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2024-08-14
A Zelensky mancano i piloti di F-16. Adesso li cerca tra quelli in pensione
Gli F-16 (Getty Images)
L’Ucraina starebbe arruolando ex-piloti di F-16 Viper per affrettarne l’utilizzo in guerra. Risvegliando un ricordo, quando l’Italia dovette noleggiare gli aerei dagli Usa perché eravamo rimasti fermo agli F-104. Ecco perché, quanto a investimenti nella Difesa, è importante essere lungimiranti.
Che i piloti dell’aviazione ucraina abilitati agli F-16 fossero in numero troppo esiguo per garantire la necessaria capacità operativa è cosa nota, del resto serve tempo per poter addestrare gli equipaggi come per specializzarli nel teatro operativo. Farlo, infatti, è un processo lento e al momento e fino alla fine dell’anno, soltanto una ventina di piloti dell’aeronautica militare ucraina saranno qualificati, ovvero la metà del numero necessario per gli aerei disponibili.
Diverse le tipologie di missioni alle quali sono destinati, dal supporto ravvicinato all’avanzata delle truppe terrestri, fino alla deterrenza agli attacchi a lungo raggio provenienti dal fronte russo e anche la reazione rapida a eventuali incursioni da parte dell’aviazione russa. Con la presenza dei Viper i russi saranno costretti a lanciare missili e droni da distanza maggiore, quindi a limitare il numero di bersagli raggiungibili e la probabilità di riuscirci. Ma si tratta, in tutti i casi, di missioni molto «specializzate» per le quali i piloti devono potersi addestrare e allenare anche presso poligoni nei quali poter sparare. Non a caso, secondo quanto riportano gli analisti militari, per ora le missioni dei Viper ucraini non si sarebbero spinte oltre cinquanta chilometri dal fronte, in modo da poter evitare i sistemi missilistici russi per non esporsi al pericolo di un abbattimento.
Questo rientra nei compiti dell’intelligence ucraina (Gur), una creatura della Cia divenuta giocoforza estremamente efficiente. Ora, però, nel tentativo di accelerare i tempi per piena operatività, Kiev starebbe reclutando ex piloti di F-16 «in pensione» per rafforzare i suoi ranghi, ovvero personale esperto sulle versioni degli aeromobili in corso di consegna all’aviazione ucraina. Lo ha dichiarato questa settimana il senatore statunitense Lindsey Graham (repubblicano, 69 anni, della Carolina del Sud), avvocato ed ex militare.
Graham, dopo un incontro con il presidente Volodymyr Zelensky, ha dichiarato ai giornalisti: «Se sei un pilota di F-16 che si è ritirato da non troppo tempo e ha mantenuto la capacità di volo e stai cercando di combattere per la libertà, ti assumeranno in Ucraina. Gli alti ufficiali ucraini cercheranno in tutte le nazioni della Nato piloti di caccia disposti ad aiutarli finché non saranno in grado di addestrare da soli i loro piloti. Vogliono far volare questi jet il prima possibile». L’aviazione ucraina ha ricevuto i suoi primi F-16 a fine luglio e, al momento, quelli pronti al combattimento dovrebbero oggi essere meno di dieci. Inoltre, sarà importante creare gli istruttori nazionali in modo da rendersi progressivamente indipendenti nell’addestramento, che oggi avviene in Usa, Regno Unito, Francia, Olanda e altre nazioni europee. Per ragioni di sicurezza, ovviamente, non sono conosciute sia le basi di schieramento degli aeroplani sia quelle dove si trovano gli allievi e, secondo talune fonti di informazione, gli aeromobili non sarebbero neppure basati sul territorio ucraino.
Un eventuale reclutamento di piloti senior, oltre a esperienza e stato di prontezza (bastano pochi mesi di fermo ed è comunque necessario molto allenamento fisico per tornare a volare su aeroplani ad alte prestazioni), dovrà tenere conto anche della provenienza, in quanto in talune nazioni i militari in congedo non possono, per legge, combattere sotto altre bandiere.
Questo sarà, quindi, un altro lavoro del Gur che, attualmente, è molto attivo anche al di fuori dei confini nazionali, come in Africa (soprattutto nel Mali) e in Siria, dove è in corso un’azione militare volta a colpire gli uomini dell’ex gruppo Wagner. Dove gli ucraini potranno trovare ex piloti di F-16 è presto detto: negli Stati Uniti, cercando tra le fine degli ex-aviatori della Air national guard, oppure in Turchia, ma anche in Grecia e in Iraq. Tutte nazioni tra le molte che, negli ultimi vent’anni, hanno schierato il caccia leggero prodotto dal 1974 dalla General Dynamics (poi da Lockheed-Martin) e battezzato ufficialmente «Fighting Falcon», quindi appunto, «Viper», poiché tra i suoi impianti c’è n’è uno che utilizza idrazina (miscela composta da azoto e idrogeno), idealizzato come fosse, appunto, il veleno della vipera.
Una curiosità: anche l’Italia ebbe gli F-16 nel corso del programma di leasing Peace Caesar per l’uso, da parte dell’Aeronautica militare, di 34 esemplari multiruolo (in sigla, F-16ADF nelle varianti Block 10 e 15), di proprietà statunitense da impiegare in missioni di protezione dello spazio aereo italiano. Questi aerei entrarono in servizio nel 2003 e furono resi all’aviazione americana nel 2012. Li acquisimmo perché le consegne degli Eurofighter Typhoon erano in grande ritardo e questo creava una grave mancanza per la nostra Difesa aerea, dimostrata soprattutto quando l’Italia dovette affrontare una crisi internazionale come quella del Kosovo (1998-1999) con gli ormai vecchi F-104 mentre i serbi disponevano dei ben più moderni MiG-29.
A garantire sicurezza su quella regione a noi quasi confinante furono allora gli Stati Uniti, ma successivamente l’Aeronautica ebbe bisogno di un velivolo per la Difesa aerea nazionale. Affittammo dagli inglesi una ventina di Tornado Adv, la versione da caccia del velivolo da bombardamento che avevamo in dotazione, ma non si rilevarono idonei al compito e furono sostituiti con gli F-16.
Kiev ora confessa: il blitz in Russia serve a ricattare gli alleati
Quella che doveva essere una incursione tattica, per allentare la pressione e costringere il Cremlino a una più ragionevole trattativa di pace, sta sortendo l’effetto di un fiammifero lasciato cadere in un serbatoio di benzina.
Nel Kursk, la regione russa occupata dalle truppe di Kiev da una settimana, si gioca il destino del conflitto. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha precisato che Kiev «non vuole conquistare territorio russo». «Vogliamo solo proteggere la vita della nostra gente», ha aggiunto proprio nelle stesse ore in cui i suoi strappavano la bandiera sovietica da un edificio amministrativo a Guyevo, cittadina a tre chilometri dal confine. Vladimir Putin ha prontamente annunciato vendetta allontanando l’ipotesi di un cessate il fuoco. E lo stesso ha fatto ieri il super falco del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Per quello che hanno fatto, gli ucraini riceveranno certamente la punizione che meritano». Minacce a Kiev sono arrivate pure dall’intelligence militare russa che ai media amici ha detto: «Volodymyr Zelensky sta facendo passi folli che minacciano una escalation ben oltre i confini ucraini». I dirigenti del Svr (il Servizio informazioni estero del Cremlino, ndr) accusano il nemico di aver messo in atto «mosse spericolate» perché «il suo primo pensiero è quello di mantenere la sua posizione di potere». Tanto che gli stessi Usa, secondo i Servizi russi, vorrebbero sbarazzarsene per sostituirlo con il più tranquillo e controllabile ex ministro degli Interni, Arsen Avakov. Chissà.
Dal punto di vista operativo, per contenere l’avanzata, Mosca ha iniziato a spostare alcune unità d’assalto dal Sud nella zona incriminata. Una mossa parrebbe coronata dal successo considerato che, in serata, il Cremlino ha annunciato di aver «distrutto la maggior parte delle truppe di Kiev nel Kursk». La dimensione della mattanza non è nota ma già da qualche giorno, Putin e il suo stato maggiore hanno intensificato la diffusione di notizie utili ad alzare il morale dell’esercito sia in ambito difensivo che offensivo. «Nel corso della giornata, l’azione attiva delle unità del gruppo di truppe Nord e delle riserve arrivate hanno sventato i tentativi di gruppi mobili nemici con veicoli blindati di sfondare in profondità nel territorio russo nelle aree degli insediamenti di Obshchy Kolodez, Snagost, Kauchuk e Alekseevsky», hanno fatto sapere dal ministero della Difesa. Aggiungendo che un «attacco da parte di unità d’assalto aviotrasportata delle forze armate ucraine in direzione di Martynivka è stato respinto» con l’uccisione di 15 militari nemici e la distruzione di «veicoli corazzati da combattimento e due auto». La sera prima le forze russe avevano inoltre colpito infrastrutture elettriche nella regione di Chernihiv, nell’Ucraina settentrionale, provocando il blackout in alcuni distretti.
Ma, a differenza dei primi mesi, a questo giro Mosca prova a coinvolgere anche la comunità internazionale per denunciare il possesso, da parte di Kiev, di una «bomba sporca». Già da qualche tempo i servizi segreti russi sospettano che il combustibile nucleare esaurito e i rifiuti pericolosi della produzione chimica vengano portati in Ucraina per confezionare un ordigno di contaminazione radiologica. Di cui finora, però, non c’è traccia. Ci sarebbero invece prove dell’uso di munizioni ucraine a grappolo che avrebbero colpito un autobus uccidendo due persone e ferendone 31 a Lisichansk.
«Ovunque si verificano operazioni militari da entrambe le parti, la protezione dei civili in conformità con il diritto umanitario internazionale deve essere la massima priorità», è stata la posizione espressa dall’Onu annunciando una ispezione a Kursk per verificare eventuali violazioni da parte dei militari di Kiev.
Quel che però vorrebbe Zelensky tarda tuttavia ad arrivare. L’Ue, pur ritenendo legittima l’invasione in chiave difensiva del territorio russo, è attenta a non far inferocire l’orso sovietico. Ieri sono arrivati altri 4,2 miliardi di euro dall’Europa per aiutare il funzionamento dello Stato ucraino, ma nessun passo in avanti è stato fatto per autorizzare Kiev a contrattaccare con le armi fornite dai Paesi occidentali. Anzi, il governo del Regno Unito ha smentito le notizie sul presunto via libera all’Ucraina per i missili Storm Shadow a Kursk. La richiesta nelle scorse settimane era stata fatta dal presidente Zelensky al premier Kier Starmer, ma era rimasta senza risposta.
In quest’ottica si può leggere, quindi, l’arringa che il consigliere del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha tenuto ieri sui suoi canali social: «Come qualsiasi altra regione di confine della Russia, Kursk bene illustra la guerra deliberatamente ignobile che i russi stanno combattendo, una guerra senza le regole della guerra», ha affermato. Per Kiev quindi, è utile colpire il territorio russo perché viene usato per immagazzinare gli equipaggi, per ospitare basi aeree di piccole dimensioni, basare componenti di esercito, e per «preparare attacchi su larga scala contro la popolazione civile di un altro Paese. La Russia lo fa perché è sicura che il suo territorio è inviolabile, che nessuno distruggerà la logistica e le infrastrutture belliche sul territorio russo. Ma l’Ucraina ha dimostrato che non è così». Ci sono solo due modi per costringere la Russia a rispettare le regole, ha aggiunto Podolyak: la distruzione delle infrastrutture belliche russe con operazioni di terra come quella condotta a Kursk. E con attacchi a lungo raggio «in profondità» in Russia, operazioni «che richiedono molti missili e la fine del divieto informale sull’impiego di questi missili sul territorio della Federazione russa».
Ugualmente preoccupanti sono le voci che arrivano dall’altro lato dell’Atlantico. «Putin è disperato. Cerca assistenza e capacità militare... e si sta rivolgendo a Paesi come l’Iran e la Corea del Nord per chiedere aiuto»: e questo «è pericoloso, ovviamente, per la popolazione ucraina, visto che questi missili continuano a piovere su di loro e sulle loro infrastrutture energetiche. Ma è pericoloso anche per la regione Indopacifica», ha spiegato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale statunitense, John Kirby.
«Qualsiasi idea di un rapporto di difesa nascente tra Corea del Nord e Russia avrà ramificazioni per la nostra sicurezza collettiva e per i nostri requisiti di sicurezza nazionale nell’Indo-Pacifico», ha concluso. «Ovviamente dobbiamo, e lo faremo, prendere provvedimenti per mitigare al meglio questa situazione». Quella in Ucraina non sarà una guerra mondiale ma le assomiglia molto.
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I caccia sono in consegna ma ci sono pochi uomini per guidarli in battaglia: l’idea è di reclutare degli istruttori last minute tra gli assi che hanno da poco finito il servizio attivo. Arruolandoli in Usa, Turchia, Grecia e Iraq.Dopo il blitz ucraino in Russia, Kiev confessa: «Non ci fanno lanciare i missili, allora noi occupiamo via terra». Putin avvisa: «Distrutte quasi tutte le forze nemiche nel Kursk».Lo speciale contiene due articoli.L’Ucraina starebbe arruolando ex-piloti di F-16 Viper per affrettarne l’utilizzo in guerra. Risvegliando un ricordo, quando l’Italia dovette noleggiare gli aerei dagli Usa perché eravamo rimasti fermo agli F-104. Ecco perché, quanto a investimenti nella Difesa, è importante essere lungimiranti. Che i piloti dell’aviazione ucraina abilitati agli F-16 fossero in numero troppo esiguo per garantire la necessaria capacità operativa è cosa nota, del resto serve tempo per poter addestrare gli equipaggi come per specializzarli nel teatro operativo. Farlo, infatti, è un processo lento e al momento e fino alla fine dell’anno, soltanto una ventina di piloti dell’aeronautica militare ucraina saranno qualificati, ovvero la metà del numero necessario per gli aerei disponibili.Diverse le tipologie di missioni alle quali sono destinati, dal supporto ravvicinato all’avanzata delle truppe terrestri, fino alla deterrenza agli attacchi a lungo raggio provenienti dal fronte russo e anche la reazione rapida a eventuali incursioni da parte dell’aviazione russa. Con la presenza dei Viper i russi saranno costretti a lanciare missili e droni da distanza maggiore, quindi a limitare il numero di bersagli raggiungibili e la probabilità di riuscirci. Ma si tratta, in tutti i casi, di missioni molto «specializzate» per le quali i piloti devono potersi addestrare e allenare anche presso poligoni nei quali poter sparare. Non a caso, secondo quanto riportano gli analisti militari, per ora le missioni dei Viper ucraini non si sarebbero spinte oltre cinquanta chilometri dal fronte, in modo da poter evitare i sistemi missilistici russi per non esporsi al pericolo di un abbattimento.Questo rientra nei compiti dell’intelligence ucraina (Gur), una creatura della Cia divenuta giocoforza estremamente efficiente. Ora, però, nel tentativo di accelerare i tempi per piena operatività, Kiev starebbe reclutando ex piloti di F-16 «in pensione» per rafforzare i suoi ranghi, ovvero personale esperto sulle versioni degli aeromobili in corso di consegna all’aviazione ucraina. Lo ha dichiarato questa settimana il senatore statunitense Lindsey Graham (repubblicano, 69 anni, della Carolina del Sud), avvocato ed ex militare.Graham, dopo un incontro con il presidente Volodymyr Zelensky, ha dichiarato ai giornalisti: «Se sei un pilota di F-16 che si è ritirato da non troppo tempo e ha mantenuto la capacità di volo e stai cercando di combattere per la libertà, ti assumeranno in Ucraina. Gli alti ufficiali ucraini cercheranno in tutte le nazioni della Nato piloti di caccia disposti ad aiutarli finché non saranno in grado di addestrare da soli i loro piloti. Vogliono far volare questi jet il prima possibile». L’aviazione ucraina ha ricevuto i suoi primi F-16 a fine luglio e, al momento, quelli pronti al combattimento dovrebbero oggi essere meno di dieci. Inoltre, sarà importante creare gli istruttori nazionali in modo da rendersi progressivamente indipendenti nell’addestramento, che oggi avviene in Usa, Regno Unito, Francia, Olanda e altre nazioni europee. Per ragioni di sicurezza, ovviamente, non sono conosciute sia le basi di schieramento degli aeroplani sia quelle dove si trovano gli allievi e, secondo talune fonti di informazione, gli aeromobili non sarebbero neppure basati sul territorio ucraino.Un eventuale reclutamento di piloti senior, oltre a esperienza e stato di prontezza (bastano pochi mesi di fermo ed è comunque necessario molto allenamento fisico per tornare a volare su aeroplani ad alte prestazioni), dovrà tenere conto anche della provenienza, in quanto in talune nazioni i militari in congedo non possono, per legge, combattere sotto altre bandiere.Questo sarà, quindi, un altro lavoro del Gur che, attualmente, è molto attivo anche al di fuori dei confini nazionali, come in Africa (soprattutto nel Mali) e in Siria, dove è in corso un’azione militare volta a colpire gli uomini dell’ex gruppo Wagner. Dove gli ucraini potranno trovare ex piloti di F-16 è presto detto: negli Stati Uniti, cercando tra le fine degli ex-aviatori della Air national guard, oppure in Turchia, ma anche in Grecia e in Iraq. Tutte nazioni tra le molte che, negli ultimi vent’anni, hanno schierato il caccia leggero prodotto dal 1974 dalla General Dynamics (poi da Lockheed-Martin) e battezzato ufficialmente «Fighting Falcon», quindi appunto, «Viper», poiché tra i suoi impianti c’è n’è uno che utilizza idrazina (miscela composta da azoto e idrogeno), idealizzato come fosse, appunto, il veleno della vipera.Una curiosità: anche l’Italia ebbe gli F-16 nel corso del programma di leasing Peace Caesar per l’uso, da parte dell’Aeronautica militare, di 34 esemplari multiruolo (in sigla, F-16ADF nelle varianti Block 10 e 15), di proprietà statunitense da impiegare in missioni di protezione dello spazio aereo italiano. Questi aerei entrarono in servizio nel 2003 e furono resi all’aviazione americana nel 2012. Li acquisimmo perché le consegne degli Eurofighter Typhoon erano in grande ritardo e questo creava una grave mancanza per la nostra Difesa aerea, dimostrata soprattutto quando l’Italia dovette affrontare una crisi internazionale come quella del Kosovo (1998-1999) con gli ormai vecchi F-104 mentre i serbi disponevano dei ben più moderni MiG-29.A garantire sicurezza su quella regione a noi quasi confinante furono allora gli Stati Uniti, ma successivamente l’Aeronautica ebbe bisogno di un velivolo per la Difesa aerea nazionale. 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Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha precisato che Kiev «non vuole conquistare territorio russo». «Vogliamo solo proteggere la vita della nostra gente», ha aggiunto proprio nelle stesse ore in cui i suoi strappavano la bandiera sovietica da un edificio amministrativo a Guyevo, cittadina a tre chilometri dal confine. Vladimir Putin ha prontamente annunciato vendetta allontanando l’ipotesi di un cessate il fuoco. E lo stesso ha fatto ieri il super falco del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Per quello che hanno fatto, gli ucraini riceveranno certamente la punizione che meritano». Minacce a Kiev sono arrivate pure dall’intelligence militare russa che ai media amici ha detto: «Volodymyr Zelensky sta facendo passi folli che minacciano una escalation ben oltre i confini ucraini». I dirigenti del Svr (il Servizio informazioni estero del Cremlino, ndr) accusano il nemico di aver messo in atto «mosse spericolate» perché «il suo primo pensiero è quello di mantenere la sua posizione di potere». Tanto che gli stessi Usa, secondo i Servizi russi, vorrebbero sbarazzarsene per sostituirlo con il più tranquillo e controllabile ex ministro degli Interni, Arsen Avakov. Chissà. Dal punto di vista operativo, per contenere l’avanzata, Mosca ha iniziato a spostare alcune unità d’assalto dal Sud nella zona incriminata. Una mossa parrebbe coronata dal successo considerato che, in serata, il Cremlino ha annunciato di aver «distrutto la maggior parte delle truppe di Kiev nel Kursk». La dimensione della mattanza non è nota ma già da qualche giorno, Putin e il suo stato maggiore hanno intensificato la diffusione di notizie utili ad alzare il morale dell’esercito sia in ambito difensivo che offensivo. «Nel corso della giornata, l’azione attiva delle unità del gruppo di truppe Nord e delle riserve arrivate hanno sventato i tentativi di gruppi mobili nemici con veicoli blindati di sfondare in profondità nel territorio russo nelle aree degli insediamenti di Obshchy Kolodez, Snagost, Kauchuk e Alekseevsky», hanno fatto sapere dal ministero della Difesa. Aggiungendo che un «attacco da parte di unità d’assalto aviotrasportata delle forze armate ucraine in direzione di Martynivka è stato respinto» con l’uccisione di 15 militari nemici e la distruzione di «veicoli corazzati da combattimento e due auto». La sera prima le forze russe avevano inoltre colpito infrastrutture elettriche nella regione di Chernihiv, nell’Ucraina settentrionale, provocando il blackout in alcuni distretti. Ma, a differenza dei primi mesi, a questo giro Mosca prova a coinvolgere anche la comunità internazionale per denunciare il possesso, da parte di Kiev, di una «bomba sporca». Già da qualche tempo i servizi segreti russi sospettano che il combustibile nucleare esaurito e i rifiuti pericolosi della produzione chimica vengano portati in Ucraina per confezionare un ordigno di contaminazione radiologica. Di cui finora, però, non c’è traccia. Ci sarebbero invece prove dell’uso di munizioni ucraine a grappolo che avrebbero colpito un autobus uccidendo due persone e ferendone 31 a Lisichansk. «Ovunque si verificano operazioni militari da entrambe le parti, la protezione dei civili in conformità con il diritto umanitario internazionale deve essere la massima priorità», è stata la posizione espressa dall’Onu annunciando una ispezione a Kursk per verificare eventuali violazioni da parte dei militari di Kiev. Quel che però vorrebbe Zelensky tarda tuttavia ad arrivare. L’Ue, pur ritenendo legittima l’invasione in chiave difensiva del territorio russo, è attenta a non far inferocire l’orso sovietico. Ieri sono arrivati altri 4,2 miliardi di euro dall’Europa per aiutare il funzionamento dello Stato ucraino, ma nessun passo in avanti è stato fatto per autorizzare Kiev a contrattaccare con le armi fornite dai Paesi occidentali. Anzi, il governo del Regno Unito ha smentito le notizie sul presunto via libera all’Ucraina per i missili Storm Shadow a Kursk. La richiesta nelle scorse settimane era stata fatta dal presidente Zelensky al premier Kier Starmer, ma era rimasta senza risposta. In quest’ottica si può leggere, quindi, l’arringa che il consigliere del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha tenuto ieri sui suoi canali social: «Come qualsiasi altra regione di confine della Russia, Kursk bene illustra la guerra deliberatamente ignobile che i russi stanno combattendo, una guerra senza le regole della guerra», ha affermato. Per Kiev quindi, è utile colpire il territorio russo perché viene usato per immagazzinare gli equipaggi, per ospitare basi aeree di piccole dimensioni, basare componenti di esercito, e per «preparare attacchi su larga scala contro la popolazione civile di un altro Paese. La Russia lo fa perché è sicura che il suo territorio è inviolabile, che nessuno distruggerà la logistica e le infrastrutture belliche sul territorio russo. Ma l’Ucraina ha dimostrato che non è così». Ci sono solo due modi per costringere la Russia a rispettare le regole, ha aggiunto Podolyak: la distruzione delle infrastrutture belliche russe con operazioni di terra come quella condotta a Kursk. E con attacchi a lungo raggio «in profondità» in Russia, operazioni «che richiedono molti missili e la fine del divieto informale sull’impiego di questi missili sul territorio della Federazione russa». Ugualmente preoccupanti sono le voci che arrivano dall’altro lato dell’Atlantico. «Putin è disperato. Cerca assistenza e capacità militare... e si sta rivolgendo a Paesi come l’Iran e la Corea del Nord per chiedere aiuto»: e questo «è pericoloso, ovviamente, per la popolazione ucraina, visto che questi missili continuano a piovere su di loro e sulle loro infrastrutture energetiche. Ma è pericoloso anche per la regione Indopacifica», ha spiegato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale statunitense, John Kirby. «Qualsiasi idea di un rapporto di difesa nascente tra Corea del Nord e Russia avrà ramificazioni per la nostra sicurezza collettiva e per i nostri requisiti di sicurezza nazionale nell’Indo-Pacifico», ha concluso. «Ovviamente dobbiamo, e lo faremo, prendere provvedimenti per mitigare al meglio questa situazione». Quella in Ucraina non sarà una guerra mondiale ma le assomiglia molto.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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