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2025-01-04
Acciaio e dazi, la Germania annaspa di brutto
Olaf Scholz e Donald Trump (Ansa)
È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.
L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita.
Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente.
E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.
Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa
La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti.
«Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo.
Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro.
La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro.
Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche.
Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti».
Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz.
Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia.
La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti».
La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
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Joe Biden al tramonto copia Donald Trump e blocca la vendita in Giappone di US Steel. Il cancelliere Olaf Scholz scrive a Bruxelles: vertice sul comparto.Freidrich Merz, il principale candidato al governo tedesco, vuole evitare una pericolosa spirale tariffaria: subito negoziati con gli Stati Uniti. Il timore è che le gabelle del tycoon costino 180 miliardi alla Germania.Lo speciale contiene due articoli.È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita. Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente. E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/acciaio-dazi-germania-annaspa-2670736877.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlino-gia-trema-per-i-dazi-di-trump-patto-di-libero-scambio-con-gli-usa" data-post-id="2670736877" data-published-at="1735945454" data-use-pagination="False"> Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti. «Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo. Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro. La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro. Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche. Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti». Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz. Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia. La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti». La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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Fontana di Trevi (iStock). Nel riquadro, la locandina dell'evento Lgbt
«Rimango sconcertato, a caratteri cubitali», dichiara Angelo Mellone componente, designato dal ministro della Cultura, del cda dell’Istituto centrale per la grafica. Assieme ad altri due consiglieri, Gianfranco Ferroni e Paolo Corsini, si era subito dissociato dall’iniziativa promossa dal direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, inventore del Grafica Pride.
«Una speciale apertura serale dedicata all’inclusione, al dialogo culturale e alle voci del mondo queer», così da giorni veniva pubblicizzato sui social l’evento, con biglietti a prezzo intero da 10 euro e da 5 euro (per gli under 30) andati, ovviamente, esauriti. Sì, perché oltre a momenti culturali queer, era possibile l’affaccio sulla Fontana di Trevi sorseggiando un cocktail. Vuoi mettere il brivido. Anche se molti Millennials che masticano di gender nemmeno sanno che cosa sia la Dolce vita di Federico Fellini.
Forse l’evento Lgbt serviva a rimpinguare le casse dell’istituto, che nel bilancio 2026 prevede solo 2.000 euro di entrate dalla biglietteria? «Grafica Pride è un evento pensato anche per avvicinare un pubblico giovane e per rafforzare la missione dell’Istituto: rendere il patrimonio culturale sempre più accessibile, partecipato e inclusivo», si annunciava sul sito dell’ente.
«Non ne sapevamo nulla», chiarisce Mellone. «Noi del consiglio di amministrazione non facciamo attività di vigilanza, però nemmeno era stata ventilata una simile iniziativa. Almeno c’era il dovere di comunicarla». Aggiunge: «Mi lascia molto perplesso ritrovare un istituto nazionale, che non gode di una visibilità estrema, al centro di un interesse mediatico per un evento del genere che non c’entra nulla con la missione istituzionale, e che impegna ideologicamente un organismo che fa tutt’altro. Mi chiedo il perché di tanta protervia, di tanta ostentazione ideologica. E non si venga a dire che sono intollerante, il rispetto è altra cosa».
Custode del patrimonio grafico italiano nelle sue differenti tipologie, stiamo parlando di un centro museale di rilevanza internazionale che, nel complesso architettonico costituito da Palazzo Poli e Palazzo della Calcografia, ospita tra le più importanti collezioni di disegni, stampe, matrici e fotografie, dalla pratica artistica dal Rinascimento all’epoca contemporanea. «Noi del cda chiederemo spiegazioni, ma ormai l’evento, una cosa senza senso, ha avuto luogo. E chi cercava visibilità l’ha ottenuta. Povera Fontana di Trevi», conclude Mellone.
In programma ieri sera c’erano «sound performance, DJ set live» e la presentazione del libro Musei, genere e queerness, volume che «indaga le modalità attraverso cui le istituzioni culturali, e i musei in particolare, possono assumere un ruolo attivo nell’interpretazione dei cambiamenti sociali relativi alle dimensioni del genere, della sessualità e delle relazioni, in un’ottica queer. Pensato come uno strumento di avvicinamento di tali argomenti per un pubblico di professionist*, student*, ma anche per chiunque insegni, scriva o faccia ricerca sociale, si tratta del primo saggio in italiano interamente dedicato all’approfondimento del rapporto tra queerness e museologia».
La kermesse di ieri sarà costata diverse migliaia di euro e come ha sottolineato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Jacopo Coghe, nel bilancio di previsione 2026 dell’istituto ci sono 88.623 euro destinati a manifestazioni culturali come mostre, convegni ed eventi. Abbiamo pagato anche noi contribuenti, il Grafica Pride.
«Bene ha fatto il ministro Alessandro Giuli ad avviare una procedura di accertamento per capire responsabilità, dettagli e uso di fondi pubblici sull’ideologico evento Lgbt», ha commentato l’associazione. Alla Verità, il ministro aveva detto di ritenere l’iniziativa «incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica [...] Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale».
Il contributo diretto per quest’anno, da parte del ministero della Cultura, ammonta a 800.000 euro destinati al funzionamento ordinario dell’istituto (più altri 52.000 euro tra buoni pasti e «servizi di sicurezza»). Ovviamente la pensa diversamente Mario Colamarino, portavoce del Roma Pride che oggi porterà il consueto carrozzone per le vie della Capitale con partenza alle 15 da piazza della Repubblica. «Apprezzo il gesto dell’istituto, perché in un mondo dove la destra per ogni cosa che qualcuno fa poi va lì a puntare il dito e punire, ci vuole coraggio», ha commentato, invitando il ministro Giuli ad «occuparsi di altre battaglie, questa mi sembra la minore di tutte».
Dopo la mediazione del Comune di Roma, sfilerà anche l’associazione ebraica Lgbtq+ Keshet, però solo a piedi e senza carro (che ha per bandiera i colori dell’arcobaleno con al centro la stella di David) e in uno «spezzone» del percorso, «nell’ottica di garantire la sicurezza di tutte le persone presenti», ha precisato Colamarino.
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