True
2025-05-09
Bollano Afd, ma da Londra a Berlino il mantra è «respingere i migranti»
Alice Weidel (Ansa)
Si sono versati fiumi di inchiostro sui tedeschi di Afd, i nuovi mostri della politica europea che vengono giudicati alla stregua di pericolosi fanatici, spargitori di odio e fautori delle peggiori discriminazioni, motivo per cui numerose anime belle ne gradirebbero la messa al bando. Se però si scava appena sotto la friabile superficie delle dichiarazioni a mezzo stampa, si scopre che - dopo tutto - le politiche dei presunti buoni e giusti d’Europa riguardo l’immigrazione non sono poi tanto diverse, anzi. Più o meno ovunque si invocano controlli stringenti, norme severe e chiusura dei confini.
Cominciamo dalla Germania guidata dal traballante cancelliere Friedrich Merz, il quale dovrebbe appunto rappresentare l’alternativa democratica e presentabile ai cattivoni di Afd. Il nuovo ministro degli Interni, Alexander Dobrindt, ha appena dichiarato che saranno aumentati i controlli alle frontiere e saranno respinti anche numerosi richiedenti asilo. Verranno fatte eccezioni solo per i «gruppi vulnerabili», tra cui donne incinte e bambini. «Non chiuderemo le frontiere, ma le controlleremo più severamente e questo controllo più rigoroso delle frontiere porterà anche a un numero maggiore di respingimenti», ha detto il ministro. «Aumenteremo gradualmente il numero di respingimenti e i controlli più rigorosi alle frontiere. Faremo in modo che, gradualmente, più forze di polizia siano schierate alle frontiere e possano anche effettuare questi respingimenti».
Il suo capo Merz non è stato da meno. Recandosi in visita in Polonia dal turboeuropeista Donald Tusk, il cancelliere fresco di nomina ha sostenuto la necessità di una stretta sugli ingressi. «Se noi, tutti insieme nell’Unione europea, diamo il segnale a coloro che si dirigono verso l’Europa senza valide opportunità di ingresso, se diamo questo segnale soprattutto ai trafficanti, che queste rotte diventeranno molto più difficili e che le chiuderemo, allora è un segnale comune e positivo», ha detto Merz.
Niente male per uno che dovrebbe marcare una abissale distanza rispetto a Afd. Il bello è che queste uscite hanno indispettito non poco il simpatico Tusk, il quale - aperto, democratico ed europeista qual è - a sua volta non gradisce per niente farsi carico degli stranieri. Immaginando che le restrizioni tedesche ai confini possano impattare pesantemente sulla Polonia, Tusk è stato chiaro: «Non si può dare l’impressione che qualcuno, Germania compresa, voglia inviare gruppi di migranti in Polonia», ha detto nella conferenza stampa congiunta con l’omologo germanico. «La Polonia non lo accetterà. Se qualcuno introduce un controllo alla frontiera polacca, la Polonia farà altrettanto: non ha senso. Dobbiamo aiutarci a vicenda per proteggere il territorio dell’Ue dall’immigrazione illegale. Mi aspetto che il nuovo governo tedesco collabori pienamente con noi per proteggere le frontiere esterne dell’Ue. La cosa peggiore sarebbe se tutti i Paesi dell’Ue iniziassero a introdurre controlli alle loro frontiere».
Tutto fantastico: accusano i pericolosi identitari di Afd di essere razzisti e intolleranti, ma sono i primi a non volere gli immigrati. E sono in buona compagnia. I due compagni di giochi di Merz, gli amichetti con cui egli progetta il riarmo europeo, ovvero Emmanuel Macron e Keir Starmer, non sono certo dei fan dell’invasione straniera, anzi. Nonostante le belle parole spese anche in tempi recenti e la spocchia con cui da sempre guardano alle destre, questi due leader zoppicanti non da oggi si impegnano non poco per blindare le frontiere. Che Macron abbia chiuso a doppia mandata quelle con l’Italia e approvi i piani Ue per fermare i flussi è noto.
Ancora freschissimo, invece, è il piano del britannico Starmer per restare padrone a casa sua. La settimana prossima il primo ministro inglese presenterà il Libro Bianco sull’immigrazione il quale, tra le altre cose, fissa gli standard per l’accoglienza. Che non sono esattamente semplicissimi da soddisfare. Ad esempio è richiesta agli stranieri una ottima conoscenza della lingua. Come anticipa il Telegraph, «l’attuale standard richiesto per i richiedenti un visto di lavoro è equivalente al livello Gcse e richiede ai nuovi arrivati solo una conoscenza base dell’inglese nelle situazioni quotidiane. I ministri lo ritengono insufficiente per un’integrazione efficace dei migranti e verrà elevato all’equivalente dell’inglese come lingua straniera di livello A. Questo richiede alle persone di esprimersi fluentemente e spontaneamente, senza troppa ricerca di parole e di parlare inglese in modo flessibile ed efficace per scopi sociali, accademici e professionali». Se dovessimo applicare lo stesso metodo in Italia, con tutta probabilità la grandissima parte degli stranieri sarebbe esclusa. E non è tutto.
Sempre il Telegraph spiega che «i migranti potrebbero anche dover attendere un decennio per ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato nel Regno Unito, a meno che non superino i più severi test di inglese. Sarà inoltre più difficile per i migranti ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato se ci sono dubbi sulla loro situazione finanziaria o se hanno trascorso troppo tempo fuori dal Regno Unito dal momento del loro arrivo». Anche qui, quanto a severità, siamo a un livello piuttosto alto. Le nostre forze di sinistra chiedono la riduzione drastica dei tempi di attesa per la cittadinanza e puntano ad allargare il più possibile le maglie dell’accoglienza, i laburisti invece fissano paletti economici, culturali, linguistici e di permanenza sul territorio, e puntano esplicitamente (è nel loro programma) a ridurre le presenze nette di stranieri, che attualmente si attestano intorno alle 728.000 unità.
Ecco dunque la ipocrisia palese: i partiti di destra vengono accusato di disumanità e crudeltà, anche se chiedono cose non molto diverse da quelle previste dalle politiche di liberali e progressisti europei. In pratica si tratta del modello Biden: anche l’ex presidente americano espelleva in manette gli stranieri, e con cifre record, ma lo faceva in silenzio, quasi di nascosto. Dunque, a differenza del suo successore Donald Trump, non veniva attaccato. Il giochino di Merz, Starmer e soci è analogo: disprezzano e censurano le destre. Ma vorrebbero agire allo stesso modo se non peggio, però senza dirlo, senza intaccare lo smalto di bontà che si sono dati da soli.
Ancora giudici contro le espulsioni
Il sindaco dem di Bologna Matteo Lepore, uno che finora sembrava preoccuparsi più degli aperitivi in centro che della sicurezza delle periferie, dev’essersi svegliato all’improvviso con un incubo: la sicurezza. L’altro giorno ha ribaltato la frittata e ha chiesto persino a Lega e Fratelli d’Italia di «farsi un serio esame di coscienza» sulle espulsioni. Il sindaco sostiene che Bologna affronta problemi degni di una metropoli, tra criminalità, spaccio e violenza. Vuole rinforzi negli organici, chiede più agenti, invoca sicurezza.
Ma il punto non è questo. Il punto è l’eterno cortocircuito delle espulsioni mancate, ricorsi giudiziari e decisioni ribaltate in extremis. Basta prendere gli ultimi casi. Rachid Karroua, operaio marocchino residente nel Bresciano. Arrestato a metà marzo per terrorismo: «Si autoaddestra», sostenevano i pm di Perugia che l’avevano arrestato (e che poi hanno trasmesso gli atti per competenza territoriale ai colleghi di Brescia). Chat Whatsapp che inneggiavano alla jihad, navigazioni web sospette, tracce digitali di estremismo islamico. Sembrava un caso blindato. E invece no. Il Tribunale del Riesame di Brescia smonta tutto: «Nessuna radicalizzazione ideologica». E «nessun percorso di autoaddestramento dimostrabile». Solo qualche chat e qualche navigazione, roba archiviata in fretta, poco più di una curiosità malsana. E via, libero.
Ma non finisce qui. Spostandosi a Macerata c’è un altro caso emblematico. Stavolta tocca a Ibii Ngwang, camerunense, ex calciatore della Cluentina. Finisce al centro di una polemica incendiaria per un video davanti alla Questura. Occhiali scuri, cappellino tirato giù, insulti gratuiti alla premier Giorgia Meloni, con tanto di allusioni sgradevoli sulla figlia, e al vicepremier Matteo Salvini. Salvini diffonde il video sui social, l’indignazione pubblica è immediata. La reazione dello Stato anche: la Digos lo rintraccia, la denuncia parte, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi firma l’espulsione immediata. Sembrava fatta. E invece no, ancora una volta. Il giudice Alessandra Filoni della Corte d’Appello di Ancona blocca tutto. «Non c’è pericolosità sociale», dice, accogliendo il ricorso degli avvocati di Ngwang. Quell’espulsione lampo diventa così un dietrofront. Ngwang si scusa, si giustifica dicendo di aver citato «un brano rap per rovesciare stereotipi». Una bravata, una serata finita male con gli amici. Sbagliato, sì, offensivo, certamente. Ma pericoloso no, almeno secondo i giudici.
E non è finita. Mercoledì un senegalese di 38 anni senza fissa dimora ha dato di matto a Lodi. Era destinatario di un provvedimento di espulsione emesso a gennaio, ma per un ricorso è rimasto a circolare in Italia. Ha scatenato il panico tra medici e pazienti del Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore della città lombarda, distruggendo un monitor, insultando i carabinieri e minacciandoli di morte. I carabinieri lo avevano appena avvicinato fuori dall’ospedale mentre urlava contro un cittadino italiano, accusandolo di avergli rubato il portafogli. Poi il delirio in corsia, l’arresto, il portafogli ritrovato, gli insulti al giudice e infine il malore in aula. In attesa di perizia psichiatrica, è finito in carcere.
Eccolo il cortocircuito delle espulsioni che manda in tilt i piani del governo. Ecco perché Lepore, che forse preferiva occuparsi di eventi e piste ciclabili, ora è costretto a puntare il dito verso Roma. Lui chiede rinforzi, ma il caos giuridico e burocratico gli risponde con sentenze che cancellano in pochi istanti ogni certezza di sicurezza, trasformando decreti ministeriali in fogli inutili. A prevalere, insomma, sono ancora una volta sempre e soltanto i giudici.
Continua a leggereRiduci
Le solite anime belle accusano il partito tedesco di odio e discriminazione nei confronti dei «poveri» stranieri. Peccato che lo stesso Friederich Merz e i suoi amici europei siano i primi a promuovere linee assai dure sull’accoglienza.intanto, in Italia, nonostante l’ordine di Matteo Piantedosi, l’uomo che insultò Giorgia Meloni e Matteo Salvini può rimanere qui: «Non è pericoloso». Così le toghe trasformano decreti ministeriali in fogli inutili.Lo speciale contiene due articoli Si sono versati fiumi di inchiostro sui tedeschi di Afd, i nuovi mostri della politica europea che vengono giudicati alla stregua di pericolosi fanatici, spargitori di odio e fautori delle peggiori discriminazioni, motivo per cui numerose anime belle ne gradirebbero la messa al bando. Se però si scava appena sotto la friabile superficie delle dichiarazioni a mezzo stampa, si scopre che - dopo tutto - le politiche dei presunti buoni e giusti d’Europa riguardo l’immigrazione non sono poi tanto diverse, anzi. Più o meno ovunque si invocano controlli stringenti, norme severe e chiusura dei confini. Cominciamo dalla Germania guidata dal traballante cancelliere Friedrich Merz, il quale dovrebbe appunto rappresentare l’alternativa democratica e presentabile ai cattivoni di Afd. Il nuovo ministro degli Interni, Alexander Dobrindt, ha appena dichiarato che saranno aumentati i controlli alle frontiere e saranno respinti anche numerosi richiedenti asilo. Verranno fatte eccezioni solo per i «gruppi vulnerabili», tra cui donne incinte e bambini. «Non chiuderemo le frontiere, ma le controlleremo più severamente e questo controllo più rigoroso delle frontiere porterà anche a un numero maggiore di respingimenti», ha detto il ministro. «Aumenteremo gradualmente il numero di respingimenti e i controlli più rigorosi alle frontiere. Faremo in modo che, gradualmente, più forze di polizia siano schierate alle frontiere e possano anche effettuare questi respingimenti». Il suo capo Merz non è stato da meno. Recandosi in visita in Polonia dal turboeuropeista Donald Tusk, il cancelliere fresco di nomina ha sostenuto la necessità di una stretta sugli ingressi. «Se noi, tutti insieme nell’Unione europea, diamo il segnale a coloro che si dirigono verso l’Europa senza valide opportunità di ingresso, se diamo questo segnale soprattutto ai trafficanti, che queste rotte diventeranno molto più difficili e che le chiuderemo, allora è un segnale comune e positivo», ha detto Merz.Niente male per uno che dovrebbe marcare una abissale distanza rispetto a Afd. Il bello è che queste uscite hanno indispettito non poco il simpatico Tusk, il quale - aperto, democratico ed europeista qual è - a sua volta non gradisce per niente farsi carico degli stranieri. Immaginando che le restrizioni tedesche ai confini possano impattare pesantemente sulla Polonia, Tusk è stato chiaro: «Non si può dare l’impressione che qualcuno, Germania compresa, voglia inviare gruppi di migranti in Polonia», ha detto nella conferenza stampa congiunta con l’omologo germanico. «La Polonia non lo accetterà. Se qualcuno introduce un controllo alla frontiera polacca, la Polonia farà altrettanto: non ha senso. Dobbiamo aiutarci a vicenda per proteggere il territorio dell’Ue dall’immigrazione illegale. Mi aspetto che il nuovo governo tedesco collabori pienamente con noi per proteggere le frontiere esterne dell’Ue. La cosa peggiore sarebbe se tutti i Paesi dell’Ue iniziassero a introdurre controlli alle loro frontiere».Tutto fantastico: accusano i pericolosi identitari di Afd di essere razzisti e intolleranti, ma sono i primi a non volere gli immigrati. E sono in buona compagnia. I due compagni di giochi di Merz, gli amichetti con cui egli progetta il riarmo europeo, ovvero Emmanuel Macron e Keir Starmer, non sono certo dei fan dell’invasione straniera, anzi. Nonostante le belle parole spese anche in tempi recenti e la spocchia con cui da sempre guardano alle destre, questi due leader zoppicanti non da oggi si impegnano non poco per blindare le frontiere. Che Macron abbia chiuso a doppia mandata quelle con l’Italia e approvi i piani Ue per fermare i flussi è noto. Ancora freschissimo, invece, è il piano del britannico Starmer per restare padrone a casa sua. La settimana prossima il primo ministro inglese presenterà il Libro Bianco sull’immigrazione il quale, tra le altre cose, fissa gli standard per l’accoglienza. Che non sono esattamente semplicissimi da soddisfare. Ad esempio è richiesta agli stranieri una ottima conoscenza della lingua. Come anticipa il Telegraph, «l’attuale standard richiesto per i richiedenti un visto di lavoro è equivalente al livello Gcse e richiede ai nuovi arrivati solo una conoscenza base dell’inglese nelle situazioni quotidiane. I ministri lo ritengono insufficiente per un’integrazione efficace dei migranti e verrà elevato all’equivalente dell’inglese come lingua straniera di livello A. Questo richiede alle persone di esprimersi fluentemente e spontaneamente, senza troppa ricerca di parole e di parlare inglese in modo flessibile ed efficace per scopi sociali, accademici e professionali». Se dovessimo applicare lo stesso metodo in Italia, con tutta probabilità la grandissima parte degli stranieri sarebbe esclusa. E non è tutto. Sempre il Telegraph spiega che «i migranti potrebbero anche dover attendere un decennio per ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato nel Regno Unito, a meno che non superino i più severi test di inglese. Sarà inoltre più difficile per i migranti ottenere un permesso di soggiorno a tempo indeterminato se ci sono dubbi sulla loro situazione finanziaria o se hanno trascorso troppo tempo fuori dal Regno Unito dal momento del loro arrivo». Anche qui, quanto a severità, siamo a un livello piuttosto alto. Le nostre forze di sinistra chiedono la riduzione drastica dei tempi di attesa per la cittadinanza e puntano ad allargare il più possibile le maglie dell’accoglienza, i laburisti invece fissano paletti economici, culturali, linguistici e di permanenza sul territorio, e puntano esplicitamente (è nel loro programma) a ridurre le presenze nette di stranieri, che attualmente si attestano intorno alle 728.000 unità.Ecco dunque la ipocrisia palese: i partiti di destra vengono accusato di disumanità e crudeltà, anche se chiedono cose non molto diverse da quelle previste dalle politiche di liberali e progressisti europei. In pratica si tratta del modello Biden: anche l’ex presidente americano espelleva in manette gli stranieri, e con cifre record, ma lo faceva in silenzio, quasi di nascosto. Dunque, a differenza del suo successore Donald Trump, non veniva attaccato. Il giochino di Merz, Starmer e soci è analogo: disprezzano e censurano le destre. Ma vorrebbero agire allo stesso modo se non peggio, però senza dirlo, senza intaccare lo smalto di bontà che si sono dati da soli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/afd-germania-merz-respingere-migranti-2671920938.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ancora-giudici-contro-le-espulsioni" data-post-id="2671920938" data-published-at="1746744840" data-use-pagination="False"> Ancora giudici contro le espulsioni Il sindaco dem di Bologna Matteo Lepore, uno che finora sembrava preoccuparsi più degli aperitivi in centro che della sicurezza delle periferie, dev’essersi svegliato all’improvviso con un incubo: la sicurezza. L’altro giorno ha ribaltato la frittata e ha chiesto persino a Lega e Fratelli d’Italia di «farsi un serio esame di coscienza» sulle espulsioni. Il sindaco sostiene che Bologna affronta problemi degni di una metropoli, tra criminalità, spaccio e violenza. Vuole rinforzi negli organici, chiede più agenti, invoca sicurezza. Ma il punto non è questo. Il punto è l’eterno cortocircuito delle espulsioni mancate, ricorsi giudiziari e decisioni ribaltate in extremis. Basta prendere gli ultimi casi. Rachid Karroua, operaio marocchino residente nel Bresciano. Arrestato a metà marzo per terrorismo: «Si autoaddestra», sostenevano i pm di Perugia che l’avevano arrestato (e che poi hanno trasmesso gli atti per competenza territoriale ai colleghi di Brescia). Chat Whatsapp che inneggiavano alla jihad, navigazioni web sospette, tracce digitali di estremismo islamico. Sembrava un caso blindato. E invece no. Il Tribunale del Riesame di Brescia smonta tutto: «Nessuna radicalizzazione ideologica». E «nessun percorso di autoaddestramento dimostrabile». Solo qualche chat e qualche navigazione, roba archiviata in fretta, poco più di una curiosità malsana. E via, libero. Ma non finisce qui. Spostandosi a Macerata c’è un altro caso emblematico. Stavolta tocca a Ibii Ngwang, camerunense, ex calciatore della Cluentina. Finisce al centro di una polemica incendiaria per un video davanti alla Questura. Occhiali scuri, cappellino tirato giù, insulti gratuiti alla premier Giorgia Meloni, con tanto di allusioni sgradevoli sulla figlia, e al vicepremier Matteo Salvini. Salvini diffonde il video sui social, l’indignazione pubblica è immediata. La reazione dello Stato anche: la Digos lo rintraccia, la denuncia parte, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi firma l’espulsione immediata. Sembrava fatta. E invece no, ancora una volta. Il giudice Alessandra Filoni della Corte d’Appello di Ancona blocca tutto. «Non c’è pericolosità sociale», dice, accogliendo il ricorso degli avvocati di Ngwang. Quell’espulsione lampo diventa così un dietrofront. Ngwang si scusa, si giustifica dicendo di aver citato «un brano rap per rovesciare stereotipi». Una bravata, una serata finita male con gli amici. Sbagliato, sì, offensivo, certamente. Ma pericoloso no, almeno secondo i giudici. E non è finita. Mercoledì un senegalese di 38 anni senza fissa dimora ha dato di matto a Lodi. Era destinatario di un provvedimento di espulsione emesso a gennaio, ma per un ricorso è rimasto a circolare in Italia. Ha scatenato il panico tra medici e pazienti del Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore della città lombarda, distruggendo un monitor, insultando i carabinieri e minacciandoli di morte. I carabinieri lo avevano appena avvicinato fuori dall’ospedale mentre urlava contro un cittadino italiano, accusandolo di avergli rubato il portafogli. Poi il delirio in corsia, l’arresto, il portafogli ritrovato, gli insulti al giudice e infine il malore in aula. In attesa di perizia psichiatrica, è finito in carcere. Eccolo il cortocircuito delle espulsioni che manda in tilt i piani del governo. Ecco perché Lepore, che forse preferiva occuparsi di eventi e piste ciclabili, ora è costretto a puntare il dito verso Roma. Lui chiede rinforzi, ma il caos giuridico e burocratico gli risponde con sentenze che cancellano in pochi istanti ogni certezza di sicurezza, trasformando decreti ministeriali in fogli inutili. A prevalere, insomma, sono ancora una volta sempre e soltanto i giudici.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 maggio con Carlo Cambi
Alessandro Giuli (Ansa)
Qualcuno lo ha definito, forse esagerando, «un terremoto». Sicuramente si può dire che al Mic in queste ultime due settimane c’è stato grande fermento. Nelle ricostruzioni, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Merlino viene definito «l’uomo di fiducia di Fazzolari», si sostiene quindi che il ministro firmando la sua revoca avrebbe voluto colpire il sottosegretario di Palazzo Chigi, considerato la mente di questo esecutivo. Eppure, fino al giorno prima, a fare da sponda a Giuli nella battaglia contro il padiglione russo alla Biennale c’era proprio Fazzolari, che con ben due note a stretto giro ha spalleggiato la posizione del numero uno del Mic ribadendo, come già fatto dal premier Meloni, che la linea di Giuli fosse la stessa del governo. Quindi perché attaccare l’uomo di governo che ha legittimato la tua posizione? E se anche fosse lui l’obiettivo, perché proprio ora? Non avrebbe avuto molto senso. Merlino oltretutto non è un politico, si fa fatica a considerarlo «l’uomo di Fazzolari». Il capo della segreteria tecnica viene nominato al Mic in quanto tecnico per la sua professionalità e competenza perché si è sempre occupato di cultura nella sua ricca carriera che, di certo, non comincia a via del Collegio romano nel 2022. Un tecnico quindi, probabilmente maldigerito da Giuli così come la Proietti per dinamiche squisitamente interne al Mic. Certo è che le motivazioni addotte nei retroscena non trovano motivo di esistere e hanno più l’aria di deboli scuse per legittimare la revoca degli incarichi. Revoche che forse Giuli avrebbe voluto firmare ben prima, dal giorno del suo ingresso al Mic, e non per incapacità dei due stimati dirigenti, ma per criticabili equilibri di potere. Tradotto: Giuli si è trovato due tecnici di alto profilo che avevano il difetto di non esser stati scelti da lui.
Tra i palazzi si vocifera che questi due nomi non fossero gli unici della lista nera del ministro. Alcune fonti parlano di altri due dirigenti «morti che camminano» e che soprattutto sanno di esserlo. Voci non confermate naturalmente e che si sono magicamente sopite dopo il colloquio con il presidente Meloni.
Un colloquio che, secondo le fonti di Palazzo Chigi, è servito a «confermare e a ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo». Chigi nega anche le «presunte divergenze di opinione tra il ministro Giuli, il presidente del Consiglio e altri esponenti del governo, ricostruzioni prive di fondamento. Da parte del presidente del Consiglio è stata ribadita la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia. È emersa, anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli, relegando le polemiche emerse nelle ultime settimane alla normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale». Insomma traspare un confronto cordiale e disteso che più verosimilmente è stato invece più franco e chiarificatorio. L’impressione è che si siano messe le cose in chiaro: «Testa bassa e lavorare», come si ripete da settimane nelle stanze di Palazzo Chigi.
Uscito da Palazzo Chigi, Giuli avrebbe dovuto proseguire i suoi impegni come da programma: ha fatto rientro nella sede del ministero e oggi si sarebbe dovuto recare alla riunione dei ministri della Cultura a Bruxelles. Appuntamento che però salterà. Il che consente alle opposizioni di tornare all’attacco del governo. A cominciare da Piero De Luca (Pd): «L’Italia non verrà rappresentata, qualcosa si è incrinato per la Biennale nei rapporti con l’Ue. Giuli non ha più l’agibilità politica». Mentre il collega di partito Walter Verini torna a criticare le epurazioni: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari. È una guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».
I capigruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Antonio Caso, si chiedono cosa si siano detti per più di un’ora Giuli e Meloni a Palazzo Chigi. Mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, allarga il perimetro commentando così: «Salvini polemizza con Tajani, Giuli e anche Meloni. O esiste un problema Salvini per il governo o c’è un problema del governo nel suo complesso. Decidete».
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
Che è già stato rimesso in libertà. E anche questa non è fiction. Ma un copione reale che si ripete troppo spesso. L’ennesimo caso di un aggressore che nel giro di poche ore si ritrova a piede libero. Libero magari di colpire di nuovo. Come farebbe presagire il suo curriculum che vanta precedenti per lesioni personali e invasione di terreni. E che ora, dopo i fatti di sabato sera, si arricchisce di due denunce: lesioni personali aggravate e porto abusivo d’armi. A quanto pare non abbastanza però per far scattare eventuali misure cautelari. Così come non deve essere bastato il sangue davanti alla quale si sono trovati gli agenti dell’Upgsp. (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della Questura quando sono arrivati sul posto attorno alle 23, in seguito ad una segnalazione. Un uomo sanguinante riverso a terra e una donna con profonde ferite al volto. È lei che avrebbe indicato agli agenti il presunto responsabile dell’aggressione, il trentaseienne tunisino, che in quel momento si stava allontanando rapidamente dal luogo dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla Polizia di Stato, tutto sarebbe scaturito da una lite tra l’uomo e la coppia che passeggiava nei pressi del lago. Poi la discussione sarebbe degenerata fino a trasformarsi in aggressione. Pur di colpire, l’uomo, armato di coltello serramanico, avrebbe inseguito i due fino a raggiungerli e sferrare i colpi. Contro ginocchio, fianco e gluteo nel caso di lui, e poi fendendo il viso di lei. Secondo alcune ricostruzioni, una volta aggrediti i due, l’uomo avrebbe cercato di disfarsi di un oggetto gettandolo sotto un’autovettura parcheggiata. Oggetto che poi si sarebbe rivelato essere un coltello a serramanico, sequestrato dagli agenti come prova dell’aggressione. Una volta fermato, l’uomo avrebbe opposto resistenza. Prima cercando di darsi alla fuga, poi vestendo le parti della presunta vittima. Avrebbe infatti tentato di giustificare il proprio comportamento lamentandosi di essere stato colpito agli occhi da uno spray urticante durante una colluttazione. Salvo poi dichiarare di non sapere chi lo avesse utilizzato contro di lui. Una serie di dettagli che stando a quanto comunicato dalla questura, le forze dell’ordine starebbero ora cercando di approfondire proseguendo le indagini, così da chiarire ulteriormente la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità aggiuntive.
Certo è che l’episodio ha destato particolare preoccupazione tra i residenti di Como per la violenza con cui si è consumata la lite, per il coinvolgimento dell’arma da taglio e per la scelta di denunciare l’uomo in stato di libertà. «Vergogna», è uno dei commenti più frequenti che si leggono a compendio degli articoli pubblicati dai giornali locali. «Ogni giorno questo continuo stillicidio di crimini... Basta. Vanno puniti severamente», scrive un altro residente della provincia di Como, notando come il profilo del presunto aggressore confermi un trend costante, quello che vede gli stranieri commettere più reati degli italiani, specialmente nei casi di aggressioni con lama dove il tasso di coinvolgimento degli stranieri sarebbe di circa 6,5 volte più alto. Chiaramente in proporzione e quindi considerando che gli stranieri rappresentano il 10% della popolazione.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, solo a Como, i cittadini stranieri rappresenterebbero il 43% delle segnalazioni relative a persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di polizia. Spesso e volentieri poi rimesse subito in libertà. Come raccontano i casi di cronaca in tutto il territorio nazionale. Tra i casi più recenti quello di due giovani tunisini che lo scorso gennaio erano stati accusati di aver aggredito un rider nella zona della stazione Termini a Roma. Nonostante il giudice avesse convalidato il fermo, poi la richiesta di custodia cautelare in carcere era stata respinta per mancanza di «gravi indizi di colpevolezza» sufficienti a giustificare la detenzione preventiva. A febbraio era stata la volta di una maxi aggressione tra stranieri avvenuta a Castrovillari. Sei persone erano state identificate e denunciate ma non era stata applicata nessuna misura restrittiva. Uno dei casi più eclatanti resta però quello di un cittadino straniero di 38 anni accusato di aver picchiato e rapinato un cinquantenne che viveva in un camper a Rimini. Già noto per maltrattamenti, il presunto aggressore finisce in manette ma viene scarcerato poco dopo su decisione del giudice per le indagini preliminari. A quanto pare, a detta della toga, non si sarebbe configurata una rapina ma una «semplice» aggressione con un coltello. Era l’aprile del 2023, e da allora, le aggressioni all’arma bianca non sono certo diminuite, ma con circa 30.000 episodi violenti nel biennio 2024/2025, sono aumentate del 5.5%. Chissà perché.
Continua a leggereRiduci
iStock
Condividevano un appartamento ed erano conoscenti. Ma - da quanto si è appreso - l’uomo avrebbe approfittato proprio dell’assenza del marito della giovane mamma per approfittare di lei. La ragazza si è trovata a vivere un dramma. Quel giovane con cui condivideva la casa, gli spazi e le giornate l’avrebbe brutalmente violentata davanti agli occhi del suo piccolo di soli tre mesi di vita. Un incubo.
Quando la giovanissima mamma è riuscita a divincolarsi e l’uomo è scappata, ha potuto avvisare le forze dell’ordine. I carabinieri sono giunti sul posto e hanno trovato la ragazza in evidente stato di choc. La diciassettenne si è recata in ospedale dove è stata sottoposta alle cure del caso e soprattutto a una serie di analisi. La giovane bengalese ha denunciato la violenza subita e ai militari ha raccontato quanto accaduto indicando il suo coinquilino come l’autore dello stupro. Intanto, i carabinieri hanno avviato le indagini e sono alla ricerca di riscontri che possano individuare nel coinquilino bengalese il responsabile della violenza. L’attività investigativa procede, adesso, ad ampio raggio. Sono in corso verifiche pure per accertare le condizioni in cui i tre bengalesi vivevano e la situazione della giovanissima vittima già mamma a diciassettenne anni. Lo stupro di Marghera ha riacceso i riflettori su diverse problematiche che riguardano sia le condizioni di vita degli stranieri in Italia che nuovamente la questione della sicurezza. Sono tanti gli interrogativi che, adesso, preoccupano i residenti di Marghera, ma anche le istituzioni e i cittadini. Non sono rimasti indifferenti all’accaduto i rappresentanti della Lega e, in particolare, il consigliere comunale di Venezia, Alex Bazzaro e l’europarlamentare Anna Maria Cisint. «Un episodio inaccettabile, uno stupro vergognoso che ha avuto come preda una minorenne bengalese. Un’altra vittima della violenza dell’Islam radicale e probabilmente del sistema marcio basato sulle ospitalità. Lo stesso schema che ho già visto a Monfalcone. Una minorenne bengalese già con figli: mi chiedo, una sposa bambina?», ha commentato Cisint. Il consigliere comunale di Venezia va oltre evidenziando la gravità dell’accaduto perché la giovane diciassettenne è stata «stuprata dall’ospite, anche lui islamico». Per Bazzarro, è la punta dell’iceberg di una situazione molto più grave: «Una presenza dietro alla quale spesso si nasconde un mercato nero di subaffitti illegali e posti letto abusivi. Un mercato islamico dell’orrore, dove la donna viene doppiamente svenduta: prima come sposa e madre a soli diciassette e anni, poi viene data in pasto agli ospiti abusivi. Secondo i due esponenti leghisti «per loro la donna vale zero, un oggetto da mercificare. Questa è la pseudo-cultura che la sinistra vuole portare anche nel Comune di Venezia. Per noi questi soggetti devono essere reimpacchettati e spediti da dove sono venuti». Non è la prima volta che la cronaca racconta episodi di violenze e abusi perpetrati da cittadini stranieri ai danni di donne, giovani e adulti. Da Nord a Sud negli ultimi mesi, si è assistito a un’escalation di episodi di violenza e di brutalità. I cittadini si sentono sempre più insicuri e chiedono maggiori controlli e più attenzione verso chi arriva in Italia e delinque. Negli scorsi mesi alcune donne sono state stuprate a Roma mentre facevano una passeggiata nel parco. Episodi diversi per i quali le forze dell’ordine hanno individuato un unico responsabile, un cittadino straniero che girovaga seminando terrore e paura.
Continua a leggereRiduci