La pasionaria antifascista ha ottenuto un seggio all’Europarlamento in nome dello stato di diritto. Ma del diritto che vieta di entrare abusivamente in casa d’altri se ne infischia. La sua ultima battaglia? A sostegno del rottame comunista cubano.
Cognome e nome: Salis Ilaria.
Protagonista di una storia che dà ragione a Sant’Agostino: ex malo, bonum.
L’essere esibita - in un’aula di tribunale a Budapest, dicembre 2023 - in ceppi e catene è stata infatti la sua fortuna.
Al netto dei 16 mesi di carcere in condizioni vergognose e degradanti, accusata di aggressione (ma lei ha sempre negato l’addebito), delitto per cui la pena in Ungheria può arrivare a 24 anni. Salis si è così ritrovata candidata all’Europarlamento del giugno 2024.
Eletta, è stata «salvata» due volte (con un solo voto di scarto), dalla commissione e dall’assemblea, che ha respinto la richiesta magiara di revocarle l’immunità (sulla ricostruzione del controllo di polizia - non una perquisizione - effettuato sull’europarlamentare prima della manifestazione di ieri a Roma, si rimanda alla cronaca in altra parte del giornale).
La maestrina dalla penna rossa. «Mi piacerebbe un giorno tornare a insegnare», ha annunciato garrula a Che tempo che fa sul Nove, il 10 febbraio 2025, chez Fabio Fazio. Che continuava a ripetere un mantra dalla valenza evidentemente assolutoria: «È una militante antifascista», una pasionaria alla Dolores Ibárruri, insomma.
Salis, «un passato da attivista, fatto di manifestazioni, occupazioni, opposizioni agli sgomberi. Decine le denunce o le identificazioni da parte delle forze dell’ordine per fatti di questo genere, che però non corrispondono ad altrettante condanne, tanto meno a sentenze definitive», così il 2 febbraio 2024 sul Corriere della Sera Federico Berni. «Ad oggi, considerando i conteggi della pena per i reati in continuazione fra loro, l’ex esponente dell’area “antagonista” milanese (scena dalla quale “ha preso le distanze negli ultimi anni”, come ripetuto dal padre Roberto Salis a più riprese) ha cumulato una pena finale a un anno e nove mesi».
Con questo curriculum, Fabrizio Roncone, sul Corriere del 21 settembre 2024, ha chiesto ad Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, il Gatto e il Gatto di Alleanza Verdi Sinistra, il duo che l’ha portata a Bruxelles, noti perché tutto ciò che toccano diventa (Soumah)oro: «Scopro che la Salis, alla festa nazionale di Avs, partecipa a una tavola rotonda sullo stato della scuola italiana. Capito? L’insegnante anarcoide adesso ci spiega come dovremmo cambiare l’istruzione di questo Paese, già di per sé disastrata. Ma a che titolo la Salis può intervenire sul futuro dei nostri figli?».
Salis. La nemica numero uno delle agenzie immobiliari. A cosa serve infatti cercare quattro mura in affitto o da comprare? La casa è un diritto! Nel meraviglioso mondo di Ilarì non esistono case sfitte ma solo appartamenti non ancora occupati.
«In quale momento si parla di solidarietà coi proprietari delle case occupate che non possono entrare nella propria casa in quanto occupata?», gliel’ha suonate su X non Beatrice Venezi, ma Rocco Tanica di Elst, Elio e le Storie Tese, il 9 settembre 2024, a proposito di un evento cui lei avrebbe presenziato insieme a Zerocalcare.
Da Fazio, Salis ha specificato: «Io parlo delle case di edilizia pubblica non assegnate, e siccome per esempio in Lombardia il sistema fa acqua e non funziona...», ecco che bypassare le norme di diritto diventa un imperativo morale, e tanti saluti ai bandi comunali e all’assegnazione tramite graduatorie.
Notare il cortocircuito logico, please.
Il suo ritorno in libertà, dopo 16 mesi di degradante detenzione in un carcere ungherese, è stato infatti salutato - e giustamente - come il trionfo dello stato di diritto e del rispetto del cittadino imputato, come siamo abituati a concepirli in Italia e nell’Occidente tutto.
Se però il diritto non è quello che piace a noi, beh: allora l’inosservanza delle regole non è peccato, né reato.
«Vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri», avrebbe commentato a questo punto Ennio Flaiano.
«Senza la lotta per il diritto (bella e famosa espressione del giurista Rudolf von Jhering), senza l’indignazione per i ceppi alle caviglie, senza la mobilitazione a difesa delle garanzie di un imputato a processo, Salis non sarebbe dov’è ora: a Bruxelles» ha osservato il filosofo Massimo Adinolfi sull’HuffingtonPost il 5 dicembre 2024.
Aggiungendo: «Se è un individuo a lottare per il riconoscimento dei propri diritti, e se esistono e sono costituzionalizzate le forme debite che regolano le azioni in giudizio, allora è quella la strada da seguire. Se quel percorso non ci fosse, la lotta dovrebbe prendere altre vie. Ma c’è: i vandalismi quindi non sono giustificabili. Non sono nemmeno scusabili».
Adinolfi fa riferimento alla reazione di Salis davanti ai fatti del quartiere Corvetto di Milano, con un post su X il 1° dicembre 2024, dopo la morte di Ramy Elgalm, il diciannovenne morto a bordo di uno scooter tallonato da una pattuglia (lo scorso 3 dicembre i pm di Milano hanno contestato l’accusa di omicidio stradale per l’amico di Ramy alla guida del due ruote e per il carabiniere al volante dell’auto).
Salis si era esibita in una dettagliata supercazzola giustificativa: «Se gli amici di Ramy e gli abitanti del quartiere non avessero protestato, nessuno avrebbe preso in considerazione la loro sacrosanta richiesta di verità e giustizia», che per lei sono il fine che giustifica i mezzi.
«Eventuali responsabilità sarebbero state facilmente insabbiate», granitica certezza che si fonda su un altro teorema: «Il che accade soprattutto quando tragedie come queste colpiscono persone proletarie e/o razzializzate: i cui diritti sono regolarmente calpestati, le cui vite contano meno di altre».
Infine, il capolavoro: «Quando queste persone provano a far sentire la propria voce, non stupisce che le reazioni siano tanto scomposte e cattive».
Adinolfi: «Il padre e i familiari di Ramy hanno preso le distanze dai disordini: “Io non c’entro niente e non voglio che quello che è successo l’altra notte in strada venga accostato a noi. Noi con la violenza non c’entriamo”. Ilaria Salis no. Lei ha espresso comprensione. Se però c’è qualcosa da comprendere, è innanzitutto questo, che in uno Stato democratico civile i modi per lottare per i propri diritti ci sono: sono stati, fra l’altro, quelli che si sono impiegati nel suo stesso caso».
Bravo, lo ha applaudito sul Foglio Maurizio Crippa: «Ben argomentato. Ma Salis, unico curriculum politico: l’attività di squatter, non demorde. Ieri ha preso la parola social per difendere nove militanti di centri sociali del Giambellino (assolti dall’accusa di associazione a delinquere) che avevano occupato case popolari vuote, togliendo la possibilità, di fatto, di assegnarle agli aventi diritto, ma che volete che sia».
Ha pure provato a cavalcare anche una tragedia accaduta a Treviso, un uomo di 53 anni deceduto in un box dopo essere stato sfrattato: «Nel 2024 non è possibile morire di freddo, non è possibile non avere un tetto sulla testa. La casa è un diritto universale».
Giusto. Peccato solo per un dettaglio (non marginale): la casa da cui era stato messo alla porta era di proprietà di un «collega» di Salis.
Matteo Marcon sul Corriere del Veneto, 7 dicembre 2024: «Treviso, morto di stenti nel garage dell’attivista anti-sfratti» (un caso di «doppia morale»? Ma quando mai, almeno a sentire il proprietario: «Non ho liberato il mio appartamento. Ho cercato di gestire con buon senso una situazione problematica», ah, beh...).
Sbarcata a Bruxelles, Salis ha rilanciato il suo verbo giustificazionista: «Il movimento di lotta per la casa ha sempre agito con la forza della legittimità data dal semplice principio che tutte e tutti dobbiamo avere un tetto sulla testa», continua ad argomentare l’eurodeputata. «Come ci insegna la Storia, non sempre le azioni legittime sono necessariamente anche legali in quel dato momento - ma in una società sana possono diventarlo successivamente. Spesso, infatti, sono proprio azioni oltre la legge a spingere la legge stessa a mutare».
Principio cui si è attenuta perfino quando il 14 ottobre scorso sono saltati in aria tre carabinieri a Castel d’Azzano. Per colpa di tre fratelli bombaroli? No. Del capitalismo «che ha trasformato la casa da bene essenziale a bene speculativo», con la corresponsabilità della politica che non affronta «le cause profonde del disagio».
Le parole di cordoglio per le vittime sono arrivate, con un altro Salis-scendi, il 16 ottobre, causa indignazione suscitata da quelle che sono apparse a molti come farneticazioni: «E sì, la morte di tre persone mi addolora, ed esprimo la mia vicinanza umana alle famiglie delle vittime. Non sarebbe dovuto accadere».
Meglio tardi che mai.
«Presi dal referendum, si è un po’ trascurato il suggestivo sbarco a Cuba di Ilaria Salis», l’ha sfottuta da par suo Mattia Feltri sulla Stampa giovedì scorso.
Certo, «oltre a scagliarsi contro l’embargo americano, avrebbe potuto biasimare quella carcassa di totalitarismo comunista ancora imbullonato all’Avana, una dittatura scalcagnata ma ben più antica e compiuta di quella ungherese. Le parole però le sono rimaste in gola».
Comunque: sempre «viva viva viva la democrazia», che l’ha salvata «dall’illiberale Ungheria di Viktor Orbán, permettendole di giocare alla piccola Che Guevara fuori tempo massimo».
Salis ha scritto un libro, Vipera.
Ma sarebbe forse risultato più calzante Mi casa, su casa.
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E’ un classico che più classico non si può, ma se non volete banalizzarvi con le solite colombe pasquali e volete allestire una colazione dai sapori della campagna e dal gusto appena retrò – ricordatevi che questa è la torta di Nonna Papera! – ecco una versione un po’ più ricca, ma egualmente elementare della torta di mele.
Ingredienti – 4 mele (noi abbiamo usato quelle dei Sibillini, l’importante è che siano dolci e succose) 300 gr di farina 00, 150 gr di zucchero semolato, 80 gr di burro, 15 gr di lievito per dolci meglio se vaniglinato, 100 ml di latte, 4 cucchiai di uva sultanina, 10 noci. Facoltativo un cucchiaino di cannella.
Procedimento – Fate sciogliere a bagnomaria ¾ del burro (quello che resta vi servirà per imburrare la teglia), mettete a rivenire in acqua o se preferite in un goccio di rum l’uva sultanina, e nella planetaria, oppure in una ciotola molto capiente e agendo con forza con la frusta, montate le uova con lo zucchero, poi aggiungete il burro fuso e continuate a mescolare. Ora piano piano aggiungete la farina e il lievito. Sbucciate le mele e sgusciate le noci. Tre mele fatele a pezzettoni, la quarta a fettine sottili. Aggiungete all’impasto che deve risultare morbido i pezzi di mela (non le fettine che terrete da parte per guarnizione), l’uva sultanina, i gherigli di noci tritati grossolanamente. Se volete aggiungete la polvere di cannella. Mescolate bene. Ora imburrate e poi infarinate una teglia da forno da 24 cm di diametro e versatevi il composto. Livellate con una Marisa il composto, poi sistemate sulla superfice a guarnire le fettine di mela. Infornate a forno statico a 180 gradi per circa 50 minuti. Fate comunque sempre la prova dello stuzzicadenti (se infilato nella torta riemerge asciutto vuol dire che è cotta a puntino), sformate e lasciate intiepidire.
Come far divertire i bambini – Fate fare a loro la guarnizione in superficie con le fettine di mela.
Abbinamento – Il massimo è il Moscato di Pantelleria passito, vanno bene tutti gli altri moscato
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Ilaria Salis (Ansa)
L’eurodeputata blatera di «controllo preventivo» però era insieme all’aiutante, nei guai per violenza privata In realtà, dopo le bravate con la «banda del martello», si attiva un alert ogni volta che si registra in un albergo.
Pensava che qualche slogan da sinistra antagonista bastasse per sollevare un polverone, trasformare un controllo di polizia in un caso politico e distogliere l’attenzione dalla reale finalità della procedura di polizia. Il tutto a ridosso della manifestazione «No kings», organizzata da antagonisti e sindacati a Roma. «L’Italia è ormai un regime. Questa mattina la polizia si è presentata all’alba nella mia stanza d’albergo a Roma per un controllo preventivo durato oltre un’ora in vista della manifestazione di oggi (ieri per chi legge, ndr).
A quanto pare, effetto del decreto Sicurezza. Rendiamoci conto a che punto siamo arrivati con il governo Meloni al potere… viviamo già in uno Stato di polizia». L’eurodeputata laria Salis lancia il richiamo per gli ultrà della sinistra sui social come prova di una deriva.
oi, però, arriva la versione ufficiale. Dalla questura di Roma spiegano di aver disposto il controllo dopo un alert scattato sul sistema «Web alloggiati (che censisce chi prende una camera d’albergo, ndr)» per un alert partito dalla Germania attraverso il circuito Schengen. In Germania, infatti, la Salis è stata segnalata per le vicende della «Hammerbande», la banda del martello, il collettivo internazionale di estrema sinistra nato a Berlino che ha colpito anche in Ungheria, proprio dove l’europarlamentare era finita in manette accusata di aver partecipato al pestaggio di alcuni neonazisti durante un evento di skinheads e hooligans, radunatisi a Budapest per commemorare un battaglione nazista. Da allora è censita nella banca dati Sis (Sistema di informazione Schengen) e quando viene registrata in qualsiasi hotel, scatta in modo automatico un alert che finisce dritto alla centrale operativa più vicina. Di solito (e chissà quante altre volte la Salis è stata controllata senza che se ne accorgesse) si muove la Digos, ma questa volta la segnalazione è giunta al commissariato Viminale, che ha inviato sul posto un’auto della sezione Volanti.
Gli agenti, che sapevano solo di dover prendere informazioni su chi alloggiava in quella stanza dell’hotel Varese, si sono trovati davanti l’europarlamentare. Si è trattato, quindi, di un intervento obbligato. E non di un’iniziativa discrezionale, né di un controllo costruito per la manifestazione, ma di un passaggio automatico nel perimetro della cooperazione tra polizie europee. Il questore, Roberto Massucci, ha poi precisato: «Nessuna perquisizione e nessun atto è stato compiuto». Ma, soprattutto, «si esclude pertanto categoricamente», è la posizione della questura di Roma, «che possa essere stato un controllo preventivo effettuato in relazione alla manifestazione». Alla fine, si è trattato di un controllo documentale (durato un quarto d’ora), interrotto quando gli agenti hanno capito di avere davanti un’europarlamentare, senza accesso alla stanza e senza ulteriori sviluppi. Il nodo è proprio qui: Salis parla di un’operazione mirata, di una verifica che avrebbe riguardato proprio lei, sottolinea che le domande sono proseguite nonostante si fosse qualificata e insiste sulla durata. Nel mezzo ci sono i dettagli, quelli che non ha fornito la Salis e che la Verità è in grado di ricostruire.
Ore 7, hotel Varese, via Varese 26, un tre stelle con reception attiva 24 ore su 24 a 300 metri dalla stazione Termini. Le stanze, sui siti Web che permettono le prenotazioni, vengono definite «confortevoli e caratterizzate da un design classico». Bagno privato con asciugacapelli. E una posizione, con valutazioni altissime, «molto apprezzata dalle coppie». Gli agenti si presentano prima della colazione. La Salis è con il dottor Ivan Bonnin, suo assistente parlamentare noto alle autorità per un curriculum costruito nelle piazze durante manifestazioni di protesta. Fu segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo (la vicenda si chiuse con una multa da 90.000 euro per sei tra studenti e ricercatori) che manifestarono davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna. Il pm chiese un decreto di condanna (poi emesso dal gip) per le accuse di interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Il suo curriculum professionale, invece, conta uno studio su «mobilità, solidarietà e immaginari oltre i confini» per il Laboratorio di sociologia visuale dell’Università di Genova (la stessa università in cui è poi stato docente a contratto) e un dottorato di ricerca in Studi europei e internazionali a Roma Tre. Ma è anche un attivista. Promotore dell’Ong Brigate volontarie per l’emergenza, «associazione», si legge nello statuto, «che persegue finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, promuovendo l’organizzazione dal basso in un’ottica comunitaria». Nonché collaboratore della Salis nella stesura di Vipera, il libro dell’eurodeputata pubblicato da Feltrinelli. Il punto, quindi, non è la legittimità del controllo sul piano procedurale, ma come questo viene collocato nel discorso pubblico. Ma probabilmente per la Salis tra un controllo Schengen e uno «Stato di polizia» c’è soltanto una sfumatura.
«Il governo Meloni ha deciso di sottoporre a controlli i parlamentari di opposizione? Non siamo ancora diventati l’Ungheria di Orbán e non intendiamo diventarlo. Su questa vicenda pretendiamo parole di chiarezza dal ministro Piantedosi».
Mentre il duo Bonelli-Fratoianni riversava su X la medesima indignazione per il «trattamento» che avrebbe subito l’europarlamentare eletta nelle liste Avs, il popolo social reagiva sghignazzando. «Le forze dell’ordine hanno fatto il loro dovere, se non ha nulla da nascondere, vada tranquilla a manifestare, senza piagnucolare», era uno dei tanti commenti. A protestare, in effetti, è solo la sinistra. «È un atto in violazione della Costituzione e delle garanzie parlamentari: un gesto da regime, di una destra incattivita dalla sconfitta al referendum. Il messaggio è chiarissimo: chi scende in piazza, chi dissente, viene identificato e intimidito», si precipita a scrivere su Facebook il senatore di Avs, Peppe De Cristofaro.
Allarmato da quella che «sembra una intimidazione di Stato», da Ferrara, dove ha presentato il suo libro Flotilla, un viaggio per Gaza, il deputato del Pd, Arturo Scotto, vaneggia di destra «che ci sta facendo ruzzolare in qualcosa di ignoto che comincia a somigliare a un regime. Faccio fatica a trovare un altro termine». A Bruxelles prende carta e penna (si fa per dire) il vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno (Pd), per esprimere «piena solidarietà all’eurodeputata Ilaria Salis». Su X lo definisce «un episodio molto grave poiché il rispetto delle prerogative parlamentari è indispensabile per garantire l’esercizio libero del mandato».
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, invitava a smorzare i toni: «Prima di alzare il solito polverone di falsità su cosa è accaduto questa mattina all’onorevole Salis, aspettate di ascoltare la verità che è stata data a chi si è recato dal questore per ascoltarla», ma l’occasione era troppo ghiotta per non strepitare ancora.
Così, Giovanni Barbera, della direzione nazionale di Rifondazione comunista, abbozza interventi dei servizi segreti e tuona: «Siamo di fronte a una vera e propria attività di dossieraggio e sorveglianza speciale applicata a una rappresentante delle istituzioni europee». Poi chiama alle armi: «La nostra battaglia contro questo rigurgito di Stato di polizia continuerà con ancora più determinazione».
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Ansa
Decine di migliaia di manifestanti hanno sfilato contro Donald Trump, Israele e il governo. Un dissenso senza bandiere di Pd e M5s.
Una manifestazione di popolo, riuscitissima e pacifica anche nei contenuti e nei messaggi lanciati (salvo i soliti quattro idioti in cerca di visibilità con le foto di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa a testa in giù accanto a una ghigliottina di cartone, tra l’altro fuori dal corteo), ma con un significato politico che smonta completamente la teoria che i voti andati al No sulla riforma della giustizia possano essere ricondotti al cosiddetto campo largo.
Manco per niente: in piazza, tra le forze politiche del fronte progressista, era presente solo Avs, in fondo al corteo, con una discreta partecipazione: neanche mezza bandiera di Pd e M5s, ma una serie infinita di sigle che con la coalizione di opposizione hanno poco o nulla a che fare.
Manifestazione più che riuscita, dicevamo: circa 100.000 persone hanno sfilato tra canti, balli, Bella ciao, e slogan contro la guerra, contro Israele, contro Donald Trump e a favore della Palestina e della pace. Tanti anche i cartelli e gli striscioni contro il governo Meloni, ovviamente, ma l’immagine restituita dal corteo è quella di un popolo che non si riconosce nell’asse Pd-M5s che si pone alla guida dell’alternativa, e men che meno, figuriamoci, per gli alleati centristi. Sfilano le bandiere di Rifondazione comunista, del Partito dei lavoratori, dei centri sociali di tutta Italia, dell’Anpi, di Emergency, di Amnesty international, di vari movimenti pacifisti, lo stendardo della «Comune», «organizzazione umanista e socialista», una grande, massiccia rappresentanza della Cgil e della Fiom.
Ma sono scesi in campo anche vecchi arnesi della lotta di classe, come i Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, grandi produttori di liste di proscrizione di presunti simpatizzanti dello Stato di Israele), e dell’anarchia parolaia, tipo circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Si sono uniti al corteo anche i militanti del «Partito comunista internazionale» e del «Partito di alternativa comunista», gente che ancora oggi vagheggia la rivoluzione, come si legge in uno dei volantini distribuiti nel corteo. Pure i cori erano piuttosto polverosi e non proprio eccitanti. Roba come «Unità solidale per poter cambiare» o «Non c’è vittoria, non c’è conquista senza impegno pacifista» o ancora «Fronte unico pacifista contro la guerra imperialista» o «Intelligenza artificiale, inganno criminale». Chi non si solleverebbe con simili parole d’ordine?
Insomma, in piazza ha sfilato quella galassia che, tutta unita dal no alla guerra, a Israele, a Trump, lo scorso fine settimana è andata in massa alle urne, ha contribuito in maniera più che determinante alla vittoria del No, ma è lontana anni luce dai partiti (Avs a parte) che si riconoscono nel centrosinistra parlamentare. Significativi i contenuti di alcuni dei volantini distribuiti durante il corteo: il Partito comunista internazionale sostiene che «guerra e fascismo saranno fermati solo dalla lotta di classe con l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo» invocando la rivoluzione comunista e arriva a condannare, pensate, pure «il regime capitalista di Pechino, la via cinese alla falsificazione ormai evidente del socialismo, che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita», mentre il Partito di alternativa comunista dimostra di avere le idee chiare rispetto al centrosinistra: «Anche in Italia le oceaniche manifestazioni e gli scioperi dello scorso autunno hanno dimostrato che la lotta di classe può esplodere mettendo in difficoltà i governi borghesi. La recente vittoria del No al referendum è il sottoprodotto di quelle grandi mobilitazioni. Ma le lotte da sole non bastano: i partiti liberali e riformisti sono pronti a governare per conto dei capitalisti e continuare a colpire le classi povere».
Una vittoria, quindi, quella del No al referendum, rivendicata da queste decine di migliaia di manifestanti, ma fuori da ogni logica politicista. Del resto di quelli che hanno sfilato a Roma evidentemente Pd e M5s non si fidano nemmeno: l’assenza delle bandiere dei due partiti alla manifestazione è l’evidente segnale che i leader temevano scontri, tafferugli, vandalismi. I pentastellati hanno mandato in piazza una minuscola delegazione, composta tra gli altri da Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, e dai deputati Francesco Silvestri e Gilda Sportiello. Il segretario del Pd, Elly Schlein, mentre il corteo sfilava, era alla convention di Più Europa, così come Giuseppe Conte, pure lui alla larga dalla manifestazione. Considerato il numero di partecipanti assai superiore alle attese, il corteo, autorizzato dalla questura, si è diretto verso il Verano. È finito tutto a tarallucci e vino, con i manifestanti che si sono rifocillati dopo la lunga camminata.
L’analisi politica da fare è quindi precisa: il popolo del No al referendum, quello che solitamente non va a votare e che, affluendo in massa alle urne, ha determinato lo stop alla riforma, non si riconosce nei partiti di centrosinistra (Avs a parte) e i partiti di centrosinistra non si fidano del popolo del no. Le opposizioni hanno una sfida ai limiti dell’impossibile: convincere queste persone ad andare a votare per loro nel 2027. Uomini e donne compattati ancora intorno a un no, anzi a vari no: alla guerra e quindi al bellicismo di Usa e Israele, al governo Meloni, alle bombe, ai missili, allo sterminio di Gaza, ma pur sempre un corpo estraneo rispetto ai partiti politici. E, quando si tratterà di dire sì (a Conte, alla Schlein, a chiunque si proporrà come alternativa a Giorgia Meloni), molto difficilmente usciranno di nuovo dall’astensionismo in cui si erano fino ad ora rifugiati.
Mai come ieri la distanza tra la piazza e le logiche di potere che già stanno dilaniando il centrosinistra, tra favorevoli e contrari alle primarie, tra ambizioni di leadership e relativi sgambetti, è apparsa così plastica, cristallina. Per Pd e M5s il segnale arrivato dal corteo «No Kings» è, quindi, tutt’altro che favorevole.
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