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2024-11-21
A Zelensky mine antiuomo, ma gli ucraini: basta
Volodymyr Zelensky e Joe Biden (Getty Images)
L’escalation militare tra Russia e Occidente è dietro l’angolo e potrebbe scattare da un momento all’altro. Dopo il lancio dei primi missili americani Atacms operato da Kiev nella regione di Bryansk con obiettivo un deposito di armi situato nei pressi della città di Karachev, ieri sia il Guardian che Bloomberg hanno riportato la notizia che le forze di difesa ucraine avrebbero utilizzato in un attacco nel Kursk missili Storm Shadow di fabbricazione britannica. Gli ordigni si sono infilati nel parco di una residenza storica, esplodendo nel sottosuolo di un boschetto. L’ipotesi è che si trattasse del comando sotterraneo da cui i generali di Mosca dirigono tutte le operazioni nella regione di Kursk.
Ora, tuttavia, un’altra linea rossa è stata varcata. Joe Biden, accusato dal Cremlino di voler gettare benzina sul fuoco, ha addirittura deciso di dare il via libera per la fornitura di mine antiuomo da utilizzare contro l’avanzata delle truppe russe.
La notizia è stata confermata e ufficializzata proprio ieri dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, il quale ha spiegato alla stampa americana che è una decisione presa in seguito al cambiamento di strategia adottato da Mosca negli ultimi giorni. Stando a quanto riferito da un funzionario del governo americano al Washington Post, si tratta di mine che si autodistruggono o perdono la carica, in modo da ridurre al minimo l’impatto pericoloso per i civili e l’esercito ucraino avrebbe assicurato l’impegno a non disseminarle in zone densamente popolate. Zelensky stesso ha celebrato «le importantissime mine per fermare gli attacchi russi» e che «rafforzeranno davvero le nostre truppe al fronte». Fatto sta che le recenti mosse del presidente statunitense, quando mancano esattamente meno di due mesi al cambio della guardia con Donald Trump, rischiano seriamente di sconquassare il già precario equilibrio del conflitto in Ucraina, perché in sostanza Kiev, per colpire la Russia, ha sostituito i droni con i missili a lungo raggio e ora anche le mine. «L’amministrazione americana uscente sta facendo di tutto per continuare la guerra in Ucraina» ha attaccato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo aver precisato come il presidente Vladimir Putin sia disposto ad avviare i negoziati di pace, ma a nessun tentativo di congelamento della guerra. Volodymyr Zelensky, invece, che ha ringraziato Biden per la fornitura delle mine antiuomo, ha lanciato un messaggio a Trump, dichiarando all’emittente americana Fox News che «l’Ucraina perderà la guerra contro la Russia se gli Stati Uniti taglieranno i finanziamenti militari».
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato la notizia del permesso americano per l’utilizzo dei missili a lungo raggio affermando che si tratta di una «dimostrazione che l’Ucraina e gli ucraini sono uno strumento per l’Occidente e, una volta distrutto, non ha più valore».
Il timore diffuso è che Putin possa decidere di innalzare il livello di scontro, colpendo con un massiccio raid aereo l’Ucraina in più punti. Da Kiev, tuttavia, mostrano un cauto ottimismo riguardo al fatto che non ci sarà, perlomeno nelle prossime ore, un attacco sui cieli della Capitale e delle altre regioni del Paese, al punto che nel pomeriggio di ieri è stato fatto cessare l’allarme aereo che le autorità avevano fatto scattare in mattinata a Kiev e in dieci oblast. «La Russia sta portando avanti un massiccio attacco informativo e psicologico contro l’Ucraina», hanno fatto sapere fonti vicine all’intelligence militare del Gur, «il nemico, incapace di sottomettere gli ucraini con la forza, ricorre a misure di intimidazione e pressione psicologica sulla società. Si prega di essere vigili». Anche il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina, Andriy Kovalenko, ha rassicurato la popolazione dicendo che «la Russia sta cercando di seminare il panico tra gli ucraini». Il livello dell’allarme, però, non è affatto da sottovalutare perché il rischio di un’azione forte e determinata da parte del Cremlino, dopo gli ultimi sviluppi, è concreto e reale. Non a caso, ieri, le sedi di molte ambasciate occidentali, tra cui anche quella italiana e americana, sono state fatte evacuare e poi chiuse a scopo precauzionale. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino in un comunicato ha invitato le diplomazie occidentali a non «alimentare la tensione con la chiusura delle loro ambasciate» in quanto «la minaccia di attacchi è purtroppo una realtà quotidiana per gli ucraini da oltre mille giorni».
Persino gli ucraini ora implorano la pace
L’Ucraina farebbe meglio a trattare la pace con la Russia «prima possibile», a costo di rinunciare ad alcuni territori. Chi lo dice? Gli ucraini, interpellati dalla statunitense Gallup tra agosto e ottobre di quest’anno. Dunque prima che negli Stati Uniti vincesse Donald Trump, notoriamente favorevole a un accordo in tempi rapidi. Il 52% degli interpellati dalla casa di sondaggi chiede al suo presidente Volodymyr Zelensky di sedersi a un tavolo con Vladimir Putin e trovare un accordo, preferibilmente con la mediazione dell’Unione europea (70%). Mentre solo il 38% degli ucraini crede che si debba continuare a combattere sino alla vittoria finale.
Sono numeri che non solo non arrivano dalle famose centrali di disinformazione putiniane, ma che fanno capire come i vari sostenitori della guerra a oltranza e dell’invasione della Russia con armi europee, da Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen, passando per il capo della Nato Mark Rutte, siano evidentemente mossi da una sollecitudine e da uno zelo bellico che scavalca gli ucraini stessi. E anche chi si nasconde dietro la formuletta farisaica della «pace giusta» (di fatto, non negoziabile) dovrà ammettere che per gli stessi ucraini la pace è la pace e di solito è il frutto di una trattativa che poi diventa trattato.
Sono passati 33 mesi da quando la Russia, violando ogni norma del diritto internazionale, ha invaso l’Ucraina. Putin era convinto di arrivare a Kiev in poche settimane, di rovesciare il governo filo Ue e filo Nato senza troppe difficoltà e che l’Europa, dipendente dal suo gas, si sarebbe voltata dall’altra parte. Invece non è andata così, sono intervenuti anche gli Usa e in Ucraina sono arrivati armi e soldi da tutto l’Occidente. Negli ultimi mesi, sul terreno, la guerra sostanzialmente non è andata né avanti né indietro. Ed è cresciuta la stanchezza di tutti, a cominciare da Washington, nella convinzione che quello che si doveva fare è stato fatto.
Dalla scorsa estate, guidati da un Macron in difficoltà a casa propria e dall’ex capo della Nato Jens Stoltenberg , i realisti più realisti del re hanno invece sostenuto che bisognava riconquistare tutta l’Ucraina, a costo di invadere pezzi di Russia e scatenare la Terza guerra mondiale, per poi giocare allo scambio di figurine. Dicevano di farlo per i fratelli ucraini, presto ammessi nell’Ue, ma adesso gli ucraini ci mandano a dire che della guerra sono stufi.
Gallup ha condotto il suo sondaggio, pubblicato ieri, tra agosto e ottobre, e ha rilevato che il 52% vorrebbe vedere il proprio governo negoziare la fine della guerra il prima possibile, mentre il 38% ritiene che si debba continuare a combattere fino alla vittoria. Nei primi mesi della guerra, Gallup aveva registrato che il 73% degli ucraini era a favore delle armi. Percentuale poi scesa al 63% nel 2023, fino al sorpasso della pace nel mese scorso. Gallup fa notare che il sondaggio precede le elezioni Usa del 6 novembre, ma riconosce che il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe avere acuito l’incertezza degli ucraini sul fatto che gli Stati uniti continuino a mandare aiuti economici e armi praticamente a getto continuo.
Interessante anche il cambio di opinione sulla guerra, a seconda delle diverse regioni dell’Ucraina. Nelle zone di confine con i territori invasi dai soldati di Putin il consenso alla lotta senza quartiere era intorno al 63% nel 2022 e al 61% lo scorso anno. Adesso, Gallup fa notare che anche vicino al fronte siamo sotto il 50%. Se poi si guarda all’Ovest e a Kiev, più lontane dai missili, la guerra ha perso ancora più sostegno e oggi va continuata solo per il 27% degli intervistati, contro il 63% che chiede a Zelensky di trattare la pace.
Come si vede, il tema della concessioni da fare a Putin sembra essere il cuore delle resistenze europee a un cessate il fuoco. Se si scompone il dato di quel 52% degli ucraini che vuole la pace, più della metà ammette che il loro governo dovrebbe essere disposto a fare concessioni territoriali alla Russia, mentre il 38% non è d’accordo e il 10% si dice indeciso. Il fatto è che tra coloro che due anni e mezzo fa erano più convinti nel rispondere all’aggressione di Mosca, c’era l’idea che andassero recuperati la Crimea e gli altri territori persi dal 2014. Nel 2022, a pensarla così era il 92% della popolazione, mentre oggi siamo all’81%. Che è sempre una maggioranza schiacciante, ma indica comunque una tendenza coerente con il resto della fotografia scattata dalla Gallup.
Se adesso la maggior parte degli ucraini vuole rapidamente l’inizio dei negoziati di pace, chi deve aiutarli a far ragionare Putin e il loro presidente in mimetica? Il 70% ritiene che un’impresa simile possa riuscire all’Unione europea, seguita dal Regno Unito con il 63%. Gli Stati uniti sono al terzo posto con il 50% circa dei consensi e questo indipendentemente dalla vittoria di Trump o Kamala Harris.
L’istituto di sondaggi americano ha poi spiegato che la popolazione ucraina che si trova nei territori occupati dai soldati russi non ha potuto rispondere al sondaggio per la mancata copertura da parte degli operatori di telefonia mobile ucraini. Un’esclusione dal campione che riguarda il 10-12% della popolazione.
Zelensky ieri ha affermato che «l’Ucraina perderà la guerra se gli Stati Uniti taglieranno i fondi». A settembre però aveva detto che la fine della guerra era «più vicina di quanto la gente creda». Il sondaggio Gallup gli dovrebbe dare conforto. Soprattutto, le rilevazioni ci dicono che mentre mezzo Occidente sostiene che bisogna andare avanti con la guerra «perché ce lo chiedono gli ucraini», ecco, semplicemente, non è più vero.
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Joe Biden alza ancora la tensione e manda a Kiev le armi «proibitissime». Colpito con missili britannici un possibile bunker sotterraneo di generali del Cremlino. Evacuate le ambasciate italiana e americana.Un sondaggio americano tira una bordata ai nostri bellicisti da divano: fra chi sotto le bombe ci sta davvero, il negoziato guadagna consenso. Oggi vuole trattare il 52% degli intervistati, mentre all’inizio del conflitto era il 22%. Solo il 38% vuole la lotta a oltranza.Lo speciale contiene due articoli.L’escalation militare tra Russia e Occidente è dietro l’angolo e potrebbe scattare da un momento all’altro. Dopo il lancio dei primi missili americani Atacms operato da Kiev nella regione di Bryansk con obiettivo un deposito di armi situato nei pressi della città di Karachev, ieri sia il Guardian che Bloomberg hanno riportato la notizia che le forze di difesa ucraine avrebbero utilizzato in un attacco nel Kursk missili Storm Shadow di fabbricazione britannica. Gli ordigni si sono infilati nel parco di una residenza storica, esplodendo nel sottosuolo di un boschetto. L’ipotesi è che si trattasse del comando sotterraneo da cui i generali di Mosca dirigono tutte le operazioni nella regione di Kursk. Ora, tuttavia, un’altra linea rossa è stata varcata. Joe Biden, accusato dal Cremlino di voler gettare benzina sul fuoco, ha addirittura deciso di dare il via libera per la fornitura di mine antiuomo da utilizzare contro l’avanzata delle truppe russe. La notizia è stata confermata e ufficializzata proprio ieri dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, il quale ha spiegato alla stampa americana che è una decisione presa in seguito al cambiamento di strategia adottato da Mosca negli ultimi giorni. Stando a quanto riferito da un funzionario del governo americano al Washington Post, si tratta di mine che si autodistruggono o perdono la carica, in modo da ridurre al minimo l’impatto pericoloso per i civili e l’esercito ucraino avrebbe assicurato l’impegno a non disseminarle in zone densamente popolate. Zelensky stesso ha celebrato «le importantissime mine per fermare gli attacchi russi» e che «rafforzeranno davvero le nostre truppe al fronte». Fatto sta che le recenti mosse del presidente statunitense, quando mancano esattamente meno di due mesi al cambio della guardia con Donald Trump, rischiano seriamente di sconquassare il già precario equilibrio del conflitto in Ucraina, perché in sostanza Kiev, per colpire la Russia, ha sostituito i droni con i missili a lungo raggio e ora anche le mine. «L’amministrazione americana uscente sta facendo di tutto per continuare la guerra in Ucraina» ha attaccato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo aver precisato come il presidente Vladimir Putin sia disposto ad avviare i negoziati di pace, ma a nessun tentativo di congelamento della guerra. Volodymyr Zelensky, invece, che ha ringraziato Biden per la fornitura delle mine antiuomo, ha lanciato un messaggio a Trump, dichiarando all’emittente americana Fox News che «l’Ucraina perderà la guerra contro la Russia se gli Stati Uniti taglieranno i finanziamenti militari». La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato la notizia del permesso americano per l’utilizzo dei missili a lungo raggio affermando che si tratta di una «dimostrazione che l’Ucraina e gli ucraini sono uno strumento per l’Occidente e, una volta distrutto, non ha più valore».Il timore diffuso è che Putin possa decidere di innalzare il livello di scontro, colpendo con un massiccio raid aereo l’Ucraina in più punti. Da Kiev, tuttavia, mostrano un cauto ottimismo riguardo al fatto che non ci sarà, perlomeno nelle prossime ore, un attacco sui cieli della Capitale e delle altre regioni del Paese, al punto che nel pomeriggio di ieri è stato fatto cessare l’allarme aereo che le autorità avevano fatto scattare in mattinata a Kiev e in dieci oblast. «La Russia sta portando avanti un massiccio attacco informativo e psicologico contro l’Ucraina», hanno fatto sapere fonti vicine all’intelligence militare del Gur, «il nemico, incapace di sottomettere gli ucraini con la forza, ricorre a misure di intimidazione e pressione psicologica sulla società. Si prega di essere vigili». Anche il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina, Andriy Kovalenko, ha rassicurato la popolazione dicendo che «la Russia sta cercando di seminare il panico tra gli ucraini». Il livello dell’allarme, però, non è affatto da sottovalutare perché il rischio di un’azione forte e determinata da parte del Cremlino, dopo gli ultimi sviluppi, è concreto e reale. Non a caso, ieri, le sedi di molte ambasciate occidentali, tra cui anche quella italiana e americana, sono state fatte evacuare e poi chiuse a scopo precauzionale. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino in un comunicato ha invitato le diplomazie occidentali a non «alimentare la tensione con la chiusura delle loro ambasciate» in quanto «la minaccia di attacchi è purtroppo una realtà quotidiana per gli ucraini da oltre mille giorni».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-zelensky-mine-antiuomo-2669964502.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="persino-gli-ucraini-ora-implorano-la-pace" data-post-id="2669964502" data-published-at="1732182726" data-use-pagination="False"> Persino gli ucraini ora implorano la pace L’Ucraina farebbe meglio a trattare la pace con la Russia «prima possibile», a costo di rinunciare ad alcuni territori. Chi lo dice? Gli ucraini, interpellati dalla statunitense Gallup tra agosto e ottobre di quest’anno. Dunque prima che negli Stati Uniti vincesse Donald Trump, notoriamente favorevole a un accordo in tempi rapidi. Il 52% degli interpellati dalla casa di sondaggi chiede al suo presidente Volodymyr Zelensky di sedersi a un tavolo con Vladimir Putin e trovare un accordo, preferibilmente con la mediazione dell’Unione europea (70%). Mentre solo il 38% degli ucraini crede che si debba continuare a combattere sino alla vittoria finale. Sono numeri che non solo non arrivano dalle famose centrali di disinformazione putiniane, ma che fanno capire come i vari sostenitori della guerra a oltranza e dell’invasione della Russia con armi europee, da Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen, passando per il capo della Nato Mark Rutte, siano evidentemente mossi da una sollecitudine e da uno zelo bellico che scavalca gli ucraini stessi. E anche chi si nasconde dietro la formuletta farisaica della «pace giusta» (di fatto, non negoziabile) dovrà ammettere che per gli stessi ucraini la pace è la pace e di solito è il frutto di una trattativa che poi diventa trattato. Sono passati 33 mesi da quando la Russia, violando ogni norma del diritto internazionale, ha invaso l’Ucraina. Putin era convinto di arrivare a Kiev in poche settimane, di rovesciare il governo filo Ue e filo Nato senza troppe difficoltà e che l’Europa, dipendente dal suo gas, si sarebbe voltata dall’altra parte. Invece non è andata così, sono intervenuti anche gli Usa e in Ucraina sono arrivati armi e soldi da tutto l’Occidente. Negli ultimi mesi, sul terreno, la guerra sostanzialmente non è andata né avanti né indietro. Ed è cresciuta la stanchezza di tutti, a cominciare da Washington, nella convinzione che quello che si doveva fare è stato fatto. Dalla scorsa estate, guidati da un Macron in difficoltà a casa propria e dall’ex capo della Nato Jens Stoltenberg , i realisti più realisti del re hanno invece sostenuto che bisognava riconquistare tutta l’Ucraina, a costo di invadere pezzi di Russia e scatenare la Terza guerra mondiale, per poi giocare allo scambio di figurine. Dicevano di farlo per i fratelli ucraini, presto ammessi nell’Ue, ma adesso gli ucraini ci mandano a dire che della guerra sono stufi. Gallup ha condotto il suo sondaggio, pubblicato ieri, tra agosto e ottobre, e ha rilevato che il 52% vorrebbe vedere il proprio governo negoziare la fine della guerra il prima possibile, mentre il 38% ritiene che si debba continuare a combattere fino alla vittoria. Nei primi mesi della guerra, Gallup aveva registrato che il 73% degli ucraini era a favore delle armi. Percentuale poi scesa al 63% nel 2023, fino al sorpasso della pace nel mese scorso. Gallup fa notare che il sondaggio precede le elezioni Usa del 6 novembre, ma riconosce che il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe avere acuito l’incertezza degli ucraini sul fatto che gli Stati uniti continuino a mandare aiuti economici e armi praticamente a getto continuo. Interessante anche il cambio di opinione sulla guerra, a seconda delle diverse regioni dell’Ucraina. Nelle zone di confine con i territori invasi dai soldati di Putin il consenso alla lotta senza quartiere era intorno al 63% nel 2022 e al 61% lo scorso anno. Adesso, Gallup fa notare che anche vicino al fronte siamo sotto il 50%. Se poi si guarda all’Ovest e a Kiev, più lontane dai missili, la guerra ha perso ancora più sostegno e oggi va continuata solo per il 27% degli intervistati, contro il 63% che chiede a Zelensky di trattare la pace. Come si vede, il tema della concessioni da fare a Putin sembra essere il cuore delle resistenze europee a un cessate il fuoco. Se si scompone il dato di quel 52% degli ucraini che vuole la pace, più della metà ammette che il loro governo dovrebbe essere disposto a fare concessioni territoriali alla Russia, mentre il 38% non è d’accordo e il 10% si dice indeciso. Il fatto è che tra coloro che due anni e mezzo fa erano più convinti nel rispondere all’aggressione di Mosca, c’era l’idea che andassero recuperati la Crimea e gli altri territori persi dal 2014. Nel 2022, a pensarla così era il 92% della popolazione, mentre oggi siamo all’81%. Che è sempre una maggioranza schiacciante, ma indica comunque una tendenza coerente con il resto della fotografia scattata dalla Gallup. Se adesso la maggior parte degli ucraini vuole rapidamente l’inizio dei negoziati di pace, chi deve aiutarli a far ragionare Putin e il loro presidente in mimetica? Il 70% ritiene che un’impresa simile possa riuscire all’Unione europea, seguita dal Regno Unito con il 63%. Gli Stati uniti sono al terzo posto con il 50% circa dei consensi e questo indipendentemente dalla vittoria di Trump o Kamala Harris. L’istituto di sondaggi americano ha poi spiegato che la popolazione ucraina che si trova nei territori occupati dai soldati russi non ha potuto rispondere al sondaggio per la mancata copertura da parte degli operatori di telefonia mobile ucraini. Un’esclusione dal campione che riguarda il 10-12% della popolazione. Zelensky ieri ha affermato che «l’Ucraina perderà la guerra se gli Stati Uniti taglieranno i fondi». A settembre però aveva detto che la fine della guerra era «più vicina di quanto la gente creda». Il sondaggio Gallup gli dovrebbe dare conforto. Soprattutto, le rilevazioni ci dicono che mentre mezzo Occidente sostiene che bisogna andare avanti con la guerra «perché ce lo chiedono gli ucraini», ecco, semplicemente, non è più vero.
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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Guido Gallese (Ansa) e la Tesla parcheggiata nel capannone della mensa
Pare che monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria dal 2012, da un po’ di tempo faccia chiacchierare la città e i suoi fedeli. Sono state inviate diverse segnalazioni. E il Vaticano le ha prese sul serio a tal punto da inviare un ispettore, il cardinale Giuseppe Bertello, presidente emerito del Governatorato del Vaticano e della Pontificia commissione per lo Stato del Vaticano, uno dei pezzi grossi della Santa Sede. Toccherà a lui indagare per cercare di capire se monsignor Gallese ha scelto Tesla o croce. La passione di Gesù o quella per il lusso. Ma non solo: il vescovo di Alessandria è molto chiacchierato anche per il suo amore per il surf, in particolare kitesurf, che praticherebbe soprattutto sulle spiagge sudamericane (Ipanema? Copacabana? Con o senza contorno di samba?), oltre che per certe operazioni immobiliari che in città non sono mai piaciute. «La nostra gestione non ha paura della luce», assicurano in Curia dove però di luce non se ne vede molta. Anzi, sono rimasti al buio. Che, per rispettare Laudato Si’, si siano affidati, oltre che alla Tesla, anche al fotovoltaico?
Scrive infatti La Stampa che in città molti lamentano la mancata pubblicazione dei bilanci da parte della diocesi. Poi si chiacchiera anche sul nuovo Collegio Santa Chiara, proprietà della Chiesa alessandrina, dove una camera tripla costa 370 euro al mese a ogni studente, oltre a 30 euro di parcheggio, 2 euro per i gettoni della lavanderia e 5-10 euro per le card fotocopiatrici. E fa discutere l’immenso convento dei frati cappuccini: loro se ne sono andati in silenzio qualche anno fa (qualcuno dice «sfrattati») e ora lo storico edificio è stato adibito ad alloggio proprio del vescovo. Tutto normale? In diocesi non temono gli ispettori. «Il controllo sarà un’occasione per confermare la bontà del cammino intrapreso», assicura il portavoce. E se poi ogni tanto un pezzo del cammino il vescovo lo fa in Tesla, che male c’è?
Genovese, 64 anni, scout da sempre, laureato in teologia, filosofia e matematica, amante dei Matia Bazar («C’è tutto un mondo intorno» la sua canzone preferita) e di Tchaikovsky, sportivo (oltre al kitesurf ha praticato anche basket, pattinaggio, snowboard e sci), appassionato di Moto Gp, libro preferito: Il fu Mattia Pascal, numero preferito: P greco, monsignor Guido Gallese è ovviamente, come ogni sacerdote, molto attento al tema della povertà. Almeno a parole. Lo scorso 16 dicembre, per esempio, nel fare gli auguri di Natale alla città sottolineava che il problema più importante in Alessandria è proprio «quello della povertà: persone che faticano a sbarcare il lunario, che lavorano e non guadagnano abbastanza». E diceva: «Per questo Dio non è nato ricco in un palazzo. Non aveva nemmeno una culla». In effetti: non aveva una culla. E nemmeno una Tesla, a dirla tutta.
Invece il vescovo che parla di povertà la Tesla ce l’ha, eccome, parcheggiata sotto l’ufficio. E si giustifica proprio come fece Nicola Fratoianni (ricordate?), altro difensore dei poveri beccato con l’auto super lusso. Le parole sono più o meno simili: «Il vescovo percorre migliaia di chilometri ogni anno per i suoi impegni: scegliere un’auto elettrica è stato un investimento consapevole sulla sostenibilità», dicono infatti in curia. Ma si capisce: è un «investimento consapevole», una scelta che punta alla «sostenibilità» e anche «all’efficienza», un modo per adeguarsi all’enciclica Laudato Si’ e far trionfare la chiesa verde, se non al verde, un inno alla catechesi gretina ed ecochic. Ora sarà l’ispettore del Vaticano a dire se queste spiegazioni sono sufficienti e se il vescovo simil Fratoianni può continuare a guidare la Chiesa di Alessandria. Nel frattempo, però, anche monsignor Gallese non può fare a meno di ammettere, tramite il suo portavoce, che può «fare impressione vedere un vescovo su un mezzo simile, spesso associato al lusso». In effetti: può fare impressione, soprattutto se il mezzo simile «spesso associato al lusso» lo si parcheggia, a mo’ di sfregio, davanti alla mensa dei poveri. Non è roba da vescovi. È roba da fuori di Tesla.
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