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2025-01-04
Acciaio e dazi, la Germania annaspa di brutto
Olaf Scholz e Donald Trump (Ansa)
È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.
L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita.
Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente.
E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.
Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa
La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti.
«Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo.
Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro.
La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro.
Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche.
Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti».
Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz.
Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia.
La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti».
La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
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Joe Biden al tramonto copia Donald Trump e blocca la vendita in Giappone di US Steel. Il cancelliere Olaf Scholz scrive a Bruxelles: vertice sul comparto.Freidrich Merz, il principale candidato al governo tedesco, vuole evitare una pericolosa spirale tariffaria: subito negoziati con gli Stati Uniti. Il timore è che le gabelle del tycoon costino 180 miliardi alla Germania.Lo speciale contiene due articoli.È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita. Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente. E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/acciaio-dazi-germania-annaspa-2670736877.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlino-gia-trema-per-i-dazi-di-trump-patto-di-libero-scambio-con-gli-usa" data-post-id="2670736877" data-published-at="1735945454" data-use-pagination="False"> Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti. «Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo. Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro. La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro. Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche. Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti». Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz. Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia. La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti». La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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