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2025-01-04
Acciaio e dazi, la Germania annaspa di brutto
Olaf Scholz e Donald Trump (Ansa)
È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.
L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita.
Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente.
E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.
Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa
La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti.
«Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo.
Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro.
La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro.
Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche.
Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti».
Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz.
Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia.
La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti».
La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
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Joe Biden al tramonto copia Donald Trump e blocca la vendita in Giappone di US Steel. Il cancelliere Olaf Scholz scrive a Bruxelles: vertice sul comparto.Freidrich Merz, il principale candidato al governo tedesco, vuole evitare una pericolosa spirale tariffaria: subito negoziati con gli Stati Uniti. Il timore è che le gabelle del tycoon costino 180 miliardi alla Germania.Lo speciale contiene due articoli.È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita. Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente. E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/acciaio-dazi-germania-annaspa-2670736877.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlino-gia-trema-per-i-dazi-di-trump-patto-di-libero-scambio-con-gli-usa" data-post-id="2670736877" data-published-at="1735945454" data-use-pagination="False"> Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti. «Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo. Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro. La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro. Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche. Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti». Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz. Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia. La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti». La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.