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2019-06-28
Banda di politici e medici tortura i bimbi per levarli alle famiglie e darli alle Onlus
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Le assistenti sociali accusavano i genitori di essere pedofili e di aver abusato e violentato i propri figli e, con questa scusa, portavano via i bambini affidandoli alle cure di una Onlus che, su di loro, aveva costruito un enorme giro d'affari. I piccoli venivano sottoposti per anni a terapie psicologiche per traumi mai subiti, pagate con fondi pubblici, l'organizzazione intascava denaro per seguire da vicino i ragazzi, per formare operatori specializzati e addirittura per garantire ai piccoli strappati alle loro famiglie una finta assistenza a livello legale.
Diciotto persone, tra cui il sindaco pd di Bibbiano, Andrea Carletti, ma anche politici, medici, assistenti sociali, liberi professionisti, psicologi e psicoterapeuti sono stati stati arrestati dai carabinieri di Reggio Emilia nell'inchiesta denominata Angeli e demoni. Sei si trovano ai domiciliari, tra cui il sindaco, e per gli altri è scattata l'interdizione all'esercizio delle attività professionali. La banda, con un perfetto connubio pubblico privato, aveva costruito un sistema d'affari che utilizzava fondi pubblici. Un sistema nel quale mangiavano tutti, accusati ora a vario titolo di frode processuale, depistaggio, abuso d'ufficio, maltrattamenti su minori, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d'uso. E soprattutto di lesioni gravissime ai danni dei minori, ai quali hanno provocato danni irreversibili tanto che molti manifestano, a distanza di anni, profondi segni di disagio.
Siamo in provincia di Reggio Emilia, nell'Unione dei Comuni della Val d'Enza. Qui leader nel campo dell'assistenza all'infanzia è una nota Onlus di Torino, la Hansel e Gretel: da anni gestisce diversi aspetti dell'assistenza su mandato dei Servizi sociali che attingono a fondi pubblici. Alla fine dell'estate del 2018 i carabinieri del posto registrano un fenomeno particolare. Notano l'anomala escalation di denunce da parte dei Servizi sociali per «abusi sessuali e violenze a danni di minori commessi da parte dei genitori». Le relazioni delle assistenti e degli psicologi dipingono mamma e papà come orchi, ma le accuse puntualmente non trovano riscontro nelle indagini.
Forse anche grazie alla eco ancora viva dell'inchiesta giornalistica Veleno, che ha trattato un caso simile nella bassa modenese, partono le indagini e quello che scoprono gli inquirenti è quasi surreale. Dichiarazioni manipolate disegni innocenti a cui venivano aggiunti dettagli a carattere sessuale per far pensare ad un abuso e descrizioni false di abitazioni fatiscenti, utilizzate come motivi per strappare i bambini alle famiglie più fragili. «Questi erano solo alcuni dei metodi adottati per allontanare i bambini, anche in tenera età, dai genitori, per poi mantenerli in affido e sottoporli ad un circuito di cure private a pagamento, tutte affidate alla stessa Onlus», spiegano i carabinieri nella nota ufficiale. «Un business illecito di diverse centinaia di migliaia di euro di cui beneficiavano gli indagati, anche attraverso finanziamenti regionali, grazie ai quali venivano organizzati numerosi corsi di formazione e convegni gestiti dalla stessa Onlus».
Complici erano anche molte delle famiglie affidatarie. Tra le coppie scelte c'erano «amici e conoscenti dei responsabili della Onlus» ma anche «titolari di sexy shop, persone con problemi psichici e con figli suicidi», e secondo gli inquirenti, in almeno due casi i bambini sono stati abusati sessualmente nelle famiglie affidatarie o in comunità.
Il metodo era rodato: al bambino veniva diagnosticata una patologia post traumatica, in nome della quale il piccolo veniva preso in carico dalla Onlus, che si garantiva così diverse entrate. Per esempio per le terapie: gli affidatari dei piccoli venivano incaricati dai Servizi sociali di accompagnare i bambini alle sedute private di psicoterapia e di pagare a proprio nome. Mensilmente però «ricevevano rimborsi pubblici con una causale diversa falsando così i bilanci dei Comuni coinvolti». I dipendenti pubblici, a loro volta, erano legati a doppio filo ai responsabili della Hansel e Gretel: «La onlus diveniva affidataria dell'intero servizio di psicoterapia affidato dall'ente pubblico e dei relativi convegni e corsi di formazione e, in cambio, alcuni dipendenti ottenevano incarichi di docenza ben retribuiti».
Il sistema era così consolidato che ha portato all'apertura di un Centro specialistico regionale, per il trattamento del trauma infantile da abusi sessuali, all'interno del quale veniva garantita l'assistenza legale ai minori da parte di un avvocato, anch'egli indagato.
Elettroshock, torture e storiacce per far rivivere l’orrore ai bimbi
Gli psicologi e gli operatori si travestivano da personaggi cattivi delle fiabe per spaventare i bambini fingendo di essere mamma e papà intenzionati a far loro del male. Li riempivano di elettrodi e li attaccavano ad una macchina che sarebbe dovuta servire a leggere nel pensiero e, dopo la seduta, raccontavano, anche ai più piccoli, le cose orribili, viste nella loro mente. Falsificavano le relazioni e i disegni per simulare la presenza di abusi sessuali mai avvenuti e isolavano completamente i bimbi, parlando male dei genitori e nascondendo, sistematicamente, doni e lettere che questi inviavano cercando di comunicare con i loro piccini.
Bambole, pupazzetti e centinaia di lettere sono state trovate dai carabinieri abbandonate in un magazzino utilizzato dalla Onlus Hansel e Gretel. È stato un piano crudele, preciso e dettagliato quello messo in atto dalla banda di politici, professionisti ed educatori arrestati ieri in provincia di Reggio Emilia, ai danni di tanti minori strappati, negli anni, alle famiglie fragili e affidati ad una organizzazione senza fini di lucro che, invece, aveva come solo obiettivo quello di fare soldi. La condizione necessaria per avviare il business era convincere tutti che i bambini soffrissero di una patologia post traumatica da abuso. In questo modo non solo sarebbero stati dati in affido, ma su di loro sarebbe stato avviato quel percorso di cure tanto remunerativo a cui miravano i protagonisti.
Per farli risultare sofferenti psicologi e operatori creavano falsi ricordi nella mente dei piccoli, con trattamenti ai limiti della tortura, millantando poteri paranormali e impressionando con la paura quelle menti delicate, rese ancora più fragili dalla lontananza di mamma e papà. Dalle indagini dei carabinieri «sono emerse ore ed ore di sedute di terapia sui bambini, con l'utilizzo di apparecchiature elettriche spacciate come strumenti in grado di garantire la gestione della mente e il recupero dei ricordi». Ai bimbi veniva riferito che era «assolutamente necessario far riemergere le brutte cose commesse dai genitori» e le forzature avvenivano soprattutto nelle ore precedenti agli appuntamenti con i giudici necessari per convalidare o meno l'allontanamento dalla famiglia.
«La terapeuta non risparmiava ai minori i dettagli dei propri fantasiosi racconti spacciandoli come il contenuto da lei letto nella mente dei piccoli», hanno spiegato i carabinieri «e durante le sedute le terapeute spiegavano ai bambini che ogni loro comportamento era legato alle traumatiche esperienze vissute in passato». Le vittime individuate dall'inchiesta sono decine e porrebbero essere molte di più visto che, da anni i Servizi sociali del reggiano, erano gestiti dalle medesime figure e con le medesime modalità. Oggi la gran parte di quei bambini sono adolescenti segnati in modo irreversibile dal loro vissuto: molti soffrono di gravi disagi psicologici che li hanno portati, in più casi, a fare uso di droghe e a compiere gesti di grave autolesionismo. I metodi utilizzati per plagiare la mente dei piccoli in questa terribile vicenda, sono del tutto simili a quelle utilizzate nel caso dei «Davoli della bassa modenese», una operazione nata da un'inchiesta per presunta pedofilia che, tra il 1997 e il 1998, portò all'allontanamento da parte dei servizi sociali di 16 bambini dalle loro famiglie.
Grazie all'inchiesta giornalistica Veleno è emerso che anche il quel caso si trattava di un sistema per molti aspetti affaristico. Molti dei genitori, coinvolti da innocenti, non hanno più rivisto i loro figli e alcuni si sono suicidati.
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Reggio Emilia, tra i 18 arrestati anche il sindaco pd di Bibbiano. Il traffico coinvolgeva politici, medici, giudici e assistenti sociali.Per avviare il business bisognava convincere tutti che esisteva una patologia da abuso.Lo speciale contiene due articoliLe assistenti sociali accusavano i genitori di essere pedofili e di aver abusato e violentato i propri figli e, con questa scusa, portavano via i bambini affidandoli alle cure di una Onlus che, su di loro, aveva costruito un enorme giro d'affari. I piccoli venivano sottoposti per anni a terapie psicologiche per traumi mai subiti, pagate con fondi pubblici, l'organizzazione intascava denaro per seguire da vicino i ragazzi, per formare operatori specializzati e addirittura per garantire ai piccoli strappati alle loro famiglie una finta assistenza a livello legale. Diciotto persone, tra cui il sindaco pd di Bibbiano, Andrea Carletti, ma anche politici, medici, assistenti sociali, liberi professionisti, psicologi e psicoterapeuti sono stati stati arrestati dai carabinieri di Reggio Emilia nell'inchiesta denominata Angeli e demoni. Sei si trovano ai domiciliari, tra cui il sindaco, e per gli altri è scattata l'interdizione all'esercizio delle attività professionali. La banda, con un perfetto connubio pubblico privato, aveva costruito un sistema d'affari che utilizzava fondi pubblici. Un sistema nel quale mangiavano tutti, accusati ora a vario titolo di frode processuale, depistaggio, abuso d'ufficio, maltrattamenti su minori, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d'uso. E soprattutto di lesioni gravissime ai danni dei minori, ai quali hanno provocato danni irreversibili tanto che molti manifestano, a distanza di anni, profondi segni di disagio. Siamo in provincia di Reggio Emilia, nell'Unione dei Comuni della Val d'Enza. Qui leader nel campo dell'assistenza all'infanzia è una nota Onlus di Torino, la Hansel e Gretel: da anni gestisce diversi aspetti dell'assistenza su mandato dei Servizi sociali che attingono a fondi pubblici. Alla fine dell'estate del 2018 i carabinieri del posto registrano un fenomeno particolare. Notano l'anomala escalation di denunce da parte dei Servizi sociali per «abusi sessuali e violenze a danni di minori commessi da parte dei genitori». Le relazioni delle assistenti e degli psicologi dipingono mamma e papà come orchi, ma le accuse puntualmente non trovano riscontro nelle indagini. Forse anche grazie alla eco ancora viva dell'inchiesta giornalistica Veleno, che ha trattato un caso simile nella bassa modenese, partono le indagini e quello che scoprono gli inquirenti è quasi surreale. Dichiarazioni manipolate disegni innocenti a cui venivano aggiunti dettagli a carattere sessuale per far pensare ad un abuso e descrizioni false di abitazioni fatiscenti, utilizzate come motivi per strappare i bambini alle famiglie più fragili. «Questi erano solo alcuni dei metodi adottati per allontanare i bambini, anche in tenera età, dai genitori, per poi mantenerli in affido e sottoporli ad un circuito di cure private a pagamento, tutte affidate alla stessa Onlus», spiegano i carabinieri nella nota ufficiale. «Un business illecito di diverse centinaia di migliaia di euro di cui beneficiavano gli indagati, anche attraverso finanziamenti regionali, grazie ai quali venivano organizzati numerosi corsi di formazione e convegni gestiti dalla stessa Onlus». Complici erano anche molte delle famiglie affidatarie. Tra le coppie scelte c'erano «amici e conoscenti dei responsabili della Onlus» ma anche «titolari di sexy shop, persone con problemi psichici e con figli suicidi», e secondo gli inquirenti, in almeno due casi i bambini sono stati abusati sessualmente nelle famiglie affidatarie o in comunità. Il metodo era rodato: al bambino veniva diagnosticata una patologia post traumatica, in nome della quale il piccolo veniva preso in carico dalla Onlus, che si garantiva così diverse entrate. Per esempio per le terapie: gli affidatari dei piccoli venivano incaricati dai Servizi sociali di accompagnare i bambini alle sedute private di psicoterapia e di pagare a proprio nome. Mensilmente però «ricevevano rimborsi pubblici con una causale diversa falsando così i bilanci dei Comuni coinvolti». I dipendenti pubblici, a loro volta, erano legati a doppio filo ai responsabili della Hansel e Gretel: «La onlus diveniva affidataria dell'intero servizio di psicoterapia affidato dall'ente pubblico e dei relativi convegni e corsi di formazione e, in cambio, alcuni dipendenti ottenevano incarichi di docenza ben retribuiti». Il sistema era così consolidato che ha portato all'apertura di un Centro specialistico regionale, per il trattamento del trauma infantile da abusi sessuali, all'interno del quale veniva garantita l'assistenza legale ai minori da parte di un avvocato, anch'egli indagato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accusavano-i-genitori-di-essere-pedofili-per-portar-via-i-figli-e-far-soldi-con-laffido-2639006782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="elettroshock-torture-e-storiacce-per-far-rivivere-lorrore-ai-bimbi" data-post-id="2639006782" data-published-at="1780740188" data-use-pagination="False"> Elettroshock, torture e storiacce per far rivivere l’orrore ai bimbi Gli psicologi e gli operatori si travestivano da personaggi cattivi delle fiabe per spaventare i bambini fingendo di essere mamma e papà intenzionati a far loro del male. Li riempivano di elettrodi e li attaccavano ad una macchina che sarebbe dovuta servire a leggere nel pensiero e, dopo la seduta, raccontavano, anche ai più piccoli, le cose orribili, viste nella loro mente. Falsificavano le relazioni e i disegni per simulare la presenza di abusi sessuali mai avvenuti e isolavano completamente i bimbi, parlando male dei genitori e nascondendo, sistematicamente, doni e lettere che questi inviavano cercando di comunicare con i loro piccini. Bambole, pupazzetti e centinaia di lettere sono state trovate dai carabinieri abbandonate in un magazzino utilizzato dalla Onlus Hansel e Gretel. È stato un piano crudele, preciso e dettagliato quello messo in atto dalla banda di politici, professionisti ed educatori arrestati ieri in provincia di Reggio Emilia, ai danni di tanti minori strappati, negli anni, alle famiglie fragili e affidati ad una organizzazione senza fini di lucro che, invece, aveva come solo obiettivo quello di fare soldi. La condizione necessaria per avviare il business era convincere tutti che i bambini soffrissero di una patologia post traumatica da abuso. In questo modo non solo sarebbero stati dati in affido, ma su di loro sarebbe stato avviato quel percorso di cure tanto remunerativo a cui miravano i protagonisti. Per farli risultare sofferenti psicologi e operatori creavano falsi ricordi nella mente dei piccoli, con trattamenti ai limiti della tortura, millantando poteri paranormali e impressionando con la paura quelle menti delicate, rese ancora più fragili dalla lontananza di mamma e papà. Dalle indagini dei carabinieri «sono emerse ore ed ore di sedute di terapia sui bambini, con l'utilizzo di apparecchiature elettriche spacciate come strumenti in grado di garantire la gestione della mente e il recupero dei ricordi». Ai bimbi veniva riferito che era «assolutamente necessario far riemergere le brutte cose commesse dai genitori» e le forzature avvenivano soprattutto nelle ore precedenti agli appuntamenti con i giudici necessari per convalidare o meno l'allontanamento dalla famiglia. «La terapeuta non risparmiava ai minori i dettagli dei propri fantasiosi racconti spacciandoli come il contenuto da lei letto nella mente dei piccoli», hanno spiegato i carabinieri «e durante le sedute le terapeute spiegavano ai bambini che ogni loro comportamento era legato alle traumatiche esperienze vissute in passato». Le vittime individuate dall'inchiesta sono decine e porrebbero essere molte di più visto che, da anni i Servizi sociali del reggiano, erano gestiti dalle medesime figure e con le medesime modalità. Oggi la gran parte di quei bambini sono adolescenti segnati in modo irreversibile dal loro vissuto: molti soffrono di gravi disagi psicologici che li hanno portati, in più casi, a fare uso di droghe e a compiere gesti di grave autolesionismo. I metodi utilizzati per plagiare la mente dei piccoli in questa terribile vicenda, sono del tutto simili a quelle utilizzate nel caso dei «Davoli della bassa modenese», una operazione nata da un'inchiesta per presunta pedofilia che, tra il 1997 e il 1998, portò all'allontanamento da parte dei servizi sociali di 16 bambini dalle loro famiglie. Grazie all'inchiesta giornalistica Veleno è emerso che anche il quel caso si trattava di un sistema per molti aspetti affaristico. Molti dei genitori, coinvolti da innocenti, non hanno più rivisto i loro figli e alcuni si sono suicidati.
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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