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2025-12-24
Accordo Usa-Russia rinviato. L’Ucraina al buio dopo i raid arretra ancora nel Donetsk
Ansa
- Rappresaglia dello zar con droni e missili, conquistata Siversk. Negoziati tra Casa Bianca e Cremlino in sospeso. Mosca: «Questioni irrisolte, se ne parla in primavera».
- Helsinki annuncia l’innalzamento del limite d’età per i riservisti da 60 a 65 anni. La riforma, in vigore dal 2026, punta a portare i coscritti a un milione entro il 2031.
Lo speciale contiene due articoli
A ridosso delle feste di Natale, sull’Ucraina è piombata la rappresaglia della Russia con oltre 30 missili e 650 droni. L’allerta era già massima: il presidente russo, Vladimir Putin, aveva negato la possibilità di un cessate il fuoco per le festività e la scorsa settimana aveva promesso una risposta russa agli attacchi ucraini alle petroliere nel Mar Nero. Dopo i bombardamenti, il ministero della Difesa russo, nel rivendicare i raid, ha affermato che sono stati condotti «in risposta agli attacchi terroristici dell’Ucraina contro obiettivi civili in Russia».
Il primo ad aspettarsi la risposta russa è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Qualche ora prima degli attacchi, il leader di Kiev ha dichiarato: «È nella natura» di Mosca «sferrare un attacco massiccio al nostro Natale», che da due anni viene celebrato il 25 dicembre anziché il 7 gennaio. E ha aggiunto: «Stiamo approfondendo nuovamente la questione della difesa aerea e della protezione delle nostre comunità». Di conseguenza, lunedì sera, su Telegram, Zelensky ha condiviso le sue indicazioni: «I militari devono prestare attenzione direttamente e proteggere al meglio delle loro possibilità. Non è facile, perché purtroppo c’è carenza di equipaggiamento per la difesa aerea. E la gente deve prestare attenzione in questi giorni perché questi “compagni” possono colpire: niente è sacro».
Nelle prime ore di ieri, l’allarme aereo è scattato su tutto il territorio ucraino, con gli attacchi che sono stati segnalati a Kiev e in altre 13 regioni. E dato che la parte occidentale dell’Ucraina è stata presa particolarmente di mira, anche i caccia della Polonia sono decollati al fine di proteggere lo spazio aereo e «lo stato di prontezza» è stato raggiunto «dai sistemi di difesa aerea terrestri» e «dai sistemi di ricognizione radar» polacchi. Zelensky su X ha subito scritto: «Putin non riesce ancora ad accettare di dover smettere di uccidere» e «questo significa che il mondo non sta facendo pressioni a sufficienza» su Mosca. Il leader di Kiev ha anche sottolineato che si tratta di un massiccio attacco «alla nostra energia, alle infrastrutture civili, praticamente a tutta l’infrastruttura della vita». Si contano almeno tre morti nelle regioni di Kiev, Khmelnytskyi e Kharkiv, tra cui un bambino di quattro anni, e oltre dieci feriti. E ancora una volta, i cittadini ucraini sono rimasti senza corrente, soprattutto nelle regioni di Rivne, Ternopil e Khmelnytskyi. A Odessa, la prima a essere colpita, sono stati danneggiati più di 120 edifici e a riportare danni sono anche le infrastrutture energetiche e portuali.
Anche sul campo Mosca continua ad avanzare: il ministero della Difesa russo ha annunciato che è stato conquistato il villaggio di Andreevka, situato nella regione di Dnipropetrovsk. Ma non solo. Nella regione di Donetsk, a Siversk, le truppe ucraine si sono ritirate. A renderlo noto è stato lo Stato maggiore delle forze armate di Kiev su Telegram: «Per preservare la vita dei nostri soldati e la capacità di combattimento delle unità, i difensori ucraini si sono ritirati dall’insediamento».
E se i bombardamenti procedono a tappeto, le trattative di pace proseguono senza accelerazioni. Che l’esito positivo non sia dietro l’angolo è evidente dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Non possono essere considerati una svolta» i negoziati tra la delegazione russa e quella americana a Miami, ma si tratta di un «work in progress». Al quotidiano Izvestia, Peskov ha precisato che «la cosa principale era ricevere informazioni dagli americani sul lavoro preparatorio svolto con gli europei e gli ucraini e, in base a ciò, capire in che misura questo lavoro preparatorio corrisponda allo spirito di Anchorage». Peraltro, che l’orizzonte della fine della guerra non sia così vicino sembra emergere anche dalle dichiarazioni del viceministro Esteri russo, Sergej Ryabkov. Parlando delle relazioni bilaterali tra Mosca e Washington, ha reso noto che pur avendo affrontato «nel ciclo di contatti» gli aspetti «irritanti» che ostacolano la normalizzazione dei rapporti, «non sono stati compiuti progressi significativi» visto che «le questioni principali restano irrisolte». E ha annunciato che «il prossimo round» in tal senso potrebbe svolgersi «all’inizio della primavera».
A non essersi sbilanciato sui negoziati per la pace è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «I colloqui su Ucraina e Russia stanno procedendo bene» ha fatto sapere da Mar-a-Lago, ribadendo che «c’è un odio enorme tra questi due leader, tra il presidente Putin e il presidente Zelensky».
Il leader di Kiev è stato intanto informato dai negoziatori Rustem Umerov e Andrii Hnatov sull’esito dei colloqui tra la delegazione ucraina e quella americana dello scorso weekend. A tal proposito, ha dichiarato: «Abbiamo lavorato in modo produttivo con i rappresentanti del presidente Trump e ora sono state preparate bozze di diversi documenti. In particolare, ci sono documenti riguardanti le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, il ripristino e la struttura di base per porre fine a questa guerra». E attende «con impazienza di proseguire il dialogo con gli Stati Uniti». Nel tentativo di aumentare la pressione sulla Russia, si è poi sentito telefonicamente con il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. I due hanno discusso «dell’importanza di sostenere la resilienza dell’Ucraina e di rafforzare le nostre posizioni al tavolo dei negoziati».
La Finlandia arruola i pensionati
La Finlandia si prepara a innalzare il limite massimo di età dei riservisti fino a 65 anni, rafforzando in modo significativo il proprio sistema di difesa territoriale. La riforma, firmata dal presidente della Repubblica e destinata a entrare in vigore dal 1° gennaio 2026, estenderà l’obbligo di permanenza nella riserva militare per decine di migliaia di cittadini, in un Paese che considera la difesa nazionale un pilastro costituzionale. La Costituzione finlandese, infatti, stabilisce che ogni cittadino ha il dovere di partecipare alla difesa dello Stato, nei tempi e nei modi stabiliti da una legge ordinaria che disciplina la coscrizione. Fino a oggi, il sistema prevedeva che gli uomini fossero chiamati al servizio militare obbligatorio a partire dai 18 anni, con una durata variabile dai sei ai 12 mesi, al termine dei quali entravano nella riserva.
Il limite massimo di età era fissato a 50 anni per la truppa e a 60 anni per sottufficiali e ufficiali. Con la nuova normativa, invece, tutti i riservisti resteranno mobilitabili fino al compimento dei 65 anni, uniformando il sistema e prolungando di 5 o 15 anni - a seconda del grado - la permanenza in riserva. Secondo le stime del ministero della Difesa, questa misura consentirà di aumentare la riserva di circa 125.000 unità nei prossimi anni, portandola progressivamente verso la quota di un milione di cittadini mobilitabili entro il 2031. Un bacino di forza significativo, che si aggiunge a una forza armata permanente relativamente ridotta ma altamente addestrata, pensata per reagire rapidamente in caso di crisi. Il ministro della Difesa Antti Häkkänen ha spiegato che l’innalzamento del limite di età risponde al mutato contesto di sicurezza regionale: «Il rafforzamento della riserva aumenta la capacità di difesa della Finlandia in modo rapido ed efficace», ha dichiarato, sottolineando come l’esperienza e le competenze dei riservisti più anziani rappresentino una risorsa preziosa. Häkkänen ha inoltre precisato che la riforma non implica una mobilitazione automatica, ma amplia il bacino di personale che potrebbe essere richiamato in caso di necessità.
La riforma va letta nel quadro del profondo mutamento strategico vissuto dalla Finlandia, che nel 2023 ha abbandonato la sua tradizionale neutralità per aderire alla Nato: una scelta chiaramente dettata da una possibile minaccia militare russa. In questo contesto, l’ampliamento della riserva rappresenta uno degli strumenti principali di deterrenza, fondato sulla capacità di mobilitare rapidamente l’intera società in caso di crisi. La leva obbligatoria, infatti, continua a godere di un consenso molto elevato: secondo sondaggi recenti dell’Advisory board for defence information, oltre l’80% dei finlandesi si dichiara favorevole al mantenimento del sistema di coscrizione come irrinunciabile pilastro della difesa nazionale. Un dato che contribuisce a spiegare perché l’innalzamento del limite di età dei riservisti venga presentato da Helsinki non come una misura eccezionale, ma come un adeguamento strutturale a un contesto di sicurezza europea profondamente cambiato.
Rappresaglia dello zar con droni e missili, conquistata Siversk. Negoziati tra Casa Bianca e Cremlino in sospeso. Mosca: «Questioni irrisolte, se ne parla in primavera».Helsinki annuncia l’innalzamento del limite d’età per i riservisti da 60 a 65 anni. La riforma, in vigore dal 2026, punta a portare i coscritti a un milione entro il 2031.Lo speciale contiene due articoliA ridosso delle feste di Natale, sull’Ucraina è piombata la rappresaglia della Russia con oltre 30 missili e 650 droni. L’allerta era già massima: il presidente russo, Vladimir Putin, aveva negato la possibilità di un cessate il fuoco per le festività e la scorsa settimana aveva promesso una risposta russa agli attacchi ucraini alle petroliere nel Mar Nero. Dopo i bombardamenti, il ministero della Difesa russo, nel rivendicare i raid, ha affermato che sono stati condotti «in risposta agli attacchi terroristici dell’Ucraina contro obiettivi civili in Russia». Il primo ad aspettarsi la risposta russa è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Qualche ora prima degli attacchi, il leader di Kiev ha dichiarato: «È nella natura» di Mosca «sferrare un attacco massiccio al nostro Natale», che da due anni viene celebrato il 25 dicembre anziché il 7 gennaio. E ha aggiunto: «Stiamo approfondendo nuovamente la questione della difesa aerea e della protezione delle nostre comunità». Di conseguenza, lunedì sera, su Telegram, Zelensky ha condiviso le sue indicazioni: «I militari devono prestare attenzione direttamente e proteggere al meglio delle loro possibilità. Non è facile, perché purtroppo c’è carenza di equipaggiamento per la difesa aerea. E la gente deve prestare attenzione in questi giorni perché questi “compagni” possono colpire: niente è sacro». Nelle prime ore di ieri, l’allarme aereo è scattato su tutto il territorio ucraino, con gli attacchi che sono stati segnalati a Kiev e in altre 13 regioni. E dato che la parte occidentale dell’Ucraina è stata presa particolarmente di mira, anche i caccia della Polonia sono decollati al fine di proteggere lo spazio aereo e «lo stato di prontezza» è stato raggiunto «dai sistemi di difesa aerea terrestri» e «dai sistemi di ricognizione radar» polacchi. Zelensky su X ha subito scritto: «Putin non riesce ancora ad accettare di dover smettere di uccidere» e «questo significa che il mondo non sta facendo pressioni a sufficienza» su Mosca. Il leader di Kiev ha anche sottolineato che si tratta di un massiccio attacco «alla nostra energia, alle infrastrutture civili, praticamente a tutta l’infrastruttura della vita». Si contano almeno tre morti nelle regioni di Kiev, Khmelnytskyi e Kharkiv, tra cui un bambino di quattro anni, e oltre dieci feriti. E ancora una volta, i cittadini ucraini sono rimasti senza corrente, soprattutto nelle regioni di Rivne, Ternopil e Khmelnytskyi. A Odessa, la prima a essere colpita, sono stati danneggiati più di 120 edifici e a riportare danni sono anche le infrastrutture energetiche e portuali. Anche sul campo Mosca continua ad avanzare: il ministero della Difesa russo ha annunciato che è stato conquistato il villaggio di Andreevka, situato nella regione di Dnipropetrovsk. Ma non solo. Nella regione di Donetsk, a Siversk, le truppe ucraine si sono ritirate. A renderlo noto è stato lo Stato maggiore delle forze armate di Kiev su Telegram: «Per preservare la vita dei nostri soldati e la capacità di combattimento delle unità, i difensori ucraini si sono ritirati dall’insediamento».E se i bombardamenti procedono a tappeto, le trattative di pace proseguono senza accelerazioni. Che l’esito positivo non sia dietro l’angolo è evidente dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Non possono essere considerati una svolta» i negoziati tra la delegazione russa e quella americana a Miami, ma si tratta di un «work in progress». Al quotidiano Izvestia, Peskov ha precisato che «la cosa principale era ricevere informazioni dagli americani sul lavoro preparatorio svolto con gli europei e gli ucraini e, in base a ciò, capire in che misura questo lavoro preparatorio corrisponda allo spirito di Anchorage». Peraltro, che l’orizzonte della fine della guerra non sia così vicino sembra emergere anche dalle dichiarazioni del viceministro Esteri russo, Sergej Ryabkov. Parlando delle relazioni bilaterali tra Mosca e Washington, ha reso noto che pur avendo affrontato «nel ciclo di contatti» gli aspetti «irritanti» che ostacolano la normalizzazione dei rapporti, «non sono stati compiuti progressi significativi» visto che «le questioni principali restano irrisolte». E ha annunciato che «il prossimo round» in tal senso potrebbe svolgersi «all’inizio della primavera». A non essersi sbilanciato sui negoziati per la pace è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «I colloqui su Ucraina e Russia stanno procedendo bene» ha fatto sapere da Mar-a-Lago, ribadendo che «c’è un odio enorme tra questi due leader, tra il presidente Putin e il presidente Zelensky». Il leader di Kiev è stato intanto informato dai negoziatori Rustem Umerov e Andrii Hnatov sull’esito dei colloqui tra la delegazione ucraina e quella americana dello scorso weekend. A tal proposito, ha dichiarato: «Abbiamo lavorato in modo produttivo con i rappresentanti del presidente Trump e ora sono state preparate bozze di diversi documenti. In particolare, ci sono documenti riguardanti le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, il ripristino e la struttura di base per porre fine a questa guerra». E attende «con impazienza di proseguire il dialogo con gli Stati Uniti». Nel tentativo di aumentare la pressione sulla Russia, si è poi sentito telefonicamente con il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. I due hanno discusso «dell’importanza di sostenere la resilienza dell’Ucraina e di rafforzare le nostre posizioni al tavolo dei negoziati».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accordo-usa-russia-rinviato-lucraina-al-buio-dopo-i-raid-arretra-ancora-nel-donetsk-2674825821.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-finlandia-arruola-i-pensionati" data-post-id="2674825821" data-published-at="1766523614" data-use-pagination="False"> La Finlandia arruola i pensionati La Finlandia si prepara a innalzare il limite massimo di età dei riservisti fino a 65 anni, rafforzando in modo significativo il proprio sistema di difesa territoriale. La riforma, firmata dal presidente della Repubblica e destinata a entrare in vigore dal 1° gennaio 2026, estenderà l’obbligo di permanenza nella riserva militare per decine di migliaia di cittadini, in un Paese che considera la difesa nazionale un pilastro costituzionale. La Costituzione finlandese, infatti, stabilisce che ogni cittadino ha il dovere di partecipare alla difesa dello Stato, nei tempi e nei modi stabiliti da una legge ordinaria che disciplina la coscrizione. Fino a oggi, il sistema prevedeva che gli uomini fossero chiamati al servizio militare obbligatorio a partire dai 18 anni, con una durata variabile dai sei ai 12 mesi, al termine dei quali entravano nella riserva.Il limite massimo di età era fissato a 50 anni per la truppa e a 60 anni per sottufficiali e ufficiali. Con la nuova normativa, invece, tutti i riservisti resteranno mobilitabili fino al compimento dei 65 anni, uniformando il sistema e prolungando di 5 o 15 anni - a seconda del grado - la permanenza in riserva. Secondo le stime del ministero della Difesa, questa misura consentirà di aumentare la riserva di circa 125.000 unità nei prossimi anni, portandola progressivamente verso la quota di un milione di cittadini mobilitabili entro il 2031. Un bacino di forza significativo, che si aggiunge a una forza armata permanente relativamente ridotta ma altamente addestrata, pensata per reagire rapidamente in caso di crisi. Il ministro della Difesa Antti Häkkänen ha spiegato che l’innalzamento del limite di età risponde al mutato contesto di sicurezza regionale: «Il rafforzamento della riserva aumenta la capacità di difesa della Finlandia in modo rapido ed efficace», ha dichiarato, sottolineando come l’esperienza e le competenze dei riservisti più anziani rappresentino una risorsa preziosa. Häkkänen ha inoltre precisato che la riforma non implica una mobilitazione automatica, ma amplia il bacino di personale che potrebbe essere richiamato in caso di necessità.La riforma va letta nel quadro del profondo mutamento strategico vissuto dalla Finlandia, che nel 2023 ha abbandonato la sua tradizionale neutralità per aderire alla Nato: una scelta chiaramente dettata da una possibile minaccia militare russa. In questo contesto, l’ampliamento della riserva rappresenta uno degli strumenti principali di deterrenza, fondato sulla capacità di mobilitare rapidamente l’intera società in caso di crisi. La leva obbligatoria, infatti, continua a godere di un consenso molto elevato: secondo sondaggi recenti dell’Advisory board for defence information, oltre l’80% dei finlandesi si dichiara favorevole al mantenimento del sistema di coscrizione come irrinunciabile pilastro della difesa nazionale. Un dato che contribuisce a spiegare perché l’innalzamento del limite di età dei riservisti venga presentato da Helsinki non come una misura eccezionale, ma come un adeguamento strutturale a un contesto di sicurezza europea profondamente cambiato.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
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Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
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