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2021-09-03
Cappellano difende la vita sui social. L’università di Nottingham lo caccia
L'università di Nottingham. Nel riquadro padre David Palmer (IStock)
Alla fine qualche punto fermo va mantenuto: ad esempio un prete cattolico ha il dovere di dirsi contrario all'aborto o all'eutanasia. Eppure, quando padre David Palmer lo ha fatto, inviando sul suo profilo social messaggi perentori contro queste due azioni, il risultato che ha ottenuto è stato il licenziamento. L'università di Nottingham gli ha impedito infatti di assumere il ruolo di cappellano dell'ateneo, cui era stato destinato dalla diocesi, per via di questi post che definivano l'aborto come «un assassinio di bambini» e l'eutanasia come «l'omicidio dei deboli». Termini eccessivi per l'ateneo, che gli ha chiesto di moderare i toni. Un'assurdità, dal momento che un sacerdote deve essere libero di esprimere il suo parere su temi di grande attualità, soprattutto nel momento in cui finiscono per interrogare la fede che professa. Di fronte ai messaggi social di padre Palmer, però, l'università inglese si è risentita e ha deciso di opporsi alla sua nomina. Gli permetterà di dire messa la domenica, considerandolo un ospite, ma nulla di più. Non diventerà il punto di riferimento per i giovani studenti cattolici che frequentano l'università di Nottingham. Una scelta controversa, anche perché l'altro ateneo della città, Nottingham Trent, ha invece accolto la nomina e chiederà a padre Palmer di amministrare il suo ruolo in toto.
Stranezze del mondo accademico britannico, che per non indispettire i propri studenti, che pagano laute rette, sarebbe disposto a disconoscere anche le proprie origini. Non è un caso che proprio nel mondo universitario la cancel culture sia diffusissima, al punto che è notizia di queste ore che l'ateneo Goldsmith di Londra sta pensando di rimuovere niente meno che la statua dell'ammiraglio Nelson. Negazione della storia, del ruolo degli eroi e anche dei principi chiave della fede cattolica e cristiana, dunque. Quando padre Palmer è stato avvisato della decisione dell'università, si è sorpreso. Al vescovo che lo interpellava in proposito ha risposto che non aveva fatto altro che esprimere idee allineate con la fede della Chiesa cattolica. E alla stampa ha confermato: «Mi hanno detto che potevo avere queste opinioni, ma li infastidiva l'idea che le esprimessi pubblicamente». Al sacerdote il consiglio di facoltà ha anche suggerito delle perifrasi blande per parlare di aborto o di eutanasia, ma il cappellano mancato non ha accettato le indicazioni. Di fronte alla cocciutaggine dell'ateneo, il vescovo di Nottingham si è rifiutato di nominare un cappellano diverso e quindi l'università ha dovuto accettare di far entrare nel campus padre Palmer ogni domenica per la messa, sottolineando che però si tratta di un ospite e non di una figura interna all'istituzione. Artifici di forma, che padre Palmer ha smascherato nel suo profilo Twitter: «È un chiaro tentativo di cancellare il punto di vista dei cattolici da una delle università inglesi di maggior prestigio… non permettiamogli di farlo». E in un altro post ha aggiunto: «Dobbiamo combattere per la nostra fede: scendere a un compromesso significa arrendersi». La sua denuncia è stata sostenuta anche da un ex cappellano, che ha sottolineato come padre Palmer abbia espresso esattamente le credenze che lui sosteneva dieci anni fa e che all'epoca non avevano suscitato problemi. Segno del fatto che ormai le università si stanno appiattendo nella ricerca del consenso e sono disposte a cedere anche su questioni etiche sostanziali? Sarebbe terribile, dal momento che proprio in accademia, dove si formano futuri governanti, docenti e amministratori, i temi fondamentali andrebbero discussi e sviscerati. In una nota ufficiale l'ateneo ha replicato alle accuse, spiegando che lo stile in cui padre Palmer ha espresso le proprie credenze, che sono perfettamente accettabili, non era adatto alla comunità variegata che vive nel campus. La solita storia: per accogliere le idee altrui ed essere accondiscendenti si finisce per celare le proprie convinzioni. Un po' come sta accadendo in Norvegia, dove è stata vietata la distribuzione nelle scuole della Bibbia, in ossequio alla richiesta dell'Associazione umanista. Il gruppo, che ripudia ogni visione soprannaturale e rappresenta circa 90.000 persone, quest'anno ha chiesto al governo di non imporre agli istituti scolastici l'acquisizione della Bibbia. Secondo l'associazione si tratterebbe di una «pressione sociale», di un'imposizione ideologica nei confronti dei giovani e delle loro famiglie, che non può essere considerata accettabile da parte di uno stato laico. Sollecitata in questo modo, la direzione del ministero dell'istruzione che si occupa dei libri ha sospeso la distribuzione del testo sacro, ma adesso il ministero della Famiglia sta contestando l'iniziativa, sostenendo che la conoscenza della religione cristiana e della Bibbia fa parte della cultura e quindi non si può cancellare. Un dibattito che proseguirà a lungo, probabilmente, e che si inserisce dentro questa cultura della negazione della fede, delle regole e della storia. Una specie di processo di revisionismo a largo raggio, che produce effetti sorprendenti. Come la nomina a cappellano capo dell'ateneo di Harvard, in America, di Greg Epstein: un ateo.
L’ Alta Corte non ferma la legge anti aborto del Texas
È riesploso il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti. Mercoledì sera, la Corte suprema ha respinto la richiesta, avanzata da alcuni attivisti, di bloccare la norma del Texas, che restringe la possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Nel dettaglio, questa legge - siglata a maggio dal governatore repubblicano Greg Abbott - proibisce l'aborto dopo la sesta settimana di gestazione e consente ai cittadini di citare in giudizio chi violi o favorisca la violazione della disposizione. Un punto, quest'ultimo, che ha suscitato le ire degli attivisti favorevoli all'interruzione di gravidanza, secondo cui si tratterebbe di uno strumento intimidatorio, oltre che di un modo per aggirare la sentenza Roe contro Wade (che, come riportato dal sito Axios, si applica alle strutture governative, non ai privati). Nella fattispecie, l'Alta Corte ha rinvenuto dei problemi di natura tecnica nell'accoglimento della richiesta di blocco, specificando che l'«ordine non si basa su alcuna conclusione in merito alla costituzionalità della legge». Il che vuol dire che potrebbero verificarsi ulteriori ricorsi in futuro.
La questione ha spaccato il massimo organo giudiziario statunitense. Il no al blocco della legge texana è stato sostenuto da cinque togati su nove, con il giudice capo John Roberts che, pur essendo di nomina repubblicana, si è schierato a fianco dei tre colleghi di nomina dem, in polemica con la maggioranza. La questione rischia di infiammare nuovamente il dibattito politico. Gli attivisti pro aborto sono sul piede di guerra, sostenendo che la legge vieterebbe quasi la totalità delle interruzioni di gravidanza in Texas e potrebbe essere presto imitata da altri Stati a guida repubblicana. Il presidente americano, Joe Biden, mercoledì stesso, aveva duramente criticato la norma texana. «Questa legge ridurrà in modo significativo l'accesso delle donne all'assistenza sanitaria, in particolare per le comunità di colore e le persone a basso reddito», aveva dichiarato. «La mia amministrazione», aveva aggiunto, «è impegnata nel diritto costituzionale stabilito nella causa Roe contro Wade quasi 50 anni fa e difenderà tale diritto». Inoltre, ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha definito la decisione della Corte suprema come «un attacco senza precedenti ai diritti costituzionali» delle donne, promettendo battaglia.
Eppure sono numerosi i problemi che si stagliano all'orizzonte per Biden. Innanzitutto, il presidente, che si professa cattolico e che non ha esitato a cavalcare questo fattore in campagna elettorale, rischia adesso di incrementare le tensioni già in essere tra la sua amministrazione e parte significativa della Conferenza episcopale statunitense. In secondo luogo, si pone un nodo anche alla Corte suprema: da mesi, alcuni ambienti progressisti stanno esercitando pressioni per esortare l'anziano giudice Stephen Breyer (nominato da Bill Clinton nel 1994) a dimettersi. Il loro obiettivo è infatti quello di spingere Biden a sostituirlo con un togato di orientamento liberal più giovane. In tal senso, se Breyer dovesse realmente decidere di fare a breve un passo indietro, il presidente si ritroverebbe a sua volta sotto pressione per scegliere un successore abortista. Tuttavia il problema per lui è che al Senato, dove le nomine per la Corte suprema devono essere ratificate, dispone di una maggioranza pressoché inesistente. Anche perché, in materia di interruzione di gravidanza, il senatore democratico centrista Joe Manchin potrebbe far mancare il proprio appoggio all'ala liberal progressista del suo stesso partito.
Questa situazione costringerebbe quindi eventualmente Biden a virare su un giudice di orientamento centrista (e magari più tiepido sulla questione abortista): una soluzione, questa, che attirerebbe prevedibilmente al presidente gli strali della sinistra dem e delle associazioni di attivisti a essa legate. Basti del resto pensare al fatto che ieri la deputata Alexandria Ocasio Cortez abbia duramente criticato su Twitter la decisione della Corte suprema in riferimento alla legge texana.
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Veto dell'ateneo inglese sul prete scelto dalla diocesi per i suoi post su eutanasia e interruzione di gravidanza. La statunitense Harvard affida il servizio religioso a un ateo. Mentre la Norvegia vieta la Bibbia nelle scuole.I giudici dell'Alta Corte USA hanno respinto le richieste di stop dei militanti pro choice texani. Furioso Joe Biden: «È un attacco ai diritti costituzionali».Lo speciale contiene due articoli.Alla fine qualche punto fermo va mantenuto: ad esempio un prete cattolico ha il dovere di dirsi contrario all'aborto o all'eutanasia. Eppure, quando padre David Palmer lo ha fatto, inviando sul suo profilo social messaggi perentori contro queste due azioni, il risultato che ha ottenuto è stato il licenziamento. L'università di Nottingham gli ha impedito infatti di assumere il ruolo di cappellano dell'ateneo, cui era stato destinato dalla diocesi, per via di questi post che definivano l'aborto come «un assassinio di bambini» e l'eutanasia come «l'omicidio dei deboli». Termini eccessivi per l'ateneo, che gli ha chiesto di moderare i toni. Un'assurdità, dal momento che un sacerdote deve essere libero di esprimere il suo parere su temi di grande attualità, soprattutto nel momento in cui finiscono per interrogare la fede che professa. Di fronte ai messaggi social di padre Palmer, però, l'università inglese si è risentita e ha deciso di opporsi alla sua nomina. Gli permetterà di dire messa la domenica, considerandolo un ospite, ma nulla di più. Non diventerà il punto di riferimento per i giovani studenti cattolici che frequentano l'università di Nottingham. Una scelta controversa, anche perché l'altro ateneo della città, Nottingham Trent, ha invece accolto la nomina e chiederà a padre Palmer di amministrare il suo ruolo in toto. Stranezze del mondo accademico britannico, che per non indispettire i propri studenti, che pagano laute rette, sarebbe disposto a disconoscere anche le proprie origini. Non è un caso che proprio nel mondo universitario la cancel culture sia diffusissima, al punto che è notizia di queste ore che l'ateneo Goldsmith di Londra sta pensando di rimuovere niente meno che la statua dell'ammiraglio Nelson. Negazione della storia, del ruolo degli eroi e anche dei principi chiave della fede cattolica e cristiana, dunque. Quando padre Palmer è stato avvisato della decisione dell'università, si è sorpreso. Al vescovo che lo interpellava in proposito ha risposto che non aveva fatto altro che esprimere idee allineate con la fede della Chiesa cattolica. E alla stampa ha confermato: «Mi hanno detto che potevo avere queste opinioni, ma li infastidiva l'idea che le esprimessi pubblicamente». Al sacerdote il consiglio di facoltà ha anche suggerito delle perifrasi blande per parlare di aborto o di eutanasia, ma il cappellano mancato non ha accettato le indicazioni. Di fronte alla cocciutaggine dell'ateneo, il vescovo di Nottingham si è rifiutato di nominare un cappellano diverso e quindi l'università ha dovuto accettare di far entrare nel campus padre Palmer ogni domenica per la messa, sottolineando che però si tratta di un ospite e non di una figura interna all'istituzione. Artifici di forma, che padre Palmer ha smascherato nel suo profilo Twitter: «È un chiaro tentativo di cancellare il punto di vista dei cattolici da una delle università inglesi di maggior prestigio… non permettiamogli di farlo». E in un altro post ha aggiunto: «Dobbiamo combattere per la nostra fede: scendere a un compromesso significa arrendersi». La sua denuncia è stata sostenuta anche da un ex cappellano, che ha sottolineato come padre Palmer abbia espresso esattamente le credenze che lui sosteneva dieci anni fa e che all'epoca non avevano suscitato problemi. Segno del fatto che ormai le università si stanno appiattendo nella ricerca del consenso e sono disposte a cedere anche su questioni etiche sostanziali? Sarebbe terribile, dal momento che proprio in accademia, dove si formano futuri governanti, docenti e amministratori, i temi fondamentali andrebbero discussi e sviscerati. In una nota ufficiale l'ateneo ha replicato alle accuse, spiegando che lo stile in cui padre Palmer ha espresso le proprie credenze, che sono perfettamente accettabili, non era adatto alla comunità variegata che vive nel campus. La solita storia: per accogliere le idee altrui ed essere accondiscendenti si finisce per celare le proprie convinzioni. Un po' come sta accadendo in Norvegia, dove è stata vietata la distribuzione nelle scuole della Bibbia, in ossequio alla richiesta dell'Associazione umanista. Il gruppo, che ripudia ogni visione soprannaturale e rappresenta circa 90.000 persone, quest'anno ha chiesto al governo di non imporre agli istituti scolastici l'acquisizione della Bibbia. Secondo l'associazione si tratterebbe di una «pressione sociale», di un'imposizione ideologica nei confronti dei giovani e delle loro famiglie, che non può essere considerata accettabile da parte di uno stato laico. Sollecitata in questo modo, la direzione del ministero dell'istruzione che si occupa dei libri ha sospeso la distribuzione del testo sacro, ma adesso il ministero della Famiglia sta contestando l'iniziativa, sostenendo che la conoscenza della religione cristiana e della Bibbia fa parte della cultura e quindi non si può cancellare. Un dibattito che proseguirà a lungo, probabilmente, e che si inserisce dentro questa cultura della negazione della fede, delle regole e della storia. Una specie di processo di revisionismo a largo raggio, che produce effetti sorprendenti. Come la nomina a cappellano capo dell'ateneo di Harvard, in America, di Greg Epstein: un ateo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aborto-chiesa-inghilterra-2654893065.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-alta-corte-non-ferma-la-legge-anti-aborto-del-texas" data-post-id="2654893065" data-published-at="1630675366" data-use-pagination="False"> L’ Alta Corte non ferma la legge anti aborto del Texas È riesploso il dibattito sull'aborto negli Stati Uniti. Mercoledì sera, la Corte suprema ha respinto la richiesta, avanzata da alcuni attivisti, di bloccare la norma del Texas, che restringe la possibilità di ricorrere all'interruzione di gravidanza. Nel dettaglio, questa legge - siglata a maggio dal governatore repubblicano Greg Abbott - proibisce l'aborto dopo la sesta settimana di gestazione e consente ai cittadini di citare in giudizio chi violi o favorisca la violazione della disposizione. Un punto, quest'ultimo, che ha suscitato le ire degli attivisti favorevoli all'interruzione di gravidanza, secondo cui si tratterebbe di uno strumento intimidatorio, oltre che di un modo per aggirare la sentenza Roe contro Wade (che, come riportato dal sito Axios, si applica alle strutture governative, non ai privati). Nella fattispecie, l'Alta Corte ha rinvenuto dei problemi di natura tecnica nell'accoglimento della richiesta di blocco, specificando che l'«ordine non si basa su alcuna conclusione in merito alla costituzionalità della legge». Il che vuol dire che potrebbero verificarsi ulteriori ricorsi in futuro. La questione ha spaccato il massimo organo giudiziario statunitense. Il no al blocco della legge texana è stato sostenuto da cinque togati su nove, con il giudice capo John Roberts che, pur essendo di nomina repubblicana, si è schierato a fianco dei tre colleghi di nomina dem, in polemica con la maggioranza. La questione rischia di infiammare nuovamente il dibattito politico. Gli attivisti pro aborto sono sul piede di guerra, sostenendo che la legge vieterebbe quasi la totalità delle interruzioni di gravidanza in Texas e potrebbe essere presto imitata da altri Stati a guida repubblicana. Il presidente americano, Joe Biden, mercoledì stesso, aveva duramente criticato la norma texana. «Questa legge ridurrà in modo significativo l'accesso delle donne all'assistenza sanitaria, in particolare per le comunità di colore e le persone a basso reddito», aveva dichiarato. «La mia amministrazione», aveva aggiunto, «è impegnata nel diritto costituzionale stabilito nella causa Roe contro Wade quasi 50 anni fa e difenderà tale diritto». Inoltre, ieri, l'inquilino della Casa Bianca ha definito la decisione della Corte suprema come «un attacco senza precedenti ai diritti costituzionali» delle donne, promettendo battaglia. Eppure sono numerosi i problemi che si stagliano all'orizzonte per Biden. Innanzitutto, il presidente, che si professa cattolico e che non ha esitato a cavalcare questo fattore in campagna elettorale, rischia adesso di incrementare le tensioni già in essere tra la sua amministrazione e parte significativa della Conferenza episcopale statunitense. In secondo luogo, si pone un nodo anche alla Corte suprema: da mesi, alcuni ambienti progressisti stanno esercitando pressioni per esortare l'anziano giudice Stephen Breyer (nominato da Bill Clinton nel 1994) a dimettersi. Il loro obiettivo è infatti quello di spingere Biden a sostituirlo con un togato di orientamento liberal più giovane. In tal senso, se Breyer dovesse realmente decidere di fare a breve un passo indietro, il presidente si ritroverebbe a sua volta sotto pressione per scegliere un successore abortista. Tuttavia il problema per lui è che al Senato, dove le nomine per la Corte suprema devono essere ratificate, dispone di una maggioranza pressoché inesistente. Anche perché, in materia di interruzione di gravidanza, il senatore democratico centrista Joe Manchin potrebbe far mancare il proprio appoggio all'ala liberal progressista del suo stesso partito. Questa situazione costringerebbe quindi eventualmente Biden a virare su un giudice di orientamento centrista (e magari più tiepido sulla questione abortista): una soluzione, questa, che attirerebbe prevedibilmente al presidente gli strali della sinistra dem e delle associazioni di attivisti a essa legate. Basti del resto pensare al fatto che ieri la deputata Alexandria Ocasio Cortez abbia duramente criticato su Twitter la decisione della Corte suprema in riferimento alla legge texana.
Emmanuel Macron (Ansa)
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
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La protesta dei trattori a Milano contro il Mercosur (Ansa)
Un recente studio pubblicato sul sito del Parlamento europeo dal titolo «Un aggiornamento sugli effetti economici, di sostenibilità e regolamentari della parte commerciale dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur», fa sapere che «gli impatti economici per l’Ue-27 sono modesti. La simulazione prevede un aumento dello 0,1% del Pil e del benessere, insieme a una crescita marginale delle importazioni complessive (0,2%) e delle esportazioni (0,1%). I salari reali dei lavoratori qualificati e non qualificati aumentano leggermente (0,1%), con un effetto trascurabile sul rendimento del capitale. Tra gli Stati membri, i risultati variano. Belgio e Paesi Bassi registrano incrementi relativamente più elevati in termini di benessere e rendimenti del capitale rispetto ad altri paesi, probabilmente grazie alle loro economie fortemente orientate al commercio». Invece, si legge nell’analisi ufficiale dell’europarlamento, «Germania e Italia beneficiano di aumenti moderati dei flussi commerciali (le importazioni e le esportazioni crescono rispettivamente dello 0,3% e dello 0,2%), in linea con il loro ruolo di principali esportatori dell’Ue. Per economie più piccole come Portogallo e Slovenia, i guadagni sono trainati dalla specializzazione settoriale, in particolare nelle esportazioni, che aumentano rispettivamente dello 0,4% e dello 0,2%».
E qual è l’impatto sul Pil per i Paesi sudamericani? «Il Mercosur, considerato come blocco, sperimenta benefici economici relativamente maggiori rispetto all’Ue. La simulazione indica un aumento dello 0,3% del Pil e una crescita dello 0,2% del benessere (in percentuale del Pil). Tali guadagni sono principalmente trainati dall’espansione degli scambi, con importazioni ed esportazioni in aumento rispettivamente del 3,1% e del 3,6%. I lavoratori qualificati e non qualificati registrano aumenti dei salari reali pari rispettivamente allo 0,3% e allo 0,4%. Tra i singoli paesi, l’Argentina guida con un incremento del Prodotto interno lordo dello 0,4%. Il Brasile registra guadagni moderati in termini di Pil (0,3%) e commercio, mentre l’Uruguay beneficia di una crescita più elevata dei salari reali sia per i lavoratori qualificati (0,5%) sia per quelli non qualificati (0,6%). Il Paraguay, invece, sperimenta lievi diminuzioni del Pil (-0,1%) e del benessere (-0,2%».
Insomma, su un Pil della Ue che ammonta a 17.900 miliardi di euro (dati del 2024), il valore positivo dell’accordo col Mercosur vale 17,9 miliardi l’anno, appunto un più 0,1%. Ciò nonostante, Ursula von der Leyen ha promesso di rinforzare la dote di sussidi agli agricoltori, attraverso la Pac, a 293,7 miliardi per il bilancio 2028-2034. In sostanza sono circa 42 miliardi l’anno per il settennato del nuovo budget in favore delle aziende del primario europee. Anche un bambino della materna capirebbe che forse il gioco - ovvero l’accordo tra Unione Europea e Sudamerica - non vale la candela: per crescere di 17 miliardi di Pil l’anno si spendono 42 miliardi di soldi pubblici a conforto di chi sarà danneggiato dallo stesso accordo. È o non è un controsenso? Anche perché quei fondi Pac alla fine non servono per aiutare veramente gli agricoltori ma solo a compensare decisioni politiche sbagliate. Come accade con le politiche green: si impongono da Bruxelles divieti, aumenti di costi, nuove regole burocratiche e dopo si studiano ristori per chi viene colpito dal cambio di rotta.
Sul Mercosur il ministro Francesco Lollobrigida ha portato a casa più fondi Pac, una tutela maggiore per i prodotti agricoli Dop e Igp, ha ottenuto che la clausola di salvaguardia scatti dopo una variazione dei prezzi del 5% e non del 10%, nel senso che la Commissione Ue avvierà una indagine per tutelare produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo importato è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto.
Il ministro dell’Agricoltura italiano ha pure incassato maggiori controlli doganali per evitare che – ad esempio – il riso uruguagio coltivato senza rispettare le norme green possa essere parificato a quello italiano, che invece è sottoposto a una marea di pratiche in nome dell’ambiente. Insomma, Lollobrigida, ha fatto il massimo con un dossier ereditato che è lì sul tavolo da oltre 20 anni. Il problema però, considerati appunto i numeri, è un altro: la Ue traccia linee irrealistiche, sigla alleanze, non calcola gli effetti negativi, tanto poi risolve tutto con sussidi o deroghe. Col risultato di sprecare soldi pubblici, aumentare i documenti da compilare per evitare multe e appesantire così le possibilità di crescita europea. Nel terzo trimestre 2025 la produttività dei lavoratori Ue è leggermente calata, mentre negli Usa è salita del 4,9%. I numeri, anche in questo caso, parlano chiaro su che fine stiamo facendo.
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Delcy Rodriguez (Ansa)
Tra l’altro, stando a quanto rivelato da Reuters, sono rientrate nelle acque territoriali almeno quattro petroliere fantasma, di cui due battenti bandiera panamense e una battente bandiera delle Isole Cook. Le navi erano salpate, cariche, dalle coste del Venezuela all’inizio del mese con i transponder disattivati.
E se Caracas non si trova nella posizione di rifiutare la collaborazione con gli Stati Uniti, dall’altra parte, i colossi petroliferi americani temporeggiano sul fronte degli investimenti. Durante la riunione alla Casa Bianca indetta da Trump per far sì che le aziende americane assumano un ruolo chiave nel petrolio venezuelano, diverse major hanno mostrato cautela sulla possibilità di investire miliardi di dollari nel Paese Sudamericano. Il più critico è stato il Ceo di ExxonMobil, Darren Woods, che ha sottolineato: «È impossibile investire lì» anche perché «i nostri beni sono stati sequestrati due volte». Per sbloccare la situazione, secondo Woods, dovrebbero essere «stabiliti» diversi «quadri giuridici e commerciali». Eni ha invece accolto l’invito di Trump: l’ad della società, Claudio Descalzi, presente all’incontro, ha annunciato che «Eni è pronta a investire in Venezuela» e a «lavorare con le compagnie americane». Ha poi ricordato: «Abbiamo oggi nel Paese circa 500 persone» e «possediamo circa 4 miliardi di barili di riserve». Dall’altra parte, il presidente americano ha cercato di fornire alcune rassicurazioni, spiegando che le compagnie tratterebbero «direttamente» con gli Stati Uniti. Ha poi rivelato che, siccome Washington è «aperta agli affari», «la Cina e la Russia» possono «comprare tutto il petrolio che vogliono». Trump ha anche firmato un ordine esecutivo per far sì che le entrate petrolifere venezuelane depositate nei conti del Tesoro americano siano salvaguardate da «sequestri o procedimenti giudiziari». Lo scopo sarebbe quello di «garantire la stabilità economica e politica in Venezuela».
Sul fronte delle relazioni bilaterali tra la Casa Bianca e il governo ad interim, il tycoon ha rivelato che «molto presto» vedrà «i rappresentanti» dell’esecutivo venezuelano, visto che ha «un rapporto molto buono con chi governa». Anche il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha confermato di aver scelto la via diplomatica «per proteggere» il Paese. Ma ha anche detto che si tratta di «una strada» per «assicurare il ritorno del presidente Nicolás Maduro». Non stupisce quindi che Rodriguez si sia sentita telefonicamente con i presidenti della Colombia e del Brasile e con il primo ministro spagnolo per condividere i dettagli sulla «grave aggressione» condotta dagli Stati Uniti. Quel che è certo è che il leader dell’opposizione venezuelana, Maria Corina Machado, sarà ricevuta alla Casa Bianca «martedì o mercoledì».
E proprio un alleato di Machado è stato scarcerato: si tratta di Virgilio Laverde, coordinatore giovanile, nello Stato di Bolivar, di Vente Venezuela, ovvero la piattaforma guidata dal leader dell’opposizione. La stessa sorte non è ancora toccata a tanti altri prigionieri politici. E proprio per questo continuano le veglie e le preghiere delle famiglie dei detenuti di fronte alle prigioni, tra cui i centri dell’Helicoide e di El Rodeo a Caracas.
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