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2024-11-21
A Zelensky mine antiuomo, ma gli ucraini: basta
Volodymyr Zelensky e Joe Biden (Getty Images)
L’escalation militare tra Russia e Occidente è dietro l’angolo e potrebbe scattare da un momento all’altro. Dopo il lancio dei primi missili americani Atacms operato da Kiev nella regione di Bryansk con obiettivo un deposito di armi situato nei pressi della città di Karachev, ieri sia il Guardian che Bloomberg hanno riportato la notizia che le forze di difesa ucraine avrebbero utilizzato in un attacco nel Kursk missili Storm Shadow di fabbricazione britannica. Gli ordigni si sono infilati nel parco di una residenza storica, esplodendo nel sottosuolo di un boschetto. L’ipotesi è che si trattasse del comando sotterraneo da cui i generali di Mosca dirigono tutte le operazioni nella regione di Kursk.
Ora, tuttavia, un’altra linea rossa è stata varcata. Joe Biden, accusato dal Cremlino di voler gettare benzina sul fuoco, ha addirittura deciso di dare il via libera per la fornitura di mine antiuomo da utilizzare contro l’avanzata delle truppe russe.
La notizia è stata confermata e ufficializzata proprio ieri dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, il quale ha spiegato alla stampa americana che è una decisione presa in seguito al cambiamento di strategia adottato da Mosca negli ultimi giorni. Stando a quanto riferito da un funzionario del governo americano al Washington Post, si tratta di mine che si autodistruggono o perdono la carica, in modo da ridurre al minimo l’impatto pericoloso per i civili e l’esercito ucraino avrebbe assicurato l’impegno a non disseminarle in zone densamente popolate. Zelensky stesso ha celebrato «le importantissime mine per fermare gli attacchi russi» e che «rafforzeranno davvero le nostre truppe al fronte». Fatto sta che le recenti mosse del presidente statunitense, quando mancano esattamente meno di due mesi al cambio della guardia con Donald Trump, rischiano seriamente di sconquassare il già precario equilibrio del conflitto in Ucraina, perché in sostanza Kiev, per colpire la Russia, ha sostituito i droni con i missili a lungo raggio e ora anche le mine. «L’amministrazione americana uscente sta facendo di tutto per continuare la guerra in Ucraina» ha attaccato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo aver precisato come il presidente Vladimir Putin sia disposto ad avviare i negoziati di pace, ma a nessun tentativo di congelamento della guerra. Volodymyr Zelensky, invece, che ha ringraziato Biden per la fornitura delle mine antiuomo, ha lanciato un messaggio a Trump, dichiarando all’emittente americana Fox News che «l’Ucraina perderà la guerra contro la Russia se gli Stati Uniti taglieranno i finanziamenti militari».
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato la notizia del permesso americano per l’utilizzo dei missili a lungo raggio affermando che si tratta di una «dimostrazione che l’Ucraina e gli ucraini sono uno strumento per l’Occidente e, una volta distrutto, non ha più valore».
Il timore diffuso è che Putin possa decidere di innalzare il livello di scontro, colpendo con un massiccio raid aereo l’Ucraina in più punti. Da Kiev, tuttavia, mostrano un cauto ottimismo riguardo al fatto che non ci sarà, perlomeno nelle prossime ore, un attacco sui cieli della Capitale e delle altre regioni del Paese, al punto che nel pomeriggio di ieri è stato fatto cessare l’allarme aereo che le autorità avevano fatto scattare in mattinata a Kiev e in dieci oblast. «La Russia sta portando avanti un massiccio attacco informativo e psicologico contro l’Ucraina», hanno fatto sapere fonti vicine all’intelligence militare del Gur, «il nemico, incapace di sottomettere gli ucraini con la forza, ricorre a misure di intimidazione e pressione psicologica sulla società. Si prega di essere vigili». Anche il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina, Andriy Kovalenko, ha rassicurato la popolazione dicendo che «la Russia sta cercando di seminare il panico tra gli ucraini». Il livello dell’allarme, però, non è affatto da sottovalutare perché il rischio di un’azione forte e determinata da parte del Cremlino, dopo gli ultimi sviluppi, è concreto e reale. Non a caso, ieri, le sedi di molte ambasciate occidentali, tra cui anche quella italiana e americana, sono state fatte evacuare e poi chiuse a scopo precauzionale. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino in un comunicato ha invitato le diplomazie occidentali a non «alimentare la tensione con la chiusura delle loro ambasciate» in quanto «la minaccia di attacchi è purtroppo una realtà quotidiana per gli ucraini da oltre mille giorni».
Persino gli ucraini ora implorano la pace
L’Ucraina farebbe meglio a trattare la pace con la Russia «prima possibile», a costo di rinunciare ad alcuni territori. Chi lo dice? Gli ucraini, interpellati dalla statunitense Gallup tra agosto e ottobre di quest’anno. Dunque prima che negli Stati Uniti vincesse Donald Trump, notoriamente favorevole a un accordo in tempi rapidi. Il 52% degli interpellati dalla casa di sondaggi chiede al suo presidente Volodymyr Zelensky di sedersi a un tavolo con Vladimir Putin e trovare un accordo, preferibilmente con la mediazione dell’Unione europea (70%). Mentre solo il 38% degli ucraini crede che si debba continuare a combattere sino alla vittoria finale.
Sono numeri che non solo non arrivano dalle famose centrali di disinformazione putiniane, ma che fanno capire come i vari sostenitori della guerra a oltranza e dell’invasione della Russia con armi europee, da Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen, passando per il capo della Nato Mark Rutte, siano evidentemente mossi da una sollecitudine e da uno zelo bellico che scavalca gli ucraini stessi. E anche chi si nasconde dietro la formuletta farisaica della «pace giusta» (di fatto, non negoziabile) dovrà ammettere che per gli stessi ucraini la pace è la pace e di solito è il frutto di una trattativa che poi diventa trattato.
Sono passati 33 mesi da quando la Russia, violando ogni norma del diritto internazionale, ha invaso l’Ucraina. Putin era convinto di arrivare a Kiev in poche settimane, di rovesciare il governo filo Ue e filo Nato senza troppe difficoltà e che l’Europa, dipendente dal suo gas, si sarebbe voltata dall’altra parte. Invece non è andata così, sono intervenuti anche gli Usa e in Ucraina sono arrivati armi e soldi da tutto l’Occidente. Negli ultimi mesi, sul terreno, la guerra sostanzialmente non è andata né avanti né indietro. Ed è cresciuta la stanchezza di tutti, a cominciare da Washington, nella convinzione che quello che si doveva fare è stato fatto.
Dalla scorsa estate, guidati da un Macron in difficoltà a casa propria e dall’ex capo della Nato Jens Stoltenberg , i realisti più realisti del re hanno invece sostenuto che bisognava riconquistare tutta l’Ucraina, a costo di invadere pezzi di Russia e scatenare la Terza guerra mondiale, per poi giocare allo scambio di figurine. Dicevano di farlo per i fratelli ucraini, presto ammessi nell’Ue, ma adesso gli ucraini ci mandano a dire che della guerra sono stufi.
Gallup ha condotto il suo sondaggio, pubblicato ieri, tra agosto e ottobre, e ha rilevato che il 52% vorrebbe vedere il proprio governo negoziare la fine della guerra il prima possibile, mentre il 38% ritiene che si debba continuare a combattere fino alla vittoria. Nei primi mesi della guerra, Gallup aveva registrato che il 73% degli ucraini era a favore delle armi. Percentuale poi scesa al 63% nel 2023, fino al sorpasso della pace nel mese scorso. Gallup fa notare che il sondaggio precede le elezioni Usa del 6 novembre, ma riconosce che il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe avere acuito l’incertezza degli ucraini sul fatto che gli Stati uniti continuino a mandare aiuti economici e armi praticamente a getto continuo.
Interessante anche il cambio di opinione sulla guerra, a seconda delle diverse regioni dell’Ucraina. Nelle zone di confine con i territori invasi dai soldati di Putin il consenso alla lotta senza quartiere era intorno al 63% nel 2022 e al 61% lo scorso anno. Adesso, Gallup fa notare che anche vicino al fronte siamo sotto il 50%. Se poi si guarda all’Ovest e a Kiev, più lontane dai missili, la guerra ha perso ancora più sostegno e oggi va continuata solo per il 27% degli intervistati, contro il 63% che chiede a Zelensky di trattare la pace.
Come si vede, il tema della concessioni da fare a Putin sembra essere il cuore delle resistenze europee a un cessate il fuoco. Se si scompone il dato di quel 52% degli ucraini che vuole la pace, più della metà ammette che il loro governo dovrebbe essere disposto a fare concessioni territoriali alla Russia, mentre il 38% non è d’accordo e il 10% si dice indeciso. Il fatto è che tra coloro che due anni e mezzo fa erano più convinti nel rispondere all’aggressione di Mosca, c’era l’idea che andassero recuperati la Crimea e gli altri territori persi dal 2014. Nel 2022, a pensarla così era il 92% della popolazione, mentre oggi siamo all’81%. Che è sempre una maggioranza schiacciante, ma indica comunque una tendenza coerente con il resto della fotografia scattata dalla Gallup.
Se adesso la maggior parte degli ucraini vuole rapidamente l’inizio dei negoziati di pace, chi deve aiutarli a far ragionare Putin e il loro presidente in mimetica? Il 70% ritiene che un’impresa simile possa riuscire all’Unione europea, seguita dal Regno Unito con il 63%. Gli Stati uniti sono al terzo posto con il 50% circa dei consensi e questo indipendentemente dalla vittoria di Trump o Kamala Harris.
L’istituto di sondaggi americano ha poi spiegato che la popolazione ucraina che si trova nei territori occupati dai soldati russi non ha potuto rispondere al sondaggio per la mancata copertura da parte degli operatori di telefonia mobile ucraini. Un’esclusione dal campione che riguarda il 10-12% della popolazione.
Zelensky ieri ha affermato che «l’Ucraina perderà la guerra se gli Stati Uniti taglieranno i fondi». A settembre però aveva detto che la fine della guerra era «più vicina di quanto la gente creda». Il sondaggio Gallup gli dovrebbe dare conforto. Soprattutto, le rilevazioni ci dicono che mentre mezzo Occidente sostiene che bisogna andare avanti con la guerra «perché ce lo chiedono gli ucraini», ecco, semplicemente, non è più vero.
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Joe Biden alza ancora la tensione e manda a Kiev le armi «proibitissime». Colpito con missili britannici un possibile bunker sotterraneo di generali del Cremlino. Evacuate le ambasciate italiana e americana.Un sondaggio americano tira una bordata ai nostri bellicisti da divano: fra chi sotto le bombe ci sta davvero, il negoziato guadagna consenso. Oggi vuole trattare il 52% degli intervistati, mentre all’inizio del conflitto era il 22%. Solo il 38% vuole la lotta a oltranza.Lo speciale contiene due articoli.L’escalation militare tra Russia e Occidente è dietro l’angolo e potrebbe scattare da un momento all’altro. Dopo il lancio dei primi missili americani Atacms operato da Kiev nella regione di Bryansk con obiettivo un deposito di armi situato nei pressi della città di Karachev, ieri sia il Guardian che Bloomberg hanno riportato la notizia che le forze di difesa ucraine avrebbero utilizzato in un attacco nel Kursk missili Storm Shadow di fabbricazione britannica. Gli ordigni si sono infilati nel parco di una residenza storica, esplodendo nel sottosuolo di un boschetto. L’ipotesi è che si trattasse del comando sotterraneo da cui i generali di Mosca dirigono tutte le operazioni nella regione di Kursk. Ora, tuttavia, un’altra linea rossa è stata varcata. Joe Biden, accusato dal Cremlino di voler gettare benzina sul fuoco, ha addirittura deciso di dare il via libera per la fornitura di mine antiuomo da utilizzare contro l’avanzata delle truppe russe. La notizia è stata confermata e ufficializzata proprio ieri dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, il quale ha spiegato alla stampa americana che è una decisione presa in seguito al cambiamento di strategia adottato da Mosca negli ultimi giorni. Stando a quanto riferito da un funzionario del governo americano al Washington Post, si tratta di mine che si autodistruggono o perdono la carica, in modo da ridurre al minimo l’impatto pericoloso per i civili e l’esercito ucraino avrebbe assicurato l’impegno a non disseminarle in zone densamente popolate. Zelensky stesso ha celebrato «le importantissime mine per fermare gli attacchi russi» e che «rafforzeranno davvero le nostre truppe al fronte». Fatto sta che le recenti mosse del presidente statunitense, quando mancano esattamente meno di due mesi al cambio della guardia con Donald Trump, rischiano seriamente di sconquassare il già precario equilibrio del conflitto in Ucraina, perché in sostanza Kiev, per colpire la Russia, ha sostituito i droni con i missili a lungo raggio e ora anche le mine. «L’amministrazione americana uscente sta facendo di tutto per continuare la guerra in Ucraina» ha attaccato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dopo aver precisato come il presidente Vladimir Putin sia disposto ad avviare i negoziati di pace, ma a nessun tentativo di congelamento della guerra. Volodymyr Zelensky, invece, che ha ringraziato Biden per la fornitura delle mine antiuomo, ha lanciato un messaggio a Trump, dichiarando all’emittente americana Fox News che «l’Ucraina perderà la guerra contro la Russia se gli Stati Uniti taglieranno i finanziamenti militari». La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha commentato la notizia del permesso americano per l’utilizzo dei missili a lungo raggio affermando che si tratta di una «dimostrazione che l’Ucraina e gli ucraini sono uno strumento per l’Occidente e, una volta distrutto, non ha più valore».Il timore diffuso è che Putin possa decidere di innalzare il livello di scontro, colpendo con un massiccio raid aereo l’Ucraina in più punti. Da Kiev, tuttavia, mostrano un cauto ottimismo riguardo al fatto che non ci sarà, perlomeno nelle prossime ore, un attacco sui cieli della Capitale e delle altre regioni del Paese, al punto che nel pomeriggio di ieri è stato fatto cessare l’allarme aereo che le autorità avevano fatto scattare in mattinata a Kiev e in dieci oblast. «La Russia sta portando avanti un massiccio attacco informativo e psicologico contro l’Ucraina», hanno fatto sapere fonti vicine all’intelligence militare del Gur, «il nemico, incapace di sottomettere gli ucraini con la forza, ricorre a misure di intimidazione e pressione psicologica sulla società. Si prega di essere vigili». Anche il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale e la difesa dell’Ucraina, Andriy Kovalenko, ha rassicurato la popolazione dicendo che «la Russia sta cercando di seminare il panico tra gli ucraini». Il livello dell’allarme, però, non è affatto da sottovalutare perché il rischio di un’azione forte e determinata da parte del Cremlino, dopo gli ultimi sviluppi, è concreto e reale. Non a caso, ieri, le sedi di molte ambasciate occidentali, tra cui anche quella italiana e americana, sono state fatte evacuare e poi chiuse a scopo precauzionale. Il portavoce del ministero degli Esteri ucraino in un comunicato ha invitato le diplomazie occidentali a non «alimentare la tensione con la chiusura delle loro ambasciate» in quanto «la minaccia di attacchi è purtroppo una realtà quotidiana per gli ucraini da oltre mille giorni».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-zelensky-mine-antiuomo-2669964502.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="persino-gli-ucraini-ora-implorano-la-pace" data-post-id="2669964502" data-published-at="1732182726" data-use-pagination="False"> Persino gli ucraini ora implorano la pace L’Ucraina farebbe meglio a trattare la pace con la Russia «prima possibile», a costo di rinunciare ad alcuni territori. Chi lo dice? Gli ucraini, interpellati dalla statunitense Gallup tra agosto e ottobre di quest’anno. Dunque prima che negli Stati Uniti vincesse Donald Trump, notoriamente favorevole a un accordo in tempi rapidi. Il 52% degli interpellati dalla casa di sondaggi chiede al suo presidente Volodymyr Zelensky di sedersi a un tavolo con Vladimir Putin e trovare un accordo, preferibilmente con la mediazione dell’Unione europea (70%). Mentre solo il 38% degli ucraini crede che si debba continuare a combattere sino alla vittoria finale. Sono numeri che non solo non arrivano dalle famose centrali di disinformazione putiniane, ma che fanno capire come i vari sostenitori della guerra a oltranza e dell’invasione della Russia con armi europee, da Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen, passando per il capo della Nato Mark Rutte, siano evidentemente mossi da una sollecitudine e da uno zelo bellico che scavalca gli ucraini stessi. E anche chi si nasconde dietro la formuletta farisaica della «pace giusta» (di fatto, non negoziabile) dovrà ammettere che per gli stessi ucraini la pace è la pace e di solito è il frutto di una trattativa che poi diventa trattato. Sono passati 33 mesi da quando la Russia, violando ogni norma del diritto internazionale, ha invaso l’Ucraina. Putin era convinto di arrivare a Kiev in poche settimane, di rovesciare il governo filo Ue e filo Nato senza troppe difficoltà e che l’Europa, dipendente dal suo gas, si sarebbe voltata dall’altra parte. Invece non è andata così, sono intervenuti anche gli Usa e in Ucraina sono arrivati armi e soldi da tutto l’Occidente. Negli ultimi mesi, sul terreno, la guerra sostanzialmente non è andata né avanti né indietro. Ed è cresciuta la stanchezza di tutti, a cominciare da Washington, nella convinzione che quello che si doveva fare è stato fatto. Dalla scorsa estate, guidati da un Macron in difficoltà a casa propria e dall’ex capo della Nato Jens Stoltenberg , i realisti più realisti del re hanno invece sostenuto che bisognava riconquistare tutta l’Ucraina, a costo di invadere pezzi di Russia e scatenare la Terza guerra mondiale, per poi giocare allo scambio di figurine. Dicevano di farlo per i fratelli ucraini, presto ammessi nell’Ue, ma adesso gli ucraini ci mandano a dire che della guerra sono stufi. Gallup ha condotto il suo sondaggio, pubblicato ieri, tra agosto e ottobre, e ha rilevato che il 52% vorrebbe vedere il proprio governo negoziare la fine della guerra il prima possibile, mentre il 38% ritiene che si debba continuare a combattere fino alla vittoria. Nei primi mesi della guerra, Gallup aveva registrato che il 73% degli ucraini era a favore delle armi. Percentuale poi scesa al 63% nel 2023, fino al sorpasso della pace nel mese scorso. Gallup fa notare che il sondaggio precede le elezioni Usa del 6 novembre, ma riconosce che il ritorno di Trump alla Casa Bianca potrebbe avere acuito l’incertezza degli ucraini sul fatto che gli Stati uniti continuino a mandare aiuti economici e armi praticamente a getto continuo. Interessante anche il cambio di opinione sulla guerra, a seconda delle diverse regioni dell’Ucraina. Nelle zone di confine con i territori invasi dai soldati di Putin il consenso alla lotta senza quartiere era intorno al 63% nel 2022 e al 61% lo scorso anno. Adesso, Gallup fa notare che anche vicino al fronte siamo sotto il 50%. Se poi si guarda all’Ovest e a Kiev, più lontane dai missili, la guerra ha perso ancora più sostegno e oggi va continuata solo per il 27% degli intervistati, contro il 63% che chiede a Zelensky di trattare la pace. Come si vede, il tema della concessioni da fare a Putin sembra essere il cuore delle resistenze europee a un cessate il fuoco. Se si scompone il dato di quel 52% degli ucraini che vuole la pace, più della metà ammette che il loro governo dovrebbe essere disposto a fare concessioni territoriali alla Russia, mentre il 38% non è d’accordo e il 10% si dice indeciso. Il fatto è che tra coloro che due anni e mezzo fa erano più convinti nel rispondere all’aggressione di Mosca, c’era l’idea che andassero recuperati la Crimea e gli altri territori persi dal 2014. Nel 2022, a pensarla così era il 92% della popolazione, mentre oggi siamo all’81%. Che è sempre una maggioranza schiacciante, ma indica comunque una tendenza coerente con il resto della fotografia scattata dalla Gallup. Se adesso la maggior parte degli ucraini vuole rapidamente l’inizio dei negoziati di pace, chi deve aiutarli a far ragionare Putin e il loro presidente in mimetica? Il 70% ritiene che un’impresa simile possa riuscire all’Unione europea, seguita dal Regno Unito con il 63%. Gli Stati uniti sono al terzo posto con il 50% circa dei consensi e questo indipendentemente dalla vittoria di Trump o Kamala Harris. L’istituto di sondaggi americano ha poi spiegato che la popolazione ucraina che si trova nei territori occupati dai soldati russi non ha potuto rispondere al sondaggio per la mancata copertura da parte degli operatori di telefonia mobile ucraini. Un’esclusione dal campione che riguarda il 10-12% della popolazione. Zelensky ieri ha affermato che «l’Ucraina perderà la guerra se gli Stati Uniti taglieranno i fondi». A settembre però aveva detto che la fine della guerra era «più vicina di quanto la gente creda». Il sondaggio Gallup gli dovrebbe dare conforto. Soprattutto, le rilevazioni ci dicono che mentre mezzo Occidente sostiene che bisogna andare avanti con la guerra «perché ce lo chiedono gli ucraini», ecco, semplicemente, non è più vero.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.