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2021-09-03
Cappellano difende la vita sui social. L’università di Nottingham lo caccia
L'università di Nottingham. Nel riquadro padre David Palmer (IStock)
Alla fine qualche punto fermo va mantenuto: ad esempio un prete cattolico ha il dovere di dirsi contrario all'aborto o all'eutanasia. Eppure, quando padre David Palmer lo ha fatto, inviando sul suo profilo social messaggi perentori contro queste due azioni, il risultato che ha ottenuto è stato il licenziamento. L'università di Nottingham gli ha impedito infatti di assumere il ruolo di cappellano dell'ateneo, cui era stato destinato dalla diocesi, per via di questi post che definivano l'aborto come «un assassinio di bambini» e l'eutanasia come «l'omicidio dei deboli». Termini eccessivi per l'ateneo, che gli ha chiesto di moderare i toni. Un'assurdità, dal momento che un sacerdote deve essere libero di esprimere il suo parere su temi di grande attualità, soprattutto nel momento in cui finiscono per interrogare la fede che professa. Di fronte ai messaggi social di padre Palmer, però, l'università inglese si è risentita e ha deciso di opporsi alla sua nomina. Gli permetterà di dire messa la domenica, considerandolo un ospite, ma nulla di più. Non diventerà il punto di riferimento per i giovani studenti cattolici che frequentano l'università di Nottingham. Una scelta controversa, anche perché l'altro ateneo della città, Nottingham Trent, ha invece accolto la nomina e chiederà a padre Palmer di amministrare il suo ruolo in toto.
Stranezze del mondo accademico britannico, che per non indispettire i propri studenti, che pagano laute rette, sarebbe disposto a disconoscere anche le proprie origini. Non è un caso che proprio nel mondo universitario la cancel culture sia diffusissima, al punto che è notizia di queste ore che l'ateneo Goldsmith di Londra sta pensando di rimuovere niente meno che la statua dell'ammiraglio Nelson. Negazione della storia, del ruolo degli eroi e anche dei principi chiave della fede cattolica e cristiana, dunque. Quando padre Palmer è stato avvisato della decisione dell'università, si è sorpreso. Al vescovo che lo interpellava in proposito ha risposto che non aveva fatto altro che esprimere idee allineate con la fede della Chiesa cattolica. E alla stampa ha confermato: «Mi hanno detto che potevo avere queste opinioni, ma li infastidiva l'idea che le esprimessi pubblicamente». Al sacerdote il consiglio di facoltà ha anche suggerito delle perifrasi blande per parlare di aborto o di eutanasia, ma il cappellano mancato non ha accettato le indicazioni. Di fronte alla cocciutaggine dell'ateneo, il vescovo di Nottingham si è rifiutato di nominare un cappellano diverso e quindi l'università ha dovuto accettare di far entrare nel campus padre Palmer ogni domenica per la messa, sottolineando che però si tratta di un ospite e non di una figura interna all'istituzione. Artifici di forma, che padre Palmer ha smascherato nel suo profilo Twitter: «È un chiaro tentativo di cancellare il punto di vista dei cattolici da una delle università inglesi di maggior prestigio… non permettiamogli di farlo». E in un altro post ha aggiunto: «Dobbiamo combattere per la nostra fede: scendere a un compromesso significa arrendersi». La sua denuncia è stata sostenuta anche da un ex cappellano, che ha sottolineato come padre Palmer abbia espresso esattamente le credenze che lui sosteneva dieci anni fa e che all'epoca non avevano suscitato problemi. Segno del fatto che ormai le università si stanno appiattendo nella ricerca del consenso e sono disposte a cedere anche su questioni etiche sostanziali? Sarebbe terribile, dal momento che proprio in accademia, dove si formano futuri governanti, docenti e amministratori, i temi fondamentali andrebbero discussi e sviscerati. In una nota ufficiale l'ateneo ha replicato alle accuse, spiegando che lo stile in cui padre Palmer ha espresso le proprie credenze, che sono perfettamente accettabili, non era adatto alla comunità variegata che vive nel campus. La solita storia: per accogliere le idee altrui ed essere accondiscendenti si finisce per celare le proprie convinzioni. Un po' come sta accadendo in Norvegia, dove è stata vietata la distribuzione nelle scuole della Bibbia, in ossequio alla richiesta dell'Associazione umanista. Il gruppo, che ripudia ogni visione soprannaturale e rappresenta circa 90.000 persone, quest'anno ha chiesto al governo di non imporre agli istituti scolastici l'acquisizione della Bibbia. Secondo l'associazione si tratterebbe di una «pressione sociale», di un'imposizione ideologica nei confronti dei giovani e delle loro famiglie, che non può essere considerata accettabile da parte di uno stato laico. Sollecitata in questo modo, la direzione del ministero dell'istruzione che si occupa dei libri ha sospeso la distribuzione del testo sacro, ma adesso il ministero della Famiglia sta contestando l'iniziativa, sostenendo che la conoscenza della religione cristiana e della Bibbia fa parte della cultura e quindi non si può cancellare. Un dibattito che proseguirà a lungo, probabilmente, e che si inserisce dentro questa cultura della negazione della fede, delle regole e della storia. Una specie di processo di revisionismo a largo raggio, che produce effetti sorprendenti. Come la nomina a cappellano capo dell'ateneo di Harvard, in America, di Greg Epstein: un ateo.
L’ Alta Corte non ferma la legge anti aborto del Texas
È riesploso il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti. Mercoledì sera, la Corte suprema ha respinto la richiesta, avanzata da alcuni attivisti, di bloccare la norma del Texas, che restringe la possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Nel dettaglio, questa legge - siglata a maggio dal governatore repubblicano Greg Abbott - proibisce l'aborto dopo la sesta settimana di gestazione e consente ai cittadini di citare in giudizio chi violi o favorisca la violazione della disposizione. Un punto, quest'ultimo, che ha suscitato le ire degli attivisti favorevoli all'interruzione di gravidanza, secondo cui si tratterebbe di uno strumento intimidatorio, oltre che di un modo per aggirare la sentenza Roe contro Wade (che, come riportato dal sito Axios, si applica alle strutture governative, non ai privati). Nella fattispecie, l'Alta Corte ha rinvenuto dei problemi di natura tecnica nell'accoglimento della richiesta di blocco, specificando che l'«ordine non si basa su alcuna conclusione in merito alla costituzionalità della legge». Il che vuol dire che potrebbero verificarsi ulteriori ricorsi in futuro.
La questione ha spaccato il massimo organo giudiziario statunitense. Il no al blocco della legge texana è stato sostenuto da cinque togati su nove, con il giudice capo John Roberts che, pur essendo di nomina repubblicana, si è schierato a fianco dei tre colleghi di nomina dem, in polemica con la maggioranza. La questione rischia di infiammare nuovamente il dibattito politico. Gli attivisti pro aborto sono sul piede di guerra, sostenendo che la legge vieterebbe quasi la totalità delle interruzioni di gravidanza in Texas e potrebbe essere presto imitata da altri Stati a guida repubblicana. Il presidente americano, Joe Biden, mercoledì stesso, aveva duramente criticato la norma texana. «Questa legge ridurrà in modo significativo l'accesso delle donne all'assistenza sanitaria, in particolare per le comunità di colore e le persone a basso reddito», aveva dichiarato. «La mia amministrazione», aveva aggiunto, «è impegnata nel diritto costituzionale stabilito nella causa Roe contro Wade quasi 50 anni fa e difenderà tale diritto». Inoltre, ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha definito la decisione della Corte suprema come «un attacco senza precedenti ai diritti costituzionali» delle donne, promettendo battaglia.
Eppure sono numerosi i problemi che si stagliano all'orizzonte per Biden. Innanzitutto, il presidente, che si professa cattolico e che non ha esitato a cavalcare questo fattore in campagna elettorale, rischia adesso di incrementare le tensioni già in essere tra la sua amministrazione e parte significativa della Conferenza episcopale statunitense. In secondo luogo, si pone un nodo anche alla Corte suprema: da mesi, alcuni ambienti progressisti stanno esercitando pressioni per esortare l'anziano giudice Stephen Breyer (nominato da Bill Clinton nel 1994) a dimettersi. Il loro obiettivo è infatti quello di spingere Biden a sostituirlo con un togato di orientamento liberal più giovane. In tal senso, se Breyer dovesse realmente decidere di fare a breve un passo indietro, il presidente si ritroverebbe a sua volta sotto pressione per scegliere un successore abortista. Tuttavia il problema per lui è che al Senato, dove le nomine per la Corte suprema devono essere ratificate, dispone di una maggioranza pressoché inesistente. Anche perché, in materia di interruzione di gravidanza, il senatore democratico centrista Joe Manchin potrebbe far mancare il proprio appoggio all'ala liberal progressista del suo stesso partito.
Questa situazione costringerebbe quindi eventualmente Biden a virare su un giudice di orientamento centrista (e magari più tiepido sulla questione abortista): una soluzione, questa, che attirerebbe prevedibilmente al presidente gli strali della sinistra dem e delle associazioni di attivisti a essa legate. Basti del resto pensare al fatto che ieri la deputata Alexandria Ocasio Cortez abbia duramente criticato su Twitter la decisione della Corte suprema in riferimento alla legge texana.
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Veto dell'ateneo inglese sul prete scelto dalla diocesi per i suoi post su eutanasia e interruzione di gravidanza. La statunitense Harvard affida il servizio religioso a un ateo. Mentre la Norvegia vieta la Bibbia nelle scuole.I giudici dell'Alta Corte USA hanno respinto le richieste di stop dei militanti pro choice texani. Furioso Joe Biden: «È un attacco ai diritti costituzionali».Lo speciale contiene due articoli.Alla fine qualche punto fermo va mantenuto: ad esempio un prete cattolico ha il dovere di dirsi contrario all'aborto o all'eutanasia. Eppure, quando padre David Palmer lo ha fatto, inviando sul suo profilo social messaggi perentori contro queste due azioni, il risultato che ha ottenuto è stato il licenziamento. L'università di Nottingham gli ha impedito infatti di assumere il ruolo di cappellano dell'ateneo, cui era stato destinato dalla diocesi, per via di questi post che definivano l'aborto come «un assassinio di bambini» e l'eutanasia come «l'omicidio dei deboli». Termini eccessivi per l'ateneo, che gli ha chiesto di moderare i toni. Un'assurdità, dal momento che un sacerdote deve essere libero di esprimere il suo parere su temi di grande attualità, soprattutto nel momento in cui finiscono per interrogare la fede che professa. Di fronte ai messaggi social di padre Palmer, però, l'università inglese si è risentita e ha deciso di opporsi alla sua nomina. Gli permetterà di dire messa la domenica, considerandolo un ospite, ma nulla di più. Non diventerà il punto di riferimento per i giovani studenti cattolici che frequentano l'università di Nottingham. Una scelta controversa, anche perché l'altro ateneo della città, Nottingham Trent, ha invece accolto la nomina e chiederà a padre Palmer di amministrare il suo ruolo in toto. Stranezze del mondo accademico britannico, che per non indispettire i propri studenti, che pagano laute rette, sarebbe disposto a disconoscere anche le proprie origini. Non è un caso che proprio nel mondo universitario la cancel culture sia diffusissima, al punto che è notizia di queste ore che l'ateneo Goldsmith di Londra sta pensando di rimuovere niente meno che la statua dell'ammiraglio Nelson. Negazione della storia, del ruolo degli eroi e anche dei principi chiave della fede cattolica e cristiana, dunque. Quando padre Palmer è stato avvisato della decisione dell'università, si è sorpreso. Al vescovo che lo interpellava in proposito ha risposto che non aveva fatto altro che esprimere idee allineate con la fede della Chiesa cattolica. E alla stampa ha confermato: «Mi hanno detto che potevo avere queste opinioni, ma li infastidiva l'idea che le esprimessi pubblicamente». Al sacerdote il consiglio di facoltà ha anche suggerito delle perifrasi blande per parlare di aborto o di eutanasia, ma il cappellano mancato non ha accettato le indicazioni. Di fronte alla cocciutaggine dell'ateneo, il vescovo di Nottingham si è rifiutato di nominare un cappellano diverso e quindi l'università ha dovuto accettare di far entrare nel campus padre Palmer ogni domenica per la messa, sottolineando che però si tratta di un ospite e non di una figura interna all'istituzione. Artifici di forma, che padre Palmer ha smascherato nel suo profilo Twitter: «È un chiaro tentativo di cancellare il punto di vista dei cattolici da una delle università inglesi di maggior prestigio… non permettiamogli di farlo». E in un altro post ha aggiunto: «Dobbiamo combattere per la nostra fede: scendere a un compromesso significa arrendersi». La sua denuncia è stata sostenuta anche da un ex cappellano, che ha sottolineato come padre Palmer abbia espresso esattamente le credenze che lui sosteneva dieci anni fa e che all'epoca non avevano suscitato problemi. Segno del fatto che ormai le università si stanno appiattendo nella ricerca del consenso e sono disposte a cedere anche su questioni etiche sostanziali? Sarebbe terribile, dal momento che proprio in accademia, dove si formano futuri governanti, docenti e amministratori, i temi fondamentali andrebbero discussi e sviscerati. In una nota ufficiale l'ateneo ha replicato alle accuse, spiegando che lo stile in cui padre Palmer ha espresso le proprie credenze, che sono perfettamente accettabili, non era adatto alla comunità variegata che vive nel campus. La solita storia: per accogliere le idee altrui ed essere accondiscendenti si finisce per celare le proprie convinzioni. Un po' come sta accadendo in Norvegia, dove è stata vietata la distribuzione nelle scuole della Bibbia, in ossequio alla richiesta dell'Associazione umanista. Il gruppo, che ripudia ogni visione soprannaturale e rappresenta circa 90.000 persone, quest'anno ha chiesto al governo di non imporre agli istituti scolastici l'acquisizione della Bibbia. Secondo l'associazione si tratterebbe di una «pressione sociale», di un'imposizione ideologica nei confronti dei giovani e delle loro famiglie, che non può essere considerata accettabile da parte di uno stato laico. Sollecitata in questo modo, la direzione del ministero dell'istruzione che si occupa dei libri ha sospeso la distribuzione del testo sacro, ma adesso il ministero della Famiglia sta contestando l'iniziativa, sostenendo che la conoscenza della religione cristiana e della Bibbia fa parte della cultura e quindi non si può cancellare. Un dibattito che proseguirà a lungo, probabilmente, e che si inserisce dentro questa cultura della negazione della fede, delle regole e della storia. Una specie di processo di revisionismo a largo raggio, che produce effetti sorprendenti. Come la nomina a cappellano capo dell'ateneo di Harvard, in America, di Greg Epstein: un ateo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-chiesa-inghilterra-2654893065.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-alta-corte-non-ferma-la-legge-anti-aborto-del-texas" data-post-id="2654893065" data-published-at="1630675366" data-use-pagination="False"> L’ Alta Corte non ferma la legge anti aborto del Texas È riesploso il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti. Mercoledì sera, la Corte suprema ha respinto la richiesta, avanzata da alcuni attivisti, di bloccare la norma del Texas, che restringe la possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Nel dettaglio, questa legge - siglata a maggio dal governatore repubblicano Greg Abbott - proibisce l'aborto dopo la sesta settimana di gestazione e consente ai cittadini di citare in giudizio chi violi o favorisca la violazione della disposizione. Un punto, quest'ultimo, che ha suscitato le ire degli attivisti favorevoli all'interruzione di gravidanza, secondo cui si tratterebbe di uno strumento intimidatorio, oltre che di un modo per aggirare la sentenza Roe contro Wade (che, come riportato dal sito Axios, si applica alle strutture governative, non ai privati). Nella fattispecie, l'Alta Corte ha rinvenuto dei problemi di natura tecnica nell'accoglimento della richiesta di blocco, specificando che l'«ordine non si basa su alcuna conclusione in merito alla costituzionalità della legge». Il che vuol dire che potrebbero verificarsi ulteriori ricorsi in futuro. La questione ha spaccato il massimo organo giudiziario statunitense. Il no al blocco della legge texana è stato sostenuto da cinque togati su nove, con il giudice capo John Roberts che, pur essendo di nomina repubblicana, si è schierato a fianco dei tre colleghi di nomina dem, in polemica con la maggioranza. La questione rischia di infiammare nuovamente il dibattito politico. Gli attivisti pro aborto sono sul piede di guerra, sostenendo che la legge vieterebbe quasi la totalità delle interruzioni di gravidanza in Texas e potrebbe essere presto imitata da altri Stati a guida repubblicana. Il presidente americano, Joe Biden, mercoledì stesso, aveva duramente criticato la norma texana. «Questa legge ridurrà in modo significativo l'accesso delle donne all'assistenza sanitaria, in particolare per le comunità di colore e le persone a basso reddito», aveva dichiarato. «La mia amministrazione», aveva aggiunto, «è impegnata nel diritto costituzionale stabilito nella causa Roe contro Wade quasi 50 anni fa e difenderà tale diritto». Inoltre, ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha definito la decisione della Corte suprema come «un attacco senza precedenti ai diritti costituzionali» delle donne, promettendo battaglia. Eppure sono numerosi i problemi che si stagliano all'orizzonte per Biden. Innanzitutto, il presidente, che si professa cattolico e che non ha esitato a cavalcare questo fattore in campagna elettorale, rischia adesso di incrementare le tensioni già in essere tra la sua amministrazione e parte significativa della Conferenza episcopale statunitense. In secondo luogo, si pone un nodo anche alla Corte suprema: da mesi, alcuni ambienti progressisti stanno esercitando pressioni per esortare l'anziano giudice Stephen Breyer (nominato da Bill Clinton nel 1994) a dimettersi. Il loro obiettivo è infatti quello di spingere Biden a sostituirlo con un togato di orientamento liberal più giovane. In tal senso, se Breyer dovesse realmente decidere di fare a breve un passo indietro, il presidente si ritroverebbe a sua volta sotto pressione per scegliere un successore abortista. Tuttavia il problema per lui è che al Senato, dove le nomine per la Corte suprema devono essere ratificate, dispone di una maggioranza pressoché inesistente. Anche perché, in materia di interruzione di gravidanza, il senatore democratico centrista Joe Manchin potrebbe far mancare il proprio appoggio all'ala liberal progressista del suo stesso partito. Questa situazione costringerebbe quindi eventualmente Biden a virare su un giudice di orientamento centrista (e magari più tiepido sulla questione abortista): una soluzione, questa, che attirerebbe prevedibilmente al presidente gli strali della sinistra dem e delle associazioni di attivisti a essa legate. Basti del resto pensare al fatto che ieri la deputata Alexandria Ocasio Cortez abbia duramente criticato su Twitter la decisione della Corte suprema in riferimento alla legge texana.
Il cancelliere tedesco Friderich Merz (Ansa)
Molto efficace per descrivere le difficoltà berlinesi è un’immagine proposta da Bloomberg, che ha paragonato Friedrich Merz a Timmy, una balena spiaggiata rimasta bloccata per circa un mese sulla costa tedesca del Mar Baltico. La differenza è che la megattera è riuscita a tornare in mare aperto; il cancelliere, invece, sembra impantanarsi sempre di più. E anche se, allo stato attuale, affermare con certezza che la Germania sia sull’orlo di una crisi costituzionale pare soprattutto una forzatura utile solo a mettere in guardia l’elettorato, possiamo comunque dire che il Paese è in una fase di una complessa transizione, in cui le certezze del passato (stabilità, governabilità, continuità) non sono più garantite.
A oltre un anno dall’insediamento, Merz non è riuscito a centrare i due obiettivi principali del suo mandato: rilanciare l’economia e arginare l’ascesa dell’estrema destra. I dati economici fotografano una crescita modesta: nel primo trimestre il Pil è salito dello 0,3% rispetto allo scorso anno. Risultato migliore delle attese, ma insufficiente se rapportato all’entità degli interventi messi in campo. Il governo ha varato un fondo speciale per le infrastrutture da 500 miliardi di euro per riparare scuole, strade e ferrovie, e sono stati incrementati anche gli investimenti militari, ma lo slancio iniziale si è scontrato con l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione che ha eroso la fiducia di famiglie e imprese. La crisi energetica innescata nel Golfo ha ulteriormente complicato il quadro, rendendo sempre più difficile la prospettiva di una ripresa significativa entro il 2026.
Le misure per contenere l’impatto del caro energia sono apparse deboli o difficilmente applicabili. Tra queste, il bonus da 1.000 euro affidato alla volontà dei datori di lavoro, soluzione che non ha convinto nemmeno l’esecutivo federale. Il risultato è un crollo del consenso: solo il 20% dei tedeschi approva l’operato del cancelliere.
Parallelamente, cresce la destra di Afd, che nei sondaggi ha raggiunto il 26-27%, superando per la prima volta l’Unione (Cdu/Csu). Secondo un recente sondaggio, il distacco ha toccato i cinque punti, dato politicamente esplosivo in vista delle prossime elezioni locali. Il tema non riguarda soltanto la tenuta del governo, ma l’equilibrio complessivo del sistema. L’intreccio tra instabilità politica e fragilità economica potrebbe aprire una fase critica, potenzialmente più grave delle crisi del 2008 o della pandemia. Per decenni, la forza della Germania è stata la combinazione di stabilità istituzionale e solidità economica: se questo binomio si incrina, l’intero modello entra in discussione, e le ripercussioni andrebbero ben oltre i confini nazionali. Berlino, infatti, resta il perno economico e uno dei principali attori politici dell’Unione europea: un suo indebolimento inciderebbe inevitabilmente sugli equilibri comunitari.
Oggi, la questione più delicata e complessa per le forze politiche tradizionali è la progressiva riduzione delle alternative. L’abituale flessibilità del sistema tedesco - capace di costruire coalizioni diverse senza traumi - si sta erodendo sotto il peso della frammentazione e della polarizzazione. Le opzioni si restringono, mentre cresce il malcontento, alimentato anche da scelte politiche percepite come sbilanciate, in particolare sulla corsa agli armamenti. L’aver puntato molto, se non tutto, sul riarmo e il non aver affrontato le cause delle difficoltà odierne ha generato fortissima insoddisfazione e insofferenza, confluite nel consenso ad Afd. Per l’Unione europea si tratta di un banco di prova decisivo. Berlino non è Bratislava né Budapest: un’eventuale e possibile affermazione di Afd porrebbe sfide politiche ben diverse da quelle affrontate finora con altri Stati membri. Anche scenari istituzionali dati per possibili, come un eventuale ritorno in Germania di Ursula von der Leyen per la presidenza della Repubblica federale potrebbero essere rimessi in discussione. Per tutte queste ragioni, ciò che accade oggi in Germania non è una questione interna, ma un passaggio cruciale e inedito per l’intera Europa.
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