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2024-11-21
A Zelensky mine antiuomo, ma gli ucraini: basta
Volodymyr Zelensky e Joe Biden (Getty Images)
L’escalation militare tra Russia e Occidente è dietro l’angolo e potrebbe scattare da un momento all’altro. Dopo il lancio dei primi missili americani Atacms operato da Kiev nella regione di Bryansk con obiettivo un deposito di armi situato nei pressi della città di Karachev, ieri sia il Guardian che Bloomberg hanno riportato la notizia che le forze di difesa ucraine avrebbero utilizzato in un attacco nel Kursk missili Storm Shadow di fabbricazione britannica. Gli ordigni si sono infilati nel parco di una residenza storica, esplodendo nel sottosuolo di un boschetto. L’ipotesi è che si trattasse del comando sotterraneo da cui i generali di Mosca dirigono tutte le operazioni nella regione di Kursk.
Ora, tuttavia, un’altra linea rossa è stata varcata. Joe Biden, accusato dal Cremlino di voler gettare benzina sul fuoco, ha addirittura deciso di dare il via libera per la fornitura di mine antiuomo da utilizzare contro l’avanzata delle truppe russe.
La notizia è stata confermata e ufficializzata proprio ieri dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, il quale ha spiegato alla stampa americana che è una decisione presa in seguito al cambiamento di strategia adottato da Mosca negli ultimi giorni. Stando a quanto riferito da un funzionario del governo americano al Washington Post, si tratta di mine che si autodistruggono o perdono la carica, in modo da ridurre al minimo l’impatto pericoloso per i civili e l’esercito ucraino avrebbe assicurato l’impegno a non disseminarle in zone densamente popolate. Zelensky stesso ha celebrato «le importantissime mine per fermare gli attacchi russi» e che «rafforzeranno davvero le nostre truppe al fronte». Fatto sta che le recenti mosse del presidente statunitense, quando mancano esattamente meno di due mesi al cambio della guardia con Donald Trump, rischiano seriamente di sconquassare il già precario equilibrio del conflitto in Ucraina, perché in sostanza Kiev, per colpire la Russia, ha sostituito i droni con i missili a lungo raggio e ora anche le mine. «L’amministrazione americana uscente sta facendo di tutto per continuare la guerra in Ucraina» ha attaccato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo aver precisato come il presidente Vladimir Putin sia disposto ad avviare i negoziati di pace, ma a nessun tentativo di congelamento della guerra. Volodymyr Zelensky, invece, che ha ringraziato Biden per la fornitura delle mine antiuomo, ha lanciato un messaggio a Trump, dichiarando all’emittente americana Fox News che «l’Ucraina perderà la guerra contro la Russia se gli Stati Uniti taglieranno i finanziamenti militari».
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato la notizia del permesso americano per l’utilizzo dei missili a lungo raggio affermando che si tratta di una «dimostrazione che l’Ucraina e gli ucraini sono uno strumento per l’Occidente e, una volta distrutto, non ha più valore».
Il timore diffuso è che Putin possa decidere di innalzare il livello di scontro, colpendo con un massiccio raid aereo l’Ucraina in più punti. Da Kiev, tuttavia, mostrano un cauto ottimismo riguardo al fatto che non ci sarà, perlomeno nelle prossime ore, un attacco sui cieli della Capitale e delle altre regioni del Paese, al punto che nel pomeriggio di ieri è stato fatto cessare l’allarme aereo che le autorità avevano fatto scattare in mattinata a Kiev e in dieci oblast. «La Russia sta portando avanti un massiccio attacco informativo e psicologico contro l’Ucraina», hanno fatto sapere fonti vicine all’intelligence militare del Gur, «il nemico, incapace di sottomettere gli ucraini con la forza, ricorre a misure di intimidazione e pressione psicologica sulla società. Si prega di essere vigili». Anche il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina, Andriy Kovalenko, ha rassicurato la popolazione dicendo che «la Russia sta cercando di seminare il panico tra gli ucraini». Il livello dell’allarme, però, non è affatto da sottovalutare perché il rischio di un’azione forte e determinata da parte del Cremlino, dopo gli ultimi sviluppi, è concreto e reale. Non a caso, ieri, le sedi di molte ambasciate occidentali, tra cui anche quella italiana e americana, sono state fatte evacuare e poi chiuse a scopo precauzionale. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino in un comunicato ha invitato le diplomazie occidentali a non «alimentare la tensione con la chiusura delle loro ambasciate» in quanto «la minaccia di attacchi è purtroppo una realtà quotidiana per gli ucraini da oltre mille giorni».
Persino gli ucraini ora implorano la pace
L’Ucraina farebbe meglio a trattare la pace con la Russia «prima possibile», a costo di rinunciare ad alcuni territori. Chi lo dice? Gli ucraini, interpellati dalla statunitense Gallup tra agosto e ottobre di quest’anno. Dunque prima che negli Stati Uniti vincesse Donald Trump, notoriamente favorevole a un accordo in tempi rapidi. Il 52% degli interpellati dalla casa di sondaggi chiede al suo presidente Volodymyr Zelensky di sedersi a un tavolo con Vladimir Putin e trovare un accordo, preferibilmente con la mediazione dell’Unione europea (70%). Mentre solo il 38% degli ucraini crede che si debba continuare a combattere sino alla vittoria finale.
Sono numeri che non solo non arrivano dalle famose centrali di disinformazione putiniane, ma che fanno capire come i vari sostenitori della guerra a oltranza e dell’invasione della Russia con armi europee, da Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen, passando per il capo della Nato Mark Rutte, siano evidentemente mossi da una sollecitudine e da uno zelo bellico che scavalca gli ucraini stessi. E anche chi si nasconde dietro la formuletta farisaica della «pace giusta» (di fatto, non negoziabile) dovrà ammettere che per gli stessi ucraini la pace è la pace e di solito è il frutto di una trattativa che poi diventa trattato.
Sono passati 33 mesi da quando la Russia, violando ogni norma del diritto internazionale, ha invaso l’Ucraina. Putin era convinto di arrivare a Kiev in poche settimane, di rovesciare il governo filo Ue e filo Nato senza troppe difficoltà e che l’Europa, dipendente dal suo gas, si sarebbe voltata dall’altra parte. Invece non è andata così, sono intervenuti anche gli Usa e in Ucraina sono arrivati armi e soldi da tutto l’Occidente. Negli ultimi mesi, sul terreno, la guerra sostanzialmente non è andata né avanti né indietro. Ed è cresciuta la stanchezza di tutti, a cominciare da Washington, nella convinzione che quello che si doveva fare è stato fatto.
Dalla scorsa estate, guidati da un Macron in difficoltà a casa propria e dall’ex capo della Nato Jens Stoltenberg , i realisti più realisti del re hanno invece sostenuto che bisognava riconquistare tutta l’Ucraina, a costo di invadere pezzi di Russia e scatenare la Terza guerra mondiale, per poi giocare allo scambio di figurine. Dicevano di farlo per i fratelli ucraini, presto ammessi nell’Ue, ma adesso gli ucraini ci mandano a dire che della guerra sono stufi.
Gallup ha condotto il suo sondaggio, pubblicato ieri, tra agosto e ottobre, e ha rilevato che il 52% vorrebbe vedere il proprio governo negoziare la fine della guerra il prima possibile, mentre il 38% ritiene che si debba continuare a combattere fino alla vittoria. Nei primi mesi della guerra, Gallup aveva registrato che il 73% degli ucraini era a favore delle armi. Percentuale poi scesa al 63% nel 2023, fino al sorpasso della pace nel mese scorso. Gallup fa notare che il sondaggio precede le elezioni Usa del 6 novembre, ma riconosce che il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe avere acuito l’incertezza degli ucraini sul fatto che gli Stati uniti continuino a mandare aiuti economici e armi praticamente a getto continuo.
Interessante anche il cambio di opinione sulla guerra, a seconda delle diverse regioni dell’Ucraina. Nelle zone di confine con i territori invasi dai soldati di Putin il consenso alla lotta senza quartiere era intorno al 63% nel 2022 e al 61% lo scorso anno. Adesso, Gallup fa notare che anche vicino al fronte siamo sotto il 50%. Se poi si guarda all’Ovest e a Kiev, più lontane dai missili, la guerra ha perso ancora più sostegno e oggi va continuata solo per il 27% degli intervistati, contro il 63% che chiede a Zelensky di trattare la pace.
Come si vede, il tema della concessioni da fare a Putin sembra essere il cuore delle resistenze europee a un cessate il fuoco. Se si scompone il dato di quel 52% degli ucraini che vuole la pace, più della metà ammette che il loro governo dovrebbe essere disposto a fare concessioni territoriali alla Russia, mentre il 38% non è d’accordo e il 10% si dice indeciso. Il fatto è che tra coloro che due anni e mezzo fa erano più convinti nel rispondere all’aggressione di Mosca, c’era l’idea che andassero recuperati la Crimea e gli altri territori persi dal 2014. Nel 2022, a pensarla così era il 92% della popolazione, mentre oggi siamo all’81%. Che è sempre una maggioranza schiacciante, ma indica comunque una tendenza coerente con il resto della fotografia scattata dalla Gallup.
Se adesso la maggior parte degli ucraini vuole rapidamente l’inizio dei negoziati di pace, chi deve aiutarli a far ragionare Putin e il loro presidente in mimetica? Il 70% ritiene che un’impresa simile possa riuscire all’Unione europea, seguita dal Regno Unito con il 63%. Gli Stati uniti sono al terzo posto con il 50% circa dei consensi e questo indipendentemente dalla vittoria di Trump o Kamala Harris.
L’istituto di sondaggi americano ha poi spiegato che la popolazione ucraina che si trova nei territori occupati dai soldati russi non ha potuto rispondere al sondaggio per la mancata copertura da parte degli operatori di telefonia mobile ucraini. Un’esclusione dal campione che riguarda il 10-12% della popolazione.
Zelensky ieri ha affermato che «l’Ucraina perderà la guerra se gli Stati Uniti taglieranno i fondi». A settembre però aveva detto che la fine della guerra era «più vicina di quanto la gente creda». Il sondaggio Gallup gli dovrebbe dare conforto. Soprattutto, le rilevazioni ci dicono che mentre mezzo Occidente sostiene che bisogna andare avanti con la guerra «perché ce lo chiedono gli ucraini», ecco, semplicemente, non è più vero.
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Joe Biden alza ancora la tensione e manda a Kiev le armi «proibitissime». Colpito con missili britannici un possibile bunker sotterraneo di generali del Cremlino. Evacuate le ambasciate italiana e americana.Un sondaggio americano tira una bordata ai nostri bellicisti da divano: fra chi sotto le bombe ci sta davvero, il negoziato guadagna consenso. Oggi vuole trattare il 52% degli intervistati, mentre all’inizio del conflitto era il 22%. Solo il 38% vuole la lotta a oltranza.Lo speciale contiene due articoli.L’escalation militare tra Russia e Occidente è dietro l’angolo e potrebbe scattare da un momento all’altro. Dopo il lancio dei primi missili americani Atacms operato da Kiev nella regione di Bryansk con obiettivo un deposito di armi situato nei pressi della città di Karachev, ieri sia il Guardian che Bloomberg hanno riportato la notizia che le forze di difesa ucraine avrebbero utilizzato in un attacco nel Kursk missili Storm Shadow di fabbricazione britannica. Gli ordigni si sono infilati nel parco di una residenza storica, esplodendo nel sottosuolo di un boschetto. L’ipotesi è che si trattasse del comando sotterraneo da cui i generali di Mosca dirigono tutte le operazioni nella regione di Kursk. Ora, tuttavia, un’altra linea rossa è stata varcata. Joe Biden, accusato dal Cremlino di voler gettare benzina sul fuoco, ha addirittura deciso di dare il via libera per la fornitura di mine antiuomo da utilizzare contro l’avanzata delle truppe russe. La notizia è stata confermata e ufficializzata proprio ieri dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, il quale ha spiegato alla stampa americana che è una decisione presa in seguito al cambiamento di strategia adottato da Mosca negli ultimi giorni. Stando a quanto riferito da un funzionario del governo americano al Washington Post, si tratta di mine che si autodistruggono o perdono la carica, in modo da ridurre al minimo l’impatto pericoloso per i civili e l’esercito ucraino avrebbe assicurato l’impegno a non disseminarle in zone densamente popolate. Zelensky stesso ha celebrato «le importantissime mine per fermare gli attacchi russi» e che «rafforzeranno davvero le nostre truppe al fronte». Fatto sta che le recenti mosse del presidente statunitense, quando mancano esattamente meno di due mesi al cambio della guardia con Donald Trump, rischiano seriamente di sconquassare il già precario equilibrio del conflitto in Ucraina, perché in sostanza Kiev, per colpire la Russia, ha sostituito i droni con i missili a lungo raggio e ora anche le mine. «L’amministrazione americana uscente sta facendo di tutto per continuare la guerra in Ucraina» ha attaccato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo aver precisato come il presidente Vladimir Putin sia disposto ad avviare i negoziati di pace, ma a nessun tentativo di congelamento della guerra. Volodymyr Zelensky, invece, che ha ringraziato Biden per la fornitura delle mine antiuomo, ha lanciato un messaggio a Trump, dichiarando all’emittente americana Fox News che «l’Ucraina perderà la guerra contro la Russia se gli Stati Uniti taglieranno i finanziamenti militari». La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato la notizia del permesso americano per l’utilizzo dei missili a lungo raggio affermando che si tratta di una «dimostrazione che l’Ucraina e gli ucraini sono uno strumento per l’Occidente e, una volta distrutto, non ha più valore».Il timore diffuso è che Putin possa decidere di innalzare il livello di scontro, colpendo con un massiccio raid aereo l’Ucraina in più punti. Da Kiev, tuttavia, mostrano un cauto ottimismo riguardo al fatto che non ci sarà, perlomeno nelle prossime ore, un attacco sui cieli della Capitale e delle altre regioni del Paese, al punto che nel pomeriggio di ieri è stato fatto cessare l’allarme aereo che le autorità avevano fatto scattare in mattinata a Kiev e in dieci oblast. «La Russia sta portando avanti un massiccio attacco informativo e psicologico contro l’Ucraina», hanno fatto sapere fonti vicine all’intelligence militare del Gur, «il nemico, incapace di sottomettere gli ucraini con la forza, ricorre a misure di intimidazione e pressione psicologica sulla società. Si prega di essere vigili». Anche il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina, Andriy Kovalenko, ha rassicurato la popolazione dicendo che «la Russia sta cercando di seminare il panico tra gli ucraini». Il livello dell’allarme, però, non è affatto da sottovalutare perché il rischio di un’azione forte e determinata da parte del Cremlino, dopo gli ultimi sviluppi, è concreto e reale. Non a caso, ieri, le sedi di molte ambasciate occidentali, tra cui anche quella italiana e americana, sono state fatte evacuare e poi chiuse a scopo precauzionale. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino in un comunicato ha invitato le diplomazie occidentali a non «alimentare la tensione con la chiusura delle loro ambasciate» in quanto «la minaccia di attacchi è purtroppo una realtà quotidiana per gli ucraini da oltre mille giorni».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-zelensky-mine-antiuomo-2669964502.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="persino-gli-ucraini-ora-implorano-la-pace" data-post-id="2669964502" data-published-at="1732182726" data-use-pagination="False"> Persino gli ucraini ora implorano la pace L’Ucraina farebbe meglio a trattare la pace con la Russia «prima possibile», a costo di rinunciare ad alcuni territori. Chi lo dice? Gli ucraini, interpellati dalla statunitense Gallup tra agosto e ottobre di quest’anno. Dunque prima che negli Stati Uniti vincesse Donald Trump, notoriamente favorevole a un accordo in tempi rapidi. Il 52% degli interpellati dalla casa di sondaggi chiede al suo presidente Volodymyr Zelensky di sedersi a un tavolo con Vladimir Putin e trovare un accordo, preferibilmente con la mediazione dell’Unione europea (70%). Mentre solo il 38% degli ucraini crede che si debba continuare a combattere sino alla vittoria finale. Sono numeri che non solo non arrivano dalle famose centrali di disinformazione putiniane, ma che fanno capire come i vari sostenitori della guerra a oltranza e dell’invasione della Russia con armi europee, da Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen, passando per il capo della Nato Mark Rutte, siano evidentemente mossi da una sollecitudine e da uno zelo bellico che scavalca gli ucraini stessi. E anche chi si nasconde dietro la formuletta farisaica della «pace giusta» (di fatto, non negoziabile) dovrà ammettere che per gli stessi ucraini la pace è la pace e di solito è il frutto di una trattativa che poi diventa trattato. Sono passati 33 mesi da quando la Russia, violando ogni norma del diritto internazionale, ha invaso l’Ucraina. Putin era convinto di arrivare a Kiev in poche settimane, di rovesciare il governo filo Ue e filo Nato senza troppe difficoltà e che l’Europa, dipendente dal suo gas, si sarebbe voltata dall’altra parte. Invece non è andata così, sono intervenuti anche gli Usa e in Ucraina sono arrivati armi e soldi da tutto l’Occidente. Negli ultimi mesi, sul terreno, la guerra sostanzialmente non è andata né avanti né indietro. Ed è cresciuta la stanchezza di tutti, a cominciare da Washington, nella convinzione che quello che si doveva fare è stato fatto. Dalla scorsa estate, guidati da un Macron in difficoltà a casa propria e dall’ex capo della Nato Jens Stoltenberg , i realisti più realisti del re hanno invece sostenuto che bisognava riconquistare tutta l’Ucraina, a costo di invadere pezzi di Russia e scatenare la Terza guerra mondiale, per poi giocare allo scambio di figurine. Dicevano di farlo per i fratelli ucraini, presto ammessi nell’Ue, ma adesso gli ucraini ci mandano a dire che della guerra sono stufi. Gallup ha condotto il suo sondaggio, pubblicato ieri, tra agosto e ottobre, e ha rilevato che il 52% vorrebbe vedere il proprio governo negoziare la fine della guerra il prima possibile, mentre il 38% ritiene che si debba continuare a combattere fino alla vittoria. Nei primi mesi della guerra, Gallup aveva registrato che il 73% degli ucraini era a favore delle armi. Percentuale poi scesa al 63% nel 2023, fino al sorpasso della pace nel mese scorso. Gallup fa notare che il sondaggio precede le elezioni Usa del 6 novembre, ma riconosce che il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe avere acuito l’incertezza degli ucraini sul fatto che gli Stati uniti continuino a mandare aiuti economici e armi praticamente a getto continuo. Interessante anche il cambio di opinione sulla guerra, a seconda delle diverse regioni dell’Ucraina. Nelle zone di confine con i territori invasi dai soldati di Putin il consenso alla lotta senza quartiere era intorno al 63% nel 2022 e al 61% lo scorso anno. Adesso, Gallup fa notare che anche vicino al fronte siamo sotto il 50%. Se poi si guarda all’Ovest e a Kiev, più lontane dai missili, la guerra ha perso ancora più sostegno e oggi va continuata solo per il 27% degli intervistati, contro il 63% che chiede a Zelensky di trattare la pace. Come si vede, il tema della concessioni da fare a Putin sembra essere il cuore delle resistenze europee a un cessate il fuoco. Se si scompone il dato di quel 52% degli ucraini che vuole la pace, più della metà ammette che il loro governo dovrebbe essere disposto a fare concessioni territoriali alla Russia, mentre il 38% non è d’accordo e il 10% si dice indeciso. Il fatto è che tra coloro che due anni e mezzo fa erano più convinti nel rispondere all’aggressione di Mosca, c’era l’idea che andassero recuperati la Crimea e gli altri territori persi dal 2014. Nel 2022, a pensarla così era il 92% della popolazione, mentre oggi siamo all’81%. Che è sempre una maggioranza schiacciante, ma indica comunque una tendenza coerente con il resto della fotografia scattata dalla Gallup. Se adesso la maggior parte degli ucraini vuole rapidamente l’inizio dei negoziati di pace, chi deve aiutarli a far ragionare Putin e il loro presidente in mimetica? Il 70% ritiene che un’impresa simile possa riuscire all’Unione europea, seguita dal Regno Unito con il 63%. Gli Stati uniti sono al terzo posto con il 50% circa dei consensi e questo indipendentemente dalla vittoria di Trump o Kamala Harris. L’istituto di sondaggi americano ha poi spiegato che la popolazione ucraina che si trova nei territori occupati dai soldati russi non ha potuto rispondere al sondaggio per la mancata copertura da parte degli operatori di telefonia mobile ucraini. Un’esclusione dal campione che riguarda il 10-12% della popolazione. Zelensky ieri ha affermato che «l’Ucraina perderà la guerra se gli Stati Uniti taglieranno i fondi». A settembre però aveva detto che la fine della guerra era «più vicina di quanto la gente creda». Il sondaggio Gallup gli dovrebbe dare conforto. Soprattutto, le rilevazioni ci dicono che mentre mezzo Occidente sostiene che bisogna andare avanti con la guerra «perché ce lo chiedono gli ucraini», ecco, semplicemente, non è più vero.
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.
Pierbattista Pizzaballa (Getty Images)
La lettera, indirizzata alla chiesa di Gerusalemme, che ha giurisdizione su Israele, Palestina, Giordania e Cipro, offre innanzitutto una diagnosi lucida del presente. La guerra, scrive il Patriarca, «è diventata oggetto di un culto idolatra: non ci si siede più ai tavoli per evitare in modo assoluto i conflitti, ma li si tiene ben presenti come scenario possibile o, addirittura, inevitabile». In questo orizzonte, «i civili non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo». La guerra, insomma, «agisce come fine a sé stessa».
Da questa constatazione emergono interrogativi etici inediti, specialmente di fronte all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. «Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane». Il patriarca si chiede: «Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo?».
La lettera affronta poi il tema del dolore e della vittimizzazione che nascono dalla guerra, con una distinzione che non può passare inosservata, specialmente con riferimento proprio alla situazione in Medio Oriente e a Gaza. «Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta», ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Al cuore della riflessione del patriarca c’è Gerusalemme, non solo come realtà fisica ma come «modello di riferimento ideale». Uno sguardo che il Patriarca sviluppa a partire dal libro dell’Apocalisse. La città, nella visione biblica, «ha un cielo. Può sembrare banale o scontato», scrive Pizzaballa, «ma è il suo tratto distintivo più eloquente». Così il cuore della questione non è tecnico o politico, ma teologico: per costruire la città e tessere relazioni autentiche, «si deve partire innanzitutto dalla coscienza della presenza di Dio, il primato di Dio, la fede. Dio non deve essere escluso. Gerusalemme non è solo una questione di confini politici o accordi tecnici. La sua identità principale - la caratteristica più importante della Città e di tutta la Terra Santa - è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio, il luogo dove le fedi sono a casa».
La lettera si sofferma quindi sulla Gerusalemme celeste dell’Apocalisse, «che scende dal cielo, da Dio», e ne trae una lezione decisiva per la città terrena. «Giovanni afferma: “Non vidi alcun tempio”. Non perché venga meno la Presenza di Dio, ma perché Essa non è più concentrata in uno spazio separato». Di conseguenza, «non esistono spazi nei quali Dio è presente e altri nei quali non lo è. Non ci sono luoghi in cui Egli ascolta e altri in cui non ascolta». Per la Gerusalemme terrena, spesso lacerata dall’«ossessione per l’occupazione degli spazi e per la proprietà», questo è un monito severo: l’uso di Dio per giustificare barriere o esclusioni nega la sua stessa natura.
Per abitare questa storia martoriata, occorre quindi un nuovo modo di vedere la realtà attraverso la «lampada dell’Agnello», una luce «pasquale», scrive Pizzaballa, che appartiene a chi ha donato la vita per amore. Questa luce permette di scorgere la vita anche tra le macerie, insegnando a riconoscere in ogni persona una creatura fatta a immagine di Dio.
La terza parte della lettera delinea 13 ambiti pastorali, dal dialogo ecumenico all’accoglienza, dalla cura degli anziani al rifiuto della cultura di violenza. Vie da percorrere per incarnare questa luce nuova. È significativo però che il Patriarca indichi come primo ambito «il primato della liturgia e della preghiera». Perché, scrive, «c’è una tentazione sottile che dobbiamo riconoscere: quella di ridurre la liturgia e la preghiera a uno strumento, a qualcosa che serve per ottenere qualcos’altro, fosse pure la pace, la fine della guerra, la soluzione dei problemi. La preghiera non è un mezzo. […] Chi prega trova fiducia, anche quando sembra impossibile, perché forse la preghiera non cambia tutto né porta risultati immediati e tangibili, ma trasforma il nostro modo di vedere le cose».
La lettera si chiude con l’immagine evangelica che le dà il titolo: i discepoli che, dopo l’ascensione, «tornarono a Gerusalemme con grande gioia». «Anche noi», conclude il Patriarca, «desideriamo tornare alla nostra Gerusalemme quotidiana - le nostre case, le nostre parrocchie, le nostre comunità, il nostro impegno quotidiano - con quella stessa gioia. Non una gioia ingenua, che ignora le fatiche. Ma una gioia pasquale, che sa che la luce vince le tenebre, che la vita sconfigge la morte, che l’amore disarma l’odio». Questa gioia è la vera resistenza per quella che papa Leone XIV ha definito «ora oscura della storia».
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