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2021-05-18
Ritorna l’accoppiata Vialli-Mancini nel libro sull’ultimo miracolo del pallone
Roberto Mancini e Gianluca Vialli (Getty Images)
I corsi e i ricorsi della Storia sono qualcosa da prendere molto sul serio, e non solo perché lo sosteneva Giovambattista Vico. Prendiamo una data come il 5 maggio. Fatale per Napoleone Bonaparte, fatale per l'Inter nel 2002 quando perse uno scudetto, fondamentale per il destino della Sampdoria 30 anni fa, nel 1991, quando al Meazza, proprio contro i nerazzurri, disputò la partita perfetta che diede il senso a una cavalcata per il titolo capace di riempire l'immaginario collettivo di aneddoti, pionierismo, suggestioni, 2-0 per i doriani, con Gianluca Vialli che batte l'amico Walter Zenga mantenendo la promessa fattagli durante un allenamento con la Nazionale: «Quando vengo a San Siro, ti segno un gol». Il grande calcio è qualcosa di irrazionale che solo a posteriori, quando i giochi sono fatti e i premi vengono assegnati, può essere spiegato. Ma mai fino in fondo. La bella stagione (Mondadori), scritto dai gemelli del gol Vialli e Roberto Mancini, a cura di Domenico Baccalario, col supporto giornalistico di Stefano Prosperi e la partecipazione di tutti i compagni di squadra blucerchiati che lo scudetto dell'annata 1990/91 lo conquistarono, riesce a farlo perché racconta un'impresa rimasta leggendaria con le voci di chi, all'epoca, non era ancora consapevole di «poter trasformare l'impossibile nel possibile, innescando uno tsunami». Sono passati 30 anni da allora. Oggi Mancini siede sulla panchina della Nazionale e ha appena annunciato il rinnovo del contratto che lo legherà agli azzurri fino al 2026, Vialli vive a Londra, è sposato e ha due figlie. Entrambi sono concordi nell'indicare quello scudetto di 30 anni fa come lo spartiacque della loro consapevolezza. «Eravamo degli outsider, la città di Genova, con la sua atmosfera, ci convinse a sposare il progetto Sampdoria, sono belle le storie di calcio vincenti quando hanno protagoniste squadre come il Leicester, l'Atalanta, la nostra squadra di quella stagione», ripetono all'unisono. In verità quella Samp non fu proprio una sorpresa. La squadra era un bilanciato mix di campioni e di gregari capaci di tirare la cinghia. C'era Gianluca Pagliuca tra i pali, che proprio nella sfida decisiva contro l'Inter ipnotizzò il tedesco terribile Lothar Matthäus dal dischetto, negandogli per la prima volta una rete su rigore. C'era Pietro Vierchowod, sangue russo nelle vene e concretezza laghee di chi è cresciuto sul Lario, uno dei marcatori più tosti e arcigni di tutti i tempi, il migliore nel suo ruolo, se non fossero esistiti due colleghi chiamati Franco Baresi e Paolo Maldini. Beppe Dossena sulle fasce, il metronomo brasiliano dall'anagrafe incerta Tonino Cerezo, Beppe Dossena e il tricologicamente irrisolto - oggetto di battute spassose nello spogliatoio - Attilio Lombardo. E poi il capitano Luca Pellegrini, il ragioniere Fausto Pari, Oleksij Mychajlyčenko, l'operaio del centrocampo Giovanni Invernizzi, Marco Branca, Ivano Bonetti, Moreno Mannini. Dirigeva l'orchestra Vujadin Boskov, più che un allenatore, una sorta di profeta Tiresia destinato a coniare aforismi validi ancora oggi. Serbo pragmatico, poliglotta, alle tattiche sofisticate preferiva la battuta sferzante che nei momenti difficili stemperava la tensione: «Calcio è gioco semplice, perché si gioca in 11 contro 11, ma quasi sempre si decide in duelli uno contro uno. Y alora, se su 10 dvelli in mezzo al campo tu vinci quattro, allora probabilmente perdi. Se vinci cinque o sei, alora almeno pareggi. Se vinci sette, o otto, vittoria è sicura», ripeteva ai suoi. Sopra di lui, il mecenate Paolo Mantovani, che incarnava a tutti gli effetti il ruolo del presidente-papà, custode di un focolare familiare, al riparo dalle insidie dei procuratori. «Vuoi venire a trattare il rinnovo di contratto con il tuo manager? Allora non mi faccio trovare, manderò il mio avvocato», \disse un giorno a Pellegrini. La schiatta dei Mino Raiola era ancora da venire. Così come la Superlega, i super ingaggi, il calcio elevato a sulfureo business globale. Non che quel periodo fosse l'età dell'oro strapaesana del si stava meglio quando si stava peggio, del pallone senza peccato. Anzi. Ma c'è, tra i segreti della conquista di quel titolo, il romantico cliché chiamato «attaccamento alla maglia», e non solo come figura retorica. Un esempio su tutti: Vierchowod corteggiato dalla Juventus va a cena con Luca Cordero di Montezemolo, allora plenipotenziario nella dirigenza bianconera, si bagna le labbra con lusinghe innaffiate a champagne, poi però sceglie di rimanere a Genova perché ha promesso ai compagni di vincere con loro qualcosa di importante. Promessa mantenuta. Funestati dagli infortuni, ma compattati da confronti serrati nello spogliatoio, goliardate fuori dal campo, complicità cameratesca, la squadra di Boskov arrivò prima in Serie A e in finale di Coppa Italia, davanti al Milan di Sacchi e dei tre olandesi, all'Inter di Trapattoni e dei tre tedeschi, al Napoli di Maradona, alla Juve di Roby Baggio. Con quel pizzico di irrazionalità tipico di ogni impresa memorabile.
Stipendi dei calciatori troppo alti. La Lega aspetta ma serve un tetto
Compromesso sugli stipendi dei calciatori raggiunto da Gabriele Gravina, presidente della Figc. Le richieste della Lega di Serie A per il rinvio del pagamento degli emolumenti e l'opposizione di Assocalciatori si sono incontrate a metà strada: viene posticipata al mese di giugno la verifica per i club di A dell'erogazione delle spettanze di marzo, operazione che comunque deve essere portata a termine per garantire l'iscrizione delle squadre al prossimo campionato.
Inizialmente le richieste della Lega di A prevedevano il rinvio degli ultimi quattro stipendi da marzo a giugno, spalmandoli fino a dicembre, ma la proposta avrebbe violato il principio di mettersi in regola prima dell'iscrizione alla nuova stagione agonistica. Ancora da sciogliere il nodo sul tetto di spesa per i club, norma ribattezzata «Riduci debiti». La strada è però stata tracciata: è stato approvato il principio «Che impone il blocco della campagna trasferimenti per i club di A e B se superano il costo complessivo del monte contrattuale determinato dai contratti pluriennali in essere per la stagione sportiva 2021-2022».
In parole povere, deve essere mantenuto da ciascuna società il monte ingaggi della stagione precedente, a meno di non coprirsi le spalle con una garanzia fideiussoria. Se il limite venisse varcato, non sarebbe possibile spendere per il calciomercato successivo. Si tratta di un primo passo per impedire alle squadre di indebitarsi ulteriormente. A breve nascerà inoltre un tavolo tecnico con Lega Serie A, Lega B, Lega Pro, Aic e Aiac «per agevolare un confronto anche con alcuni rappresentanti dei club al fine di approfondire le soluzioni più urgenti e favorire le condizioni ideali affinché il sistema torni in sicurezza». Tema assai caldo soprattutto sul fronte Inter, con la proprietà cinese di Suning impegnata in un significativo ridimensionamento delle spese e con la richiesta nei confronti dei giocatori di una riduzione del 20% dell'ingaggio. Le notizie si intrecciano con una vicenda di costume che riguarda il campione della Juventus Cristiano Ronaldo. Un video diffuso online ritrae il personale di una ditta di trasporto di Lisbona - la Rodo Cargo - impegnato a caricare alcune auto di lusso di CR7 dalla sua casa di Torino. Potrebbe trattarsi di un normale trasloco. Ma i maligni sostengono possa anche trattarsi del primo passo per salutare definitivamente la Serie A, accasandosi altrove, magari laddove possano garantirgli il suo contratto faraonico. All'indomani della sconfitta della Juve contro il Milan, Ronaldo era stato peraltro avvistato a Maranello assieme a John Elkann e Andrea Agnelli: il cinque volte Pallone d'Oro ha acquistato una Ferrari Monza, il bolide più potente della casa del Cavallino, dal costo di 1,6 milioni di euro.
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I due ex attaccanti della Samp rievocano lo scudetto del 1991 «Allora contava la maglia». E il Mancio rinnova con l'Italia.Stipendi dei calciatori troppo alti: rinviato a giugno il pagamento delle mensilità di marzo (CR7 intanto sposta le auto).Lo speciale contiene due articoli. I corsi e i ricorsi della Storia sono qualcosa da prendere molto sul serio, e non solo perché lo sosteneva Giovambattista Vico. Prendiamo una data come il 5 maggio. Fatale per Napoleone Bonaparte, fatale per l'Inter nel 2002 quando perse uno scudetto, fondamentale per il destino della Sampdoria 30 anni fa, nel 1991, quando al Meazza, proprio contro i nerazzurri, disputò la partita perfetta che diede il senso a una cavalcata per il titolo capace di riempire l'immaginario collettivo di aneddoti, pionierismo, suggestioni, 2-0 per i doriani, con Gianluca Vialli che batte l'amico Walter Zenga mantenendo la promessa fattagli durante un allenamento con la Nazionale: «Quando vengo a San Siro, ti segno un gol». Il grande calcio è qualcosa di irrazionale che solo a posteriori, quando i giochi sono fatti e i premi vengono assegnati, può essere spiegato. Ma mai fino in fondo. La bella stagione (Mondadori), scritto dai gemelli del gol Vialli e Roberto Mancini, a cura di Domenico Baccalario, col supporto giornalistico di Stefano Prosperi e la partecipazione di tutti i compagni di squadra blucerchiati che lo scudetto dell'annata 1990/91 lo conquistarono, riesce a farlo perché racconta un'impresa rimasta leggendaria con le voci di chi, all'epoca, non era ancora consapevole di «poter trasformare l'impossibile nel possibile, innescando uno tsunami». Sono passati 30 anni da allora. Oggi Mancini siede sulla panchina della Nazionale e ha appena annunciato il rinnovo del contratto che lo legherà agli azzurri fino al 2026, Vialli vive a Londra, è sposato e ha due figlie. Entrambi sono concordi nell'indicare quello scudetto di 30 anni fa come lo spartiacque della loro consapevolezza. «Eravamo degli outsider, la città di Genova, con la sua atmosfera, ci convinse a sposare il progetto Sampdoria, sono belle le storie di calcio vincenti quando hanno protagoniste squadre come il Leicester, l'Atalanta, la nostra squadra di quella stagione», ripetono all'unisono. In verità quella Samp non fu proprio una sorpresa. La squadra era un bilanciato mix di campioni e di gregari capaci di tirare la cinghia. C'era Gianluca Pagliuca tra i pali, che proprio nella sfida decisiva contro l'Inter ipnotizzò il tedesco terribile Lothar Matthäus dal dischetto, negandogli per la prima volta una rete su rigore. C'era Pietro Vierchowod, sangue russo nelle vene e concretezza laghee di chi è cresciuto sul Lario, uno dei marcatori più tosti e arcigni di tutti i tempi, il migliore nel suo ruolo, se non fossero esistiti due colleghi chiamati Franco Baresi e Paolo Maldini. Beppe Dossena sulle fasce, il metronomo brasiliano dall'anagrafe incerta Tonino Cerezo, Beppe Dossena e il tricologicamente irrisolto - oggetto di battute spassose nello spogliatoio - Attilio Lombardo. E poi il capitano Luca Pellegrini, il ragioniere Fausto Pari, Oleksij Mychajlyčenko, l'operaio del centrocampo Giovanni Invernizzi, Marco Branca, Ivano Bonetti, Moreno Mannini. Dirigeva l'orchestra Vujadin Boskov, più che un allenatore, una sorta di profeta Tiresia destinato a coniare aforismi validi ancora oggi. Serbo pragmatico, poliglotta, alle tattiche sofisticate preferiva la battuta sferzante che nei momenti difficili stemperava la tensione: «Calcio è gioco semplice, perché si gioca in 11 contro 11, ma quasi sempre si decide in duelli uno contro uno. Y alora, se su 10 dvelli in mezzo al campo tu vinci quattro, allora probabilmente perdi. Se vinci cinque o sei, alora almeno pareggi. Se vinci sette, o otto, vittoria è sicura», ripeteva ai suoi. Sopra di lui, il mecenate Paolo Mantovani, che incarnava a tutti gli effetti il ruolo del presidente-papà, custode di un focolare familiare, al riparo dalle insidie dei procuratori. «Vuoi venire a trattare il rinnovo di contratto con il tuo manager? Allora non mi faccio trovare, manderò il mio avvocato», \disse un giorno a Pellegrini. La schiatta dei Mino Raiola era ancora da venire. Così come la Superlega, i super ingaggi, il calcio elevato a sulfureo business globale. Non che quel periodo fosse l'età dell'oro strapaesana del si stava meglio quando si stava peggio, del pallone senza peccato. Anzi. Ma c'è, tra i segreti della conquista di quel titolo, il romantico cliché chiamato «attaccamento alla maglia», e non solo come figura retorica. Un esempio su tutti: Vierchowod corteggiato dalla Juventus va a cena con Luca Cordero di Montezemolo, allora plenipotenziario nella dirigenza bianconera, si bagna le labbra con lusinghe innaffiate a champagne, poi però sceglie di rimanere a Genova perché ha promesso ai compagni di vincere con loro qualcosa di importante. Promessa mantenuta. Funestati dagli infortuni, ma compattati da confronti serrati nello spogliatoio, goliardate fuori dal campo, complicità cameratesca, la squadra di Boskov arrivò prima in Serie A e in finale di Coppa Italia, davanti al Milan di Sacchi e dei tre olandesi, all'Inter di Trapattoni e dei tre tedeschi, al Napoli di Maradona, alla Juve di Roby Baggio. Con quel pizzico di irrazionalità tipico di ogni impresa memorabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accoppiata-vialli-mancini-libro-pallone-2653026000.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stipendi-dei-calciatori-troppo-alti-la-lega-aspetta-ma-serve-un-tetto" data-post-id="2653026000" data-published-at="1621358885" data-use-pagination="False"> Stipendi dei calciatori troppo alti. La Lega aspetta ma serve un tetto Compromesso sugli stipendi dei calciatori raggiunto da Gabriele Gravina, presidente della Figc. Le richieste della Lega di Serie A per il rinvio del pagamento degli emolumenti e l'opposizione di Assocalciatori si sono incontrate a metà strada: viene posticipata al mese di giugno la verifica per i club di A dell'erogazione delle spettanze di marzo, operazione che comunque deve essere portata a termine per garantire l'iscrizione delle squadre al prossimo campionato. Inizialmente le richieste della Lega di A prevedevano il rinvio degli ultimi quattro stipendi da marzo a giugno, spalmandoli fino a dicembre, ma la proposta avrebbe violato il principio di mettersi in regola prima dell'iscrizione alla nuova stagione agonistica. Ancora da sciogliere il nodo sul tetto di spesa per i club, norma ribattezzata «Riduci debiti». La strada è però stata tracciata: è stato approvato il principio «Che impone il blocco della campagna trasferimenti per i club di A e B se superano il costo complessivo del monte contrattuale determinato dai contratti pluriennali in essere per la stagione sportiva 2021-2022». In parole povere, deve essere mantenuto da ciascuna società il monte ingaggi della stagione precedente, a meno di non coprirsi le spalle con una garanzia fideiussoria. Se il limite venisse varcato, non sarebbe possibile spendere per il calciomercato successivo. Si tratta di un primo passo per impedire alle squadre di indebitarsi ulteriormente. A breve nascerà inoltre un tavolo tecnico con Lega Serie A, Lega B, Lega Pro, Aic e Aiac «per agevolare un confronto anche con alcuni rappresentanti dei club al fine di approfondire le soluzioni più urgenti e favorire le condizioni ideali affinché il sistema torni in sicurezza». Tema assai caldo soprattutto sul fronte Inter, con la proprietà cinese di Suning impegnata in un significativo ridimensionamento delle spese e con la richiesta nei confronti dei giocatori di una riduzione del 20% dell'ingaggio. Le notizie si intrecciano con una vicenda di costume che riguarda il campione della Juventus Cristiano Ronaldo. Un video diffuso online ritrae il personale di una ditta di trasporto di Lisbona - la Rodo Cargo - impegnato a caricare alcune auto di lusso di CR7 dalla sua casa di Torino. Potrebbe trattarsi di un normale trasloco. Ma i maligni sostengono possa anche trattarsi del primo passo per salutare definitivamente la Serie A, accasandosi altrove, magari laddove possano garantirgli il suo contratto faraonico. All'indomani della sconfitta della Juve contro il Milan, Ronaldo era stato peraltro avvistato a Maranello assieme a John Elkann e Andrea Agnelli: il cinque volte Pallone d'Oro ha acquistato una Ferrari Monza, il bolide più potente della casa del Cavallino, dal costo di 1,6 milioni di euro.
Il Consiglio dei ministri di ieri pomeriggio ha dato il via libera al decreto che contiene la proroga degli aiuti a Kiev. Nell’ultima riunione del 2025, durata un’ora scarsa, è stato approvato a razzo il testo sulle «disposizioni urgenti per la proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, per il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini, nonché per la sicurezza dei giornalisti freelance». Una formula meno brutale della dizione giornalistica «decreto armi» e che include anche gli aiuti destinati alla popolazione civile.
Al pacchetto armi si aggiungono quindi gli aiuti umanitari, divisi tra logistica, sanità e ricostruzione della rete elettrica martoriata dalle bombe russe. Non solo, viene data «priorità ai mezzi logistici, sanitari, a uso civile e di protezione dagli attacchi». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha spiegato che l’esecutivo di centrodestra continuerà a sostenere l’Ucraina «militarmente, economicamente, finanziariamente e politicamente». Quattro parole impegnative e che coprono uno spettro non completamente condiviso dalla politica italiana, a destra come a sinistra. Il Pd, per dire, formalmente è molto vicino a Volodymyr Zelensky e a Ursula Von der Leyen, ma al pari di Lega e Forza Italia non avrebbe mai fatto cadere il governo per un decreto fotocopia sull’Ucraina. Nell’ultimo mese di discussioni, la Lega ha voluto che nel testo si desse più importanza agli aiuti alla popolazione e alla funzione difensiva delle armi fornite o finanziate dall’Italia. Evidente lo scopo del Carroccio: un conto è aiutare il popolo ucraino a difendersi, e un conto è aiutare Zelensky e il suo governo corrotto ad attaccare la Russia.
Nel 2022, l’esecutivo di Giuseppe Conte usò espressamente il termine «mezzi militari», nel primo decreto per l’Ucraina. E lo stesso ha fatto Mario Draghi. Nell’edizione 2024 del decreto, invece, l’aggettivo «militare» era già sparito dal titolo, per rimanere solo nel testo. Quest’anno, sempre nel titolo, viene cambiata la destinazione degli aiuti, che mandiamo non più solamente alle «autorità governative» di Kiev, ma anche alla «popolazione» dell’Ucraina.
Nel decreto si sottolinea poi in più passaggi che è parte qualificante delle donazioni italiane «il supporto delle attività di assistenza alla popolazione». E si afferma che, tra i materiali da spedire, bisogna dare la priorità a quelli «logistici, sanitari, a uso civile e di protezione dagli attacchi».
Tra le novità del provvedimento per il 2026 ci sono il rinnovo dei permessi di soggiorno per alcuni cittadini ucraini e la copertura assicurativa per i giornalisti freelance, inviati dall’Italia nei territori di guerra. Quest’ultima misura va in qualche modo spiegata: da molti anni i grandi giornali e i maggiori editori italiani non mandano, se non in caso eccezionale, giornalisti dipendenti sui fronti caldi perché le polizze assicurative, richieste dal contratto collettivo dei giornalisti, hanno raggiunto prezzi assai elevati. Il risultato è che il mestiere di inviato di guerra è ormai appannaggio dei freelance, più deboli di fronte ad ambasciate e governi stranieri, ma soprattutto esposti a rischi enormi. Con questo decreto sulle polizze di guerra, il governo Meloni copre quindi un buco grave nel sistema dell’informazione, del quale la stragrande maggioranza dei lettori nulla sapevano.
Il Carroccio di Matteo Salvini (ieri assente) aveva anche chiesto che l’autorizzazione agli aiuti durasse solo tre mesi, ma alla fine è rimasto di 12. La fiducia in una pace vicina, evidentemente, è ben poca.
Il senatore della Lega Claudio Borghi è comunque contento del risultato finale e su X ha scritto: «Basta decreto “armi e basta” come gli altri tre. Diversi compromessi possibili, come ad esempio vincolare il tutto alla prevalenza di equipaggiamento a difesa della popolazione civile. Dubito che se mandiamo un ospedale da campo ci sia qualcosa da ridire». Nell’ondata bellicista fomentata dalla seconda Commissione Von der Leyen, purtroppo, nulla è scontato.
Ma che armi partiranno per l’Ucraina? Il capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, ha detto al Sole 24 Ore che «ci faremo trovare pronti nella fase post guerra», rimarcando che «i conflitti attuali hanno confini sfumati e il tema della sicurezza coinvolge direttamente i cittadini». Poi, ha ammesso che dall’inizio della guerra «l’Italia ha fornito all’Ucraina armi e mezzi per oltre 3 miliardi» di euro.
Anche l’anno prossimo, la quantità effettiva di armi che partiranno per Kiev sarà poi decisa con altri decreti, i cui contenuti non sono pubblici, ma appannaggio soltanto del Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti.
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È il motivo per cui l’amministrazione Trump ha invitato le compagnie a spendere per la produzione, anziché per il giochetto finanziario del buyback, l’operazione con cui un’azienda riacquista azioni proprie, già in circolazione sul mercato, allo scopo di sostenerne il prezzo e restituire valore ai soci.
Di certo, nel boom europeo, hanno giocato e giocheranno un ruolo importante i piani di riarmo caldeggiati da Ursula von der Leyen, anche se la crescita più imponente delle remunerazioni, quest’anno, riguarda Bae systems, il colosso inglese dell’aerospazio, che con Italia e Giappone realizzerà il caccia multiruolo stealth di sesta generazione.
Il fattore trainante, comunque, è stato da subito il conflitto nel Donbass: dal 2022, la percentuale di investimenti delle società europee, misurata in rapporto al fatturato, è passata dal 6,4 al 7,9. Eppure, il crescente volume di spesa pubblica destinata alla difesa potrebbe rappresentare una controindicazione, per chi sguazza nell’affare d’oro e vorrebbe continuare a nuotarci più a lungo possibile: gli esperti sentiti dal Financial Times hanno notato che, se le somme sborsate dagli Stati salgono, «dati gli impegni di spesa annunciati dai governi, essi potrebbero diventare più coinvolti» nelle politiche industriali dei big del settore. La mano pubblica è croce e delizia: imprime una spinta decisiva al business; ma pretenderà di mantenere voce in capitolo sulla sua direzione.
Le proiezioni del giornale economico londinese confermano quali sono gli obiettivi del programma di riconversione produttiva perseguito dall’Ue. Era urgente, infatti, porre rimedio al rischio di desertificazione industriale, provocato dal Green deal. In sostanza, Ursula 2 mette una pezza su Ursula 1. Le convergenze all’Europarlamento tra sovranisti e popolari stanno, in parte, stemperando gli aspetti più estremi della transizione ecologica. Il danno, però, era fatto. Ora, le imprese messe in crisi dai diktat verdi potranno recuperare i benefici perduti buttandosi sugli armamenti. Si potrebbe sorvolare, se il processo garantisse un incremento dei redditi e se non comportasse rischi esistenziali. Tuttavia, non è detto che i posti di lavoro che andranno perduti, ad esempio, nell’automotive - il caso più eclatante riguarda le chiusure di impianti decise da Volkswagen - saranno riassorbiti dal comparto bellico, dove è più alta l’automazione e dove sono più specifiche le competenze richieste. Il risultato finale potrebbe essere questo: buon livello dei salari, sì, però per meno occupati; più profitti per i grossi gruppi; più dividendi per gli azionisti.
Per preparare il terreno, ovviamente, era fondamentale alimentare la retorica marziale che, ormai, infiamma tutti i discorsi degli eurocrati, dalla Von der Leyen stessa, a Kaja Kallas, ai diversi leader dei Paesi membri dell’Unione. Ed è qui che entra in ballo la variabile del pericolo mortale: a furia di scherzare con il fuoco, ci si può bruciare. Quella della guerra con la Russia potrebbe diventare una profezia che si autoavvera. È il famoso dilemma della sicurezza: l’effetto paradossale del riarmo non è di proteggere chi si trincera, bensì di rendere il mondo complessivamente meno sicuro, poiché aumenta la chance di incomprensioni e incidenti tra potenze rivali.
Nel discorso di commiato dalla nazione, il 17 gennaio 1961, il presidente Usa, Dwight Eisenhower, mise in guardia i cittadini dalle insidie del «complesso militare-industriale», che sarebbe stato in grado di esercitare una «influenza totale nell’economia, nella politica, anche nella spiritualità», minacciando «la struttura portante» della società. Oggi, quello scenario si va ricostituendo sotto i nostri occhi. Con tanto di marginalizzazione del dissenso, come denunciato dal Papa: chi non infila l’elmetto viene ridicolizzato, o accusato di intelligenza col nemico. Non mancano nemmeno i dotti editoriali, nei quali si glorifica la guerra quale motore della Storia. Sessantacinque anni fa, «Ike» individuava l’antidoto alla degenerazione in un popolo «all’erta e consapevole». Non ci si può aspettare che vigili chi incassa grazie allo spauracchio di Putin. È a noialtri, che tocca restare svegli.
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