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2025-01-04
Acciaio e dazi, la Germania annaspa di brutto
Olaf Scholz e Donald Trump (Ansa)
È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.
L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita.
Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente.
E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.
Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa
La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti.
«Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo.
Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro.
La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro.
Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche.
Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti».
Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz.
Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia.
La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti».
La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
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Joe Biden al tramonto copia Donald Trump e blocca la vendita in Giappone di US Steel. Il cancelliere Olaf Scholz scrive a Bruxelles: vertice sul comparto.Freidrich Merz, il principale candidato al governo tedesco, vuole evitare una pericolosa spirale tariffaria: subito negoziati con gli Stati Uniti. Il timore è che le gabelle del tycoon costino 180 miliardi alla Germania.Lo speciale contiene due articoli.È una delle ultime mosse di Joe Biden prima di lasciare l’ufficio ovale ed è anche una decisione condivisa dal suo successore, Donald Trump: la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di US Steel da parte della giapponese Nippon Steel che avrebbe messo in pericolo la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. «Come ha stabilito un comitato di esperti di sicurezza nazionale e commercio in tutto il ramo esecutivo, questa acquisizione porrebbe uno dei maggiori produttori di acciaio americani sotto controllo straniero e creerebbe rischi per la nostra sicurezza nazionale e le nostre catene di fornitura critiche», ha spiegato Biden in una nota. Aggiungendo che è sua «solenne responsabilità come presidente garantire che, ora e a lungo nel futuro, l’America abbia una forte industria siderurgica nazionale di proprietà e gestione che possa continuare ad alimentare le nostre fonti di forza nazionali in patria e all’estero; ed è un adempimento di tale responsabilità bloccare la proprietà straniera di questa vitale azienda americana. Quindi, US Steel rimarrà una fiera azienda americana, di proprietà americana, gestita da americani, da lavoratori sindacalizzati americani, la migliore al mondo». Anche Trump, si era detto «totalmente contrario» all’operazione annunciata nel dicembre 2023. Nelle scorse settimane, secondo la ricostruzione del Financial Times, il presidente eletto aveva minacciato di annullare l’accordo e aveva promesso di proteggere l’azienda di Pittsburgh con un mix di tariffe e incentivi fiscali.L’acquisto, del valore di oltre 14 miliardi di dollari, è stato fatto saltare dopo mesi di pressing anche da parte del potente sindacato dei metalmeccanici Usw che ieri ha brindato. Pesante, invece, la reazione in Borsa, con US Steel che affonda di quasi l’8% nel pre-mercato a Wall Street. Lo stop segna, inoltre, una battuta d’arresto nelle relazioni di Washington con il suo più stretto alleato nell’Asia-Pacifico da considerare anche in chiave anti cinese, sebbene la possibilità di un’azienda quasi decotta come US Steel di competere con Pechino da sola fosse vicina a zero. Nell’ultimo anno le trattative per l’acquisto, poi bloccato, hanno comunque indotto la società giapponese a ridurre i rapporti in Cina come leva. Non è chiaro adesso quali saranno le sorti del produttore americano. In precedenza, le due società si erano dette pronte a intentare un’azione legale contro un eventuale veto da parte di Biden. In alternativa, US Steel potrebbe dover riavviare il processo di vendita e potrebbe avere difficoltà a trovare un acquirente per l’intera azienda, mentre Nippon Steel dovrà cercare altre fonti di crescita. Sembra, intanto, aver prevalso lo spostamento verso il protezionismo, il sostegno ai sindacati e il sentimento «America first» nella politica statunitense. Il tema interessa chiaramente anche l’Europa dove, tra l’altro, nel 2026 entrerà in vigore il cosiddetto Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), ovvero il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni provenienti da paesi extra-Ue con regolamentazioni climatiche meno rigorose. Nuove norme che impatteranno anche su acciaio e alluminio e che ci penalizzano. Un’evoluzione sulle tasse sulla Co2 decisa da Bruxelles che creerà forti frizioni con Washington che non condivide il modello impostato dagli euroburocrati. I rapporti diventeranno, quindi, più complicati proprio quando non abbiamo gli strumenti necessari per diventare un terzo polo autonomo e resistente. E a proposito di Europa, a poche settimane dal voto in Germania il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, ha scritto alla connazionale Ursula von der Leyen per chiedere una spinta maggiore della Commissione sul fronte della competitività e del supporto all’industria automobilistica. In sette pagine di considerazioni, rivelate dal sito milanofinanza.it, il capo dimissionario del governo di Berlino esprime tutte le sue preoccupazioni sulla competitività dell’Ue e della Germania stessa, piegata dalla concorrenza globale e in particolar modo da quella cinese nelle auto e chiede alla presidente della Commissione iniziative specifiche e un vertice sull’industria dell’acciaio, oltre a un rinnovato impegno sul fronte della storica alleanza franco-tedesca. Nel lungo documento inviato a Von der Leyen, Scholz mette in evidenza che è fondamentale sostenere i settori ad alta intensità energetica a causa della concorrenza internazionale (e la vendita dell’acciaio cinese a prezzi più bassi di quello europeo è un tema rilevante in Ue). A tutela dell’industria siderurgica, alla base della Difesa, il cancelliere uscente chiede inoltre alla Commissione Ue un summit europeo sull’acciaio all’inizio del 2025. Nella lettera sottolinea che «ciò di cui c’è urgente bisogno ora è di un’opera congiunta a livello europeo». Viene poi richiamata l’urgenza di ridurre la burocrazia sulle spalle delle imprese europee (obblighi di rendicontazione) soprattutto in materia di direttiva sulla sostenibilità, tassonomia Ue e direttiva europea sulle catene di fornitura. Solo gli standard previsti dalla direttiva sulla sostenibilità «richiedono più di 1.000 potenziali dati» da fornire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/acciaio-dazi-germania-annaspa-2670736877.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlino-gia-trema-per-i-dazi-di-trump-patto-di-libero-scambio-con-gli-usa" data-post-id="2670736877" data-published-at="1735945454" data-use-pagination="False"> Berlino già trema per i dazi di Trump: patto di libero scambio con gli Usa La Germania si prepara all’era di Donald Trump. Il presidente eletto non ha ancora messo piede alla Casa Bianca e già si assiste ad una corsa a prendere posizione, prima che questi possa assumere qualunque decisione concreta. Stiamo parlando in questo caso dell’intervista rilasciata da Freidrich Merz alla Deutschen Presse-Agentur, agenzia di stampa tedesca. Riportata da tutti i principali quotidiani tedeschi e dal Financial Times, l’intervista al candidato alla cancelliera della Cdu è ricca di spunti interessanti. «Abbiamo bisogno di un’agenda positiva con gli Stati Uniti che avvantaggi equamente i consumatori americani ed europei», ha affermato il leader del grande partito conservatore tedesco. «Una nuova iniziativa euro-americana per il libero scambio congiunto potrebbe prevenire una pericolosa spirale tariffaria», ha aggiunto. Merz parla di «nuova» iniziativa euro-americana per il libero scambio in riferimento al vecchio trattato Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), la cui negoziazione fu sospesa proprio da Trump durante il suo primo mandato, nel 2017. Il TTIP, contestatissimo anche in Europa, è rimasto nel congelatore e nessuno da allora ne ha più parlato. Ma ora il cancelliere tedesco in pectore rispolvera la questione e propone di avviare subito negoziati, così da evitare di essere oggetto delle tasse doganali statunitensi, puntando magari ad un possibile grace period. Berlino cerca di muoversi in anticipo cercando un accordo con Washington, ma non è detto che Trump sia disponibile ad un accordo senza prima avere effettivamente applicato i dazi almeno per un certo periodo. Il timore tedesco di dazi robusti sull’export è infatti più che fondato, considerato che Trump ha minacciato più volte l’Europa di dazi altissimi, tesi a riequilibrare la bilancia commerciale che vede gli Usa in deficit significativo. Nel 2024 il surplus commerciale dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti dovrebbe raggiungere i 190 miliardi di euro. La Germania, assieme alla Cina, è in cima alla lista dei possibili destinatari dei provvedimenti americani. Peraltro, Trump ha parlato di dazi molto alti anche alle importazioni dal Messico, dove le case automobilistiche tedesche hanno grandi fabbriche da cui esportano verso gli Usa circa 300.000 veicoli all’anno. Secondo uno studio di IW, l’Istituto economico tedesco di Colonia, il mandato presidenziale di Trump con dazi applicati potrebbe costare alla Germania fino a 180 miliardi di euro. Ecco perché Merz punta ad un accordo preventivo con gli Stati Uniti che limiti o elimini il rischio di dazi sulle esportazioni tedesche. Nell’intervista, Merz ha dichiarato di attendersi condizioni difficili per le aziende tedesche negli Stati Uniti con Trump in carica. Ma il leader dalla Cdu non è favorevole a contro-dazi: «La nostra risposta a ciò non dovrebbe essere quella di iniziare con le nostre tariffe doganali», ha detto. L’Ue dovrebbe invece concentrarsi sull’aumento della sua competitività e poi dire agli americani: «Sì, siamo pronti ad affrontare anche questa concorrenza con voi. La risposta giusta è reagire con innovazione e buoni prodotti». Secondo Merz, Donald Trump intende offrire alle aziende tedesche la possibilità di trasferire la propria sede negli Stati Uniti e produrre localmente. Un’offerta a base di sussidi e condizioni fiscali agevolate. Per evitare ciò, è la proposta della Cdu, è necessario che in Germania vengano abbassate le tasse sulle società, dal 30% al 25%. Nel suo programma elettorale, la Cdu propone inoltre di abbassare i costi non salariali del lavoro (ciò che noi chiamiamo cuneo fiscale), considerato che in Germania il costo del lavoro è di 41,3 euro per ora lavorata, un euro meno della Francia. Da quest’anno la percentuale dei costi non salariali medi del lavoro in Germania è salita dal 40,9% al 42,3%, il valore più alto nella storia della Repubblica federale, secondo quanto pubblicato ieri dal Augsburger Allgemeine. Risultato dell’aumento contributivo imposto dal governo-semaforo guidato dal socialdemocratico Olaf Scholz. Quando si tratta di costi salariali aggiuntivi, la Germania è troppo cara, dice Merz: «Questo non può essere risolto a livello europeo, dobbiamo farlo a livello nazionale». La Cdu propone anche il dimezzamento dei costi di trasporto dell’energia elettrica per le aziende e tagli alla burocrazia. La crisi della manifattura tedesca sarebbe certamente peggiorata dalla prospettiva dei dazi americani. Con una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, Scholz ha intanto chiesto a Bruxelles misure urgenti per sostenere l’industria europea (vedi pezzo in pagina). Merz avverte nell’intervista: «Dobbiamo stare molto attenti che la qualità della localizzazione dell’Europa e della Germania non subisca ulteriori arretramenti». La Cdu è accreditata nei sondaggi di un 30% delle preferenze elettorali e dopo le elezioni del 23 febbraio prossimo è molto probabile che Friedrich Merz sarà il nuovo cancelliere. Ma nelle intenzioni di voto a livello nazionale l’Alternative für Deutschland è il secondo partito al 19% e rischia di guastare la festa a chi immagina una riedizione della Große Koalition tra Cdu e SPD. Trump non è ancora nell’Ufficio ovale ma già fa tremare l’Europa dalle fondamenta.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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