A «Repubblica» hanno già scelto l’Ingegnere
Nello scontro familiare tra De Benedetti e i suoi eredi per il controllo del quotidiano, la redazione si è schierata con il primo: «Dagli attuali editori garanzie insufficienti». E Carlo De Benedetti rincara la dose: «I miei figli la smettano di distruggere la testata».

«Siete circondati». No, ovviamente non c’era scritto proprio così nel testo che i redattori di Repubblica hanno pubblicato ieri mattina, ma il messaggio è giunto esattamente in quei termini crudi ai loro editori (in testa, Rodolfo, Marco e Edoardo De Benedetti). I quali hanno potuto plasticamente verificare il peso e gli effetti che le parole di loro padre, Carlo De Benedetti, e della sua dura iniziativa nei loro confronti, hanno prodotto nel corpo redazionale.

I redattori non stanno con l’attuale guida editoriale, inutile girarci intorno. Partono da una «premessa indispensabile» che sembra tratta pari pari dai testi del vecchio patron, tra la rivendicazione di una cattedra etico-politica e l’ambizione di dettare l’agenda al Paese: «Repubblica non è e mai potrà essere considerata come una qualsiasi azienda, oggetto di trattativa tra imprenditori che se la contendono sul mercato, bensì è un soggetto politico culturale ed editoriale tra i più rilevanti».

Segue un elogio del nuovo direttore Carlo Verdelli, che dunque va a genio sia al vecchio Carlo che al corpo redazionale: «Ha saputo riportare il giornale dove merita di stare, consolidandone l’identità politica e culturale e ristabilendo una connessione sentimentale con quanti, quotidianamente, ci scelgono in edicola e online».

Dopo la comprensibile menzione dei sacrifici sofferti dalla redazione («41 colleghi usciti, stipendi decurtati, contratto di solidarietà», rivendicano i redattori), arrivano le bordate: «Questo sforzo rischia tuttavia di essere vanificato da una guerra tra azionisti – passati, presenti ed eventuali – che mette seriamente a repentaglio il futuro del nostro giornale». Passaggio, questo, due volte perfido: una prima volta, perché sceglie un atteggiamento di equidistanza tra gli attuali editori e chi li ha preceduti, e una seconda volta perché evoca esplicitamente nuovi ingressi, quasi negando credibilità a chi è adesso al timone.

E infatti subito dopo i redattori rincarano la dose: «Serve un editore convinto di voler affrontare questa sfida, una missione chiara e un piano di sviluppo concreto che abbia l’obiettivo di accrescere i ricavi e non solo di tagliare i costi. Una richiesta di cui l’editore, anche alla luce degli ultimi accadimenti, ha ora il dovere di farsi carico». Insomma, o investite o vendete.

Non basta ancora? Ecco il passaggio successivo, una specie di mozione di sfiducia verso i tre figli di Carlo: «L’assemblea dei giornalisti di Repubblica ritiene insufficiente la garanzia, contenuta nella nota con cui la Cir rifiuta l’offerta dell’ing. De Benedetti, di volersi impegnare “per assicurare prospettive di lungo termine” alla controllata Gedi. E pretende che, in relazione alla vendita al miglior offerente implicitamente confermata dal comunicato di Cir, si chiariscano una volta per tutte le reali intenzioni degli azionisti». E l’uso del verbo «pretendere» è solo il primo di una serie di schiaffi: i successivi sono ancora più sonori e dolorosi, visto che i redattori danno per scontata l’intenzione dei figli di vendere, e sollecitano definitiva chiarezza.

Immaginate la soddisfazione del vecchio leone, leggendo l’edizione di ieri di Repubblica, nello scoprire di aver ancora le truppe con sé. E immaginate – al contrario – quanto sia potuto andare di traverso il caffè ai tre figli del vecchio patron, già scossi dal leggere questa feroce requisitoria su quello che sarebbe il loro giornale, e che immediatamente dopo hanno subito altri sganassoni scorrendo la durissima intervista rilasciata sempre ieri mattina dal padre al Corriere della Sera, che ha confermato – e, se possibile, aggravato – le anticipazioni e le analisi pubblicate dalla Verità nei due giorni precedenti.

Il titolo («I miei figli non sanno fare gli editori») fa già capire dove si vada a parare. De Benedetti sembra un pm scatenato, e parla del suo ex giornale in questi termini: «È un’azienda senza vertice e senza comando. Una nave senza capitano in balia di onde altissime».

Poi lancia un progetto dai contorni a onor del vero non chiarissimi (una fondazione in cui coinvolgere azionisti, rappresentanti dei giornalisti, personalità della cultura). E subito dopo torna all’attacco: «I miei figli sanno fare bene altri mestieri. Ma non hanno la passione per fare gli editori. Non hanno neanche la competenza».

La sequenza di schiaffi non si arresta: «Gli azionisti Cir dovrebbero ringraziarmi per questo regalo piuttosto consistente: la mia offerta ha fatto aumentare il valore in Borsa del titolo di oltre il 15%. Un contributo più rilevante di quello che ha dato l’attuale gestione». Praticamente un necrologio, anzi un epitaffio. E ancora: «Capisco che i miei figli non amino il giornale: smettano però di distruggerlo».

La tesi di Cdb è fin troppo chiara: i suoi figli potrebbero al massimo trovare un compratore, ma non un autentico editore, cioè qualcuno effettivamente capace di rimettere in mare aperto la nave di Repubblica. Quel qualcuno è solo lui. La guerra prosegue, dunque, senza esclusione di colpi.

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