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2024-05-06
Sei aborti su dieci potevano essere evitati
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Giù le mani della 194! È lo straziante grido che, da giorni, accomuna giornalisti, intellettuali e politici progressisti, tutti allarmati per l’emendamento al testo sul Pnrr presentato da Lorenzo Malagola di Fratelli d'Italia; una misura sull’accesso nei consultori delle associazioni attive «nel sostegno alla maternità» spacciata come un nullaosta a task force antiabortiste impazienti di torchiare le gestanti. Peccato che della presenza nei consultori «di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile» parlasse già 46 anni fa - quando cioè il temibile Malagola manco era nato - proprio l’articolo 2 della 194. Una legge quindi più difesa che letta eppure, viene ripetuto, costantemente minacciata.
Parola di Sabina Guzzanti che, intervenendo a Propaganda Live, è stata chiara: «Stanno attaccando la legge sull’aborto». «Se io ho potuto fare la vita che ho scelto», ha poi aggiunto, «è perché a 18 anni ho potuto abortire». Sulla stessa lunghezza d’onda si è espressa la giornalista Simonetta Sciandivasci la quale, sulle colonne della Stampa del 24 aprile, ha raccontato il suo «aborto vissuto senza dolore e con inevitabile incertezza. Come ogni fatto della vita, un po’ scelto e un po’ capitato». Il 1° maggio su Repubblica Luigi Manconi ha invece denunciato «la “filosofia morale” del governo delle destre», impegnate in «una persistente concezione di Stato etico» volta, verso chi abortisce, all’«induzione di un senso di colpa ancora più afflittivo».
Ora, pur nel rispetto d’ogni opinione e sensibilità, c’è una domanda che pare nessuno dei difensori della 194 si voglia porre, e cioè: offrire alle donne un’alternativa all’aborto minaccia davvero le loro libertà? Non sarà invece che l’aborto, più che decisione libera, è spesso una scelta assai condizionata dalle circostanze? Per provare a vederci chiaro, bisogna guardare ciò che dice non la teoria, bensì l’esperienza come rilevata dalla letteratura scientifica internazionale, frutto spesso e volentieri - lo premettiamo prima che si accusi chi scrive di essere un maschio bianco etero che ficca il naso in cose altrui - del lavoro di studiose donne. Le ricerche da richiamare sarebbero molte, vediamone alcune.
Un’indagine pubblicata nel 2023 su Cureus, e realizzata da David Reardon, Katherine Rafferty e Tessa Longbons esaminando il vissuto di 226 donne statunitensi reduci da un aborto, ha tracciato un quadro assai distante da quello dell’esercizio d’un diritto di libertà. Si è difatti visto come solo il 33% delle gestanti abbia vissuto l’aborto come effettivamente desiderato, con il 43% che lo considerava lontano dai propri valori e il 24% che dichiara l’esperienza abortiva addirittura come subita o imposta. Solo il primo gruppo di donne - quello del 33% - ha quindi associato la perdita volontaria del figlio a miglioramenti della propria condizione, mentre per le restanti ciò ha determinato conseguenze negative. Altro dato assai eloquente: il 60% del campione, dunque la netta maggioranza, ha dichiarato che, se solo avesse avuto maggiori aiuti ed assistenza economica, avrebbe preferito portare a termine la gravidanza.
Si sono così smentiti gli esiti d’uno studio uscito nel 2015 su PLoS One - a cura, guarda caso, del gruppo abortista Ansirh, acronimo di Advancing new standards in reproductive health - secondo cui dopo tre anni dall’intervento le donne soddisfatte del loro aborto fossero, udite udite, il 99%. Una percentuale credibile come una moneta da 3 euro, visto che spesso a portare la donna ad abortire sono fattori esterni. Si è visto perfino nei Paesi scandinavi, ritenuti un faro mondiale della parità di genere e del welfare. A tale riguardo fa testo una ricerca della dottoressa Marlene Makenzius pubblicata lo scorso anno sull’European journal of contraception & reproductive health, e condotta su oltre 600 svedesi, alle quali si sono chiesti i motivi per cui volessero abortire; curiosamente, quello della volontà di non volere figli - in una griglia di oltre 20 opzioni, con la possibilità di sceglierne più d’una - è stato indicato come motivo da appena il 4,2% del campione, mentre la causa economica è risultata la più frequente, raccogliendo ben il 27% delle indicazioni.
Anche in un lavoro pubblicato nel 2017 su Contraception a firma di quattro studiose - Sophia Chae, Sheila Desai, Marjorie Crowell e Gilda Sedgh – con cui si sono esaminati ben 14 Paesi, dalla Turchia alla Russia, dal Nepal agli Usa, è risultato come le motivazioni più ricorrenti degli aborti fossero di natura socioeconomica. D’altra parte, questo è perfettamente coerente con quanto si registra pure in Italia dove, da una parte, il numero degli stranieri costituisce il 9% della popolazione mentre, dall’altra, gli aborti effettuati dalle donne straniere sono il 27% del totale. Questi dati, e quelli collegati - che certificano un tasso di abortività tra le straniere più che doppio di quello delle italiane - sono evidentemente anche il riflesso di ragioni economiche alla base della perdita volontaria di un figlio. Analogamente, negli Stati Uniti gli afroamericani non arrivano al 15% del totale, eppure gli aborti delle donne nere sono il 40% del totale. Tutto ciò, secondo la cultura dominante, deriverebbe da uno scarso accesso alla contraccezione delle fasce più povere, ma le statistiche citate raccontano un’altra storia: quella di gravidanze che le gestanti, se sostenute, avrebbero portato avanti.
Eloquenti, al riguardo, le risultanze d’un lavoro del 2004 sulla rivista Medical Science Monitor dal quale è emerso come, tra le donne reduci da un aborto, il 79% abbia dichiarato di non essere stata prima informata di alternative disponibili e l’84% di non aver ricevuto un’assistenza adeguata prima dell’intervento. Dunque tutto si può dire tranne che i ripensamenti dopo un aborto siano rari, nella donna. Viceversa, molto raramente una gravidanza portata a termine nonostante le difficoltà genera rimorsi. Questo almeno indica una ricerca uscita nel 2021 su Social Science & Medicine e che non pare in odore di patriarcato e Medioevo, se non altro perché opera di cinque donne: Corinne Rocca, Heidi Moseson, Heather Gould, Diana Foster e Katrina Kimport. Con questo studio si sono sondate ripetutamente, per cinque anni, 161 donne alle quali – perché troppo avanti nella gravidanza o per i limiti della clinica cui si erano rivolte – era stato negato l’aborto. Risultato: ad una settimana dal rifiuto desiderava ancora abortire il 65% delle gestanti, percentuale crollata al 12% già dopo il parto, al 7% al primo anno del bambino e infine, dopo cinque anni, al 4%. Curiosamente, la stessa quota di donne che, nello studio svedese della Makenzius, ha dichiarato di voler abortire perché non vuole figli. Sono dati significativi.
Esattamente come sono significative le evidenze già riportate, che mostrano come alle donne che vivano una gravidanza difficile o inattesa – donne spesso oggetto di pressioni familiari se giovani o, se più mature, di quelle del partner – si possano offrire alternative all’aborto. Alternative che debbono esser concrete, però. È quanto fanno i consultori italiani, che la legge 194 all’articolo 5 impegna a «rimuovere le cause» che possono portare «all’interruzione della gravidanza»? Non si direbbe. Infatti i dati dell’ultima relazione ministeriale sulla 194, relativi al 2021, dicono come, a fronte di 46.194 colloqui, siano stati rilasciati dai consultori 31.065 certificati di aborto. Parecchi. Senz’altro sufficienti per pensare che non si faccia abbastanza per aiutare la donna a «rimuovere le cause» che possano portarla a perdere suo figlio.
L’alternativa delle culle per la vita
Per le donne che vivono una gravidanza difficile o indesiderata, non ci sono solo i consultori familiari o i Centri di aiuto alla vita. Esistono almeno altre due vie alternative all’aborto. La prima è quella del parto in anonimato, così come espressamente disciplinata dal Dpr 396 del 2000, art. 30; essa si sostanzia nella possibilità che la donna – senz’alcuna forma di riconoscimento – possa lasciare presso la struttura ospedaliera il bambino appena partorito, il quale verrà prontamente dichiarato adottabile dal tribunale dei minori; il che prelude alla sua immediata adozione, stante la grande abbondanza di potenziali genitori in lista, appunto, per un’adozione.
La seconda alternativa all’aborto è quella delle culle per la vita. Ritornate in auge nei primi anni Novanta grazie in particolare all’impegno del volontario pro life Giuseppe Garrone – che nel 1992 inaugurò la prima a Casale Monferrato –, sono delle «ruote degli esposti» 2.0, strutture concepite cioè appositamente per permettere di lasciare totalmente protetti i neonati da parte delle mamme in difficoltà nel pieno rispetto sia della sicurezza del bambino sia della privacy di chi lo deposita.
Seguendo il modello di quella di Casale Monferrato, le prime culle funzionanti furono poi inaugurate ad Aosta e a Treviso, per poi progressivamente diffondersi in tutta la penisola. Ha trovato così nuova vita, restando in tema, una tradizione – quella delle «ruote degli esposti» appunto – inaugurata per la prima volta presso nel 1198 all’ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma, dove i genitori potevano lasciare i figli senza conseguenze giuridiche. Ancora nell’Ottocento lungo la nostra penisola erano attive circa 1.200 di queste «ruote», il cui impiego divenne particolarmente intenso a seguito della Rivoluzione francese e delle campagne napoleoniche. Nel 1836, per fare un esempio, vi erano in Molise 1,58 esposti su 100 nati, mentre a Napoli città ve ne erano addirittura 9,06. Complessivamente, si stima che siano arrivate a salvare un totale di 40.000 neonati e tanti cognomi sono ancora oggi eredità di quell’esperienza, dato che erano quelli dati ai trovatelli, agli esposti: Trovato, Trovai, Esposito, degli Esposti, Proietti, Fortunato, Fortuna, Diotallevi…
Le «ruote» furono chiuse nel 1923 dal fascismo – dato che non fu più possibile l’immissione anonima dei bambini ma solo, per così dire, la consegna diretta –, salvo poi essere rilanciate da Garrone 70 anni più tardi. Diversamente da quanto si potrebbe immaginare, la ricomparsa di queste culle non è stata subito ben accolta da tutti, anzi. Come ricorda nel suo libro intitolato appunto Le culle per la vita Rosa Rao Cassarà, vicepresidente del Movimento per la Vita di Palermo, ci fu infatti una vicenda – giudiziaria ma anche umana – iniziata nel 1992 e conclusasi nel 1995 con l’archiviazione da parte del Tribunale locale dell’esposto presentato da un deputato nazionale contro l’apertura del servizio, chiamato inizialmente e provocatoriamente «Cassonetto per la Vita».
Dal loro ritorno ad oggi, grazie a queste moderne «ruote degli esposti», tutte attrezzate con sistemi di videosorveglianza, i neonati salvati sono stati 66. Due all’anno, in pratica. Un numero piccolo ma comunque sufficiente ad alimentare un impegno che, oltre ai volontari del Movimento per la Vita, ha in questi anni registrato anche il significativo contributo di realtà quali: Rotary, Lion’s, Inner wheel international, Soroptimist, Donne Medico, Fondazione Rava.
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Le ricerche dimostrano che nella maggior parte dei casi interrompere la gravidanza non è una scelta libera: spesso le donne cercano aiuto ma non lo trovano. L’attivista pro vita: «Troppi pregiudizi su noi volontari».Sono la riproposizione delle antiche «ruote degli esposti» e permettono di consegnare il proprio bambino anonimamente. In media così vengono salvati due piccoli ogni anno.Lo speciale contiene due articoli.Giù le mani della 194! È lo straziante grido che, da giorni, accomuna giornalisti, intellettuali e politici progressisti, tutti allarmati per l’emendamento al testo sul Pnrr presentato da Lorenzo Malagola di Fratelli d'Italia; una misura sull’accesso nei consultori delle associazioni attive «nel sostegno alla maternità» spacciata come un nullaosta a task force antiabortiste impazienti di torchiare le gestanti. Peccato che della presenza nei consultori «di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile» parlasse già 46 anni fa - quando cioè il temibile Malagola manco era nato - proprio l’articolo 2 della 194. Una legge quindi più difesa che letta eppure, viene ripetuto, costantemente minacciata.Parola di Sabina Guzzanti che, intervenendo a Propaganda Live, è stata chiara: «Stanno attaccando la legge sull’aborto». «Se io ho potuto fare la vita che ho scelto», ha poi aggiunto, «è perché a 18 anni ho potuto abortire». Sulla stessa lunghezza d’onda si è espressa la giornalista Simonetta Sciandivasci la quale, sulle colonne della Stampa del 24 aprile, ha raccontato il suo «aborto vissuto senza dolore e con inevitabile incertezza. Come ogni fatto della vita, un po’ scelto e un po’ capitato». Il 1° maggio su Repubblica Luigi Manconi ha invece denunciato «la “filosofia morale” del governo delle destre», impegnate in «una persistente concezione di Stato etico» volta, verso chi abortisce, all’«induzione di un senso di colpa ancora più afflittivo».Ora, pur nel rispetto d’ogni opinione e sensibilità, c’è una domanda che pare nessuno dei difensori della 194 si voglia porre, e cioè: offrire alle donne un’alternativa all’aborto minaccia davvero le loro libertà? Non sarà invece che l’aborto, più che decisione libera, è spesso una scelta assai condizionata dalle circostanze? Per provare a vederci chiaro, bisogna guardare ciò che dice non la teoria, bensì l’esperienza come rilevata dalla letteratura scientifica internazionale, frutto spesso e volentieri - lo premettiamo prima che si accusi chi scrive di essere un maschio bianco etero che ficca il naso in cose altrui - del lavoro di studiose donne. Le ricerche da richiamare sarebbero molte, vediamone alcune.Un’indagine pubblicata nel 2023 su Cureus, e realizzata da David Reardon, Katherine Rafferty e Tessa Longbons esaminando il vissuto di 226 donne statunitensi reduci da un aborto, ha tracciato un quadro assai distante da quello dell’esercizio d’un diritto di libertà. Si è difatti visto come solo il 33% delle gestanti abbia vissuto l’aborto come effettivamente desiderato, con il 43% che lo considerava lontano dai propri valori e il 24% che dichiara l’esperienza abortiva addirittura come subita o imposta. Solo il primo gruppo di donne - quello del 33% - ha quindi associato la perdita volontaria del figlio a miglioramenti della propria condizione, mentre per le restanti ciò ha determinato conseguenze negative. Altro dato assai eloquente: il 60% del campione, dunque la netta maggioranza, ha dichiarato che, se solo avesse avuto maggiori aiuti ed assistenza economica, avrebbe preferito portare a termine la gravidanza. Si sono così smentiti gli esiti d’uno studio uscito nel 2015 su PLoS One - a cura, guarda caso, del gruppo abortista Ansirh, acronimo di Advancing new standards in reproductive health - secondo cui dopo tre anni dall’intervento le donne soddisfatte del loro aborto fossero, udite udite, il 99%. Una percentuale credibile come una moneta da 3 euro, visto che spesso a portare la donna ad abortire sono fattori esterni. Si è visto perfino nei Paesi scandinavi, ritenuti un faro mondiale della parità di genere e del welfare. A tale riguardo fa testo una ricerca della dottoressa Marlene Makenzius pubblicata lo scorso anno sull’European journal of contraception & reproductive health, e condotta su oltre 600 svedesi, alle quali si sono chiesti i motivi per cui volessero abortire; curiosamente, quello della volontà di non volere figli - in una griglia di oltre 20 opzioni, con la possibilità di sceglierne più d’una - è stato indicato come motivo da appena il 4,2% del campione, mentre la causa economica è risultata la più frequente, raccogliendo ben il 27% delle indicazioni. Anche in un lavoro pubblicato nel 2017 su Contraception a firma di quattro studiose - Sophia Chae, Sheila Desai, Marjorie Crowell e Gilda Sedgh – con cui si sono esaminati ben 14 Paesi, dalla Turchia alla Russia, dal Nepal agli Usa, è risultato come le motivazioni più ricorrenti degli aborti fossero di natura socioeconomica. D’altra parte, questo è perfettamente coerente con quanto si registra pure in Italia dove, da una parte, il numero degli stranieri costituisce il 9% della popolazione mentre, dall’altra, gli aborti effettuati dalle donne straniere sono il 27% del totale. Questi dati, e quelli collegati - che certificano un tasso di abortività tra le straniere più che doppio di quello delle italiane - sono evidentemente anche il riflesso di ragioni economiche alla base della perdita volontaria di un figlio. Analogamente, negli Stati Uniti gli afroamericani non arrivano al 15% del totale, eppure gli aborti delle donne nere sono il 40% del totale. Tutto ciò, secondo la cultura dominante, deriverebbe da uno scarso accesso alla contraccezione delle fasce più povere, ma le statistiche citate raccontano un’altra storia: quella di gravidanze che le gestanti, se sostenute, avrebbero portato avanti.Eloquenti, al riguardo, le risultanze d’un lavoro del 2004 sulla rivista Medical Science Monitor dal quale è emerso come, tra le donne reduci da un aborto, il 79% abbia dichiarato di non essere stata prima informata di alternative disponibili e l’84% di non aver ricevuto un’assistenza adeguata prima dell’intervento. Dunque tutto si può dire tranne che i ripensamenti dopo un aborto siano rari, nella donna. Viceversa, molto raramente una gravidanza portata a termine nonostante le difficoltà genera rimorsi. Questo almeno indica una ricerca uscita nel 2021 su Social Science & Medicine e che non pare in odore di patriarcato e Medioevo, se non altro perché opera di cinque donne: Corinne Rocca, Heidi Moseson, Heather Gould, Diana Foster e Katrina Kimport. Con questo studio si sono sondate ripetutamente, per cinque anni, 161 donne alle quali – perché troppo avanti nella gravidanza o per i limiti della clinica cui si erano rivolte – era stato negato l’aborto. Risultato: ad una settimana dal rifiuto desiderava ancora abortire il 65% delle gestanti, percentuale crollata al 12% già dopo il parto, al 7% al primo anno del bambino e infine, dopo cinque anni, al 4%. Curiosamente, la stessa quota di donne che, nello studio svedese della Makenzius, ha dichiarato di voler abortire perché non vuole figli. Sono dati significativi.Esattamente come sono significative le evidenze già riportate, che mostrano come alle donne che vivano una gravidanza difficile o inattesa – donne spesso oggetto di pressioni familiari se giovani o, se più mature, di quelle del partner – si possano offrire alternative all’aborto. Alternative che debbono esser concrete, però. È quanto fanno i consultori italiani, che la legge 194 all’articolo 5 impegna a «rimuovere le cause» che possono portare «all’interruzione della gravidanza»? Non si direbbe. Infatti i dati dell’ultima relazione ministeriale sulla 194, relativi al 2021, dicono come, a fronte di 46.194 colloqui, siano stati rilasciati dai consultori 31.065 certificati di aborto. Parecchi. 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La prima è quella del parto in anonimato, così come espressamente disciplinata dal Dpr 396 del 2000, art. 30; essa si sostanzia nella possibilità che la donna – senz’alcuna forma di riconoscimento – possa lasciare presso la struttura ospedaliera il bambino appena partorito, il quale verrà prontamente dichiarato adottabile dal tribunale dei minori; il che prelude alla sua immediata adozione, stante la grande abbondanza di potenziali genitori in lista, appunto, per un’adozione. La seconda alternativa all’aborto è quella delle culle per la vita. Ritornate in auge nei primi anni Novanta grazie in particolare all’impegno del volontario pro life Giuseppe Garrone – che nel 1992 inaugurò la prima a Casale Monferrato –, sono delle «ruote degli esposti» 2.0, strutture concepite cioè appositamente per permettere di lasciare totalmente protetti i neonati da parte delle mamme in difficoltà nel pieno rispetto sia della sicurezza del bambino sia della privacy di chi lo deposita. Seguendo il modello di quella di Casale Monferrato, le prime culle funzionanti furono poi inaugurate ad Aosta e a Treviso, per poi progressivamente diffondersi in tutta la penisola. Ha trovato così nuova vita, restando in tema, una tradizione – quella delle «ruote degli esposti» appunto – inaugurata per la prima volta presso nel 1198 all’ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma, dove i genitori potevano lasciare i figli senza conseguenze giuridiche. Ancora nell’Ottocento lungo la nostra penisola erano attive circa 1.200 di queste «ruote», il cui impiego divenne particolarmente intenso a seguito della Rivoluzione francese e delle campagne napoleoniche. Nel 1836, per fare un esempio, vi erano in Molise 1,58 esposti su 100 nati, mentre a Napoli città ve ne erano addirittura 9,06. Complessivamente, si stima che siano arrivate a salvare un totale di 40.000 neonati e tanti cognomi sono ancora oggi eredità di quell’esperienza, dato che erano quelli dati ai trovatelli, agli esposti: Trovato, Trovai, Esposito, degli Esposti, Proietti, Fortunato, Fortuna, Diotallevi… Le «ruote» furono chiuse nel 1923 dal fascismo – dato che non fu più possibile l’immissione anonima dei bambini ma solo, per così dire, la consegna diretta –, salvo poi essere rilanciate da Garrone 70 anni più tardi. Diversamente da quanto si potrebbe immaginare, la ricomparsa di queste culle non è stata subito ben accolta da tutti, anzi. Come ricorda nel suo libro intitolato appunto Le culle per la vita Rosa Rao Cassarà, vicepresidente del Movimento per la Vita di Palermo, ci fu infatti una vicenda – giudiziaria ma anche umana – iniziata nel 1992 e conclusasi nel 1995 con l’archiviazione da parte del Tribunale locale dell’esposto presentato da un deputato nazionale contro l’apertura del servizio, chiamato inizialmente e provocatoriamente «Cassonetto per la Vita». Dal loro ritorno ad oggi, grazie a queste moderne «ruote degli esposti», tutte attrezzate con sistemi di videosorveglianza, i neonati salvati sono stati 66. Due all’anno, in pratica. Un numero piccolo ma comunque sufficiente ad alimentare un impegno che, oltre ai volontari del Movimento per la Vita, ha in questi anni registrato anche il significativo contributo di realtà quali: Rotary, Lion’s, Inner wheel international, Soroptimist, Donne Medico, Fondazione Rava.
Fabrizio Corona e la locandina della docuserie Io sono notizia (Ansa)
Fabrizio Corona sempre al centro dell’attenzione. Dopo la querelle giudiziaria iniziata con il conduttore televisivo Alfonso Signorini, è disponibile su Netflix da venerdì 9 Io sono notizia, la docuserie composta da cinque episodi che racconta la parabola personale e professionale dell’ex re dei paparazzi «ripercorrendo gli scandali e i cambiamenti sociali della storia italiana recente», promettono da Netflix. Un’opera, quella del regista Massimo Cappello, per la quale il produttore, Bloom media house (una srl guidata da Marco Chiappa, Alessandro Casati e Francesca Cimolai), ha speso complessivamente quasi 2,5 milioni di euro ricevendone, però, quasi 800.000 (per la precisione, 793.629) dal ministero della Cultura di Alessandro Giuli sotto forma di tax credit produzione.
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(IStock)
Ottant’anni fa, nel 1946, Ayn Rand riprese in mano uno dei suoi più celebri capolavori, una favola distopica intitolata Anthem (Antifona) che aveva scritto dieci anni prima. Solo uno scrittore l’aveva preceduta nell’invenzione della distopia: il sovietico Evgenij Zamjatin, che tra il 1919 e il 1921 si dedicò alla stesura di Noi, riconosciuto quale capostipite del genere e primo romanzo proibito dall’ente governativo sovietico che si occupava della censura delle opere d’arte.
In fondo i due romanzi erano curiosamente simili. Erano, prima di tutto, entrambi anticomunisti: in modo più violento quello di Rand, in maniera forse più dolorosa quello di Zamjatin, se non altro perché l’autore era rimasto a vivere in Russia almeno fino all’inizio degli anni Trenta. La Rand in Russia ci era nata, a San Pietroburgo, nel 1905. Poi però, grazie agli studi di cinema, nel 1925 aveva ottenuto un visto per visitare alcuni parenti in America, e non fece più ritorno. Zamjatin era più vecchio, nacque nel 1884, e cercò di restare in patria fino a quando non cominciarono a trattarlo come un nemico del popolo, cosa che significava rischiare pesantemente la pelle. Era molto stimato da autori graditi al regime come Gorkij, da Anna Achmatova, e fu tradotto molto all’estero prima che in patria (cosa che per altro gli valse la riprovazione delle autorità). A un certo punto, proprio grazie a Gorkij, gli concessero di lasciare il Paese, a differenza di quanto accadde a un altro grande come Michail Bulgakov.
Noi e Antifona sembrano quasi la stessa storia vista da due punti diversi. Zamjatin, dando pennellate di fantascienza alla sua opera, finge di tessere un elogio della collettivizzazione, di un mondo in cui trionfa il Noi, una società che ha raggiunto tanto e tale successo da poter essere esportata. Rand non finge nemmeno entusiasmo quando racconta di un mondo futuro basato sull’eguaglianza più totale.
Anche chi non condividesse l’amore di Rand per il capitalismo difficilmente potrebbe sostenere che alcune sue riflessioni non siano rabbiosamente attuali. «L’obbligo compulsivo al lavoro è oggigiorno presente o propugnato in ogni paese della terra», scriveva Rand nel 1946. «E su cosa esso si basa, se non sull’idea che lo Stato sia il più qualificato a decidere come un uomo può essere utile agli altri, avendo tale utilità come unico criterio, mentre i suoi obiettivi, desideri o la sua felicità andrebbero ignorati perché di nessuna importanza? Abbiamo Consigli per le Vocazioni, Consigli per l’Eugenetica, ogni possibile tipo di Consiglio, incluso un Consiglio Mondiale e se questi Consigli non detengono ancora un potere totale su di noi, è forse per una loro mancanza d'intenzione? “I guadagni sociali”, “gli scopi sociali”, “gli obiettivi sociali” sono diventati i bromuri quotidiani del nostro linguaggio. La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e ogni forma di esistenza viene data per scontata».
Certo, si può eccepire sul fatto che oggi non è necessariamente lo Stato a rendersi responsabile di un certo tipo di imposizioni, ma lo fanno serenamente anche le istituzioni private e le grandi corporation. Difficile tuttavia negare che in nome del presunto bene comune si compiano molto facilmente tremende nefandezze. Ancora più difficile è negare che esista una tendenza sempre più pronunciata all’affermazione di un pensiero unico che è favorita da tutti i mezzi di comunicazione e fa molto, molto comodo alla politica. Rand aveva immaginato esattamente un futuro in cui pensare in autonomia equivale a eresia. Sin dal memorabile incipit di Antifona, capiamo che la colpa del protagonista, Eguaglianza 7-2521, è esattamente quella di pensare con il proprio cervello, di coltivare una visione difforme.
«È una colpa scrivere questo» scrive il malcapitato narratore nelle prime righe del romanzo. «È una colpa pensare a parole che nessun altro pensa e scriverle su un foglio che nessun altro vedrà. È meschino e immorale. È come se parlassimo da soli, a nessun altro orecchio se non il nostro, e sappiamo bene che non c’è trasgressione più oscura del fare o pensare da soli. Abbiamo infranto le leggi. Quelle leggi che vietano agli uomini di scrivere, a meno che non venga ordinato loro dal Consiglio delle Vocazioni. Che ci sia perdonato!». Poco dopo, Eguaglianza 7-2521 descrive sé stesso e il suo enorme difetto: «Siamo nati con una maledizione che ci ha sempre spinto a fare pensieri proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere immorali, ma non c’è in noi né la volontà né il potere di resistere loro. Questa è la nostra meraviglia e la nostra paura segreta: sappiamo e non resistiamo. Ci sforziamo di essere come i nostri fratelli, per-ché tutti gli uomini devono assomigliarsi».
Per tutta la vita Ayn Rand ha difeso con le unghie e con i denti la potenza virile del pensiero autonomo. Viene ricordata come una gretta capitalista ma seppe più di ogni altro autore cantare la grandezza degli uomini e delle donne disposti a tutto per far trionfare le proprie idee, le proprie visioni. Era nemica del collettivismo economico, come no, ma prima di tutto deprecava il collettivismo del pensiero che rende gli uomini massa e la massa gregge. Anche per questo le sue opere, come del resto quelle di Zamjatin, parlano con forza al nostro tempo. Dopo tutto, siamo forse più vicini adesso alla fine della proprietà privata di quanto non lo fossero gli occidentali di un secolo fa. Di sicuro siamo sottoposti a una burocrazia acefala e ottusamente feroce degna di una distopia. E, soprattutto, è difficile trovare qualcuno che sia disposto a seguire le proprie idee facendone armatura, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al flusso del pensiero livellato e permanente.
Non è forse un caso che una delle autrici più celebrate degli ultimi anni, e più amate anche da un pubblico molto giovane, abbia deciso per certi versi di remixare le opere di Zamjatin e Rand. La scrittrice francese Christelle Dabos ha raggiunto la fama internazionale con la saga - vendutissima - dell’Attraversaspecchi. E ora torna con un romanzo inaspettato e godibile da lettori di diversa età. Si intitola, guarda un po’, Noi, ed è ambientato in un mondo in cui i singoli annegano in una sorta di mente collettiva. Ciascuno è dotato di un istinto che lo condanna a svolgere questo o quel lavoro per tutta la vita, e non può deviare dalla volontà della sorta di sciame che è divenuta l’umanità. Si sale nella scala sociale soltanto compiendo azioni che vadano a beneficio del Noi, un collettivo quasi metafisico, assurto al ruolo di divinità. Tutto meraviglioso, all’apparenza, salvo che non tutti si sentono a loro agio dentro il recinto. Ed è esattamente qui che sta il punto. Il romanzo di Dabos non è un elogio dell’individualismo fine a sé stesso, anche se certo potrebbe essere letto così. E non è nemmeno una celebrazione di ciò che attualmente si intende per valorizzazione dell’individuo, cioè l’assenza di impedimenti nel dare sfogo alle proprie pulsioni immediate. Questa storia sembra dire piuttosto che occorre prendersi la responsabilità della propria esistenza, e usare la libertà per compiere qualcosa di grande, per sé e per gli altri. La relazione è vitale, per l’esistenza umana, ma non può prescindere da una decisione individuale, da una presa di coscienza autonoma, da un atto di coraggio intellettuale prima che fisico. Esattamente quell’atto che nel nostro tempo solo pochissimi hanno la tempra di compiere. Quell’atto che Zamjatin e Rand hanno magnificato prima di tutti, straordinari aedi dell’umanità eroica e non sottomessa.
Quei prigionieri in fuga dai gulag comunisti, ma snobbati dall’Occidente
Nel 1956, mentre i carri armati sovietici schiacciavano l’Ungheria e nonostante ciò del comunismo reale si diceva un gran bene in larga parte del mondo, un libro che descrivesse l’universo concentrazionario russo avrebbe potuto apparire ai più come un romanzo di fantascienza, una distopia particolarmente orwelliana, solo un po’ più feroce. Arcipelago Gulag, il capolavoro di Solzenicyn, sarebbe stato concepito solo due anni più tardi e sarebbe stato accettato e digerito dall’Occidente molto tempo dopo. Slavomir Rawicz, infatti, non fu creduto quando pubblicò il suo volume autobiografico A marche forcee, il racconto di una allucinante fuga dai Gulag attraverso un percorso quasi disumano. Lo accusarono di avere inventato tutto, dissero che l’autore aveva sbagliato descrizioni, che non avrebbe potuto compiere quel percorso, non in quel modo almeno, che aveva inventato luoghi e personaggi.
A Sylvain Tesson - straordinario autore francese di racconti e resoconti di viaggio e orgoglioso libertario - non importa nulla che la storia di Rawicz sia inventata o colorita. Anzi, in qualche modo ha provato a dimostrarne la veridicità mettendo in gioco la sua pelle e il suo corpo. Ha percorso gli stessi sentieri, ha seguito lo stesso itinerario dei fuggiaschi dal Gulag e il risultato è lo splendido L’asse del lupo, ora pubblicato in Italia da Piano B.
«Rawicz è un ufficiale polacco di 24 anni che fu arrestato durante la seconda guerra mondiale dal Nkvd e deportato, prima in treno e poi a piedi, in un campo di prigionia situato a 300 chilometri dal circolo polare artico siberiano, nella taiga della Jacuzia», racconta Tesson. «Lavori forzati, inverno gelido, vita da subumani: il gulag. Rawicz deve scontare una pena di 20 anni. La sua colpa? Essere polacco. La sua unica speranza? La morte o la fuga. Nell’aprile del 1941, sei mesi dopo la sua carcerazione, fugge nella taiga in pieno inverno, con una squadra di sei camerati: altri due polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano. Hanno in comune due cose: la prima è l’essere naufragati sugli scogli del terrore rosso inaugurato con la Grande Rivoluzione d’Ottobre e prolungato con le purghe staliniane; la seconda è l’aver rifiutato a rischio della vita stessa il destino di schiavi che era stato loro assegnato. Non hanno altra scelta che dirigersi verso Sud. Verso l’India. Non hanno viveri, né mappe, né equipaggiamenti e nemmeno armi. Immaginano di raggiungere il golfo del Bengala in poche settimane, senza rendersi conto di quante migliaia di chilometri siano distanti».
Tesson rimane conquistato dal libro del polacco, e non è ingenuo: «L’energia dei detrattori di Rawicz ha anche una radice politica», nota. «Il libro esce in un’epoca in cui l’Europa non ne voleva sapere della tragedia carceraria russa: l’Arcipelago Gulag non era stato ancora scoperto, Una giornata di Ivan Denisović non era stato pubblicato, Solzenicyn era ancora nei campi di concentramento e nelle democrazie occidentali i comunisti portavano ancora la corona della vittoria sulla Germania nazista. Ed ecco che un polacco, presumibilmente uscito dalle taighe dell’inferno, dipinge un affresco dell’orrore dei campi di concentramento. Come si poteva credere, nel 1956, che fosse possibile fuggire da questi campi, la cui esistenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta?».
Non è la politica che interessa a Tesson. E nemmeno la riabilitazione di Rawicz, morto a Londra nel 2004. Quel che gli interessa celebrare ripercorrendo l’asse del lupo è la lotta per la libertà. Meglio: vuole dimostrare che senza lotta non vi è libertà, che senza fatica non vi è indipendenza. «Quello che voglio celebrare è lo spirito di evasione», scrive, «che consiste nel raccogliere tutte le forze, le speranze e le competenze per fare tutto il possibile senza mai lasciare che lo scoraggiamento si frapponga all’ostinazione, per riconquistare la libertà perduta. Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita». Un amore che si celebra attraverso il rischio: amare la vita significa anche essere disposti a perderla pur di non restare sottomessi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 gennaio 2026. Il segretario della Camera Penale di Napoli, avvocato Maurizio Capozzo, illustra le iniziative per il sì al referendum sulla Giustizia.
Pecco Bagnaia porta la fiaccola olimpica Milano-Cortina 2026 presso piazza Castello a Torino (Ansa)
A 25 giorni dalla cerimonia di apertura dei Giochi invernali, l’Italia entra nella fase decisiva. Dai test dell’Arena di Santa Giulia al viaggio della fiamma olimpica da Torino a Milano, con protagonisti simbolici come Bagnaia e Allegri, passando per la corsa contro il tempo di Federica Brignone e l’annuncio dell’esibizione di Andrea Bocelli: strutture e organizzazione si preparano all’appuntamento del 6 febbraio.
Il tempo stringe. Mancano ormai poche settimane all’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 e il grande evento entra nella sua fase più delicata: quella in cui le promesse devono trasformarsi in realtà operative, i cantieri in impianti funzionanti e le attese in risposte concrete. Il 6 febbraio, con la cerimonia inaugurale, l’Italia tornerà a ospitare i Giochi invernali a vent’anni dall’esperienza di Torino 2006, in una formula inedita che unisce metropoli e montagne, grandi città e territori alpini.
Il simbolo più evidente di questa rincorsa è senza dubbio l’Arena di Santa Giulia, a Milano, destinata a essere il fulcro del torneo olimpico di hockey su ghiaccio. Nel fine settimana appena trascorso l’impianto ha vissuto il suo primo vero battesimo, aprendo al pubblico per il test event con le Final Four di Coppa Italia e campionato IHL. Un appuntamento cruciale, non solo per verificare la tenuta del ghiaccio e delle strutture, ma anche per testare flussi, sicurezza, trasporti e gestione del pubblico.
L’esordio non è stato privo di intoppi. Una piccola crepa nel ghiaccio ha causato una breve interruzione durante una delle prime partite, episodio che ha immediatamente acceso il dibattito sui social e attirato l’attenzione dei media internazionali. Gli organizzatori, però, hanno spiegato che si tratta di situazioni normali su piste nuove e hanno sottolineato come il problema sia stato risolto in pochi minuti. Le gare successive si sono svolte senza ulteriori criticità, permettendo di archiviare il test come complessivamente positivo. L’Arena, va detto, non è ancora completamente ultimata. Restano da completare alcune parti delle tribune, rifinire spogliatoi e aree tecniche, sistemare impianti e cablaggi. Ma il cronoprogramma prevede la consegna definitiva entro fine gennaio, in tempo per i primi match olimpici. Il Comitato olimpico internazionale e Fondazione Milano-Cortina parlano di una struttura che ha superato la prova generale e che ha tutte le carte in regola per diventare una delle sedi simbolo dei Giochi. Durante l’Olimpiade potrà ospitare fino a 11.800 spettatori paganti, mentre dopo l’evento sarà riconvertita per grandi appuntamenti sportivi e musicali, a partire già dalla primavera.
Se Milano rappresenta il volto urbano dei Giochi, la montagna è il cuore sportivo ed emotivo dell’Olimpiade. E proprio sulle nevi di Cortina d’Ampezzo si concentrano in questi giorni molte delle attenzioni. In particolare su Federica Brignone, la campionessa azzurra che incarna meglio di chiunque altro le speranze italiane. Dopo il grave infortunio della scorsa primavera, la sciatrice valdostana sta seguendo una tabella di recupero rigorosa e prudente. Ha rinunciato al rientro immediato in Coppa del Mondo per allenarsi direttamente sulle piste olimpiche, con l’obiettivo di essere pronta almeno per una delle gare in programma. Lo staff federale e il fratello-allenatore procedono senza forzature, consapevoli che l’obiettivo non è solo esserci, ma esserci nelle migliori condizioni possibili. Le decisioni definitive arriveranno giorno per giorno, ma una certezza c’è: Brignone vuole giocarsi fino in fondo l’occasione della carriera, l’oro olimpico che ancora manca al suo palmarès.
Mentre gli atleti si preparano, l’Olimpiade prende forma anche fuori dagli impianti grazie al viaggio della fiamma olimpica. Partita da Roma il 6 dicembre, la torcia sta attraversando l’Italia in un percorso di oltre 12.000 chilometri che tocca tutte le regioni. In questi giorni il fuoco olimpico è protagonista nel Nord, tra Piemonte e Lombardia, accompagnato da eventi, cerimonie e una partecipazione popolare significativa. Tra i tedofori figurano volti noti dello sport e della cultura italiana: da Giorgio Chiellini a Pecco Bagnaia, fino a Massimiliano Allegri. La fiamma entrerà a Milano il 5 febbraio e il giorno successivo illuminerà la città, passando anche da San Siro, prima di accendere il braciere durante la cerimonia inaugurale. Cerimonia che avrà un altro protagonista d’eccezione: Andrea Bocelli. Il tenore si esibirà il 6 febbraio, offrendo uno dei momenti più attesi dell’apertura dei Giochi. Una scelta che punta a valorizzare l’identità culturale italiana e a dare ai Giochi un respiro internazionale, unendo musica, sport e racconto simbolico del Paese ospitante. Accanto all’entusiasmo, cresce però anche l’attenzione sugli aspetti logistici e organizzativi. In diverse aree, soprattutto in Valtellina, sono già stati predisposti piani straordinari per la viabilità, con limitazioni temporanee ai mezzi pesanti durante il periodo olimpico. Misure pensate per garantire sicurezza e fluidità negli spostamenti di atleti, addetti ai lavori e spettatori, ma che inevitabilmente richiederanno adattamenti da parte dei territori coinvolti.
Milano-Cortina 2026 si avvicina così al momento decisivo. Le settimane che restano serviranno a limare gli ultimi dettagli, completare le opere e trasformare l’attesa in fiducia. Tra cantieri che si avviano alla conclusione, una fiamma che attraversa il Paese e campioni pronti a scrivere nuove pagine di storia, l’Olimpiade italiana entra finalmente nel vivo. Ora la parola passa ai fatti.
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