo di una direzione politica e incapace di imporsi come baricentro dell’opposizione.
Ieri abbiamo definitivamente capito che il campo largo non esiste. Conte non ci sta ad essere comandato da una segretaria del Pd ancora politicamente acerba, comunicativamente incapace e schiacciata dalle correnti del suo stesso partito. I sondaggi dicono che perfino molti elettori del Pd lo preferirebbero come candidato premier e lui ci crede. Il campo largo per lui è una gabbia dalla quale uscire.
Anche se in maniera piuttosto discutibile, è comunque stato per due volte premier. E tanto gli basta per sentirsi ancora il leader. In politica estera parte molto avvantaggiato rispetto alla Schlein che non conosce nessuno. Ha già un rapporto privilegiato con l’amministrazione Trump e con le cancellerie europee, che la Schlein isolazionista non sa neppure dove si trovino.
La realtà racconta di un centrodestra compatto e di una sinistra che si logora giorno dopo giorno in una guerra intestina per la leadership dell’opposizione. Una sinistra che si interroga su chi comandi, con «alleati» che si smentiscono continuamente. Nel centrodestra è tutto chiaro, da sempre: se si vince, il leader del partito che prende più voti fa il premier. Nel centrosinistra, invece, è un caos, come al solito.
Tutti balleranno da soli, come stanno già facendo, un valzer che ricorda l’ultimo ballo sul Titanic.
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Con Elena Tessari, grande "donna del vino", raccontiamo una storia di eccellenza italiana. Con qualche consiglio per il Natale che arriva.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 dicembre con Flaminia Camilletti