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2021-09-03
Cappellano difende la vita sui social. L’università di Nottingham lo caccia
L'università di Nottingham. Nel riquadro padre David Palmer (IStock)
Alla fine qualche punto fermo va mantenuto: ad esempio un prete cattolico ha il dovere di dirsi contrario all'aborto o all'eutanasia. Eppure, quando padre David Palmer lo ha fatto, inviando sul suo profilo social messaggi perentori contro queste due azioni, il risultato che ha ottenuto è stato il licenziamento. L'università di Nottingham gli ha impedito infatti di assumere il ruolo di cappellano dell'ateneo, cui era stato destinato dalla diocesi, per via di questi post che definivano l'aborto come «un assassinio di bambini» e l'eutanasia come «l'omicidio dei deboli». Termini eccessivi per l'ateneo, che gli ha chiesto di moderare i toni. Un'assurdità, dal momento che un sacerdote deve essere libero di esprimere il suo parere su temi di grande attualità, soprattutto nel momento in cui finiscono per interrogare la fede che professa. Di fronte ai messaggi social di padre Palmer, però, l'università inglese si è risentita e ha deciso di opporsi alla sua nomina. Gli permetterà di dire messa la domenica, considerandolo un ospite, ma nulla di più. Non diventerà il punto di riferimento per i giovani studenti cattolici che frequentano l'università di Nottingham. Una scelta controversa, anche perché l'altro ateneo della città, Nottingham Trent, ha invece accolto la nomina e chiederà a padre Palmer di amministrare il suo ruolo in toto.
Stranezze del mondo accademico britannico, che per non indispettire i propri studenti, che pagano laute rette, sarebbe disposto a disconoscere anche le proprie origini. Non è un caso che proprio nel mondo universitario la cancel culture sia diffusissima, al punto che è notizia di queste ore che l'ateneo Goldsmith di Londra sta pensando di rimuovere niente meno che la statua dell'ammiraglio Nelson. Negazione della storia, del ruolo degli eroi e anche dei principi chiave della fede cattolica e cristiana, dunque. Quando padre Palmer è stato avvisato della decisione dell'università, si è sorpreso. Al vescovo che lo interpellava in proposito ha risposto che non aveva fatto altro che esprimere idee allineate con la fede della Chiesa cattolica. E alla stampa ha confermato: «Mi hanno detto che potevo avere queste opinioni, ma li infastidiva l'idea che le esprimessi pubblicamente». Al sacerdote il consiglio di facoltà ha anche suggerito delle perifrasi blande per parlare di aborto o di eutanasia, ma il cappellano mancato non ha accettato le indicazioni. Di fronte alla cocciutaggine dell'ateneo, il vescovo di Nottingham si è rifiutato di nominare un cappellano diverso e quindi l'università ha dovuto accettare di far entrare nel campus padre Palmer ogni domenica per la messa, sottolineando che però si tratta di un ospite e non di una figura interna all'istituzione. Artifici di forma, che padre Palmer ha smascherato nel suo profilo Twitter: «È un chiaro tentativo di cancellare il punto di vista dei cattolici da una delle università inglesi di maggior prestigio… non permettiamogli di farlo». E in un altro post ha aggiunto: «Dobbiamo combattere per la nostra fede: scendere a un compromesso significa arrendersi». La sua denuncia è stata sostenuta anche da un ex cappellano, che ha sottolineato come padre Palmer abbia espresso esattamente le credenze che lui sosteneva dieci anni fa e che all'epoca non avevano suscitato problemi. Segno del fatto che ormai le università si stanno appiattendo nella ricerca del consenso e sono disposte a cedere anche su questioni etiche sostanziali? Sarebbe terribile, dal momento che proprio in accademia, dove si formano futuri governanti, docenti e amministratori, i temi fondamentali andrebbero discussi e sviscerati. In una nota ufficiale l'ateneo ha replicato alle accuse, spiegando che lo stile in cui padre Palmer ha espresso le proprie credenze, che sono perfettamente accettabili, non era adatto alla comunità variegata che vive nel campus. La solita storia: per accogliere le idee altrui ed essere accondiscendenti si finisce per celare le proprie convinzioni. Un po' come sta accadendo in Norvegia, dove è stata vietata la distribuzione nelle scuole della Bibbia, in ossequio alla richiesta dell'Associazione umanista. Il gruppo, che ripudia ogni visione soprannaturale e rappresenta circa 90.000 persone, quest'anno ha chiesto al governo di non imporre agli istituti scolastici l'acquisizione della Bibbia. Secondo l'associazione si tratterebbe di una «pressione sociale», di un'imposizione ideologica nei confronti dei giovani e delle loro famiglie, che non può essere considerata accettabile da parte di uno stato laico. Sollecitata in questo modo, la direzione del ministero dell'istruzione che si occupa dei libri ha sospeso la distribuzione del testo sacro, ma adesso il ministero della Famiglia sta contestando l'iniziativa, sostenendo che la conoscenza della religione cristiana e della Bibbia fa parte della cultura e quindi non si può cancellare. Un dibattito che proseguirà a lungo, probabilmente, e che si inserisce dentro questa cultura della negazione della fede, delle regole e della storia. Una specie di processo di revisionismo a largo raggio, che produce effetti sorprendenti. Come la nomina a cappellano capo dell'ateneo di Harvard, in America, di Greg Epstein: un ateo.
L’ Alta Corte non ferma la legge anti aborto del Texas
È riesploso il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti. Mercoledì sera, la Corte suprema ha respinto la richiesta, avanzata da alcuni attivisti, di bloccare la norma del Texas, che restringe la possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Nel dettaglio, questa legge - siglata a maggio dal governatore repubblicano Greg Abbott - proibisce l'aborto dopo la sesta settimana di gestazione e consente ai cittadini di citare in giudizio chi violi o favorisca la violazione della disposizione. Un punto, quest'ultimo, che ha suscitato le ire degli attivisti favorevoli all'interruzione di gravidanza, secondo cui si tratterebbe di uno strumento intimidatorio, oltre che di un modo per aggirare la sentenza Roe contro Wade (che, come riportato dal sito Axios, si applica alle strutture governative, non ai privati). Nella fattispecie, l'Alta Corte ha rinvenuto dei problemi di natura tecnica nell'accoglimento della richiesta di blocco, specificando che l'«ordine non si basa su alcuna conclusione in merito alla costituzionalità della legge». Il che vuol dire che potrebbero verificarsi ulteriori ricorsi in futuro.
La questione ha spaccato il massimo organo giudiziario statunitense. Il no al blocco della legge texana è stato sostenuto da cinque togati su nove, con il giudice capo John Roberts che, pur essendo di nomina repubblicana, si è schierato a fianco dei tre colleghi di nomina dem, in polemica con la maggioranza. La questione rischia di infiammare nuovamente il dibattito politico. Gli attivisti pro aborto sono sul piede di guerra, sostenendo che la legge vieterebbe quasi la totalità delle interruzioni di gravidanza in Texas e potrebbe essere presto imitata da altri Stati a guida repubblicana. Il presidente americano, Joe Biden, mercoledì stesso, aveva duramente criticato la norma texana. «Questa legge ridurrà in modo significativo l'accesso delle donne all'assistenza sanitaria, in particolare per le comunità di colore e le persone a basso reddito», aveva dichiarato. «La mia amministrazione», aveva aggiunto, «è impegnata nel diritto costituzionale stabilito nella causa Roe contro Wade quasi 50 anni fa e difenderà tale diritto». Inoltre, ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha definito la decisione della Corte suprema come «un attacco senza precedenti ai diritti costituzionali» delle donne, promettendo battaglia.
Eppure sono numerosi i problemi che si stagliano all'orizzonte per Biden. Innanzitutto, il presidente, che si professa cattolico e che non ha esitato a cavalcare questo fattore in campagna elettorale, rischia adesso di incrementare le tensioni già in essere tra la sua amministrazione e parte significativa della Conferenza episcopale statunitense. In secondo luogo, si pone un nodo anche alla Corte suprema: da mesi, alcuni ambienti progressisti stanno esercitando pressioni per esortare l'anziano giudice Stephen Breyer (nominato da Bill Clinton nel 1994) a dimettersi. Il loro obiettivo è infatti quello di spingere Biden a sostituirlo con un togato di orientamento liberal più giovane. In tal senso, se Breyer dovesse realmente decidere di fare a breve un passo indietro, il presidente si ritroverebbe a sua volta sotto pressione per scegliere un successore abortista. Tuttavia il problema per lui è che al Senato, dove le nomine per la Corte suprema devono essere ratificate, dispone di una maggioranza pressoché inesistente. Anche perché, in materia di interruzione di gravidanza, il senatore democratico centrista Joe Manchin potrebbe far mancare il proprio appoggio all'ala liberal progressista del suo stesso partito.
Questa situazione costringerebbe quindi eventualmente Biden a virare su un giudice di orientamento centrista (e magari più tiepido sulla questione abortista): una soluzione, questa, che attirerebbe prevedibilmente al presidente gli strali della sinistra dem e delle associazioni di attivisti a essa legate. Basti del resto pensare al fatto che ieri la deputata Alexandria Ocasio Cortez abbia duramente criticato su Twitter la decisione della Corte suprema in riferimento alla legge texana.
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Veto dell'ateneo inglese sul prete scelto dalla diocesi per i suoi post su eutanasia e interruzione di gravidanza. La statunitense Harvard affida il servizio religioso a un ateo. Mentre la Norvegia vieta la Bibbia nelle scuole.I giudici dell'Alta Corte USA hanno respinto le richieste di stop dei militanti pro choice texani. Furioso Joe Biden: «È un attacco ai diritti costituzionali».Lo speciale contiene due articoli.Alla fine qualche punto fermo va mantenuto: ad esempio un prete cattolico ha il dovere di dirsi contrario all'aborto o all'eutanasia. Eppure, quando padre David Palmer lo ha fatto, inviando sul suo profilo social messaggi perentori contro queste due azioni, il risultato che ha ottenuto è stato il licenziamento. L'università di Nottingham gli ha impedito infatti di assumere il ruolo di cappellano dell'ateneo, cui era stato destinato dalla diocesi, per via di questi post che definivano l'aborto come «un assassinio di bambini» e l'eutanasia come «l'omicidio dei deboli». Termini eccessivi per l'ateneo, che gli ha chiesto di moderare i toni. Un'assurdità, dal momento che un sacerdote deve essere libero di esprimere il suo parere su temi di grande attualità, soprattutto nel momento in cui finiscono per interrogare la fede che professa. Di fronte ai messaggi social di padre Palmer, però, l'università inglese si è risentita e ha deciso di opporsi alla sua nomina. Gli permetterà di dire messa la domenica, considerandolo un ospite, ma nulla di più. Non diventerà il punto di riferimento per i giovani studenti cattolici che frequentano l'università di Nottingham. Una scelta controversa, anche perché l'altro ateneo della città, Nottingham Trent, ha invece accolto la nomina e chiederà a padre Palmer di amministrare il suo ruolo in toto. Stranezze del mondo accademico britannico, che per non indispettire i propri studenti, che pagano laute rette, sarebbe disposto a disconoscere anche le proprie origini. Non è un caso che proprio nel mondo universitario la cancel culture sia diffusissima, al punto che è notizia di queste ore che l'ateneo Goldsmith di Londra sta pensando di rimuovere niente meno che la statua dell'ammiraglio Nelson. Negazione della storia, del ruolo degli eroi e anche dei principi chiave della fede cattolica e cristiana, dunque. Quando padre Palmer è stato avvisato della decisione dell'università, si è sorpreso. Al vescovo che lo interpellava in proposito ha risposto che non aveva fatto altro che esprimere idee allineate con la fede della Chiesa cattolica. E alla stampa ha confermato: «Mi hanno detto che potevo avere queste opinioni, ma li infastidiva l'idea che le esprimessi pubblicamente». Al sacerdote il consiglio di facoltà ha anche suggerito delle perifrasi blande per parlare di aborto o di eutanasia, ma il cappellano mancato non ha accettato le indicazioni. Di fronte alla cocciutaggine dell'ateneo, il vescovo di Nottingham si è rifiutato di nominare un cappellano diverso e quindi l'università ha dovuto accettare di far entrare nel campus padre Palmer ogni domenica per la messa, sottolineando che però si tratta di un ospite e non di una figura interna all'istituzione. Artifici di forma, che padre Palmer ha smascherato nel suo profilo Twitter: «È un chiaro tentativo di cancellare il punto di vista dei cattolici da una delle università inglesi di maggior prestigio… non permettiamogli di farlo». E in un altro post ha aggiunto: «Dobbiamo combattere per la nostra fede: scendere a un compromesso significa arrendersi». La sua denuncia è stata sostenuta anche da un ex cappellano, che ha sottolineato come padre Palmer abbia espresso esattamente le credenze che lui sosteneva dieci anni fa e che all'epoca non avevano suscitato problemi. Segno del fatto che ormai le università si stanno appiattendo nella ricerca del consenso e sono disposte a cedere anche su questioni etiche sostanziali? Sarebbe terribile, dal momento che proprio in accademia, dove si formano futuri governanti, docenti e amministratori, i temi fondamentali andrebbero discussi e sviscerati. In una nota ufficiale l'ateneo ha replicato alle accuse, spiegando che lo stile in cui padre Palmer ha espresso le proprie credenze, che sono perfettamente accettabili, non era adatto alla comunità variegata che vive nel campus. La solita storia: per accogliere le idee altrui ed essere accondiscendenti si finisce per celare le proprie convinzioni. Un po' come sta accadendo in Norvegia, dove è stata vietata la distribuzione nelle scuole della Bibbia, in ossequio alla richiesta dell'Associazione umanista. Il gruppo, che ripudia ogni visione soprannaturale e rappresenta circa 90.000 persone, quest'anno ha chiesto al governo di non imporre agli istituti scolastici l'acquisizione della Bibbia. Secondo l'associazione si tratterebbe di una «pressione sociale», di un'imposizione ideologica nei confronti dei giovani e delle loro famiglie, che non può essere considerata accettabile da parte di uno stato laico. Sollecitata in questo modo, la direzione del ministero dell'istruzione che si occupa dei libri ha sospeso la distribuzione del testo sacro, ma adesso il ministero della Famiglia sta contestando l'iniziativa, sostenendo che la conoscenza della religione cristiana e della Bibbia fa parte della cultura e quindi non si può cancellare. Un dibattito che proseguirà a lungo, probabilmente, e che si inserisce dentro questa cultura della negazione della fede, delle regole e della storia. Una specie di processo di revisionismo a largo raggio, che produce effetti sorprendenti. Come la nomina a cappellano capo dell'ateneo di Harvard, in America, di Greg Epstein: un ateo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-chiesa-inghilterra-2654893065.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-alta-corte-non-ferma-la-legge-anti-aborto-del-texas" data-post-id="2654893065" data-published-at="1630675366" data-use-pagination="False"> L’ Alta Corte non ferma la legge anti aborto del Texas È riesploso il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti. Mercoledì sera, la Corte suprema ha respinto la richiesta, avanzata da alcuni attivisti, di bloccare la norma del Texas, che restringe la possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Nel dettaglio, questa legge - siglata a maggio dal governatore repubblicano Greg Abbott - proibisce l'aborto dopo la sesta settimana di gestazione e consente ai cittadini di citare in giudizio chi violi o favorisca la violazione della disposizione. Un punto, quest'ultimo, che ha suscitato le ire degli attivisti favorevoli all'interruzione di gravidanza, secondo cui si tratterebbe di uno strumento intimidatorio, oltre che di un modo per aggirare la sentenza Roe contro Wade (che, come riportato dal sito Axios, si applica alle strutture governative, non ai privati). Nella fattispecie, l'Alta Corte ha rinvenuto dei problemi di natura tecnica nell'accoglimento della richiesta di blocco, specificando che l'«ordine non si basa su alcuna conclusione in merito alla costituzionalità della legge». Il che vuol dire che potrebbero verificarsi ulteriori ricorsi in futuro. La questione ha spaccato il massimo organo giudiziario statunitense. Il no al blocco della legge texana è stato sostenuto da cinque togati su nove, con il giudice capo John Roberts che, pur essendo di nomina repubblicana, si è schierato a fianco dei tre colleghi di nomina dem, in polemica con la maggioranza. La questione rischia di infiammare nuovamente il dibattito politico. Gli attivisti pro aborto sono sul piede di guerra, sostenendo che la legge vieterebbe quasi la totalità delle interruzioni di gravidanza in Texas e potrebbe essere presto imitata da altri Stati a guida repubblicana. Il presidente americano, Joe Biden, mercoledì stesso, aveva duramente criticato la norma texana. «Questa legge ridurrà in modo significativo l'accesso delle donne all'assistenza sanitaria, in particolare per le comunità di colore e le persone a basso reddito», aveva dichiarato. «La mia amministrazione», aveva aggiunto, «è impegnata nel diritto costituzionale stabilito nella causa Roe contro Wade quasi 50 anni fa e difenderà tale diritto». Inoltre, ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha definito la decisione della Corte suprema come «un attacco senza precedenti ai diritti costituzionali» delle donne, promettendo battaglia. Eppure sono numerosi i problemi che si stagliano all'orizzonte per Biden. Innanzitutto, il presidente, che si professa cattolico e che non ha esitato a cavalcare questo fattore in campagna elettorale, rischia adesso di incrementare le tensioni già in essere tra la sua amministrazione e parte significativa della Conferenza episcopale statunitense. In secondo luogo, si pone un nodo anche alla Corte suprema: da mesi, alcuni ambienti progressisti stanno esercitando pressioni per esortare l'anziano giudice Stephen Breyer (nominato da Bill Clinton nel 1994) a dimettersi. Il loro obiettivo è infatti quello di spingere Biden a sostituirlo con un togato di orientamento liberal più giovane. In tal senso, se Breyer dovesse realmente decidere di fare a breve un passo indietro, il presidente si ritroverebbe a sua volta sotto pressione per scegliere un successore abortista. Tuttavia il problema per lui è che al Senato, dove le nomine per la Corte suprema devono essere ratificate, dispone di una maggioranza pressoché inesistente. Anche perché, in materia di interruzione di gravidanza, il senatore democratico centrista Joe Manchin potrebbe far mancare il proprio appoggio all'ala liberal progressista del suo stesso partito. Questa situazione costringerebbe quindi eventualmente Biden a virare su un giudice di orientamento centrista (e magari più tiepido sulla questione abortista): una soluzione, questa, che attirerebbe prevedibilmente al presidente gli strali della sinistra dem e delle associazioni di attivisti a essa legate. Basti del resto pensare al fatto che ieri la deputata Alexandria Ocasio Cortez abbia duramente criticato su Twitter la decisione della Corte suprema in riferimento alla legge texana.
Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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È importante sottolineare come i ricercatori abbiano dialogato in stretta cooperazione, dando così vita a un modello di collaborazione realmente integrato e sinergico. Inoltre, il coinvolgimento di numerose aziende del settore spaziale ha dimostrato l’utilità e la validità di un approccio congiunto nel tradurre la ricerca di base in soluzioni e prodotti caratterizzati da un elevato livello di maturità tecnologica. In molti settori - in particolare quelli legati all’abitabilità dello spazio - l’Italia ha già dimostrato di aver conquistato una posizione di primo piano. Resta tuttavia aperta la sfida di consolidare e rafforzare tale ruolo, in un contesto internazionale altamente competitivo, per mantenere il passo con i progressi compiuti da Usa, Cina e Russia. Non basta allocare risorse finanziarie in assenza di un adeguato capitale di competenze, in particolare fra le giovani generazioni.
È necessario investire in ambito educativo, per reclutare risorse umane qualificate. In questa prospettiva, il progetto Space it Up! ha reso possibile la contrattualizzazione di oltre 180 ricercatori post-dottorato e più di 100 dottorandi di ricerca. Occorre però rendere i percorsi formativi sempre più coerenti con i profili professionali oggi richiesti dalla ricerca scientifica e dall’industria. I temi dello spazio devono trovare un’integrazione strutturata per entrare a pieno titolo nella programmazione universitaria, attraverso il consolidamento di iniziative già avviate con l’istituzione di un dottorato nazionale sullo spazio, l’avvio di un corso di alta formazione e specializzazione sulla medicina aeronautica e la promozione di centri di studio e ricerca a forte carattere interdisciplinare.
In secondo luogo, al netto della rilevanza della ricerca di base, emerge la necessità di fare un ulteriore balzo in avanti sul piano tecnologico. Le attività e le soluzioni presentate a Firenze, mostrano in molti casi, fatte salve alcune lodevoli eccezioni, un basso livello di maturità tecnologica. Tale aspetto risulta particolarmente critico in ambito biomedico, data la frequente compromissione di funzioni essenziali a cui gli equipaggi vanno incontro nel corso di una missione spaziale, al punto che gli effetti ne possono compromettere prestazioni e sicurezza. Lo sviluppo di contromisure efficaci, in particolare per i danni causati da microgravità e radiazioni, è quindi di rilevanza assolutamente strategica per il futuro dell’esplorazione spaziale, ma si trovano ancora in fase preliminare rispetto alla tabella di marcia che auspicano politici e tecnocrati. Ciò che si rende necessario è quindi la costruzione di un dialogo più stretto tra mondo accademico e industria spaziale, per migliorare il trasferimento tecnologico e massimizzare l’impatto complessivo dell’iniziativa scientifica. Inoltre, è necessario rimodulare gli obiettivi della ricerca e dello sviluppo tecnologico secondo modelli e tempi realistici, in aderenza ai vettori di cui oggi disponiamo.
Tutto questo richiede una governance priva di intralci burocratici inutili e che sappia soprattutto concentrarsi su poche e selezionate priorità, evitando la dispersione su una miriade di iniziative frammentate. In questo contesto, è verosimile nonché auspicabile che il progetto Space it Up! possa proseguire oltre il suo orizzonte temporale attraverso nuovi finanziamenti che tengano conto delle criticità incontrate e che enfatizzino l’impatto che la ricerca spaziale genera in termini di ricadute scientifiche, tecnologiche e socio-economiche sulla Terra. In prospettiva, la ricerca spaziale renderà disponibili nuovi farmaci, inclusi antibiotici ottenuti da funghi e alghe in condizioni di microgravità, sensori diagnostici in grado di analizzare saliva o aria espirata, tute teranostiche capaci di eseguire diagnosi e praticare terapie per mezzo di stimolazioni biofisiche, avanzati sistemi di telemedicina, tessuti di cellule per trapianti, applicazioni robotiche per la chirurgia. Tali ricadute costituiscono una dimostrazione concreta del valore della ricerca spaziale. E questa è la risposta migliore a quanti credono che i fondi investiti nelle missioni spaziali siano superflui. Di superfluo, c’è solo la loro ignoranza.
coordinatore scientifico Comint
consigliere scientifico Asi
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