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2024-08-14
A Zelensky mancano i piloti di F-16. Adesso li cerca tra quelli in pensione
Gli F-16 (Getty Images)
L’Ucraina starebbe arruolando ex-piloti di F-16 Viper per affrettarne l’utilizzo in guerra. Risvegliando un ricordo, quando l’Italia dovette noleggiare gli aerei dagli Usa perché eravamo rimasti fermo agli F-104. Ecco perché, quanto a investimenti nella Difesa, è importante essere lungimiranti.
Che i piloti dell’aviazione ucraina abilitati agli F-16 fossero in numero troppo esiguo per garantire la necessaria capacità operativa è cosa nota, del resto serve tempo per poter addestrare gli equipaggi come per specializzarli nel teatro operativo. Farlo, infatti, è un processo lento e al momento e fino alla fine dell’anno, soltanto una ventina di piloti dell’aeronautica militare ucraina saranno qualificati, ovvero la metà del numero necessario per gli aerei disponibili.
Diverse le tipologie di missioni alle quali sono destinati, dal supporto ravvicinato all’avanzata delle truppe terrestri, fino alla deterrenza agli attacchi a lungo raggio provenienti dal fronte russo e anche la reazione rapida a eventuali incursioni da parte dell’aviazione russa. Con la presenza dei Viper i russi saranno costretti a lanciare missili e droni da distanza maggiore, quindi a limitare il numero di bersagli raggiungibili e la probabilità di riuscirci. Ma si tratta, in tutti i casi, di missioni molto «specializzate» per le quali i piloti devono potersi addestrare e allenare anche presso poligoni nei quali poter sparare. Non a caso, secondo quanto riportano gli analisti militari, per ora le missioni dei Viper ucraini non si sarebbero spinte oltre cinquanta chilometri dal fronte, in modo da poter evitare i sistemi missilistici russi per non esporsi al pericolo di un abbattimento.
Questo rientra nei compiti dell’intelligence ucraina (Gur), una creatura della Cia divenuta giocoforza estremamente efficiente. Ora, però, nel tentativo di accelerare i tempi per piena operatività, Kiev starebbe reclutando ex piloti di F-16 «in pensione» per rafforzare i suoi ranghi, ovvero personale esperto sulle versioni degli aeromobili in corso di consegna all’aviazione ucraina. Lo ha dichiarato questa settimana il senatore statunitense Lindsey Graham (repubblicano, 69 anni, della Carolina del Sud), avvocato ed ex militare.
Graham, dopo un incontro con il presidente Volodymyr Zelensky, ha dichiarato ai giornalisti: «Se sei un pilota di F-16 che si è ritirato da non troppo tempo e ha mantenuto la capacità di volo e stai cercando di combattere per la libertà, ti assumeranno in Ucraina. Gli alti ufficiali ucraini cercheranno in tutte le nazioni della Nato piloti di caccia disposti ad aiutarli finché non saranno in grado di addestrare da soli i loro piloti. Vogliono far volare questi jet il prima possibile». L’aviazione ucraina ha ricevuto i suoi primi F-16 a fine luglio e, al momento, quelli pronti al combattimento dovrebbero oggi essere meno di dieci. Inoltre, sarà importante creare gli istruttori nazionali in modo da rendersi progressivamente indipendenti nell’addestramento, che oggi avviene in Usa, Regno Unito, Francia, Olanda e altre nazioni europee. Per ragioni di sicurezza, ovviamente, non sono conosciute sia le basi di schieramento degli aeroplani sia quelle dove si trovano gli allievi e, secondo talune fonti di informazione, gli aeromobili non sarebbero neppure basati sul territorio ucraino.
Un eventuale reclutamento di piloti senior, oltre a esperienza e stato di prontezza (bastano pochi mesi di fermo ed è comunque necessario molto allenamento fisico per tornare a volare su aeroplani ad alte prestazioni), dovrà tenere conto anche della provenienza, in quanto in talune nazioni i militari in congedo non possono, per legge, combattere sotto altre bandiere.
Questo sarà, quindi, un altro lavoro del Gur che, attualmente, è molto attivo anche al di fuori dei confini nazionali, come in Africa (soprattutto nel Mali) e in Siria, dove è in corso un’azione militare volta a colpire gli uomini dell’ex gruppo Wagner. Dove gli ucraini potranno trovare ex piloti di F-16 è presto detto: negli Stati Uniti, cercando tra le fine degli ex-aviatori della Air national guard, oppure in Turchia, ma anche in Grecia e in Iraq. Tutte nazioni tra le molte che, negli ultimi vent’anni, hanno schierato il caccia leggero prodotto dal 1974 dalla General Dynamics (poi da Lockheed-Martin) e battezzato ufficialmente «Fighting Falcon», quindi appunto, «Viper», poiché tra i suoi impianti c’è n’è uno che utilizza idrazina (miscela composta da azoto e idrogeno), idealizzato come fosse, appunto, il veleno della vipera.
Una curiosità: anche l’Italia ebbe gli F-16 nel corso del programma di leasing Peace Caesar per l’uso, da parte dell’Aeronautica militare, di 34 esemplari multiruolo (in sigla, F-16ADF nelle varianti Block 10 e 15), di proprietà statunitense da impiegare in missioni di protezione dello spazio aereo italiano. Questi aerei entrarono in servizio nel 2003 e furono resi all’aviazione americana nel 2012. Li acquisimmo perché le consegne degli Eurofighter Typhoon erano in grande ritardo e questo creava una grave mancanza per la nostra Difesa aerea, dimostrata soprattutto quando l’Italia dovette affrontare una crisi internazionale come quella del Kosovo (1998-1999) con gli ormai vecchi F-104 mentre i serbi disponevano dei ben più moderni MiG-29.
A garantire sicurezza su quella regione a noi quasi confinante furono allora gli Stati Uniti, ma successivamente l’Aeronautica ebbe bisogno di un velivolo per la Difesa aerea nazionale. Affittammo dagli inglesi una ventina di Tornado Adv, la versione da caccia del velivolo da bombardamento che avevamo in dotazione, ma non si rilevarono idonei al compito e furono sostituiti con gli F-16.
Kiev ora confessa: il blitz in Russia serve a ricattare gli alleati
Quella che doveva essere una incursione tattica, per allentare la pressione e costringere il Cremlino a una più ragionevole trattativa di pace, sta sortendo l’effetto di un fiammifero lasciato cadere in un serbatoio di benzina.
Nel Kursk, la regione russa occupata dalle truppe di Kiev da una settimana, si gioca il destino del conflitto. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha precisato che Kiev «non vuole conquistare territorio russo». «Vogliamo solo proteggere la vita della nostra gente», ha aggiunto proprio nelle stesse ore in cui i suoi strappavano la bandiera sovietica da un edificio amministrativo a Guyevo, cittadina a tre chilometri dal confine. Vladimir Putin ha prontamente annunciato vendetta allontanando l’ipotesi di un cessate il fuoco. E lo stesso ha fatto ieri il super falco del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Per quello che hanno fatto, gli ucraini riceveranno certamente la punizione che meritano». Minacce a Kiev sono arrivate pure dall’intelligence militare russa che ai media amici ha detto: «Volodymyr Zelensky sta facendo passi folli che minacciano una escalation ben oltre i confini ucraini». I dirigenti del Svr (il Servizio informazioni estero del Cremlino, ndr) accusano il nemico di aver messo in atto «mosse spericolate» perché «il suo primo pensiero è quello di mantenere la sua posizione di potere». Tanto che gli stessi Usa, secondo i Servizi russi, vorrebbero sbarazzarsene per sostituirlo con il più tranquillo e controllabile ex ministro degli Interni, Arsen Avakov. Chissà.
Dal punto di vista operativo, per contenere l’avanzata, Mosca ha iniziato a spostare alcune unità d’assalto dal Sud nella zona incriminata. Una mossa parrebbe coronata dal successo considerato che, in serata, il Cremlino ha annunciato di aver «distrutto la maggior parte delle truppe di Kiev nel Kursk». La dimensione della mattanza non è nota ma già da qualche giorno, Putin e il suo stato maggiore hanno intensificato la diffusione di notizie utili ad alzare il morale dell’esercito sia in ambito difensivo che offensivo. «Nel corso della giornata, l’azione attiva delle unità del gruppo di truppe Nord e delle riserve arrivate hanno sventato i tentativi di gruppi mobili nemici con veicoli blindati di sfondare in profondità nel territorio russo nelle aree degli insediamenti di Obshchy Kolodez, Snagost, Kauchuk e Alekseevsky», hanno fatto sapere dal ministero della Difesa. Aggiungendo che un «attacco da parte di unità d’assalto aviotrasportata delle forze armate ucraine in direzione di Martynivka è stato respinto» con l’uccisione di 15 militari nemici e la distruzione di «veicoli corazzati da combattimento e due auto». La sera prima le forze russe avevano inoltre colpito infrastrutture elettriche nella regione di Chernihiv, nell’Ucraina settentrionale, provocando il blackout in alcuni distretti.
Ma, a differenza dei primi mesi, a questo giro Mosca prova a coinvolgere anche la comunità internazionale per denunciare il possesso, da parte di Kiev, di una «bomba sporca». Già da qualche tempo i servizi segreti russi sospettano che il combustibile nucleare esaurito e i rifiuti pericolosi della produzione chimica vengano portati in Ucraina per confezionare un ordigno di contaminazione radiologica. Di cui finora, però, non c’è traccia. Ci sarebbero invece prove dell’uso di munizioni ucraine a grappolo che avrebbero colpito un autobus uccidendo due persone e ferendone 31 a Lisichansk.
«Ovunque si verificano operazioni militari da entrambe le parti, la protezione dei civili in conformità con il diritto umanitario internazionale deve essere la massima priorità», è stata la posizione espressa dall’Onu annunciando una ispezione a Kursk per verificare eventuali violazioni da parte dei militari di Kiev.
Quel che però vorrebbe Zelensky tarda tuttavia ad arrivare. L’Ue, pur ritenendo legittima l’invasione in chiave difensiva del territorio russo, è attenta a non far inferocire l’orso sovietico. Ieri sono arrivati altri 4,2 miliardi di euro dall’Europa per aiutare il funzionamento dello Stato ucraino, ma nessun passo in avanti è stato fatto per autorizzare Kiev a contrattaccare con le armi fornite dai Paesi occidentali. Anzi, il governo del Regno Unito ha smentito le notizie sul presunto via libera all’Ucraina per i missili Storm Shadow a Kursk. La richiesta nelle scorse settimane era stata fatta dal presidente Zelensky al premier Kier Starmer, ma era rimasta senza risposta.
In quest’ottica si può leggere, quindi, l’arringa che il consigliere del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha tenuto ieri sui suoi canali social: «Come qualsiasi altra regione di confine della Russia, Kursk bene illustra la guerra deliberatamente ignobile che i russi stanno combattendo, una guerra senza le regole della guerra», ha affermato. Per Kiev quindi, è utile colpire il territorio russo perché viene usato per immagazzinare gli equipaggi, per ospitare basi aeree di piccole dimensioni, basare componenti di esercito, e per «preparare attacchi su larga scala contro la popolazione civile di un altro Paese. La Russia lo fa perché è sicura che il suo territorio è inviolabile, che nessuno distruggerà la logistica e le infrastrutture belliche sul territorio russo. Ma l’Ucraina ha dimostrato che non è così». Ci sono solo due modi per costringere la Russia a rispettare le regole, ha aggiunto Podolyak: la distruzione delle infrastrutture belliche russe con operazioni di terra come quella condotta a Kursk. E con attacchi a lungo raggio «in profondità» in Russia, operazioni «che richiedono molti missili e la fine del divieto informale sull’impiego di questi missili sul territorio della Federazione russa».
Ugualmente preoccupanti sono le voci che arrivano dall’altro lato dell’Atlantico. «Putin è disperato. Cerca assistenza e capacità militare... e si sta rivolgendo a Paesi come l’Iran e la Corea del Nord per chiedere aiuto»: e questo «è pericoloso, ovviamente, per la popolazione ucraina, visto che questi missili continuano a piovere su di loro e sulle loro infrastrutture energetiche. Ma è pericoloso anche per la regione Indopacifica», ha spiegato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale statunitense, John Kirby.
«Qualsiasi idea di un rapporto di difesa nascente tra Corea del Nord e Russia avrà ramificazioni per la nostra sicurezza collettiva e per i nostri requisiti di sicurezza nazionale nell’Indo-Pacifico», ha concluso. «Ovviamente dobbiamo, e lo faremo, prendere provvedimenti per mitigare al meglio questa situazione». Quella in Ucraina non sarà una guerra mondiale ma le assomiglia molto.
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I caccia sono in consegna ma ci sono pochi uomini per guidarli in battaglia: l’idea è di reclutare degli istruttori last minute tra gli assi che hanno da poco finito il servizio attivo. Arruolandoli in Usa, Turchia, Grecia e Iraq.Dopo il blitz ucraino in Russia, Kiev confessa: «Non ci fanno lanciare i missili, allora noi occupiamo via terra». Putin avvisa: «Distrutte quasi tutte le forze nemiche nel Kursk».Lo speciale contiene due articoli.L’Ucraina starebbe arruolando ex-piloti di F-16 Viper per affrettarne l’utilizzo in guerra. Risvegliando un ricordo, quando l’Italia dovette noleggiare gli aerei dagli Usa perché eravamo rimasti fermo agli F-104. Ecco perché, quanto a investimenti nella Difesa, è importante essere lungimiranti. Che i piloti dell’aviazione ucraina abilitati agli F-16 fossero in numero troppo esiguo per garantire la necessaria capacità operativa è cosa nota, del resto serve tempo per poter addestrare gli equipaggi come per specializzarli nel teatro operativo. Farlo, infatti, è un processo lento e al momento e fino alla fine dell’anno, soltanto una ventina di piloti dell’aeronautica militare ucraina saranno qualificati, ovvero la metà del numero necessario per gli aerei disponibili.Diverse le tipologie di missioni alle quali sono destinati, dal supporto ravvicinato all’avanzata delle truppe terrestri, fino alla deterrenza agli attacchi a lungo raggio provenienti dal fronte russo e anche la reazione rapida a eventuali incursioni da parte dell’aviazione russa. Con la presenza dei Viper i russi saranno costretti a lanciare missili e droni da distanza maggiore, quindi a limitare il numero di bersagli raggiungibili e la probabilità di riuscirci. Ma si tratta, in tutti i casi, di missioni molto «specializzate» per le quali i piloti devono potersi addestrare e allenare anche presso poligoni nei quali poter sparare. Non a caso, secondo quanto riportano gli analisti militari, per ora le missioni dei Viper ucraini non si sarebbero spinte oltre cinquanta chilometri dal fronte, in modo da poter evitare i sistemi missilistici russi per non esporsi al pericolo di un abbattimento.Questo rientra nei compiti dell’intelligence ucraina (Gur), una creatura della Cia divenuta giocoforza estremamente efficiente. Ora, però, nel tentativo di accelerare i tempi per piena operatività, Kiev starebbe reclutando ex piloti di F-16 «in pensione» per rafforzare i suoi ranghi, ovvero personale esperto sulle versioni degli aeromobili in corso di consegna all’aviazione ucraina. Lo ha dichiarato questa settimana il senatore statunitense Lindsey Graham (repubblicano, 69 anni, della Carolina del Sud), avvocato ed ex militare.Graham, dopo un incontro con il presidente Volodymyr Zelensky, ha dichiarato ai giornalisti: «Se sei un pilota di F-16 che si è ritirato da non troppo tempo e ha mantenuto la capacità di volo e stai cercando di combattere per la libertà, ti assumeranno in Ucraina. Gli alti ufficiali ucraini cercheranno in tutte le nazioni della Nato piloti di caccia disposti ad aiutarli finché non saranno in grado di addestrare da soli i loro piloti. Vogliono far volare questi jet il prima possibile». L’aviazione ucraina ha ricevuto i suoi primi F-16 a fine luglio e, al momento, quelli pronti al combattimento dovrebbero oggi essere meno di dieci. Inoltre, sarà importante creare gli istruttori nazionali in modo da rendersi progressivamente indipendenti nell’addestramento, che oggi avviene in Usa, Regno Unito, Francia, Olanda e altre nazioni europee. Per ragioni di sicurezza, ovviamente, non sono conosciute sia le basi di schieramento degli aeroplani sia quelle dove si trovano gli allievi e, secondo talune fonti di informazione, gli aeromobili non sarebbero neppure basati sul territorio ucraino.Un eventuale reclutamento di piloti senior, oltre a esperienza e stato di prontezza (bastano pochi mesi di fermo ed è comunque necessario molto allenamento fisico per tornare a volare su aeroplani ad alte prestazioni), dovrà tenere conto anche della provenienza, in quanto in talune nazioni i militari in congedo non possono, per legge, combattere sotto altre bandiere.Questo sarà, quindi, un altro lavoro del Gur che, attualmente, è molto attivo anche al di fuori dei confini nazionali, come in Africa (soprattutto nel Mali) e in Siria, dove è in corso un’azione militare volta a colpire gli uomini dell’ex gruppo Wagner. Dove gli ucraini potranno trovare ex piloti di F-16 è presto detto: negli Stati Uniti, cercando tra le fine degli ex-aviatori della Air national guard, oppure in Turchia, ma anche in Grecia e in Iraq. Tutte nazioni tra le molte che, negli ultimi vent’anni, hanno schierato il caccia leggero prodotto dal 1974 dalla General Dynamics (poi da Lockheed-Martin) e battezzato ufficialmente «Fighting Falcon», quindi appunto, «Viper», poiché tra i suoi impianti c’è n’è uno che utilizza idrazina (miscela composta da azoto e idrogeno), idealizzato come fosse, appunto, il veleno della vipera.Una curiosità: anche l’Italia ebbe gli F-16 nel corso del programma di leasing Peace Caesar per l’uso, da parte dell’Aeronautica militare, di 34 esemplari multiruolo (in sigla, F-16ADF nelle varianti Block 10 e 15), di proprietà statunitense da impiegare in missioni di protezione dello spazio aereo italiano. Questi aerei entrarono in servizio nel 2003 e furono resi all’aviazione americana nel 2012. Li acquisimmo perché le consegne degli Eurofighter Typhoon erano in grande ritardo e questo creava una grave mancanza per la nostra Difesa aerea, dimostrata soprattutto quando l’Italia dovette affrontare una crisi internazionale come quella del Kosovo (1998-1999) con gli ormai vecchi F-104 mentre i serbi disponevano dei ben più moderni MiG-29.A garantire sicurezza su quella regione a noi quasi confinante furono allora gli Stati Uniti, ma successivamente l’Aeronautica ebbe bisogno di un velivolo per la Difesa aerea nazionale. 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Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha precisato che Kiev «non vuole conquistare territorio russo». «Vogliamo solo proteggere la vita della nostra gente», ha aggiunto proprio nelle stesse ore in cui i suoi strappavano la bandiera sovietica da un edificio amministrativo a Guyevo, cittadina a tre chilometri dal confine. Vladimir Putin ha prontamente annunciato vendetta allontanando l’ipotesi di un cessate il fuoco. E lo stesso ha fatto ieri il super falco del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Per quello che hanno fatto, gli ucraini riceveranno certamente la punizione che meritano». Minacce a Kiev sono arrivate pure dall’intelligence militare russa che ai media amici ha detto: «Volodymyr Zelensky sta facendo passi folli che minacciano una escalation ben oltre i confini ucraini». I dirigenti del Svr (il Servizio informazioni estero del Cremlino, ndr) accusano il nemico di aver messo in atto «mosse spericolate» perché «il suo primo pensiero è quello di mantenere la sua posizione di potere». Tanto che gli stessi Usa, secondo i Servizi russi, vorrebbero sbarazzarsene per sostituirlo con il più tranquillo e controllabile ex ministro degli Interni, Arsen Avakov. Chissà. Dal punto di vista operativo, per contenere l’avanzata, Mosca ha iniziato a spostare alcune unità d’assalto dal Sud nella zona incriminata. Una mossa parrebbe coronata dal successo considerato che, in serata, il Cremlino ha annunciato di aver «distrutto la maggior parte delle truppe di Kiev nel Kursk». La dimensione della mattanza non è nota ma già da qualche giorno, Putin e il suo stato maggiore hanno intensificato la diffusione di notizie utili ad alzare il morale dell’esercito sia in ambito difensivo che offensivo. «Nel corso della giornata, l’azione attiva delle unità del gruppo di truppe Nord e delle riserve arrivate hanno sventato i tentativi di gruppi mobili nemici con veicoli blindati di sfondare in profondità nel territorio russo nelle aree degli insediamenti di Obshchy Kolodez, Snagost, Kauchuk e Alekseevsky», hanno fatto sapere dal ministero della Difesa. Aggiungendo che un «attacco da parte di unità d’assalto aviotrasportata delle forze armate ucraine in direzione di Martynivka è stato respinto» con l’uccisione di 15 militari nemici e la distruzione di «veicoli corazzati da combattimento e due auto». La sera prima le forze russe avevano inoltre colpito infrastrutture elettriche nella regione di Chernihiv, nell’Ucraina settentrionale, provocando il blackout in alcuni distretti. Ma, a differenza dei primi mesi, a questo giro Mosca prova a coinvolgere anche la comunità internazionale per denunciare il possesso, da parte di Kiev, di una «bomba sporca». Già da qualche tempo i servizi segreti russi sospettano che il combustibile nucleare esaurito e i rifiuti pericolosi della produzione chimica vengano portati in Ucraina per confezionare un ordigno di contaminazione radiologica. Di cui finora, però, non c’è traccia. Ci sarebbero invece prove dell’uso di munizioni ucraine a grappolo che avrebbero colpito un autobus uccidendo due persone e ferendone 31 a Lisichansk. «Ovunque si verificano operazioni militari da entrambe le parti, la protezione dei civili in conformità con il diritto umanitario internazionale deve essere la massima priorità», è stata la posizione espressa dall’Onu annunciando una ispezione a Kursk per verificare eventuali violazioni da parte dei militari di Kiev. Quel che però vorrebbe Zelensky tarda tuttavia ad arrivare. L’Ue, pur ritenendo legittima l’invasione in chiave difensiva del territorio russo, è attenta a non far inferocire l’orso sovietico. Ieri sono arrivati altri 4,2 miliardi di euro dall’Europa per aiutare il funzionamento dello Stato ucraino, ma nessun passo in avanti è stato fatto per autorizzare Kiev a contrattaccare con le armi fornite dai Paesi occidentali. Anzi, il governo del Regno Unito ha smentito le notizie sul presunto via libera all’Ucraina per i missili Storm Shadow a Kursk. La richiesta nelle scorse settimane era stata fatta dal presidente Zelensky al premier Kier Starmer, ma era rimasta senza risposta. In quest’ottica si può leggere, quindi, l’arringa che il consigliere del presidente ucraino, Mikhailo Podolyak, ha tenuto ieri sui suoi canali social: «Come qualsiasi altra regione di confine della Russia, Kursk bene illustra la guerra deliberatamente ignobile che i russi stanno combattendo, una guerra senza le regole della guerra», ha affermato. Per Kiev quindi, è utile colpire il territorio russo perché viene usato per immagazzinare gli equipaggi, per ospitare basi aeree di piccole dimensioni, basare componenti di esercito, e per «preparare attacchi su larga scala contro la popolazione civile di un altro Paese. La Russia lo fa perché è sicura che il suo territorio è inviolabile, che nessuno distruggerà la logistica e le infrastrutture belliche sul territorio russo. Ma l’Ucraina ha dimostrato che non è così». Ci sono solo due modi per costringere la Russia a rispettare le regole, ha aggiunto Podolyak: la distruzione delle infrastrutture belliche russe con operazioni di terra come quella condotta a Kursk. E con attacchi a lungo raggio «in profondità» in Russia, operazioni «che richiedono molti missili e la fine del divieto informale sull’impiego di questi missili sul territorio della Federazione russa». Ugualmente preoccupanti sono le voci che arrivano dall’altro lato dell’Atlantico. «Putin è disperato. Cerca assistenza e capacità militare... e si sta rivolgendo a Paesi come l’Iran e la Corea del Nord per chiedere aiuto»: e questo «è pericoloso, ovviamente, per la popolazione ucraina, visto che questi missili continuano a piovere su di loro e sulle loro infrastrutture energetiche. Ma è pericoloso anche per la regione Indopacifica», ha spiegato il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale statunitense, John Kirby. «Qualsiasi idea di un rapporto di difesa nascente tra Corea del Nord e Russia avrà ramificazioni per la nostra sicurezza collettiva e per i nostri requisiti di sicurezza nazionale nell’Indo-Pacifico», ha concluso. «Ovviamente dobbiamo, e lo faremo, prendere provvedimenti per mitigare al meglio questa situazione». Quella in Ucraina non sarà una guerra mondiale ma le assomiglia molto.
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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